I social media hanno ridefinito definitivamente l’idea che l’opinione pubblica ha dei conflitti armati. Ma l’accettazione dell’uso della forza in Europa, camuffata con terminologia ipocrita, va avanti dagli anni Novanta

Il modo in cui le società occidentali affrontano il tema della guerra è cambiato profondamente nell’arco degli ultimi trent’anni. Dopo la caduta del muro di Berlino, che segnò simbolicamente la conclusione della guerra fredda, intere generazioni avevano rigettato l’idea stessa di guerra, come un tabù ormai superato. Oggi questa prospettiva non regge più, e l’eventualità di un conflitto è gradualmente riaffiorata nel dibattito pubblico. Schematicamente il passaggio dalla guerra come tabù alla guerra come possibilità è avvenuto in quattro tappe.

1989-1999: Il mondo unipolare e la retorica della pace

La caduta del muro di Berlino fu seguita da un’ondata di ottimismo. Francis Fukuyama nel suo saggio La fine della storia e l’ultimo uomo (1992; nuova edizione Utet, 2023) ipotizzò che la democrazia liberale avesse vinto la competizione ideologica del XX secolo. In Europa, la dissoluzione dell’Urss sembrò confermare l’idea che il conflitto tra nazioni fosse destinato a diventare un ricordo del passato. Anche quando le potenze occidentali ricorrevano alla forza, come accadde in Bosnia, Kosovo e in Somalia, si evitava scrupolosamente l’utilizzo del termine “guerra”. Si preferivano formule come «operazione di pace», «intervento umanitario», «missione di stabilizzazione». Nel 1999 Mary Kaldor, nel suo libro Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale (Carocci, 2001) descrisse queste dinamiche come il fenomeno delle “nuove guerre” spesso giustificate attraverso il linguaggio dell’umanitarismo o dell’ordine pubblico internazionale.

2001-2014: La globalizzazione del rischio

Gli attentati dell’11 settembre 2001 produssero una svolta tanto drammatica quanto repentina. La «guerra al terrorismo» inaugurò una retorica del conflitto permanente, in cui la sicurezza veniva ridefinita come contrasto a un rischio globale, diffuso e difficilmente identificabile. La prevenzione prese

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