Giorgia Meloni porta l’Italia dentro il “Board of Peace” voluto da Donald Trump. La formula scelta è quella dell’osservatore. Una presenza senza adesione formale al trattato, spiegano da Palazzo Chigi. Un modo per restare al tavolo evitando l’impatto diretto con l’articolo 11 della Costituzione, che consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità e per finalità di pace e giustizia tra le nazioni.
La premier lo aveva indicato come ostacolo. Poi, da Addis Abeba, ha annunciato la partecipazione italiana: «Siamo stati invitati come Paese osservatore» e «penso che risponderemo positivamente». L’invito è arrivato il giorno prima. La decisione è maturata in poche ore. Intanto il governo prende le distanze dalle critiche europee al progetto trumpiano e lavora per coinvolgere altri Paesi dell’Unione.
La distinzione pesa. Il limite evocato è quello tecnico, come se la politica fosse un orpello. Come se, superato l’ingombro formale, l’adesione potesse diventare naturale. l’Italia quindi si siede a un tavolo costruito fuori dai meccanismi multilaterali esistenti, contribuendo a legittimare un’architettura alternativa che divide l’Europa e alleandosi di fatto con chi da mesi si adopera per distruggere il diritto internazionale.
Conviene ricordarsene quando questo stesso governo vuole aprire il cantiere delle riforme costituzionali con il prossimo referendum. Se la Costituzione è percepita come un intralcio e non come una bussola, il rischio non è solo cambiare un articolo. È cambiare il rapporto tra il potere e il limite che lo contiene.
Buon lunedì.




