L'avviso a comparire notificato a Miriam Caroccia non è un aggiornamento burocratico

Diciassette dicembre 2024. A Biella, davanti a un notaio, sei persone costituiscono la “Le 5 Forchette”. Tra loro Delmastro e Miriam Caroccia, diciottenne figlia del prestanome condannato del clan Senese. Lo sappiamo, certo, ma c’è una novità: secondo la procura di Roma, è quel momento il punto d’innesco del reato: da quella data inizia il riciclaggio di capitali mafiosi.

L’avviso a comparire notificato a Miriam Caroccia non è un aggiornamento burocratico. È il salto di qualità che trasforma mesi di ipotesi in imputazione formale: la Bisteccheria d’Italia avrebbe permesso al clan di reinvestire capitali illeciti, rafforzare la propria posizione territoriale e sottrarre beni a misure ablatorie. Sporchi, scrivono i pm, erano i soldi con cui i Caroccia si sarebbero attribuiti fittiziamente il cinquanta per cento della società. Sporchi anche i capitali nella fase di avviamento.

Giorgia Meloni aveva detto “leggerezza”. Ogni giorno quella parola costa di più. Nel locale che la procura sospetta fosse un nodo di riciclaggio, i vertici del Dap erano stati fotografati a cena. Delmastro era ancora presente a fine gennaio 2026, mesi dopo aver ceduto le quote. E lui, in quel periodo, aveva la delega proprio al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, cioè al cuore del sistema carcerario: quello stesso sistema per cui nel febbraio 2025 era stato condannato in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio.

La commissione Antimafia, con voto unanime che include Fratelli d’Italia, ha approvato un ciclo di audizioni: procura di Roma, forze dell’ordine, Dap, scorta. E Delmastro stesso. “Leggerezza” attende ancora una definizione giuridica.

Buon martedì.

Foto di Immo Wegmann su Unsplash