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“Bauhaus”, anatomia di un inferno domestico. Il nuovo romanzo di Gianfranco Di Fiore

Bauhaus, l’ultimo romanzo di Gianfranco Di Fiore pubblicato da Readerforblind, offre diversi piani di lettura e intreccia svariati temi. Se consideriamo uno degli aspetti prevalenti del libro, cioè il motivo della casa e dell’abitare, può senz’altro essere definito romanzo dell’altrove. Il protagonista, uno scrittore, lascia l’Italia per cercare lavoro in Irlanda. Viene ospitato dal cugino Mauro e dalla moglie Olivia in una villa a Enniskerry (un Paese non lontano da Dublino), dove vige un ordine maniacale, ossessivo, a cui sono soggetti i cinque figli della coppia, Sara e Gema, due ragazze spagnole che li aiutano nella gestione dei bambini e della casa, e ora lui. In questa dimora, che assomiglia più a un acquario o a un laboratorio che a un rifugio, e in cui ci si orienta con le scie verdi delle luci d’emergenza, l’ossessione architettonica di Mauro si traduce in una vera e propria biopolitica domestica. Siamo davanti alla riduzione dell’essere umano a puro dato statistico e biologico. L’educazione non è cura, ma calcolo: i corpi dei bambini sono disciplinati attraverso grammature precise di cibo e braccialetti conta-passi elettronici che impongono dodici chilometri di cammino quotidiano. Chi fallisce gli obiettivi o sgarra sui broccoli viene punito con corse forzate sotto la pioggia o relegato su una sedia al buio. Di Fiore descrive magistralmente questi «piccoli topi da laboratorio» assoggettati a una pedagogia produttiva che soffoca ogni imprevisto vitale. Questa esperienza si trasforma presto in una sorta di inferno, poiché il protagonista rigetta quella che ritiene una forma di vero e proprio autoritarismo, tanto da arrivare a discutere ferocemente con il cugino. Si diceva in apertura che molteplici sono i temi che si snodano lungo le pagine di questo bel romanzo di Di Fiore e che ruotano intorno al concetto di casa. Intanto, c’è proprio in apertura il tema del distacco: «Non so mai perché lascio la mia terra, la mia famiglia, il calore pagano delle spiagge di Paestum». Si inizia così con una perdita, con una mancanza, con un forte sradicamento che proiettano l’esperienza dello scrittore nella dimensione della crisi: una crisi di identità e una crisi di scrittura. Una sorta di spaesatezza che rende la vita del protagonista difficile, agra. Il contrasto geografico riflette quello interiore: il Sud luminoso, disordinato e autentico viene contrapposto a un’Irlanda gelida, dove la pioggia fa sprigionare «il fetore dell’asfalto e dell’erba». Anche la ricerca di un lavoro a Dublino non ottiene grandi risultati, e il protagonista deve accontentarsi dell’impiego come cleaner in un hotel di Enniskerry, metafora di un’altra condizione di sottomissione sociale. In questo non-luogo sotterraneo, egli subisce la definitiva perdita d’identità: per i colleghi diventa semplicemente «John», un pipistrello vestito di nero che vaga in cunicoli ammuffiti e “gabbie per cani” senza finestre. È la discesa negli inferi del precariato moderno, dove la dignità umana viene spazzata via insieme alla polvere delle stanze d’albergo. Dunque, questa frattura esistenziale, questa dolorosa ricerca di una casa più che geografica interiore è il vero leitmotiv del romanzo. Il suo unico rifugio è la mansarda della villa in cui non può fare altro che scrivere, «scrivere la mia dissoluzione».  In questo contesto, la scrittura di Di Fiore si fa essa stessa protagonista, come forma e contenuto della storia narrata. Il monologo dello scrittore in crisi rende perfettamente la condizione di estraneità che vive sulla sua pelle, e che altri come lui sperimentano in quel pezzo di mondo che provano, senza riuscirci, ad abitare. Questa ricerca di appartenenza trova un contrappunto nelle figure femminili: Sara e Gema, con cui il protagonista solidarizza in cerca di un briciolo di calore umano; e Tamara, con cui il desiderio di “essere parte” di qualcosa esplode in un sesso rabbioso, unico atto di rivolta contro il grigiore circostante. In fin dei conti, lo sguardo del protagonista è quello dell’heimatlos, del senza patria, la cui condizione di esiliato tende costantemente all’utopia. E del resto sin dal titolo, Bauhaus, il libro sottolinea il concetto filosofico dell’abitare, richiamato poi in modo circolare dall’ultimo capitolo del romanzo, Hausbau. E mentre scrive lettere d’amore a Lodovica, il suo unico sostegno lo riceve dai suoi amati scrittori (Kerouac, Márai) e dai suoi amici italiani: Sandro, altro scrittore dalla vita agra, e Mario, che andrà a trovarlo a Dublino e che non a caso dirà: «Lui deve scrivere, Tamara. Non può vivere qui, non può stare da nessuna parte. La scrittura è la sua casa». Quella di Di Fiore è una scrittura anatomica, precisa, che rende questo libro densissimo nonostante la sua estensione. Una scrittura viscerale che rappresenta un viaggio nel viaggio e che mantiene sempre una tensione estrema, rendendo l’opera un necessario inciampo in un momento di preoccupante omologazione editoriale.

L’autore: Pierluigi Barberio è docente e autore del libro Luciano Bianciardi. Scrittore e uomo libero (Momo edizioni), con Illustrazioni di Marco Petrella.

 


Il governo degli impostori, oltre al letto di Piantedosi

Il 19 gennaio 2025 l’Italia arrestava a Torino Njeem Osama Almasri Habish, generale libico accusato di crimini di guerra e contro l’umanità. Due giorni dopo lo rimpatriava su un aereo di Stato, senza informare la Corte penale internazionale. Oggi la Cpi ha ufficializzato il deferimento dell’Italia all’Assemblea degli Stati Parte: è la procedura per gli Stati che non cooperano con la giustizia internazionale.

Intanto i giornali parlano d’altro. La relazione tra Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, e una giornalista trentaquattrenne, i possibili incarichi di favore, la versione del Viminale che preferisce il “no comment”. Cose che meritano attenzione, del resto. Solo che c’è una proporzione da tenere.

Il caso Almasri non è uno scandalo di costume. Il governo ha rimpatriato un torturatore su un aereo di Stato. I procedimenti a carico di Carlo Nordio, Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano sono stati poi archiviati dal Parlamento. La prossima settimana la Camera voterà se sollevare un conflitto di attribuzione alla Consulta per blindare Giusi Bartolozzi, già capo di gabinetto di Nordio, a cui la Procura di Roma ha appena chiesto il rinvio a giudizio per false informazioni ai pm. Fu lei, emerge dagli atti, a gestire il dossier in prima persona, chiedendo “massimo riserbo” e “niente mail o protocollo”. Insomma, il Parlamento vuole erigerle uno scudo.

A dicembre, a New York, l’Assemblea degli Stati Parte della Cpi giudicherà l’Italia. Saremo al punto 21 dell’ordine del giorno. Questo è il Paese che la presidente Meloni ha deciso di essere.

Buon venerdì.

Chi ha paura dei giovani che sanno dire NO

Il tema della pace è questione cardine. In occasione di questo importante 25 aprile 2026, purtroppo ferito da scenari di guerra sempre più estesi, torniamo a ribadirlo riflettendo sulla forza dirompente dell’articolo 11 della nostra Costituzione antifascista che «ripudia la guerra». Non si limita a rifiutarla. Lo facciamo con l’aiuto di costituzionalisti come Anna Falcone, e sociologi come Gianluca Passarelli che rilegge il Manifesto di Ventotene, documento fondativo di un’Europa nata contro i fili spinati e pensato con straordinaria vitalità e capacità di immaginare da un gruppo di antifascisti costretti al confino.

Lo facciamo con lo sguardo rivolto al presente. Raccontando cosa succede in tanti Paesi nel mondo che scelgono la pace e la difendono, investendo su welfare, scuola, sanità, ricerca, coesione e giustizia sociale. Di questi Paesi e del fatto che gran parte del mondo vive in pace non si parla mai, o se ne parla troppo poco, probabilmente perché si smaschererebbe la falsa narrazione – propalata ogni giorno dal governo Meloni ma anche purtroppo dai vertici Ue – della guerra come destino ineluttabile, della pace che si può ottenere solo preparandosi alla guerra, della violenza come natura umana. Tuttavia, a dispetto di questa propaganda e delle mire neo imperialiste e neocoloniali di Trump, Putin e Netanyahu, nel mondo c’è chi dice no.

Lo racconta, dati alla mano, l’inchiesta di Federico Tulli a partire dal Global peace index che stila la classifica dei Paesi più pacifici (i primi 8 su 10 sono europei), ma spiega anche come sono arrivati a ottenere questo riconoscimento e cosa stanno facendo in questo difficilissimo contesto per preservare la pace interna e le relazioni internazionali. Nei primi posti della classifica non c’è la Cina di Xi Jinping, tuttavia il gigante asiatico presenta chiari segnali di differenza dagli altri grandi attori internazionali che hanno provocato i conflitti in Medio Oriente e in Ucraina. E si prepara a una svolta che potrebbe incidere notevolmente, in positivo, sulla qualità della vita dei cinesi (17% della popolazione mondiale), con riverberi anche sulla dimensione internazionale del Paese, come ricostruisce nella autorevole analisi il sinologo Federico Masini.

Ma veniamo all’Italia. Un NO forte e chiaro a chi vorrebbe stravolgere la nostra Costituzione è arrivato dai 15 milioni di cittadini che hanno bocciato la controriforma della magistratura. A fare argine a un passaggio chiave del mandato di Giorgia Meloni, preludio alla riforma della legge elettorale che prevede uno sconsiderato premio di maggioranza e al cosiddetto “premierato forte” (ma anche alla Autonomia differenziata), è stata la partecipazione al voto dei giovani, ampia, significativa, consapevole, orientata per il NO. Quasi sette under 28 su dieci sono andati a votare. Altro che indifferenza. Altro che generazione “sdraiata”. Il voto per il No che arriva da studentesse e studenti, da giovani lavoratori e lavoratrici, da quella parte di Paese che troppo spesso viene raccontata come assente, è invece il segno di una presenza viva, critica, capace di prendere parola quando è in gioco l’architettura democratica. Una partecipazione che ha provocato la reazione scomposta di tanti esponenti di centrodestra, del governo e dei loro giornalisti di riferimento. A cominciare dal direttore di Libero Mario Sechi, ex portavoce di Giorgia Meloni, che ha offeso un’intera generazione, tacciando i giovani – “rei” di aver votato e di aver votato in massa NO – di essere immaturi, manipolati dai loro insegnanti (di sinistra, ovviamente). Per poi arrivare a dire che i giovani, dal suo punto di vista, sono irrilevanti. La destra non solo ha mancato di rispetto a chi ha partecipato, ma dimostra anche tutta la sua impotenza e incapacità di interrogarsi sulle ragioni profonde di quella scelta di voto. Eppure, quelle ragioni sono sotto gli occhi di chiunque voglia guardare.

I giovani del “No” sono gli stessi che negli ultimi mesi hanno riempito le piazze per la pace, che hanno dato corpo e voce a mobilitazioni pro-Palestina, che hanno denunciato con forza l’ipocrisia di un ordine internazionale incapace di fermare le guerre. Sono gli stessi che da anni animano le lotte contro la crisi climatica, che chiedono giustizia ambientale e sociale, che non accettano più rinvii né compromessi al ribasso. Sono, in altre parole, una generazione che pratica la politica, anche quando la politica istituzionale fatica a riconoscerla. Ed è proprio questa generazione che il governo guidato da Meloni ha scelto di attaccare con un approccio securitario e punitivo. Dal decreto anti-rave con cui ha esordito nel 2022 fino al decreto Caivano, che ha prodotto un immediato sovraffollamento degli istituti penali minorili senza offrire strumenti reali di recupero e inclusione. Provvedimenti che parlano un linguaggio chiaro: quello della repressione come risposta al disagio, della chiusura come alternativa al dialogo. Il governo ha cercato in ogni modo di mettere un bavaglio, di silenziare le nuove generazioni, anche ponendo una serie di ostacoli che hanno reso più difficile, se non in alcuni casi impossibile, ad esempio per gli studenti fori sede l’esercizio di un diritto fondamentale. È un segnale preoccupante, che dice molto di come venga considerata a destra la partecipazione alla vita democratica del Paese in prima persona, quando non è controllabile o manipolabile.

Dentro questo quadro, il risultato del referendum del 22-23 marzo assume un significato che va ben oltre il quesito. È un voto che parla di futuro, che rimette al centro la questione democratica, che chiede ascolto. E interpella direttamente quel campo progressista che da troppo tempo discute di alleanze senza sciogliere il nodo fondamentale: quale progetto di società vuole proporre ai giovani (e non solo)?

Il cosiddetto “campo largo” non può limitarsi a sommare sigle o leadership. Deve, se vuole essere credibile, partire da ciò che questo voto esprime. E ciò che esprime è una domanda radicale di cambiamento: nelle politiche sociali, nel lavoro, nell’accesso alla casa, nel diritto allo studio. Ma anche – e forse soprattutto – nelle scelte di fondo che riguardano la pace, l’ambiente, il modo di fare società, mettendo al centro bisogni ed esigenze più profonde. I giovani non chiedono di essere rappresentati a parole; chiedono coerenza, visione, coraggio. Continuare a raccontarli come apatici serve solo a giustificare l’inerzia di chi non vuole cambiare.

Ma la realtà, ancora una volta, è più forte della narrazione. L’alta partecipazione al voto del referendum costituzionale lo ha dimostrato con chiarezza: c’è una generazione che partecipa, che sceglie, che si espone. Che non accetta di essere ridotta a problema di ordine pubblico o a categoria sociologica. È a questa generazione che bisogna guardare, se si vuole costruire un’alternativa. Non per inseguirla, ma per riconoscerla come soggetto politico. Il voto è stato un segnale forte. Ignorarlo sarebbe un errore. Sarebbe un errore fatale negare una realtà che bussa con forza alle porte della politica. Ma quella porta, ormai, è aperta. E sono proprio i giovani ad averla spalancata.

In apertura, illustrazione di Fabio Magnasciutti

Propaganda

La politica quanto e come è legata alla comunicazione? Teoricamente politica sarebbe gestione della cosa pubblica, quell’attività che si occupa del bene comune, del pensare a ciò che è il bene di tutti, ciò che permette la realizzazione di ognuno garantendo il vivere insieme, senza prevaricazioni dell’uno sull’altro.
I sistemi sociali si sono evoluti nella storia e tutti essi hanno come fattore comune la ricerca di un vivere insieme stabilendo regole per evitare che alcuni potessero prevaricare altri. I concetti di libertà e di uguaglianza, nelle loro diverse declinazioni, si sono evoluti nella storia e nel pensare e agire politico, sulla base di pensieri di cosa è l’essere umano e quale sia il senso e il significato del suo essere al mondo.
Un dato comune ad ogni organizzazione sociale è lo stare insieme, riconoscersi tra simili. Ma questo non implica di per sé l’idea di un’uguaglianza generalizzata tra tutti gli esseri umani. Il concetto di gruppo dei “pari” è un fenomeno antico che definiva un gruppo di uguali come speciale e quindi più importante di altri e di conseguenza con un’implicita idea di dominio sugli altri. La realtà materiale dura e ostile richiede un’organizzazione razionale per la sopravvivenza. Ma questa organizzazione per la sopravvivenza non implica di per sé, in maniera naturale, che ci sia il dominio di alcuni sugli altri.
Ci può essere una diversità, di possibilità materiali, di capacità e competenze, di conoscenze, che però non impedisce affatto il rapporto che si basa sul riconoscere nell’altro una uguaglianza con ciò che noi siamo. Il più capace può avere rapporto con il meno capace, il più forte con il meno forte, il più competente con il meno competente, perché c’è quella uguaglianza di fondo che riconosce nell’altro qualcuno simile a sé stessi.
Il problema attuale è che questa uguaglianza di fondo che non nega affatto le diversità di ognuno, è qualcosa che viene costantemente annullato, come se non fosse realtà.
“Io sono e chi non è con me non è”, “Noi siamo e gli altri non sono” sono le frasi ripetute costantemente, esplicitamente o meno, insieme a una propaganda scintillante di promesse di un benessere materiale senza limiti. Un benessere fatto di cose luccicanti e morte, che non danno nulla visto che sono solo una realtà materiale inerte. E così è possibile vedere le fotografie di persone che hanno ricchezze oltre l’immaginabile, circondate di ogni possibile benessere, il cui viso tradisce una tristezza ineliminabile per aver perso la vita, destinate ad esaurire il proprio tempo di vita nella solitudine. La violenza della propaganda di una società ideale fatta di esseri umani svuotati della loro realtà umana e poi riempiti di necessità che viene detta desiderio, di oggetti che non possono che essere cose morte, serve per ridurre in schiavitù, serve per impedire agli altri di pensare. Lo scopo dell’essere al mondo sarebbe l’accumulazione di oggetti, sarebbe solo e soltanto la realtà materiale, cosa visibile e quindi pensata come unica possibilità di rapporto con l’esterno. Avere rapporto con gli esseri umani richiede necessariamente un pensiero sull’altro e su stessi come esseri umani uguali, anche senza che questo venga compreso e accettato. Se manca questo pensiero di fondo l’altro è oggetto di cui si può disporre come per ogni altro oggetto. Gli esseri umani sono allora solo materia riempita di qualcosa di astratto (l’anima) che deriva da qualcosa di ancora più astratto (dio). Realtà immutabili, definite a priori, che gestiscono il mondo, compresi gli esseri umani, come quello della chimica e della fisica, secondo leggi immutabili che non permettono nessuna creazione di un nuovo. L’impazzimento di questi propagandisti di disumanità è massimo nel momento in cui credono loro stessi alle bugie che dicono e si convincono di essere i destinatari di una missione definita dal loro dio astratto. Poco importa che sia un dio di una religione o un dio chiamato ragione o danaro. Quello che conta è che esso definisce la vera e autentica realtà umana. Non esiste altro, scompare qualunque possibile idea di realtà umana che non sia emanazione di quello stesso dio di cui ritengono di essere figli. Allora tutto ciò che non corrisponde può essere eliminato, è una realtà fenomenica del tutto irrilevante visto che coloro che sono quella realtà diversa non sono derivazione del dio che è la sola realtà importante.
Quelli che sono illuminati, che sanno, eliminano quelli che non sono per il loro stesso bene, perché ritengono che sia il loro destino. E infatti i nazisti sostenevano che il destino degli ebrei era scomparire per lasciare posto a loro come nuovo popolo eletto, per cui sterminandoli li aiutavano a realizzare il loro destino autentico di essere nel mondo per… non essere. Insomma, gli stavano facendo una cortesia. Credo che sia importante cercare di comprendere meglio queste dinamiche che sono le stesse che oggi muovono chi fa guerre di cui non si riesce a capire il senso, nella misura in cui una guerra possa avere un minimo di senso. Avendo un difficile rapporto con la realtà si dimenticano che la realtà è più complicata di quello che pensano loro. Sia per il fatto che l’onnipotenza militare ed economica che pensano di avere in realtà non è reale. Sia perché le persone non sono un corpo riempito di un’anima spirituale e questo significa che non sono così facilmente manipolabili. Tutti abbiamo un rapporto con la realtà, in particolare con la realtà umana. È una cosa naturale che tutti abbiamo per nascita.
Questa realtà, che non deriva da una realtà astratta ma da una dinamica fisico-psichica ben precisa (cfr, Massimo Fagioli, Istinto di morte e conoscenza, L’Asino d’oro ed.), ha una resistenza che non si fa distruggere così facilmente, anche se può certamente andare incontro a lesioni. Una resistenza che è ciò che realizza il rifiuto per tutto ciò che è disumano, al di là di ogni considerazione razionale. Le religioni e la ragione hanno provato di tutto per toglierci questa istintiva capacità di distinguere il buono dal cattivo, l’umano dal disumano, per toglierci l’idea che è possibile avere la conoscenza e poter vedere e decidere e scegliere cosa è buono e cosa non lo è. Poter esercitare il rifiuto di ciò che non è realtà umana anche se sembra esserlo.
La favola del peccato originale dice questo: che non si può e non si deve scegliere. Chi si permette di aprire gli occhi e vedere è destinato alla dannazione. Come a dire che dobbiamo accettare la violenza come realtà naturale dell’essere umano, dobbiamo accettare di diventare violenti noi stessi, dobbiamo accettare che il nostro destino sia essere guidati perché, ciechi, non potremo mai e poi mai pensare di conoscere e sapere.
Quelle di chi ci vuole così sono realtà umane di chi è andato incontro ad una perdita totale di umanità e vuole che tutti gli altri siano come loro, che tutti perdano la sensibilità del sapere e del sentire e del vedere l’umanità dell’altro sconosciuto, anche se parla una lingua incomprensibile. Il mondo è pieno di cose terribili e brutte, ma gli esseri umani sono molto meglio di come vengono raccontati da chi li vuole controllare. Il racconto degli esseri umani brutti e violenti serve a giustificare la repressione violenta. Serve a giustificare la religione nel suo senso etimologico di vincolo, costrizione morale per evitare che la naturale violenza umana si realizzi ed uccida altri. Peccato che non esiste alcuna naturale violenza originaria. La violenza, la rabbia e l’odio che la creano, emergono quando viene coartata ed uccisa quella realtà originaria che desidera e vuole sapere dell’altro essere umano, che al di là di ciò che è apparente, è un essere umano che cerca rapporto con il suo simile. La rabbia e l’odio sono ciò che i violenti vogliono determinare nelle masse per giustificare le proprie azioni repressive. È questo il veleno pericolosissimo contenuto nella loro propaganda. Noi dobbiamo avere gli occhi aperti, vedere e comprendere queste dinamiche che ci permettono di resistere e rispondere senza rabbia e odio ma esercitando il No del rifiuto. Proprio come è accaduto nel recente referendum sulla giustizia con un No forte e chiaro: non siamo disumani come voi.

Lo Stato etico non partorisce diritti. A teatro il monologo di Rossella Fava

Non era previsto di ritrovarsi con le guance rigate di lacrime alla fine di un monologo a teatro: con le luci finalmente accese in sala, si scopre di essere in molti commossi a sciogliere l’emozione in un lunghissimo applauso e anche gli uomini appaiono toccati dal tema della nascita umana e dal desiderio di avere un figlio.

Rossella Fava, nel suo testo che ha debuttato al teatro della Cooperativa di Milano, con la regia di Renato Sarti, parla proprio di questo. Già il titolo M(Other), evoca un gioco di parole che offre un punto di vista inaspettato sul tema della procreazione medicalmente assistita (Pma) e della cosiddetta “maternità surrogata”, portandoci dentro la vita delle persone. Non dentro un’opinione o a certezze granitiche, ma dentro una vicenda umana controversa, forse straniante, perché mette in crisi anche chi non ha mai avuto l’esigenza di confrontarsi con questi nuovi scenari. Si tratta di un monologo in cui si intersecano le storie di tre donne diversissime tra loro: una giovane donna che lavora a New York, la madre che la richiama in Italia per un misterioso motivo, e Carmela, una ragazza siciliana, trasferitasi a Roma con il suo uomo, in cerca di una vita diversa e di quella libertà che a volte solo la grande città sembra poter offrire.

Una scenografia minima lascia spazio alla forza della rappresentazione.

L’attrice evoca sul palco personaggi e relazioni e lo spettatore si ritrova coinvolto accanto a quelle donne e a quegli uomini che prendono vita nel monologo. La verità di quelle storie si svela lentamente, quasi come in un giallo i cui indizi convergono sul mistero della nascita umana, raccontata con poesia al bambino e con una carnalità profondamente umana a noi in sala.

Il punto di vista sul percorso di fecondazione medicalmente assistita è quello intimo di una coppia: l’esito di un cammino lungo e psicologicamente impegnativo, fatto di desiderio, tentativi, fallimenti e speranze disattese. E la “gestazione per altri” non appare come una scorciatoia, né una prima opzione ma come scelta travagliata, a cui non si arriva facilmente.

M(Other), smaschera così molti dei semplicismi con cui questo tema viene spesso trattato nel dibattito pubblico, dove la gestazione solidale è diventata soprattutto una questione normativa o ideologica. Il teatro, invece, ne restituisce la dimensione umana: il desiderio profondo di diventare genitori e la fatica delle decisioni che nascono, quando quel desiderio incontra un limite nella biologia, nella società, nelle leggi. Grazie alla scrittura di Rossella Fava, empatizzare con le vite dei personaggi avviene in modo naturale. Quando si è giovani e arrivare a fine mese è complicato, o quando si porta sulle spalle la responsabilità di un’altra vita e l’amore stringe i rapporti con il sacrificio, che diventa l’unica unità di misura possibile.

Decidere di dare alla luce una nuova vita oggi richiede più coraggio che in passato. Le condizioni economiche, geopolitiche e sociali rendono più difficile immaginare un futuro, mentre cresce la consapevolezza del senso dell’essere genitori. Per avere un figlio, si ha la necessità di un lavoro che permetta di vivere, di sentirsi realizzati e che lasci il tempo per viversi le relazioni perché serve aver realizzato una identità adulta valida, per sapersi confrontare con un esserino tanto vulnerabile quanto sensibile.

È facile quindi arrivare ai quarant’anni, come accade a Silvia, dopo avere dedicato energie alla costruzione di una carriera, e decidere allora di avere un figlio. Ma è altrettanto complesso, come per Carmela, lasciare la propria terra per cercare un futuro più dignitoso e cercare la possibilità di realizzarsi come donna e come madre.

Eppure, ciò che unisce queste donne, apparentemente così diverse tra loro, è la fiducia nella possibilità di relazioni umane e nella capacità di affrontare le scelte più difficili nei rapporti, anche in quelli tra uomini e donne. È da questo che nasce l’incontro tra le loro storie: un incontro che diventa collaborazione e possibilità reciproca.

In Italia, la gestazione per altri (Gpa) è stata definita nel 2024 «reato universale». Ma la realtà rappresentata nello spettacolo racconta qualcosa di diverso: la finzione teatrale permette di immaginare uno spazio di incontro tra Silvia e Carmela che genera possibilità per entrambe. Per una significa poter diventare madre e per l’altra conquistare una maggiore serenità economica.

Lo scambio avviene, ma non è una mera transazione, è uno scambio di umanità. Ciò che sembra un destino ineluttabile di essere “solo” una donna in carriera o “solo” una madre senza mezzi, si trasforma nell’incontro tra le loro vite che insieme fanno nascere una nuova possibilità. È forse questa l’idea che rimane nel pubblico uscendo da teatro: che la nascita umana non sia soltanto un evento biologico, che non serve “appartenere”, ma è necessario spogliarsi degli stereotipi e realizzare l’incrollabile certezza profonda che ricevere amore, cura e rispetto debba essere un diritto universale. Una certezza di umanità che possa far nascere nuove possibilità.

Come gli uccelli, la verità sulla ferocia di Israele contro la Palestina

Questa nuova messa in scena di Come gli uccelli del drammaturgo, regista e attore franco-libanese Wajdi Mouawad, per la regia di Marco Lorenzi (che abbiamo visto al Teatro Bellini di Napoli), rappresenta uno degli eventi più significativi della stagione. Questa rilettura infonde all’opera una nuova risonanza emotiva e politica, ponendosi come un dispositivo epico e tragico che interroga criticamente le fondamenta dell’identità culturale, religiosa e genetica. Il lavoro, già vincitore del Premio Ubu 2024 come miglior testo straniero (in Italia è pubblicato da Einaudi), funge da ponte tra la storia del teatro classico e le lacerazioni del presente.

Sebbene il debutto originario del 2023 al Teatro Astra di Torino avesse già segnato un punto di svolta per la compagnia Il Mulino di Amleto, la maturità di questa ripresa sprigiona un respiro epocale in un contesto geopolitico che rende le parole di Mouawad dolorosamente attuali.

Per comprendere la densità dell’opera è indispensabile raccontare la figura di Wajdi Mouawad, nato nel 1968 in Libano e cresciuto tra l’esilio in Francia e in Canada. Questa condizione di sradicamento ha plasmato una poetica in cui il teatro diventa l’unico territorio di appartenenza. Mouawad, artista totale e direttore del Théâtre National de la Colline a Parigi, ha ridefinito il concetto di tragedia contemporanea con produzioni celebri come la tetralogia Il sangue delle promesse. Il successo cinematografico di Incendies ha inoltre confermato la sua capacità di trasformare il dolore individuale in un mito universale.

La ripresa napoletana del 2026

Malatesta, l’anarchico in rivolta

Siamo nella Londra del 1895: una città già attraversata dall’elettricità, dai battelli a vapore che solcano il Tamigi, dalla ferrovia che taglia in due la metropoli e dalla dinamite. Ogni domenica, a Trafalgar Square, gli anarchici di tutto il mondo si danno appuntamento per discutere, complottare, sognare un’altra società. Tra loro c’è Errico Malatesta, l’anarchico più ricercato d’Europa: l’uomo che le autorità hanno condannato a morte tre volte, che ha conosciuto il carcere e l’esilio, e che fino all’ultimo continuerà a combattere il potere con «le sue qualità di parlatore intelligente e combattivo che cerca di persuadere con calma, e mai con linguaggio violento». Qual è la sua colpa? Come Ulisse, Malatesta ha osato oltrepassare le colonne d’Ercole, eludendo le trappole del potere e infrangendo le «regole di gioco dei nuovi dei, padroni del mondo e del capitale, seduti sugli scranni dell’inimicizia e dell’ingiustizia sociale». «L’uomo dalle nove vite», come lo chiamano gli agenti di Scotland Yard, ha già alle spalle quarantadue traslochi, evasioni leggendarie, nomi di fantasia per non farsi identificare ai controlli, passaggi clandestini attraverso mezza Europa, oltre a un innegabile talento nel far sparire dietro di sé ogni traccia per rinascere altrove. È un anarchico senza dogmi, un rivoluzionario che si muove con la grazia di un dandy: capace di trasformare ogni gesto, ogni fuga, perfino ogni errore, in qualcosa che abbia una forma, un ritmo, un senso. Anche nella sua forma più privata, l’anarchico mostra sempre la propria umanità. Ai carabinieri venuti ad arrestarlo, Malatesta parla delle loro madri lontane, delle madri operaie che stanno in ansia per i figli. E i carabinieri, inteneriti, se ne vanno a mani vuote. È l’uomo che, quando prende la parola, la sua voce diventa “dinamite”, demolendo gli avversari senza perdere la calma e senza acrimonia, con la parola gentile e il suo fare affabile.

Quella di Malatesta è una vita da romanzo, vissuta pericolosamente che attraversa un’intera epoca a cavallo tra due secoli. «La Storia a volte si racconta meglio scrivendo di coloro che l’hanno attraversata audacemente».

L’amico spagnolo (Exorma), il romanzo di Francesco Forlani candidato al premio Strega, si inserisce in una tradizione narrativa che va da Bolaño a Sebald, da Tabucchi a Carrère, in cui l’indagine storica si intreccia con la deriva personale e il documento d’archivio finisce per dialogare con il sogno.

Romanzi-inchiesta che mettono in scena la vertigine della ricerca stessa. Ma più che una ricostruzione storica in senso stretto, quella che prende forma è una narrazione fatta di incontri, spostamenti e scarti, dove il passato resta sempre parzialmente inafferrabile, i suoi fantasmi diventano tracce da seguire. Forlani – scrittore poliedrico ed intellettuale eclettico – costruisce un racconto che si muove tra luoghi, lingue e memorie, da Parigi a Saragozza, sulle tracce dell’uomo dalle nove vite.

A condurre l’indagine, più di un secolo dopo, è Franck, intellettuale nomade e scrittore in residenza, chiamato a ricostruire la gira di propaganda che Malatesta compie in Spagna tra il 1891 e il 1892, insieme al fedele Pedro Esteve, “l’amico spagnolo” che dà il titolo al romanzo. Come nei Detectives selvaggi di Bolaño, dove Ulises Lima e Arturo Belano cercano la misteriosa poetessa perduta Cesárea Tinajero, considerata la «madre del realismo viscerale», o come in 2666, dove i critici inseguono il fantasma di Benno von Arcimboldi, anche qui la ricerca si sdoppia, si moltiplica, diventa labirinto, mise en abyme. Perché Malatesta è ovunque e in nessun luogo: a Londra nascosto in una cassa di macchine da cucire, a Lampedusa immortalato in una fuga rocambolesca, a Paterson nel New Jersey tra i tessitori italiani, in Patagonia a cercar l’oro. 

Il dandy anarchico e l’arte della fuga

Malatesta – con la sua coerenza “mostruosa”, i suoi quarantadue traslochi, le sue identità multiple (Francesco, Rinaldo Rinaldini, Blanchi, Emilio Morelli, Ugo Piras) – non è un rivoluzionario nel senso ottocentesco del termine, ma una sorta di dandy anarchico che fa della propria vita un’opera d’arte totale, dove non c’è distinzione tra privato e pubblico, tra gesto politico e scelta estetica. Come Franck stesso, trent’anni di nomadismo alle spalle, che attraversa l’Europa di residenza in residenza (Ponza, Cognac, la Corsica, Saragozza), musicista con la fisarmonica, professore precario, “saltimbanco” per stato civile, “chierico vagante” in patrie lettere per amore.

Il parallelismo tra l’anarchico storico e lo scrittore contemporaneo è continuamente suggerito, attraverso un gioco di riflessi che struttura la narrazione. Entrambi condividono il nomadismo come condizione ontologica («il cammino si fa andando», recitano i versi di Antonio Machado), l’avversione per il culto della personalità, una fedeltà incrollabile all’idea di libertà declinata come movimento perpetuo. Quando Franck si chiede ossessivamente «come fare per far durare l’amore», sta in realtà interrogando la possibilità stessa di un’appartenenza che non diventi prigione, che non si trasformi in una gabbia. La risposta arriverà solo alla fine, attraverso Marioara, come Ma-ríoara Tiron, la poetessa, la “gitana” che deve sparire, rompere ogni legame per sopravvivere: non si tratta di far durare l’amore, ma di essere “liberatori di farfalle”, essere tramite, interregno anziché collezionisti.

Il romanzo è strutturato come un rizoma, per usare la metafora deleuziana tanto cara agli anarchici: cinque quaderni che si aprono e si chiudono, si interrompono e si riprendono, mescolando piani temporali (il 1891 di Malatesta, il presente di Franck, i continui flashback e flashforward), registri narrativi (cronaca, saggio, epistola, poesia), voci narranti. È un “manoscritto trovato a Saragozza” contemporaneo, che dialoga esplicitamente con quello di Jan Potocki – altro aristocratico in fuga, altro viaggiatore ossessivo, altro costruttore di labirinti narrativi – fino a farne una chiave di lettura metaforica. Come nel capolavoro di Potocki, dove Alphonse van Worden si perde tra zingare seduttrici e storie cinesi, anche qui la narrazione procede per digressioni e il romanzo presenta una struttura a scatole cinesi in cui il racconto principale è inframezzato da altre storie narrate da altri personaggi.

Si passa da un’evasione di Malatesta a un aneddoto su Gaetano Bresci (il regicida partito da Paterson con revolver e macchina fotografica per vendicare le vittime dei cannoni del generale Bava Beccaris), da una conferenza sul Manoscritto di Potocki a una gita scolastica sui luoghi della guerra civile, dalla Torre de los italianos (sacrario dove fascisti e anarchici giacciono mescolati, in pieno regime di Franco) a una fuga attraverso i Pirenei che ricorda quelle delle golondinas, le “rondinelle”, le operaie che andavano a lavorare in Francia.

L’Europa degli anarchici

Ma il fulcro del romanzo resta l’Europa degli anarchici di fine Ottocento – inizio Novecento: un’Europa fatta di reti clandestine, di riviste stampate in scantinati, di indirizzi cifrati, di solidarietà che attraversano le frontiere. Il romanzo restituisce con precisione documentaria questo universo: le conferenze a Paterson dove Malatesta distribuisce paste ai bambini poveri invece di venderle; le sere a Londra quando lui ed Emma Goldman e Maria Roda discutono di amore libero; i circoli anarchici di Barcellona e Jerez; le fabbriche di tabacco cubane dove un operaio legge ad alta voce Bakunin mentre gli altri arrotolano sigari.

Emerge un mondo di ossessioni, dalla giustizia sociale a quella per le biciclette (Malatesta idolatra Maurice Garin, vincitore del primo Tour de France), per la tipografia (le riviste come La Questione Sociale, Umanità Nova), per l’amore libero inteso non come promiscuità ma come rifiuto della proprietà sui corpi.

Le donne che attraversano queste pagine – Virgilia D’Andrea, Maria Roda, la giovanissima scrittrice e traduttrice Olivia Rossetti, che diventerà amica di Ezra Pound, che la citerà nei Cantos, la misteriosa Maria Rygier Corradi (la “Gavroche” italiana), fino alla contemporanea Marioara/Marina – sono tutte creature «pericolosamente vissute», per usare l’espressione cara a Malatesta. Donne che scelgono, che combattono, che pagano a caro prezzo la propria libertà. Maria Roda che a quindici anni tiene testa in tribunale al giudice; Ada Negri che scrive versi incendiari; Rosa, l’ex compagna di Franck, che torna in Corsica per ritrovare sé stessa.

Il sogno della ragione

C’è un’immagine che attraversa tutto il libro come un leitmotiv: El sueño de la razón produce monstruos, l’acquaforte più famosa dei celebri Caprichos di Goya che Franck visita al museo di Saragozza. In spagnolo (come in napoletano) sueño significa sia “sonno” sia “sogno”. Il sonno della ragione genera mostri, certo, ma il sogno della ragione – quello degli anarchici, dei rivoluzionari, degli utopisti – cosa genera? Forse altre forme di mostruosità (il terrore, il dogmatismo)? forse la consapevolezza che «l’anarchia non può avvenire che a poco a poco, crescendo, gradualmente in intensità e in estensione»?

Malatesta difende sempre la “propaganda del fatto” ma la subordina all’amore per l’umanità. In una pagina folgorante, Franck riporta l’episodio del comizio a San Giovanni in Persiceto, quando Malatesta invece di far cacciare i carabinieri venuti ad arrestarlo, parla loro delle madri lontane che aspettano notizie, delle madri operaie che temono per i figli. E i carabinieri, commossi, se ne vanno. È questa la famigerata “dinamite” di Malatesta: non l’esplosivo, ma la parola che fa crollare le barriere, che ricorda ogni volta che «il povero morto potrebbe dire: Ma che, io sono la società?».

Il romanzo mescola finzione e documento, inserisce foto, manifesti, estratti di rapporti di polizia (gli informatori che seguono Malatesta sono personaggi a loro volta: Virgilio/Belelli ha persino una faccia, quella di un funzionario incontrato alla Biblioteca Calvino di Parigi). La lingua si muove tra italiano, francese, spagnolo, e persino napoletano “lingua universale” – Franck è uno scrittore “senza patria” o, meglio, con troppe patrie, che parla la lingua rizomatica degli europei nomadi. Le traduzioni, gli slittamenti semantici, i malintesi linguistici non sono incidenti ma sostanza: rivelano un’identità plurale, in costante traduzione.

La domanda che Franck si porta dentro – «come fare per far durare l’amore» – è in realtà un pretesto per la vera domanda, quella che attraversa tutto il libro: come vivere liberi in un mondo di muri, confini, identità obbligate? Come restare fedeli a un’idea senza trasformarla in ideologia? Come possono orientarci nel mondo le nostre idee senza tradire la natura del destino? Come amare senza possedere, appartenere senza imprigionarsi? «Amare tutti» certo «è come non amare nessuno», si ripete la frase di Malatesta, e ora Franck sa più che mai che con la perdita di Rosa, venendo meno lei, viene meno l’umanità tutta intera. Ma anche questa consapevolezza non può bastare per restare fedele all’unico comandamento che si è imposto: mourir vivant. «Qualunque cosa facesse, in qualunque paese si trovasse o lingua parlasse, la sua unica condizione sarebbe stata sentirsi vivo, sempre». Attraversare fino in fondo l’inquietudine significa allora continuare a tenere aperta la domanda sul mistero dell’amore e dell’amicizia.

Malatesta, morendo nel 1932 dopo dieci anni di confino fascista, lascia un testamento morale in una frase: «Non si scrive la storia mentre il combattimento è in pieno corso». Ma l’autore ci dimostra che forse è proprio questo che bisogna fare: scrivere mentre si combatte, raccontare mentre si fugge, testimoniare mentre si tradisce e ci si lascia tradire. Perché «Il viandante ansioso di varcare il torrente getta pietre una sull’altra, nel profondo dell’acqua, poi posa sicuro il suo piede sulle ultime che affiorano, perché sa che quelle scomparse nel gorgo sosterranno il suo peso».

L’amico spagnolo è una di queste pietre. E come le vite di Malatesta e dei suoi compagni, come quelle piramidi su cui Potocki trascrisse i versi del poeta Jacques Delille durante il suo viaggio in Egitto, «la loro massa indistruttibile ha affaticato il tempo». Così Franck e Antoine – e con loro tutti i nomadi, gli anarchici, i viandanti senza patria – faranno con la distanza: resisterle, affaticarla, renderla impotente di fronte all’amicizia. Perché ci sono legami che nessun confine può spezzare, e memoria che nessun esilio può cancellare.

Malatesta sembra raccogliere e radicalizzare una linea di libero pensiero che passa per Giordano Bruno: un pensiero non sistematico, non addomesticabile, irriducibile a dottrina. È ancora possibile, oggi, un pensiero davvero libero, che non venga catturato né dal potere né dal mercato?

 

 

L’autore: Luigi Toni è insegnante e giornalista. Vive e lavora a Parigi. Collabora alla redazione di Orient XXI

Storia e potere. Il passato che interroga il presente

Storia prossima (Atlantide) di Dario Pontuale è un libro intenso, storico, civile, profondo, militante. L’autore ha sulle spalle anni di scrittura come critico, saggista, narratore e un percorso di riscoperta dei classici dell’Otto-Novecento che lo ha portato a firmare numerose curatele e introduzioni, tra cui: Il baule di Conrad, La Roma di Pasolini, La scoperta dell’America, Scrittori Russi La biblioteca infinita.

Storia prossima è il suo ultimo romanzo, nonché una lettura che trascina nella Roma di fine Ottocento, offrendo la vivida impressione di trovarsi tra le botteghe, i vicoli, i rioni, i mestieri, le persone dell’epoca; tra quegli oggetti, scorci, atmosfere e figure generalmente trascurati dalla consueta narrazione storica.

Tutto è ricomposto in modo assolutamente fedele, con la massima attenzione per i dettagli, le vicende, i volti, i fatti; in uno scavo di ricerca che ha richiesto sei anni di indagini negli archivi. Un resoconto vivo e autentico nel quale l’autore conduce il lettore nel multiverso del passato, offrendo la possibilità di calarsi negli accadimenti che animarono quell’età furente, quegli anni densi di trasformazioni.

Tutto comincia con l’arrivo dell’umile famiglia Picca, proveniente dalle campagne di Albano, spinta nell’Urbe dalla speranza di un futuro migliore: Ottavio e Michelina vengono assunti al servizio dei nobili Altieri; Luigi, il loro primogenito diverrà tipografo e socialista della prima ora, suo figlio Sansone sarà prima attacchino, poi intrepido giornalista dell’Avanti! sempre affiancato dalla combattiva fidanzata Rosetta. Su di loro, sui loro amici e compagni e sull’Italia intera, si abbatterà dapprima lo scandalo della Banca Romana, poi l’ombra della corruzione e del malgoverno, seguita dall’abuso edilizio, dall’assassinio di un innocente per mano della polizia a seguito del tentato regicidio di Umberto I e, infine, la repressione dello Stato sfociata nei moti del 1898. Pontuale descrive con pazienza le vicende, le paure, la marginalità del popolo, la speranza degli ultimi, il riscatto sociale, le sconfitte e, anche attraverso l’uso del dialetto romanesco, permette di riascoltarne le lontane voci.

Tra le righe, parola dopo parola, scorre il “farsi della storia” che passa sopra le vite di “chi non conta nulla” eppure esiste, resiste e lotta. Si avvertono palpitanti le passioni, le emarginazioni, le rabbie, i sussulti, le grida senza rumore. Si scopre la forza del Potere che, come «Il nulla» de La storia infinita cancella e ingloba prepotentemente qualsiasi cosa, tenta di silenziare qualsivoglia dissenso.

Ciononostante le donne, gli uomini, la folla plebea continuano a ribellarsi, tengono alta la testa, non si piegano, restano saldi. Il potere tenta di sopraffarli, pretende che tutto muti per non mutare, esige di scrivere la Storia secondo la propria volontà. Di tale e perversa determinazione l’autore ne è pienamente conscio, ma non arretra di fronte alla realtà, anzi la utilizza come strumento narrativo per renderne edotto il lettore. Con il romanzo, che in fondo non è semplicemente romanzo, Pontuale invita a non essere spettatori passivi del presente, spinge a una propositiva cognizione collettiva, a una resistenza civile che, fin da allora, pose le basi per una democrazia cresciuta nei decenni. I gangli machiavellici del Potere, però, restano drammaticamente i medesimi: inquinamento delle prove, immoralità, violenza, omicidi, repressione, falsificazione, depistaggi, ma il compito essenziale sta nel riconoscerli, combatterli, agendo come Demos, nel senso più antico del termine. L’intento non celato del romanzo è di richiamare alla responsabilità della Storia, alle azioni dei singoli che la attraversano, ieri come oggi, con occhi aperti verso il futuro. Storia prossima è, dunque, un espediente che conserva i toni della denuncia mascherata da narrativa, cosicché il lettore non se ne accorga in principio, ma di sicuro ne è cosciente in conclusione. Occupandomi di terrorismi, stragi, violenza politica e meccanismi del potere, il pensiero torna alla strage di piazza Fontana, all’anarchico Pinelli, ai morti nella strage di piazza della Loggia, alle bombe sui treni (Gioia Tauro, Italicus, Rapido 904), alle ottantacinque vittime per la bomba alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e ai tanti magistrati, giornalisti, uomini dello stato, giovani pieni di sogni, uccisi tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta. Violenza e stragi mirate a distruggere la democrazia, la coesione sociale, le battaglie civili per l’attuazione dei diritti espressi dalla nostra Costituzione. Indagini contaminate e depistate per occultare la verità, segreti nascosti per conservare lo status-quo. Non misteri, perciò, semmai azioni volontarie contro l’ordinamento democratico, contro la giustizia.

«Per me giustizia è la consapevolezza degli uomini di che cosa è accaduto», questo l’esergo di Licia Pinelli che apre Storia prossima. Un preciso invito comportamentale, che suggerisce fin dal principio da quale parte porsi durante la lettura; dalla parte della giustizia tanto quanto della verità. Licia fu la compagna di Pino Pinelli, l’anarchico fermato insieme ad altri dopo la strage del 12 dicembre 1969 e trattenuto oltre il limite di quarantotto ore, interrogato a oltranza e precipitato dalla finestra della Questura di Milano la notte tra il 15 e 16 dicembre.

Licia non ha mai conosciuto la verità; eppure, ha sempre lottato affinché Pino non fosse dimenticato. Conoscere e ricordare ciò che accadde, aiuta a riconoscere la società contemporanea in cui si abita. “Storia prossima” è ambientato nella Roma di fine dell’Ottocento, ma parla dell’attuale, comunica con ognuno di noi, rammentando quanto conti battersi contro gli abusi, provando a trasformare ogni istante che compone il presente. In quest’opera appassionatamente impegnata si conosceranno i “poveri” Ottavio, Michelina, Sansone, Rosetta, il sor Bortolomeo, il giornalista Fondi nonché i faccendieri, i furfanti, i politici, i potenti di turno. Si scopriranno inquietanti analogie con il presente, misfatti davvero accaduti e puntualmente riportati che permetteranno di decidere in libertà da quale parte della Storia sedere.

L’autrice: Ilaria Moroni è la direttrice dell’Archivio Flamigni

L’inverno non sta arrivando

Il messaggio, doloroso, drammatico, che sta alla base del nuovo romanzo di Bruno Arpaia, Il mondo senza inverno (ed. Guanda), è il seguente: è folle pensare che i cambiamenti climatici che da qualche tempo e sempre più di frequente stanno flagellando il nostro pianeta, siano qualcosa da affrontare – qualora ci sia la volontà di farlo – come problema a sé stante, qualcosa di separato da altre questioni nodali, altrettanto urgenti. Nella visione dell’autore, che di fantascientifico non ha nulla, se non l’ambientazione del suo racconto in un futuro prossimo non troppo lontano, gli sconvolgimenti legati al clima porteranno necessariamente a radicali cambiamenti di carattere politico, sociale, sanitario e di organizzazione delle società. E non saranno cambiamenti in senso democratico. Marta, sua figlia Sara, e il giovanissimo orfano Miguel, adottato dalle prime due, già protagonisti della tragica migrazione verso nord raccontata nel precedente lavoro di Arpaia, Qualcosa, là fuori, credono di aver trovato una sorta di equilibrio una volta raggiunta la meta del loro esodo, la Scandinavia. Ma nemmeno il tempo di tirare il fiato e si accorgono di essere, forse, caduti dalla padella alla brace. Perché la Scandinavia, tra i pochi luoghi al mondo che ancora consentono una parvenza di vita – il sud del mondo è ormai arso dalle alte temperature che rendono impossibile la permanenza di ogni forma di esistenza – non è altro che un nuovo modello statale basato su una spietata dittatura tecnologica, ancora peggiore, se possibile, delle tirannie di vecchio stampo: l’Intelligenza artificiale, vero fulcro del potere, non ha anima né cuore, e scandisce l’esistenza degli esseri umani con un sistema di sorveglianza totale, nonché attraverso una rigida divisione in caste della società. Sara, giovane ragazza con un futuro che credeva a portata di mano, è sconvolta – ancor più della madre, e di Miguel, ancora troppo piccolo per comprendere la situazione in cui si sono venuti a trovare – e non riesce ad accettare quella nuova condizione, fatta di chip impiantati sottopelle che monitorano all’istante gli spostamenti di ogni individuo, capaci di generare elettricità e di arrostire chi tenta di avvicinarsi a zone della città non consentite, droni che controllano ogni singolo momento dell’esistenza di ognuno, sensori biometrici, barriere e posti di blocco ovunque. Ma la cosa più sconvolgente e inaccettabile è il divario presente nella collettività, l’iniquo trattamento riservato ai tre gruppi sociali presenti sul territorio. I cittadini «A» sono i privilegiati, quelli che la scienza negli anni precedenti ha selezionato, attraverso l’ingegneria genetica, per guidare le sorti del Paese. La creazione di questi superuomini

Annie Cohen-Solal: Rotkho, arte senza confini

Dopo un lungo e straordinario lavoro d’indagine sulla condizione di emigrante come identità profonda di Picasso culminata nel libro Picasso. Una vita da straniero (Marsilio) e nell’omonima mostra in Palazzo Reale a Milano la storica dell’arte Annie Cohen-Solal continua la sua ricerca sul tema arte e migrazione con una sorprendente biografia di Mark Rothko, l’artista lettone di origini ebraiche, cresciuto nella Russia zarista e antisemita e poi fuggito negli Stati Uniti dove non si sentì mai a casa, soffrendone profondamente il nazionalismo xenofobo e il capitalismo omologante. Sradicato, discriminato, messo ai margini, tuttavia Rothko non smise mai di lottare contro pregiudizi e stereotipie. Lo fece fin da ragazzino fondando giornali scolastici a Portland e poi con una fitta attività di polemista e scrittore. L’interesse per la pittura sarebbe arrivato molto dopo. Con la biografia Mark Rothko, riparare il mondo (Einaudi) Cohen-Solal ci regala un ritratto sfaccettato e complesso dell’artista, rivelandone un volto per tanti versi inedito, liberandolo dal cliché del genio isolato, meditativo e introverso. Ma anche mostrando quanto il tema dell’immigrazione innervi profondamente la sua opera. «La realtà dello sradicamento, la stigmatizzazione con cui ha dovuto misurarsi per conquistarsi un posto tramite l’arte – scrive Cohen-Solal – costituiscono la fonte della sovversione estetica che Rothko ha infitto nel nucleo della società moderne».

Annie Cohen-Solal, Picasso patì l’indigenza, il controllo poliziesco in Francia, ma poi riuscì a fare della propria condizione di emigrato una orgogliosa identità e una dimensione di libera ricerca. Rothko visse il suo essere straniero in maniera in parte diversa?
La loro traiettoria fu molto diversa sotto questo e molti altri riguardi. Diversamente da Picasso, Rothko non era nato per essere artista, non era destinato a diventarlo. Era uno studente molto brillante, un intellettuale molto precoce, sarebbe potuto diventare un filosofo, uno storico e altro. Fin da ragazzino era molto impegnato. Era nato con una missione, una mesimà, come si dice in ebraico. Sentiva il dovere di aiutare il mondo, di aiutare gli altri. E l’ha fatto, nei 25 anni di insegnamento anche aiutando i giovani artisti ad emergere. Era molto altruista. Picasso non ha mai insegnato. Fin da piccolo sapeva disegnare. Rothko non sapeva disegnare. Rothko ha scritto tanto, Picasso non ha mai scritto.

Fu una ferita indelebile per Mark Rothko essere costretto ad approdare negli Usa a dieci anni con l’abito nero della scuola talmudica e con al collo un cartello con su scritto «I don’t speak english»?
Pativa il fatto di non saper parlare inglese, di avere un nome difficile da pronunciare (Markus Rothkowitz, ndr) che ti fa sentire sempre fuori posto, soffriva di non avere più la cultura di famiglia. Rothko precocemente ha perso il padre, ha perso la lingua, ha perso la relazione con il proprio Paese d’origine. Si trova prestissimo a doversi reinventare da zero. Mi ha colpito molto un suo quaderno di poesie in ebraico scritte all’età dei dieci anni a Portland. Non scrive in russo, non scrive in tedesco – lingue che conosce bene – non scrive in inglese, sceglie di scrivere in ebraico. E sono delle poesie incredibilmente mature. Avrebbe potuto diventare un grandissimo scrittore. Fin da giovanissimo – quando aveva dodici, tredici, quindici anni – scriveva articoli politici in cui spronava ad alzarsi in piedi, ad essere cittadini con senso civico, ad ascoltare cosa succede in guerra. La sua era una presenza al mondo fortissima.

Poi, arrivato a Yale con una borsa di studio, qualcosa si spezza? Rinuncia a un futuro da intellettuale, da professionista integrato perché?
A Yale immediatamente avverte l’oppressione del numerus clausus. Per questo se ne va. Però fonda un giornale dove scrive che quel sistema di education fatta solo per i Wasp non va! Lo denuncia perché l’America era un Paese chiuso. Da sempre gli Usa sono fatti da gente come Trump, da pionieri con le armi sotto il letto, da banchieri interessati solo al denaro. E lui non è mai andato per quella via, mai, fino alla fine. Ha ascoltato sé stesso, la propria voce interiore, creando una lingua nuova, la lingua del colore, delle forme fluttuanti, una cosa straordinaria. L’ha fatto in modo radicale, senza mai pensare alle conseguenze. Rifiutò commissioni anche dopo aver lavorato al progetto per un anno restituendo i soldi, perché sentiva che non gli corrispondeva l’intento di chi lo sovvenzionava. Come fece con i ricchissimi cristiani che si erano proposti di finanziare il suo sogno di creare una cappella interculturale. Non è facile trovare persone come lui.

Una lettura mainstream depoliticizzata del suo percorso, che non racconta il suo essere stato profondamente impegnato nella società è servita per cercare di sussumerlo all’orizzonte americano?
Penso che questi aspetti non possano essere trascurati, io faccio storia sociale dell’arte, non mi interessa una lettura formalista. Cerco di uscire dai confini e di integrare tutti gli elementi che sono alla base della genesi creativa di un’opera, perciò mi occupo di antropologia, di storia, di sociologia, di economia, la filosofia eccetera. La sua pittura è fatta di idee filosofiche e di impegno, è una pittura che ripara il mondo. Perciò ho voluto includere questa espressione nel sottotitolo del libro. La pittura di Rothko è fatta di colori senza confini, la sua arte è inclusiva. Esattamente come il Paese dal quale proveniva che quando nacque era ancora Russia , non era ancora Lituania. Di fatto lui ha superato tutti i confini. Anche del mestiere, della religione. Oggi la Rotkho chapel (che fu inaugurata a Houston in Texas dopo la sua morte, ndr), è una cappella interreligiosa diretta da un presidente musulmano che viene dalla Turchia, una persona considerata non grata nel Paese di Erdoğan. Allora questa cappella voluta da una protestante diventata cattolica, disegnata da un ebreo è diventata un punto di riferimento per il mondo pacifista e del dialogo. Ne stiamo creando una anche in Italia. Stiamo lavorando a una casa della pace e dell’arte in Toscana. La sua lotta è così contemporanea!

Un aspetto che contraddistingue anche la sua biografia di ebrea, nata in Algeria e impegnata per la Palestina.
La mia famiglia in parte veniva dalla Palestina, in parte della Spagna dopo l’inquisizione, un’altra parte proveniva dalla Grecia, un’altra ancora da Livorno. E io, fin da piccola, ho sempre visto le differenze come  positive, come valore. Si parlava spaziando dal francese all’arabo e al giudeo-arabo. E mi sentivo felice in quel multiculturalismo. Poi però sono andata a lavorare in un kibbutz. Era il 1968 e avevo venti anni. Ci volli andare per vedere con i miei occhi come funzionava quella comunità democratica. C’erano persone che venivano dall’Europa, scappate dalla povertà ma parlavano almeno dieci lingue. Alla prima colazione recitavano poesie di Verlaine… era bellissimo. E  suonavano musica classica dopo il lavoro nei campi. Poi sono tornata, ho finito la mia tesi e ho avuto un incarico di docente all’Università ebraica di Gerusalemme. È lì che nel 1976 ho visto i primi coloni, le occupazioni e gli attacchi contro i palestinesi. È stato uno choc. Ci sono stata malissimo E mi sono chiusa. La scorsa estate però ho pubblicato un lungo articolo su Le Monde che è diventato virale. Mi hanno scritto tanti musulmani condividendone i contenuti. In Francia il confronto è più duro che in Italia, perché ci sono grandissime comunità ebree e musulmane. E c’è il ricordo della colonizzazione. Ma oggi sento fortemente questo impregno.

Un aspetto che emerge fortemente dal suo libro è che Rothko rimase sempre un anticapitalista criticando il mercato dell’art e la Pop art con la sua apologia delle merci.
Rothko era un grumpy old man, era un vecchio brontolone, uno che si arrabbiava. Non era uno stratega come Picasso, per niente. Quando nella galleria che lo aveva reso famoso vide arrivare opere di Andy Warhol e Roy Lichtenstein decise di andarsene. Purtroppo optò per la Marlborough gallery e si rivelò una scelta tremenda, perché era interessata solo ai soldi e gli chiedeva di produrre sempre più opere. Poi dopo un aneurisma entrò in depressione, si dette all’alcool, lasciò la moglie. Ma anche in quel periodo, che precede il suo tragico suicidio, non smise di impegnarsi. Lo fece anche creando una fondazione per vecchi artisti. Lui che apparteneva a una generazione di pittori venuti della vecchia Europa aiutava i nuovi pittori americani a emergere. Fu importante per Barnett Newman, per Pollock, per una intera generazione di artisti americani.

Quale messaggio ci trasmette oggi Rothko?
Il suo messaggio è estremamente contemporaneo. Tanto più in questo caos che stiamo vivendo adesso, sia in America che in Medio Oriente. Indica la strada giusta quella dell’inclusione, la strada della luce, la strada democratica. Anche perché pensava che l’arte è per tutti, non solo per un’élite, per i cattedratici, per gente con tre Phd. La pensava per la gente che non sa leggere. Il suo percorso è tra politica, arte e etica. Ed è di grande ispirazione. Per me è un grande onore insegnare ai giovani in questi tempi di caos. Le loro risposte sono commoventi. Sento la responsabilità di scrivere, parlare con i giornalisti, con i lettori in tanti Paesi diversi. Di recente sono stata in Cina in occasione della traduzione di Picasso. Una vita da straniero. E poi in Brasile, in Polonia e altrove. Io credo che il ruolo degli intellettuali sia importantissimo in questi tempi in cui c’è troppa ignavia e troppo silenzio rispetto a tutto quello che sta accadendo.

In apertura, immagini tratte dal catalogo della mostra Mark Rothko a Firenze