Quattro anni di guerra in Ucraina. Putin credeva di fare un blitz per conquistarla in pochi giorni ma sappiamo quando i conflitti cominciano, non quando finiscono. Lo stesso pensava Trump. Credeva di portare la pace in 24 ore, ma la realtà, purtroppo, dice ben altro. Nel frattempo l’Ucraina è diventata terra di distruzione e laboratorio di guerra tecnologica, con sciami di droni, armi letali pilotate dall’Ai e nuovi scenari di guerra ibrida. Non è un videogioco. Centinaia di migliaia di persone, su entrambi i fronti, sono state uccise. Fra loro anche moltissimi civili ucraini, compresi bambini. Gigantesco è il numero dei feriti ucraini e dei mutilati a vita. Enormi sono le ferite psichiche che hanno subito e subiscono i bimbi, che sono andati a scuola a intermittenza e soffrono di disturbi post traumatici, come emerge dall’inchiesta di Giulio Alicanti. Condizioni altrettanto drammatiche vivono i bambini palestinesi sopravvissuti alle bombe, ai proiettili alle armi automatiche letali dell’Idf e poi alla fame, alla carestia e al freddo. Per molti di loro da anni non c’è più scuola, né casa, né genitori. Come approfondisce lo psichiatra Francesco Fargnoli in un’analisi a più ampio raggio sugli effetti sulla psiche in scenari di guerra.
Assorbiti come siamo dalle questioni di geopolitica, dalle nuove tensioni che percorrono il mondo, accese dalle pretese neo imperiali di Trump, Putin e Netanyahu (tensioni di cui ci occupiamo approfonditamente e con contributi autorevoli su questo numero per cercare di capire cosa ci aspetta), non vogliamo tuttavia perdere di vista l’immane tragedia umanitaria che si sta consumando sotto i nostri occhi in tanti Paesi dilaniati da guerre - dal Sudan, al Congo, dalla Palestina all’Ucraina. Attanagliati dall’incalzante susseguirsi di notizie di attualità rischiamo di non vedere più il genocidio e la pulizia etnica che stanno proseguendo a Gaza e in Cisgiordania dove avanzano con la violenza le occupazioni illegali dei coloni avallate dalla Knesset, il parlamento israeliano. A Gaza c’è stata una pseudo tregua, ma le uccisioni di civili sono continuate e il sedicente Board of peace presieduto da Trump di certo non ha nulla a che fare con una pace giusta e men che meno con una possibilità di autodeterminazione del popolo palestinese. Con tutta evidenza è solo l’ennesimo progetto colonialista e predatorio sulla pelle dei palestinesi.
«Quello che cerchiamo di fare è mostrare ciò che accade in Palestina bucando la nebbia della propaganda israeliana. Facciamo luce sulla condizione del nostro popolo. È mio compito mettere in luce anche le responsabilità legali, etiche e politiche dell’Italia, come leader in ambito internazionale, per porre fine all’occupazione», afferma l’ambasciatrice palestinese in Italia Mona Abuamara, intervistata da Stefano Galieni. Parole importanti, l’Italia batterà un colpo? Riportiamo e supportiamo la voce autorevole di una donna, importante figura istituzionale palestinese, che cerca di rompere l’omertà dell’ordine globale sul genocidio a Gaza.
Come sempre ci muoviamo in controtendenza con i media mainstream che vorrebbero convincerci che questa sia l’ora ineluttabile dei predatori (per dirla con il titolo di un efficace libro di Giuliano da Empoli pubblicato da Einaudi); che vogliono farci assuefare all’idea che questa sia ineluttabilmente l’ora di un mondo dominato dalla logica della forza e del predominio del più prepotente. A cominciare da quello degli ayatollah che fanno strage di chi protesta e da quello delle squadracce fasciste della polizia federale Usa, Ice, che uccidono a sangue freddo. Forti di molte indagini sul campo diciamo che non è vero che queste forze della repressione possano operare impunemente nel silenzio generale. Ciò che è accaduto in Iran con proteste di massa e con le più giovani generazioni in prima fila, a costo della vita, rappresenta un fatto storico, drammatico e insieme dirompente: ci dice che la domanda di laicità, libertà e democrazia che viene dalla popolazione civile non potrà più essere fermata da un potere militare oppressivo e oscurantista. La società civile iraniana è dinamica, preparata e proiettata verso il futuro. Il regime è un residuo del passato. La distanza è abissale. E se non sarà oggi, arriverà il tempo in cui gli iraniani potranno prendere in mano il proprio destino, senza intromissioni Usa, come ci dice il grande scrittore iraniano Kader Abdolah, che da decenni vive in esilio in Olanda dopo aver combattuto prima il regime dello Scià e poi quello degli ayatollah.
Ed è un fatto storico, incancellabile, quel che è accaduto a Minneapolis: l’intera cittadinanza si è riversata pacificamente per le strade, a temperature sotto zero e incurante delle minacce dell’Ice pur di protestare contro gli omicidi di Renée Good e di Alex Pretti. Due normali cittadini che in modo non violento proteggevano concittadini immigrati minacciati dalla polizia anti immigrazione usata da Trump come esercito privato. Nella città dove fu ucciso l’afro americano George Floyd da un agente di polizia, e che è stata la culla del movimento Black lives matters, è cresciuta ormai una solidarietà organizzata e diffusa, una potente cultura multietnica che nessun intervento repressivo potrà mai sradicare.
Qualcosa si muove anche in Europa. È vero, l’Europa nata a Ventotene come sogno - di antifascisti al confino - di un’unione di popoli senza fili spinati, sotto la guida di Von Der Leyen sta virando a destra, verso un riarmo, che nella parole della presidente dovrebbe trasformare l’Ue in un porcospino d’acciaio. È vero che il programma Defence Readiness 2030 punta a trasformare l’Europa in una insieme di nazioni armate fino ai denti. È vero che i singoli Stati nazionali dalla Germania all’Italia puntano a convertire l’industria dell’automotive in crisi in industria bellica. Tuttavia, per quanto il tabù della guerra sia caduto da tempo (pensiamo alle bombe “umanitarie” in Kosovo del 1999, agli attentati dell’11 settembre che hanno aperto alla guerra al terrorismo, all’annessione russa della Crimea ecc) l’opinione pubblica europea, come scrive Raffaele Crocco direttore dell’Atlante delle guerre, seppur frammentata, esprime una preoccupazione comune: che in nome di una insensata corsa al riarmo decisa d’imperio dai governi si sottraggano ulteriori risorse al lavoro, alla sanità, alla scuola, insomma, a diritti inalienabili. L’opposizione di sinistra che aspetta a unirsi facendo proprio questo diffuso sentiment popolare?
Quattro anni di guerra in Ucraina. Putin credeva di fare un blitz per conquistarla in pochi giorni ma sappiamo quando i conflitti cominciano, non quando finiscono. Lo stesso pensava Trump. Credeva di portare la pace in 24 ore, ma la realtà, purtroppo, dice ben altro. Nel frattempo l’Ucraina è diventata terra di distruzione e laboratorio di guerra tecnologica, con sciami di droni, armi letali pilotate dall’Ai e nuovi scenari di guerra ibrida. Non è un videogioco. Centinaia di migliaia di persone, su entrambi i fronti, sono state uccise. Fra loro anche moltissimi civili ucraini, compresi bambini. Gigantesco è il numero dei feriti ucraini e dei mutilati a vita. Enormi sono le ferite psichiche che hanno subito e subiscono i bimbi, che sono andati a scuola a intermittenza e soffrono di disturbi post traumatici, come emerge dall’inchiesta di Giulio Alicanti. Condizioni altrettanto drammatiche vivono i bambini palestinesi sopravvissuti alle bombe, ai proiettili alle armi automatiche letali dell’Idf e poi alla fame, alla carestia e al freddo. Per molti di loro da anni non c’è più scuola, né casa, né genitori. Come approfondisce lo psichiatra Francesco Fargnoli in un’analisi a più ampio raggio sugli effetti sulla psiche in scenari di guerra.
Assorbiti come siamo dalle questioni di geopolitica, dalle nuove tensioni che percorrono il mondo, accese dalle pretese neo imperiali di Trump, Putin e Netanyahu (tensioni di cui ci occupiamo approfonditamente e con contributi autorevoli su questo numero per cercare di capire cosa ci aspetta), non vogliamo tuttavia perdere di vista l’immane tragedia umanitaria che si sta consumando sotto i nostri occhi in tanti Paesi dilaniati da guerre – dal Sudan, al Congo, dalla Palestina all’Ucraina. Attanagliati dall’incalzante susseguirsi di notizie di attualità rischiamo di non vedere più il genocidio e la pulizia etnica che stanno proseguendo a Gaza e in Cisgiordania dove avanzano con la violenza le occupazioni illegali dei coloni avallate dalla Knesset, il parlamento israeliano. A Gaza c’è stata una pseudo tregua, ma le uccisioni di civili sono continuate e il sedicente Board of peace presieduto da Trump di certo non ha nulla a che fare con una pace giusta e men che meno con una possibilità di autodeterminazione del popolo palestinese. Con tutta evidenza è solo l’ennesimo progetto colonialista e predatorio sulla pelle dei palestinesi.
«Quello che cerchiamo di fare è mostrare ciò che accade in Palestina bucando la nebbia della propaganda israeliana. Facciamo luce sulla condizione del nostro popolo. È mio compito mettere in luce anche le responsabilità legali, etiche e politiche dell’Italia, come leader in ambito internazionale, per porre fine all’occupazione», afferma l’ambasciatrice palestinese in Italia Mona Abuamara, intervistata da Stefano Galieni. Parole importanti, l’Italia batterà un colpo? Riportiamo e supportiamo la voce autorevole di una donna, importante figura istituzionale palestinese, che cerca di rompere l’omertà dell’ordine globale sul genocidio a Gaza.
Come sempre ci muoviamo in controtendenza con i media mainstream che vorrebbero convincerci che questa sia l’ora ineluttabile dei predatori (per dirla con il titolo di un efficace libro di Giuliano da Empoli pubblicato da Einaudi); che vogliono farci assuefare all’idea che questa sia ineluttabilmente l’ora di un mondo dominato dalla logica della forza e del predominio del più prepotente. A cominciare da quello degli ayatollah che fanno strage di chi protesta e da quello delle squadracce fasciste della polizia federale Usa, Ice, che uccidono a sangue freddo. Forti di molte indagini sul campo diciamo che non è vero che queste forze della repressione possano operare impunemente nel silenzio generale. Ciò che è accaduto in Iran con proteste di massa e con le più giovani generazioni in prima fila, a costo della vita, rappresenta un fatto storico, drammatico e insieme dirompente: ci dice che la domanda di laicità, libertà e democrazia che viene dalla popolazione civile non potrà più essere fermata da un potere militare oppressivo e oscurantista. La società civile iraniana è dinamica, preparata e proiettata verso il futuro. Il regime è un residuo del passato. La distanza è abissale. E se non sarà oggi, arriverà il tempo in cui gli iraniani potranno prendere in mano il proprio destino, senza intromissioni Usa, come ci dice il grande scrittore iraniano Kader Abdolah, che da decenni vive in esilio in Olanda dopo aver combattuto prima il regime dello Scià e poi quello degli ayatollah.
Ed è un fatto storico, incancellabile, quel che è accaduto a Minneapolis: l’intera cittadinanza si è riversata pacificamente per le strade, a temperature sotto zero e incurante delle minacce dell’Ice pur di protestare contro gli omicidi di Renée Good e di Alex Pretti. Due normali cittadini che in modo non violento proteggevano concittadini immigrati minacciati dalla polizia anti immigrazione usata da Trump come esercito privato. Nella città dove fu ucciso l’afro americano George Floyd da un agente di polizia, e che è stata la culla del movimento Black lives matters, è cresciuta ormai una solidarietà organizzata e diffusa, una potente cultura multietnica che nessun intervento repressivo potrà mai sradicare.
Qualcosa si muove anche in Europa. È vero, l’Europa nata a Ventotene come sogno – di antifascisti al confino – di un’unione di popoli senza fili spinati, sotto la guida di Von Der Leyen sta virando a destra, verso un riarmo, che nella parole della presidente dovrebbe trasformare l’Ue in un porcospino d’acciaio. È vero che il programma Defence Readiness 2030 punta a trasformare l’Europa in una insieme di nazioni armate fino ai denti. È vero che i singoli Stati nazionali dalla Germania all’Italia puntano a convertire l’industria dell’automotive in crisi in industria bellica. Tuttavia, per quanto il tabù della guerra sia caduto da tempo (pensiamo alle bombe “umanitarie” in Kosovo del 1999, agli attentati dell’11 settembre che hanno aperto alla guerra al terrorismo, all’annessione russa della Crimea ecc) l’opinione pubblica europea, come scrive Raffaele Crocco direttore dell’Atlante delle guerre, seppur frammentata, esprime una preoccupazione comune: che in nome di una insensata corsa al riarmo decisa d’imperio dai governi si sottraggano ulteriori risorse al lavoro, alla sanità, alla scuola, insomma, a diritti inalienabili. L’opposizione di sinistra che aspetta a unirsi facendo proprio questo diffuso sentiment popolare?




