La nomina di Stanley Richards a commissario del New York City Department of Correction da parte del neo-sindaco Zohran Mamdani non è una semplice scelta amministrativa: è un gesto politico che sposta il baricentro del discorso sulle carceri negli Stati Uniti. Richards è il primo ex detenuto a guidare il sistema penitenziario cittadino. Negli anni Ottanta scontò otto anni per rapina a Rikers Island; uscì nel 1991 e scelse di non limitarsi a “rifarsi una vita”. Optò per rientrare nel mondo che lo aveva espulso per cambiarlo, lavorando a lungo con la Fortune Society e diventando una figura centrale del riformismo penale newyorkese.
Affidargli la direzione di un apparato che gestisce uno dei luoghi più controversi d’America – Rikers -, simbolo di sovraffollamento, violenza e fallimento istituzionale – significa dichiarare che l’esperienza vissuta dentro il carcere non è una macchia, ma una competenza politica. Non un pentimento privato, bensì una risorsa pubblica. Mamdani scommette su una trasformazione dall’interno di un sistema costruito per punire e contenere più che per riparare e reintegrare, in un contesto in cui gran parte delle persone detenute è ancora in attesa di processo.
Questa scelta si inserisce nel filone riformista della giustizia penale americana: non un maquillage umanitario, ma il tentativo di ripensare il rapporto tra Stato, sicurezza e pena. Riformare, qui, significa ridurre l’uso della segregazione, migliorare le condizioni materiali e le relazioni quotidiane, creare percorsi credibili di reinserimento e spezzare il circuito tra marginalità sociale e incarcerazione. Richards incarna questa prospettiva proprio perché conosce il carcere non solo come esperto: lo conosce come persona che lo ha attraversato.
È però necessario distinguere questa linea riformista dall’orizzonte abolizionista. Autrici e movimenti come Angela Davis o Critical Resistance non mirano a un carcere più umano. Il loro obiettivo è il superamento del carcere come istituzione, ritenuta strutturalmente violenta e intrecciata al “prison-industrial complex”. Una critica radicale e preziosa, che costringe a interrogarsi sulle radici sociali della punizione e sulle alternative comunitarie alla detenzione.
Tuttavia, la nomina di Richards mostra che esiste anche un’altra strada: quella della politica praticabile, che agisce dentro le contraddizioni del presente senza attendere una trasformazione totale della società. Non è un tradimento dell’ideale abolizionista; è il terreno su cui si possono salvare vite qui e ora, ridurre violenze reali e aprire spazi di dignità in un sistema che non scomparirà domani.
Il confronto con l’Italia aiuta a capire meglio la posta in gioco. Negli Stati Uniti il sistema è frammentato, iper-punitivo e segnato da decenni di “law and order”. In Italia, almeno sulla carta, l’articolo 27 della Costituzione assegna alla pena una funzione rieducativa. Eppure anche qui la distanza tra principio e realtà è vasta. Proprio per questo la vicenda di Richards risuona anche da noi: mostra che il cambiamento passa spesso da figure ibride e scomode, che abitano il confine tra dentro e fuori.
In questo senso, Richards non è il volto di un’utopia che abolisce il carcere. È piuttosto il simbolo di una speranza concreta che rende la prigione meno brutale e più giusta. L’abolizionismo resta un orizzonte necessario — una stella polare di natura politica che impedisce di naturalizzare l’esistente. Ma la politica vive nel cammino quotidiano, non nella perfezione del traguardo.
E oggi, a New York, quel cammino passa per un ex detenuto al timone di Rikers: un segno che anche dentro le istituzioni più dure possono aprirsi crepe da cui filtra un’idea diversa di giustizia.
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foto di Mamdani wk commons




