Martedì nel Mediterraneo sono morti in trentotto. Diciannove a Lampedusa, partiti dalla Libia su un barchino trasformato dalla tempesta in una trappola: corpi accatastati uno sull’altro, bambini in condizioni disperate. Cinque i sopravvissuti, ancora incapaci di raccontare. Altri diciannove nell’Egeo, un gommone rovesciato davanti a Bodrum: fra le vittime un neonato, rifugiati afghani in fuga dall’Iran. Alla Sava, al confine tra Bosnia e Croazia, i dispersi non si contano ancora. Giornata nera, come si dice. Poi si gira pagina.
Intanto Sea-Watch deve giustificarsi. Il 31 marzo Fratelli d’Italia ha pubblicato un post per celebrare la multa di diecimila euro e il fermo venti giorni comminati alla Sea-Watch 3 per aver attraccato in un porto diverso da quello assegnato. “Furore ideologico”, lo definiscono. Giorgia Linardi, portavoce dell’Ong, ha replicato che quel porto era il più vicino, raggiunto in stato di necessità dichiarato per sottrarre le persone soccorse a quello che chiama “un atto di tortura di Stato”: giorni inutili di navigazione a persone appena sopravvissute al rischio di morire in mare. Il diritto internazionale, per Sea-Watch, viene prima della legge italiana. Per Fratelli d’Italia è propaganda.
Il partito che ha perso il referendum sulla separazione delle carriere, respinto dal 53,56% degli italiani il 23 marzo, si consola attaccando chi salva le persone. Scottato dall’esito del voto, usa il soccorso in mare per attaccare la magistratura che continua a dar torto alle sue politiche migratorie. I morti restano silenzio. E il silenzio, in questo Paese, si chiama normalità.
Buon giovedì.




