Siamo nella Londra del 1895: una città già attraversata dall’elettricità, dai battelli a vapore che solcano il Tamigi, dalla ferrovia che taglia in due la metropoli e dalla dinamite. Ogni domenica, a Trafalgar Square, gli anarchici di tutto il mondo si danno appuntamento per discutere, complottare, sognare un’altra società. Tra loro c’è Errico Malatesta, l’anarchico più ricercato d’Europa: l’uomo che le autorità hanno condannato a morte tre volte, che ha conosciuto il carcere e l’esilio, e che fino all’ultimo continuerà a combattere il potere con «le sue qualità di parlatore intelligente e combattivo che cerca di persuadere con calma, e mai con linguaggio violento». Qual è la sua colpa? Come Ulisse, Malatesta ha osato oltrepassare le colonne d’Ercole, eludendo le trappole del potere e infrangendo le «regole di gioco dei nuovi dei, padroni del mondo e del capitale, seduti sugli scranni dell’inimicizia e dell’ingiustizia sociale». «L’uomo dalle nove vite», come lo chiamano gli agenti di Scotland Yard, ha già alle spalle quarantadue traslochi, evasioni leggendarie, nomi di fantasia per non farsi identificare ai controlli, passaggi clandestini attraverso mezza Europa, oltre a un innegabile talento nel far sparire dietro di sé ogni traccia per rinascere altrove. È un anarchico senza dogmi, un rivoluzionario che si muove con la grazia di un dandy: capace di trasformare ogni gesto, ogni fuga, perfino ogni errore, in qualcosa che abbia una forma, un ritmo, un senso. Anche nella sua forma più privata, l’anarchico mostra sempre la propria umanità. Ai carabinieri venuti ad arrestarlo, Malatesta parla delle loro madri lontane, delle madri operaie che stanno in ansia per i figli. E i carabinieri, inteneriti, se ne vanno a mani vuote. È l’uomo che, quando prende la parola, la sua voce diventa “dinamite”, demolendo gli avversari senza perdere la calma e senza acrimonia, con la parola gentile e il suo fare affabile.
Quella di Malatesta è una vita da romanzo, vissuta pericolosamente che attraversa un’intera epoca a cavallo tra due secoli. «La Storia a volte si racconta meglio scrivendo di coloro che l’hanno attraversata audacemente».
L’amico spagnolo (Exorma), il romanzo di Francesco Forlani candidato al premio Strega, si inserisce in una tradizione narrativa che va da Bolaño a Sebald, da Tabucchi a Carrère, in cui l’indagine storica si intreccia con la deriva personale e il documento d’archivio finisce per dialogare con il sogno.
Romanzi-inchiesta che mettono in scena la vertigine della ricerca stessa. Ma più che una ricostruzione storica in senso stretto, quella che prende forma è una narrazione fatta di incontri, spostamenti e scarti, dove il passato resta sempre parzialmente inafferrabile, i suoi fantasmi diventano tracce da seguire. Forlani – scrittore poliedrico ed intellettuale eclettico – costruisce un racconto che si muove tra luoghi, lingue e memorie, da Parigi a Saragozza, sulle tracce dell’uomo dalle nove vite.
A condurre l’indagine, più di un secolo dopo, è Franck, intellettuale nomade e scrittore in residenza, chiamato a ricostruire la gira di propaganda che Malatesta compie in Spagna tra il 1891 e il 1892, insieme al fedele Pedro Esteve, “l’amico spagnolo” che dà il titolo al romanzo. Come nei Detectives selvaggi di Bolaño, dove Ulises Lima e Arturo Belano cercano la misteriosa poetessa perduta Cesárea Tinajero, considerata la «madre del realismo viscerale», o come in 2666, dove i critici inseguono il fantasma di Benno von Arcimboldi, anche qui la ricerca si sdoppia, si moltiplica, diventa labirinto, mise en abyme. Perché Malatesta è ovunque e in nessun luogo: a Londra nascosto in una cassa di macchine da cucire, a Lampedusa immortalato in una fuga rocambolesca, a Paterson nel New Jersey tra i tessitori italiani, in Patagonia a cercar l’oro.
Il dandy anarchico e l’arte della fuga
Malatesta – con la sua coerenza “mostruosa”, i suoi quarantadue traslochi, le sue identità multiple (Francesco, Rinaldo Rinaldini, Blanchi, Emilio Morelli, Ugo Piras) – non è un rivoluzionario nel senso ottocentesco del termine, ma una sorta di dandy anarchico che fa della propria vita un’opera d’arte totale, dove non c’è distinzione tra privato e pubblico, tra gesto politico e scelta estetica. Come Franck stesso, trent’anni di nomadismo alle spalle, che attraversa l’Europa di residenza in residenza (Ponza, Cognac, la Corsica, Saragozza), musicista con la fisarmonica, professore precario, “saltimbanco” per stato civile, “chierico vagante” in patrie lettere per amore.
Il parallelismo tra l’anarchico storico e lo scrittore contemporaneo è continuamente suggerito, attraverso un gioco di riflessi che struttura la narrazione. Entrambi condividono il nomadismo come condizione ontologica («il cammino si fa andando», recitano i versi di Antonio Machado), l’avversione per il culto della personalità, una fedeltà incrollabile all’idea di libertà declinata come movimento perpetuo. Quando Franck si chiede ossessivamente «come fare per far durare l’amore», sta in realtà interrogando la possibilità stessa di un’appartenenza che non diventi prigione, che non si trasformi in una gabbia. La risposta arriverà solo alla fine, attraverso Marioara, come Ma-ríoara Tiron, la poetessa, la “gitana” che deve sparire, rompere ogni legame per sopravvivere: non si tratta di far durare l’amore, ma di essere “liberatori di farfalle”, essere tramite, interregno anziché collezionisti.
Il romanzo è strutturato come un rizoma, per usare la metafora deleuziana tanto cara agli anarchici: cinque quaderni che si aprono e si chiudono, si interrompono e si riprendono, mescolando piani temporali (il 1891 di Malatesta, il presente di Franck, i continui flashback e flashforward), registri narrativi (cronaca, saggio, epistola, poesia), voci narranti. È un “manoscritto trovato a Saragozza” contemporaneo, che dialoga esplicitamente con quello di Jan Potocki – altro aristocratico in fuga, altro viaggiatore ossessivo, altro costruttore di labirinti narrativi – fino a farne una chiave di lettura metaforica. Come nel capolavoro di Potocki, dove Alphonse van Worden si perde tra zingare seduttrici e storie cinesi, anche qui la narrazione procede per digressioni e il romanzo presenta una struttura a scatole cinesi in cui il racconto principale è inframezzato da altre storie narrate da altri personaggi.
Si passa da un’evasione di Malatesta a un aneddoto su Gaetano Bresci (il regicida partito da Paterson con revolver e macchina fotografica per vendicare le vittime dei cannoni del generale Bava Beccaris), da una conferenza sul Manoscritto di Potocki a una gita scolastica sui luoghi della guerra civile, dalla Torre de los italianos (sacrario dove fascisti e anarchici giacciono mescolati, in pieno regime di Franco) a una fuga attraverso i Pirenei che ricorda quelle delle golondinas, le “rondinelle”, le operaie che andavano a lavorare in Francia.
L’Europa degli anarchici
Ma il fulcro del romanzo resta l’Europa degli anarchici di fine Ottocento – inizio Novecento: un’Europa fatta di reti clandestine, di riviste stampate in scantinati, di indirizzi cifrati, di solidarietà che attraversano le frontiere. Il romanzo restituisce con precisione documentaria questo universo: le conferenze a Paterson dove Malatesta distribuisce paste ai bambini poveri invece di venderle; le sere a Londra quando lui ed Emma Goldman e Maria Roda discutono di amore libero; i circoli anarchici di Barcellona e Jerez; le fabbriche di tabacco cubane dove un operaio legge ad alta voce Bakunin mentre gli altri arrotolano sigari.
Emerge un mondo di ossessioni, dalla giustizia sociale a quella per le biciclette (Malatesta idolatra Maurice Garin, vincitore del primo Tour de France), per la tipografia (le riviste come La Questione Sociale, Umanità Nova), per l’amore libero inteso non come promiscuità ma come rifiuto della proprietà sui corpi.
Le donne che attraversano queste pagine – Virgilia D’Andrea, Maria Roda, la giovanissima scrittrice e traduttrice Olivia Rossetti, che diventerà amica di Ezra Pound, che la citerà nei Cantos, la misteriosa Maria Rygier Corradi (la “Gavroche” italiana), fino alla contemporanea Marioara/Marina – sono tutte creature «pericolosamente vissute», per usare l’espressione cara a Malatesta. Donne che scelgono, che combattono, che pagano a caro prezzo la propria libertà. Maria Roda che a quindici anni tiene testa in tribunale al giudice; Ada Negri che scrive versi incendiari; Rosa, l’ex compagna di Franck, che torna in Corsica per ritrovare sé stessa.
Il sogno della ragione
C’è un’immagine che attraversa tutto il libro come un leitmotiv: El sueño de la razón produce monstruos, l’acquaforte più famosa dei celebri Caprichos di Goya che Franck visita al museo di Saragozza. In spagnolo (come in napoletano) sueño significa sia “sonno” sia “sogno”. Il sonno della ragione genera mostri, certo, ma il sogno della ragione – quello degli anarchici, dei rivoluzionari, degli utopisti – cosa genera? Forse altre forme di mostruosità (il terrore, il dogmatismo)? forse la consapevolezza che «l’anarchia non può avvenire che a poco a poco, crescendo, gradualmente in intensità e in estensione»?
Malatesta difende sempre la “propaganda del fatto” ma la subordina all’amore per l’umanità. In una pagina folgorante, Franck riporta l’episodio del comizio a San Giovanni in Persiceto, quando Malatesta invece di far cacciare i carabinieri venuti ad arrestarlo, parla loro delle madri lontane che aspettano notizie, delle madri operaie che temono per i figli. E i carabinieri, commossi, se ne vanno. È questa la famigerata “dinamite” di Malatesta: non l’esplosivo, ma la parola che fa crollare le barriere, che ricorda ogni volta che «il povero morto potrebbe dire: Ma che, io sono la società?».
Il romanzo mescola finzione e documento, inserisce foto, manifesti, estratti di rapporti di polizia (gli informatori che seguono Malatesta sono personaggi a loro volta: Virgilio/Belelli ha persino una faccia, quella di un funzionario incontrato alla Biblioteca Calvino di Parigi). La lingua si muove tra italiano, francese, spagnolo, e persino napoletano “lingua universale” – Franck è uno scrittore “senza patria” o, meglio, con troppe patrie, che parla la lingua rizomatica degli europei nomadi. Le traduzioni, gli slittamenti semantici, i malintesi linguistici non sono incidenti ma sostanza: rivelano un’identità plurale, in costante traduzione.
La domanda che Franck si porta dentro – «come fare per far durare l’amore» – è in realtà un pretesto per la vera domanda, quella che attraversa tutto il libro: come vivere liberi in un mondo di muri, confini, identità obbligate? Come restare fedeli a un’idea senza trasformarla in ideologia? Come possono orientarci nel mondo le nostre idee senza tradire la natura del destino? Come amare senza possedere, appartenere senza imprigionarsi? «Amare tutti» certo «è come non amare nessuno», si ripete la frase di Malatesta, e ora Franck sa più che mai che con la perdita di Rosa, venendo meno lei, viene meno l’umanità tutta intera. Ma anche questa consapevolezza non può bastare per restare fedele all’unico comandamento che si è imposto: mourir vivant. «Qualunque cosa facesse, in qualunque paese si trovasse o lingua parlasse, la sua unica condizione sarebbe stata sentirsi vivo, sempre». Attraversare fino in fondo l’inquietudine significa allora continuare a tenere aperta la domanda sul mistero dell’amore e dell’amicizia.
Malatesta, morendo nel 1932 dopo dieci anni di confino fascista, lascia un testamento morale in una frase: «Non si scrive la storia mentre il combattimento è in pieno corso». Ma l’autore ci dimostra che forse è proprio questo che bisogna fare: scrivere mentre si combatte, raccontare mentre si fugge, testimoniare mentre si tradisce e ci si lascia tradire. Perché «Il viandante ansioso di varcare il torrente getta pietre una sull’altra, nel profondo dell’acqua, poi posa sicuro il suo piede sulle ultime che affiorano, perché sa che quelle scomparse nel gorgo sosterranno il suo peso».
L’amico spagnolo è una di queste pietre. E come le vite di Malatesta e dei suoi compagni, come quelle piramidi su cui Potocki trascrisse i versi del poeta Jacques Delille durante il suo viaggio in Egitto, «la loro massa indistruttibile ha affaticato il tempo». Così Franck e Antoine – e con loro tutti i nomadi, gli anarchici, i viandanti senza patria – faranno con la distanza: resisterle, affaticarla, renderla impotente di fronte all’amicizia. Perché ci sono legami che nessun confine può spezzare, e memoria che nessun esilio può cancellare.
Malatesta sembra raccogliere e radicalizzare una linea di libero pensiero che passa per Giordano Bruno: un pensiero non sistematico, non addomesticabile, irriducibile a dottrina. È ancora possibile, oggi, un pensiero davvero libero, che non venga catturato né dal potere né dal mercato?
L’autore: Luigi Toni è insegnante e giornalista. Vive e lavora a Parigi. Collabora alla redazione di Orient XXI