Home Blog Pagina 3

Autonomia digitale strumento di pace

È la fine del 2025 e l’Iran comincia a bollire. Il rial crolla, i prezzi schizzano, la carne sparisce dai frigoriferi del ceto medio. A Teheran, questa volta, a ribellarsi non sono solo studenti o attivisti, ma anche i commercianti del bazar che abbassano le serrande e trasformano un gesto “economico” in uno politico. Le persone scendono in strada chiedendo un cambiamento di sistema. La protesta è anche digitale: si ricorre alle Vpn, i messaggi vengono rilanciati dalla diaspora. A questo punto il potere decide che la rete deve essere chiusa. La sera dell’8 gennaio 2026 l’Iran viene scollegato dal mondo.

Fuori dal Paese cala il silenzio, mentre dentro si stringe la repressione. Le forze di sicurezza aprono il fuoco sulle manifestazioni e riempiono ospedali e carceri. Diventa chiaro ai manifestanti che il telefono non è un megafono, piuttosto rischia di essere un localizzatore, e che i social non sono una piazza, ma possono essere un registro. La protesta cambia forma. Scompaiono i cortei annunciati online. Compaiono appuntamenti comunicati a voce. I negozi diventano nodi informativi, le università centri di trasmissione orale. Il passaparola sostituisce la notifica. Pochi dispositivi satellitari nascosti trasmettono immagini all’estero, mentre la maggioranza dei cittadini non può che passare a una vita offline.

A prescindere dall’esito finale, e dal conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti, le piazze iraniane segnalano un punto centrale: la tecnologia non è neutrale, ma è, senza eccezioni, una leva di potere. Ed è proprio da questa constatazione concreta, non meramente teorica, che è nata la domanda attorno a cui ruota il mio libro Il trilemma della libertà (La nave di Teseo): quale equilibrio può esistere tra Stati, cittadini e tecnologie digitali?

Il caso iraniano rappresenta l’esempio limite di una configurazione repressiva, uno dei tre corni del trilemma: lo Stato, usa l’apparato tecnologico, spesso fornito da imprese, contro la società. Siamo in uno scenario di “libertà soffocata”, dove Stati e compagnie si alleano contro i cittadini. La repressione non avviene più solo nelle strade, ma nelle infrastrutture informative.

La libertà non viene semplicemente vietata, viene resa tecnicamente impossibile.

A partire da qui possiamo immaginare altri assetti. Un secondo scenario è quello della “libertà economicista”, in cui i cittadini

La primavera a Pechino

Ogni anno, ormai da millenni, i contadini delle vaste pianure dell’Asia orientale celebrano l’arrivo della stagione della semina, la festa che celebra l’arrivo imminente della Primavera. Il ciclo si rinnova annualmente seguendo il tempo circolare della natura, sempre uguale ogni anno, diverso solo per gli esseri umani, che assistendo al passaggio di un anno, sono più vicini alla fine del loro tempo iniziato alla nascita: il tempo della natura ed il tempo degli esseri umani, tempo circolare e tempo lineare.

In Cina, forse da sempre, il tempo degli uomini segue e asseconda il tempo circolare della natura: ciascun governante si ricorda che il suo tempo è finito, la sua vita è una linea di cui si conosce l’inizio, ma si ignora la fine, mentre il tempo della natura si ripete sempre uguale a sé stesso, ogni anno diverso, nell’infinita storia dell’impero.

Ora come allora, nel 2026, come nei millenni delle dinastie, quando sorge la prima luna nuova dopo il solstizio di inverno, cioè il giorno in cui compare alla vista la prima nuova luna dopo il punto del massimo buio, la vita si rinnova con il Capodanno cinese, Chunjie o festa della Primavera, che dura fin quando quella prima luna giunge al suo culmine, diviene piena e si celebra la festa delle Lanterne Yuanxiaojie, che chiude il periodo festivo.

Le feste, come sappiamo, anche alle nostre latitudini, sono l’occasione per ripensare al passato e immaginare il nuovo anno. Infatti, sbarcando ad Hanoi in Vietnam, il 16 marzo, per la prima visita ufficiale dell’anno, il ministro degli Esteri di Pechino Wang Yi ha dichiarato: «I programmi dell’anno si fanno in primavera».

Nel 2026 la festa di Primavera è caduta il 17 febbraio, la festa delle Lanterne ha chiuso le festività il 3 marzo con la luna piena e il 4 marzo si è aperta a Pechino la riunione plenaria annuale della Conferenza politico consultiva, uno dei cosiddetti due rami del Parlamento cinese. Il giorno dopo, il 5 marzo si è inaugurata la riunione plenaria annuale del Parlamento cinese vero e proprio, l’assemblea nazionale dei rappresentanti del popolo (quarta riunione della XIV legislatura eletta nel 2023).

Le due sessioni o lianghui, sono le uniche due occasioni annuali in cui si riuniscono tutti gli oltre cinquemila delegati, membri delle due assemblee. Quella consultiva è composta da poco più di duemila persone, di cui la maggioranza provenienti dalla società civile: professionisti, imprenditori, professori, ricercatori e scienziati; mentre la seconda è composta da oltre tremila delegati tutti membri del Partito comunista. Cinquemila persone che lentamente con passo solenne hanno preso posto nelle enormi sale del parlamento cinese, situato sul lato occidentale della immensa piazza Tian’anmen, un palazzo di stile sovietico inaugurato nel 1959 in occasione del decimo anniversario della Repubblica popolare cinese.

Mentre la Conferenza politico consultiva non ha compiti legislativi ma costituisce semplicemente una occasione preparatoria per la discussione dei grandi temi di interesse nazionale, la riunione dell’assemblea nazionale dei rappresentanti del popolo inizia con il Rapporto sul lavoro del governo: il più importante documento annuale con il quale il governo cinese riepiloga la situazione dell’anno appena trascorso e programma le iniziative per l’anno appena iniziato, proprio come dice il proverbio: «I programmi dell’anno si fanno in primavera». Udendo in televisione anche quest’anno quella voce scandita

Quelle oasi di pace nel caos globale

Mentre il mondo brucia – letteralmente – in più parti, l’Islanda continua a essere quello che è da diciassette anni consecutivi, vale a dire il Paese più pacifico del pianeta. Il risultato è stato messo nero su bianco dal Global peace index 2025 (Gpi) dell’Institute for economics and peace (Iep) – la più autorevole e completa misurazione annuale della pace mondiale, giunta alla sua XIX edizione e che copre 163 Paesi e il 99,7% della popolazione mondiale.

La piccola isola vulcanica nel cuore del mare del Nord si è confermata al primo posto pur non essendo l’unico Paese al mondo con zero conflitti interni e zero coinvolgimenti a qualsiasi titolo in conflitti internazionali nel periodo di rilevazione. Sul risultato finale pesano diversi fattori: Reykjavik non ha un esercito in senso tradizionale, dispone di una guardia costiera e di forze di polizia leggera, il tasso di omicidi è tra i più bassi del pianeta, la percezione di sicurezza dei cittadini è la più alta al mondo, solo per citarne alcuni. Inoltre, nell’ultimo Democracy index pubblicato a metà 2025 ha ottenuto 9.38 su 10 – quarto al mondo – e il coefficiente di Gini, che misura le disuguaglianze economiche, è tra i più contenuti in assoluto. Ma la storia recente islandese non è solo un catalogo di primati virtuosi. Nel 2008, il sistema bancario è collassato in modo spettacolare – una delle crisi finanziarie più drammatiche in proporzione al Pil che un Paese moderno abbia mai subito. Eppure l’Islanda ha reagito in modo del tutto originale. Invece di salvare le banche con denaro pubblico come hanno fatto quasi tutti gli altri Paesi occidentali, ha lasciato fallire gli istituti insolventi, ha processato i banchieri responsabili, ha protetto i cittadini comuni attraverso il welfare.

Nel giro di pochi anni l’isola è tornata a crescere, con la disuguaglianza sociale addirittura ridotta rispetto al periodo pre-crisi. Questa risposta alla crisi è forse il più eloquente esempio della “forza” islandese: quando la pressione arriva, la risposta è istituzionale, non clientelare. Non a caso la fiducia civica nelle istituzioni, costantemente tra le più alte al mondo, non è un’astrazione sociologica ma il prodotto di scelte politiche concrete e verificabili. Ed è esattamente quella fiducia che alimenta la coesione sociale da cui dipende la pace e il ripudio della guerra.

Attenzione però, l’Islanda non è impermeabile al contesto globale. La sua posizione geografica, nell’Oceano Atlantico settentrionale – a circa 300 km dalla Groenlandia e 830 km dalla Scozia – con l’infrastruttura aeroportuale di Keflavik utilizzata per dispiegamenti rotazionali della Nato, la rende un nodo strategico in un momento di tensioni crescenti come quello che stiamo vivendo. E la sua economia piccola, dipendente

Se la guerra diventa ecocidio

Nel dibattito pubblico, la dimensione ambientale della guerra tende a rimanere sullo sfondo. Eppure, nel caso del conflitto che coinvolge l’Iran e l’area del Golfo, essa assume un rilievo autonomo, non riducibile a mera conseguenza accessoria delle operazioni militari. Le evidenze disponibili, pur frammentarie, delineano un quadro che merita di essere considerato anche alla luce delle categorie del diritto internazionale.

I dati raccolti da centri di ricerca indipendenti indicano che gli attacchi a infrastrutture energetiche – in particolare depositi, raffinerie e impianti di lavorazione – producono effetti che si collocano al di là della distruzione immediata dell’obiettivo militare. La combustione incontrollata di grandi quantità di idrocarburi libera nell’atmosfera particolato fine, ossidi di zolfo e composti organici complessi, con ricadute dirette sulla salute umana e sugli ecosistemi urbani (Conflict and Environment Observatory, 2025; Unep, 2024). Gli episodi registrati nelle aree urbane iraniane nelle settimane successive ai bombardamenti – tra cui il fenomeno della cosiddetta «pioggia nera» – rappresentano una manifestazione empirica di tali dinamiche: le particelle derivanti dalla combustione del petrolio fungono da nuclei di condensazione e ricadono al suolo sotto forma di precipitazioni contaminate, con effetti potenziali su suoli agricoli e risorse idriche (analisi atmosferiche riportate in studi recenti su aree di conflitto con incendi petroliferi; cfr. letteratura comparata sulla prima guerra del Golfo).

A ciò si aggiunge un ulteriore profilo, che riguarda la natura cumulativa del danno. Secondo analisi recenti, gli attacchi hanno interessato numerosi siti energetici nell’area mediorientale, determinando incendi prolungati e dispersione di sostanze tossiche, con impatti che si estendono nel tempo e nello spazio (International Energy Agency — analisi preliminari 2026; Ceobs, report regionali). La letteratura scientifica sugli effetti delle guerre precedenti – in particolare la prima guerra del Golfo – ha già documentato come eventi analoghi possano produrre contaminazioni persistenti, alterazioni degli ecosistemi e danni sanitari rilevabili a distanza di anni o decenni (Unep, Desk Study on the Environment in Iraq, 2003; aggiornamenti successivi).

Nel caso attuale, la specificità del contesto del Golfo amplifica tali rischi. Si tratta di un bacino semi-chiuso, caratterizzato da un equilibrio ecologico fragile e da una forte dipendenza da infrastrutture critiche, come gli impianti di desalinizzazione. Attacchi a infrastrutture portuali, piattaforme offshore o unità navali – già documentati nel corso del conflitto – espongono l’area a sversamenti di petrolio e a contaminazioni diffuse, difficilmente contenibili in tempi brevi (Unep, 2024; Ceobs, Rapid Environmental Assessments, 2025).

Un ulteriore elemento riguarda l’impatto climatico complessivo delle operazioni militari. Studi recenti stimano che, nelle prime fasi del conflitto, le emissioni generate da bombardamenti, incendi di depositi e attività militari abbiano raggiunto livelli comparabili a quelli annuali di interi stati a bassa intensità emissiva (analisi climatiche indipendenti su conflitti contemporanei; cfr. anche studi su impronta carbonica delle operazioni militari pubblicati tra il 2023 e il 2025). Si tratta di un dato che, pur richiedendo ulteriori verifiche, suggerisce come la guerra contemporanea operi anche come fattore di accelerazione del cambiamento climatico.

Sul piano giuridico, questi fenomeni si collocano all’intersezione tra diritto internazionale umanitario e diritto internazionale dell’ambiente. Le norme consuetudinarie e pattizie vietano l’uso di metodi e mezzi di guerra che causino danni estesi, duraturi e gravi all’ambiente naturale (Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra, artt. 35 e 55; International Committee of the Red Cross, studio sul diritto consuetudinario). Tuttavia, l’applicazione concreta di tali principi incontra limiti evidenti: la qualificazione di un’infrastruttura come obiettivo militare legittimo e la difficoltà di prevedere ex ante l’estensione del danno ambientale rendono complessa l’attribuzione di responsabilità.

In questo contesto, la guerra nel Golfo sembra riproporre una questione già emersa nei conflitti precedenti: l’ambiente non è soltanto vittima indiretta, ma diventa di fatto un vettore di propagazione del danno. L’inquinamento atmosferico, la contaminazione delle acque e la degradazione del suolo incidono sulle condizioni di vita delle popolazioni civili ben oltre la durata delle ostilità, con effetti che tendono a sottrarsi alle categorie tradizionali della responsabilità bellica (World Health Organization, valutazioni su ambiente e salute nei contesti di guerra, 2024–2025).

Ne deriva una tensione evidente tra la struttura del diritto vigente e la natura dei danni osservati. Se il paradigma resta quello della proporzionalità rispetto al vantaggio militare immediato, gli effetti ambientali diffusi e differiti rischiano di rimanere ai margini della valutazione giuridica. È in questo scarto che si colloca, oggi, il dibattito sull’eventuale riconoscimento di forme più incisive di tutela, talvolta ricondotte alla nozione — ancora controversa — di ecocidio (Independent Expert Panel for the Legal Definition of Ecocide, 2021; sviluppi dottrinali successivi).

Senza indulgere in formule enfatiche, si può osservare che il conflitto in corso offre un caso di studio particolarmente significativo: non solo per l’intensità delle operazioni militari, ma per la centralità delle infrastrutture energetiche colpite e per la vulnerabilità ecologica dell’area interessata. Un contesto nel quale la distinzione tra danno ambientale e danno umanitario tende progressivamente a sfumare, lasciando emergere un terreno di responsabilità che il diritto fatica ancora a definire con precisione.

In apertura, foto WMC

Trentotto morti e una multa

Martedì nel Mediterraneo sono morti in trentotto. Diciannove a Lampedusa, partiti dalla Libia su un barchino trasformato dalla tempesta in una trappola: corpi accatastati uno sull’altro, bambini in condizioni disperate. Cinque i sopravvissuti, ancora incapaci di raccontare. Altri diciannove nell’Egeo, un gommone rovesciato davanti a Bodrum: fra le vittime un neonato, rifugiati afghani in fuga dall’Iran. Alla Sava, al confine tra Bosnia e Croazia, i dispersi non si contano ancora. Giornata nera, come si dice. Poi si gira pagina.

Intanto Sea-Watch deve giustificarsi. Il 31 marzo Fratelli d’Italia ha pubblicato un post per celebrare la multa di diecimila euro e il fermo venti giorni comminati alla Sea-Watch 3 per aver attraccato in un porto diverso da quello assegnato. “Furore ideologico”, lo definiscono. Giorgia Linardi, portavoce dell’Ong, ha replicato che quel porto era il più vicino, raggiunto in stato di necessità dichiarato per sottrarre le persone soccorse a quello che chiama “un atto di tortura di Stato”: giorni inutili di navigazione a persone appena sopravvissute al rischio di morire in mare. Il diritto internazionale, per Sea-Watch, viene prima della legge italiana. Per Fratelli d’Italia è propaganda.

Il partito che ha perso il referendum sulla separazione delle carriere, respinto dal 53,56% degli italiani il 23 marzo, si consola attaccando chi salva le persone. Scottato dall’esito del voto, usa il soccorso in mare per attaccare la magistratura che continua a dar torto alle sue politiche migratorie. I morti restano silenzio. E il silenzio, in questo Paese, si chiama normalità.

Buon giovedì.

Israele e la pena di morte. Quando la disumanità si fa Stato

L’introduzione della pena di morte per atti di terrorismo da parte della Knesset (parlamento israeliano) segna un passaggio che interroga, prima ancora che la politica, la qualità giuridica dello Stato. Non si tratta solo del ritorno a una sanzione estrema, da tempo espunta dagli ordinamenti che si riconoscono nel costituzionalismo contemporaneo, ma della modalità con cui essa viene configurata: una pena potenzialmente applicabile senza richiesta dell’accusa, senza necessità di unanimità tra i giudici e, soprattutto, costruita su una definizione normativa che finisce per selezionare in concreto una sola categoria di destinatari.

Il diritto penale, quando si piega a finalità identitarie o securitarie, smette di essere limite al potere e diventa suo strumento. In questo caso, la tipizzazione dell’illecito – «causare intenzionalmente la morte con l’obiettivo di negare l’esistenza dello stato» – appare meno come descrizione di un fatto e più come qualificazione politico-esistenziale dell’autore. Il rischio evidente è quello di un diritto penale del nemico, in cui la persona è giudicata per ciò che rappresenta, più che per ciò che ha fatto.

La storia giuridica israeliana conosce un solo precedente di applicazione della pena capitale: nel 1962, nei confronti di Adolf Eichmann. Un caso eccezionale, legato a crimini di dimensione e natura tali da essere considerati fuori dall’ordinario. Proprio quell’eccezionalità aveva contribuito, nel tempo, a mantenere la pena di morte ai margini dell’ordinamento.

La scelta odierna rompe quell’equilibrio e introduce una frattura ulteriore: tra diritto e uguaglianza, tra giurisdizione e politica, tra sicurezza e garanzie. In un sistema che già presenta anomalie – dall’assenza di una costituzione formale alla centralità di leggi fondamentali suscettibili di revisione politica – l’innesto della pena capitale, con tali caratteristiche, accentua una deriva in cui il diritto perde la sua funzione di contenimento e si espone al rischio di essere, esso stesso, veicolo di discriminazione.

Il quadro si completa con: la stretta su Gaza e la Cisgiordania racconta la stessa logica applicata alla dimensione militare e territoriale. → Leggi l’approfondimento di Simona Maggiorelli

Foto WMC

 

La settimana corta è brutta solo per tutti gli altri

Venerdì 10 aprile Giorgia Meloni avrebbe dovuto presentarsi in Parlamento per rilanciare l’azione di governo. Lo ha comunicato il ministro Luca Ciriani (Fratelli d’Italia) nel pomeriggio di martedì. Poi qualcosa è cambiato: l’informativa è slittata al giovedì 9 perché i parlamentari di maggioranza non volevano restare a Roma il venerdì. La settimana corta, insomma, è brutta solo per tutti gli altri.

È un copione già visto. A marzo la Camera ha bocciato la proposta di Pd, Avs e M5S per ridurre l’orario di lavoro a 32 ore settimanali a parità di salario: 132 voti a favore dell’emendamento soppressivo, 90 contrari. Costi insostenibili, ha spiegato il centrodestra. Già lo scorso giugno Ciriani aveva proposto di spostare le interpellanze al giovedì per allungare il weekend. Al Senato, del resto, si chiude il giovedì da anni.

C’è una cosa che vale la pena scrivere per esteso. Gli stessi parlamentari che non volevano restare a Roma di venerdì hanno tutto l’interesse a tenere in vita questo governo almeno fino all’aprile del 2027. Per maturare il diritto alla pensione servono quattro anni, sei mesi e un giorno di mandato: la XIX legislatura ha iniziato il 13 ottobre 2022, la data scatta intorno alla metà di aprile del prossimo anno. Chi non ci arriva perde i contributi. Davvero c’è qualcuno che pensa che questi parlamentari faranno di tutto per non arrivare fino in fondo?

Sostanzialmente questa è la cosiddetta “visione politica” della maggioranza: arrivare a fine mandato con le tasche in ordine. Il comando di Meloni è tanto autorevole che la sua agenda la decidono loro.

Buon mercoledì.

Foto Gov

Pil, prezzi dell’energia e mercato del lavoro. Perché l’Italia non regge il confronto con la Spagna

Nei giorni scorsi l’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha pubblicato il rapporto Interim Economic Outlook, che contiene le stime di crescita del Pil, ossia le previsioni sulla crescita economica. Le notizie per l’Italia non sono incoraggianti. L’economia del nostro Paese crescerà, secondo l’organizzazione, solo dello 0,4% nel 2026. Si tratta di un taglio di 0,2 punti percentuali rispetto alle previsioni pubblicate dalla stessa organizzazione a dicembre. La zona euro, nel suo complesso, vedrà una crescita dello 0,8%, anch’essa ridotta di 0,4 punti percentuali rispetto alle stime precedenti.

Non occorre sottolinearlo: il fattore determinante alla base di questa revisione è il protrarsi del conflitto in Medio Oriente, il quale ha portato con sé una fiammata dei prezzi dell’energia e stravolto le catene di approvvigionamento globali. In sostanza, secondo l’Ocse, la crisi energetica sta generando un aumento dei costi per le imprese e un’impennata dell’inflazione. La stima della nuova ondata inflattiva per l’Italia è del 2,4% per il 2026, il che significa un +1,7% rispetto alle attese prima del conflitto. E se la guerra dovesse protrarsi, gli effetti negativi sulla crescita potrebbero essere ancora più marcati, con rischi di recessione per i Paesi più esposti agli shock energetici. In particolare, l’Italia risulta tra i Paesi più vulnerabili a causa della sua dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio e della debolezza strutturale della domanda interna.

L’Ocse osserva, nel nostro Paese, un calo dei consumi e un collasso della fiducia dei consumatori, fatto avvalorato dai dati diffusi, sempre in settimana, dall’Istat: l’indice di fiducia dei consumatori è infatti sceso, in marzo, a 92,6 dal 97,4 di febbraio. In parole povere, gli italiani sono seriamente preoccupati per il futuro. Va un po’ meglio per quel che riguarda la fiducia delle imprese, per le quali si segnala un calo di un solo decimale: da 97,4 a 97,3.

D’altronde, le previsioni dell’Ocse ci forniscono la conferma di quanto già segnalato da altre istituzioni. Confindustria aveva già rivisto al ribasso la crescita italiana collocandola allo 0,5% per il 2026 e Banca d’Italia indicava lo 0,6%. Nonostante questa pluralità di avvertimenti, il governo non ha ancora aggiornato le ipotesi di base del suo quadro programmatico, ferme a una crescita dello 0,7%, previsione quanto mai difficile da mantenere.

Naturalmente è il quadro generale che è allarmante, come ricordato in precedenza. A essere messi male, tra l’altro, sono anche Paesi vicini e rilevanti come la Germania e la Francia, le economie dei quali sono fortemente integrate nelle catene di valore globali.

E qui vale la pena fare osservazioni specifiche su un altro Paese a noi assai vicino: la Spagna, che si distingue come un’eccezione positiva. La crescita prevista per quest’anno è del 2,1%, in ragione di una domanda interna più resiliente e di un minore impatto dello shock energetico. Come mai?

La Spagna sta utilizzando in modo molto efficace i fondi europei del Piano di ripresa e resilienza. In primo luogo, ha investito massicciamente nelle energie rinnovabili – solare ed eolico in particolare – che ora coprono più della metà della produzione elettrica nazionale, riducendo drasticamente la dipendenza dal gas al quale, invece, l’Italia è drammaticamente ancorata. Quest’anno il gas ha influenzato il prezzo dell’elettricità solo per il 15% delle ore in Spagna, contro l’89% in Italia e il 40% in Germania. I prezzi dell’energia spagnoli sono perciò tra i più bassi d’Europa: in marzo il prezzo medio è di circa 37 euro per megawattora, contro 138 in Germania e oltre 166 in Italia. Un vantaggio competitivo che si trasferisce nelle bollette di famiglie e imprese, sostenendo la domanda interna e la fiducia dei consumatori.

Centrale, dunque, il tema delle politiche economiche e industriali, drammaticamente assenti in Italia. In Spagna i programmi di investimento pubblico sono assai robusti: il governo ha varato pacchetti di aiuti mirati per assorbire l’impatto della crisi, con ulteriori sconti sulle bollette e sostegni fiscali ai settori più colpiti. Gli investimenti nella transizione energetica, nelle infrastrutture digitali e nella mobilità sostenibile hanno reso solida la domanda interna e migliorato la resilienza dell’economia anche in un momento così critico.

Non è un caso che il mercato del lavoro spagnolo, come rilevato dal Report del Centro studi di Lavoro&Welfare in Europa e in Italia aggiornato a novembre, abbia totalizzato la crescita maggiore di occupati in numeri assoluti: intorno ai due milioni e mezzo in cinque anni, seicentomila dei quali nel 2025, per un +12,4%.

Questo è quel che succede in un Paese nel quale lo Stato, senza fare il «padrone», si impegna con forza nell’indirizzare e stimolare la crescita dell’economia.

I circa tre anni e mezzo del governo Meloni sono stati invece segnati da un approccio ragionieristico, un’ossessione volta a tenere i conti in ordine che, da sola, senza una visione di sviluppo del Paese, ci ha condotto al punto morto in cui siamo: una nazione intimorita e incapace di crescere. Per quanto ancora si può andare avanti così, senza una chiara strategia, dovendo affrontare sfide globali nuove e imprevedibili?

L’autore: Già ministro del Lavoro, Cesare Damiano è presidente dell’associazione Lavoro&Welfare

«Non daremo tregua». La Flotilla dei cittadini riparte per Gaza

Matteo Cimbal è un ragazzo che fa parte della delegazione italiana di Thousand Madleens to Gaza, il grassroots citizen movement, nato nell’estate 2025, in concomitanza con la Global Sumud Flotilla, con la quale ha collaborato, insieme alla Freedom Flotilla, in occasione della missione per Gaza che la scorsa estate ci ha tenuto tutti con il fiato sospeso. Con lui parliamo di questo “movimento nato dal basso” e delle iniziative che stanno organizzando. «Nasciamo nel giugno 2025. Siamo stati la possibilità di agire per la società civile in prima persona per Gaza dopo due anni di dirette Instagram e video dei bombardamenti», mi dice Matteo. «La Freedom Flotilla riapre lo scenario con la missione Madleen di giugno. Da quell’esperienza nasce un account Instagram Madleen con il form di adesione “Facciamo mille Madleens”. Allo stesso tempo nasceva la Global Sumud Flotilla».

Ma ripercorriamo passo passo le fila della storia. Sono 18 anni che la coalizione internazionale si muove per rompere l’assedio a Gaza. Il Free Gaza Movement è stato il primo gruppo a organizzare spedizioni civili via mare. Il 23 agosto 2008 due piccole imbarcazioni del Free Gaza Movement – la SS Free Gaza e la SS Liberty – sono riuscite a raggiungere il porto di Gaza partendo da Cipro. A causa di crescenti difficoltà logistiche e militari a seguito dell’operazione Piombo Fuso di Israele, nel 2010 il Free Gaza Movement decise di unirsi ad altre organizzazioni internazionali per formare la Freedom Flotilla Coalition, passando così da singole barche a veri e propri convogli di navi. La missione d’esordio della Freedom Flotilla Coalition fu quella della Mavi Marmara, divenuta tristemente nota per l’assalto delle forze israeliane in acque internazionali il 31 maggio 2010 che uccisero 10 attivisti e provocarono lo scontro diplomatico Turchia-Israele. Da allora la Ffc ha organizzato diverse spedizioni per Gaza per rompere il blocco navale, fino alle recenti missioni della nave Handala (2023-2024) e della nave Madleen del giugno 2025, a cui ha partecipato anche Greta Thunberg e Rima Hassan, eurodeputata franco-palestinese della France Insoumise. Il movimento Thousand Madleens è emerso tra luglio e agosto del 2025 come risposta della società civile all’escalation a Gaza, ponendosi l’obiettivo simbolico di mobilitare mille imbarcazioni. Mentre le navi della Global Sumud Flotilla erano già in viaggio, la Thousand Madleens ha lanciato la sua flotta principale insieme alla Ffc tra il 24 e il 27 settembre 2025 da porti come Catania e Otranto, che è stata poi intercettata e bloccata a ottobre dalle forze israeliane in acque internazionali a circa 70-120 miglia da Gaza. L’organizzazione a cui appartiene Matteo, la Thousand Madleens, deriva il nome e l’ispirazione dalla Madleen, la piccola imbarcazione che tentò di rompere l’assedio nel giugno scorso. Se una piccola Madleen è stata allora bloccata, oggi mille Madleen non saranno bloccate, perché una forza troppo grande.

Il nome omaggia Madleen Kulab, conosciuta come la prima pescatrice di Gaza. La sua storia è diventata un simbolo di resistenza e determinazione per la popolazione locale. Madleen è cresciuta in un campo profughi di Al-Shati Camp, vicino alla costa di Gaza City. Fin da bambina accompagnava il padre a pescare, imparando così il mestiere, in un settore duramente colpito nel corso degli anni dal blocco navale e dalle restrizioni alla pesca. A Gaza la pesca è quasi esclusivamente maschile. Ma Madleen ha continuato a pescare alla morte del padre: ha guidato la barca da sola e ha sostenuto così economicamente la famiglia. Per questo è diventata un simbolo della resistenza dei civili a Gaza e della loro volontà di continuare a vivere e lavorare nonostante il conflitto. Quella stessa resistenza che troviamo nel nome arabo Sumud. Ed è un nuovo progetto di resistenza per la Palestina, la missione Spring Mission 2026, che si pone in continuità con la precedente e vede nuovamente la collaborazione delle tre organizzazioni per un’azione coordinata via mare e terra. «Qui c’è un’alleanza che mette insieme tutte le capacità logistiche, nautiche e strategiche delle tre organizzazioni in un unico progetto». Si chiama land convoy l’operazione via terra che integrerà la missione via mare.

Matteo mi racconta che la missione di oggi della Thousand Madleens consta di 20 barche, un quinto delle 100 imbarcazioni che comporranno l’intera missione, molte di più delle 41 della Global Sumud Flotilla della scorsa estate. In ogni barca ci saranno 7-8 persone: medici, politici, giornalisti e attivisti. Lui non ci sarà. È uno delle centinaia di attivisti che lavorano sulla logistica, un lavoro dietro le quinte, come spesso accade, fondamentale per la riuscita delle iniziative. Appartiene alla delegazione italiana, ma le delegazioni provengono da tutti i Paesi e le aree geografiche del mondo. «Ci saranno degli eurodeputati che parteciperanno alla missione, non si sa ancora quali, ma a titolo personale. Non abbiamo un interesse a essere legati ai partiti», mi riferisce. Partiranno da Marsiglia a ridosso di Pasqua, direzione Gaza, dove sperano di riuscire a salpare. La nave “Bianca”, invece, è già salpata da Livorno pochi giorni fa, il 22 marzo, come parte della nuova Global Sumud Flotilla, per riprovare a portare aiuti e generi di prima necessità. «Rispetto alla scorsa missione sentiamo rinnovata l’esigenza di riprovare a forzare il blocco e l’embargo israeliano. La situazione a Gaza è spaventosa. Vogliamo portare aiuti e riportare l’attenzione politica e mediatica su quello che accade lì», dice Matteo.

Che poi continua: «La nostra è una responsabilità politica e storica: bloccare l’embargo israeliano e delle potenze occidentali alleate».

Vi muovete quindi per riportare l’attenzione su Gaza distolta dalla guerra in Iran?, chiedo. Risponde di sì, ma percepisco – e mi dice – che più che la geopolitica e la comunicazione la loro è una missione mossa da intenti umanitari, umani, elementari. Porteranno anche materiali e utensili da lavoro utili per la ricostruzione di Gaza e dei suoi edifici.

«Oggi c’è un contesto più instabile per salpare, un rischio più elevato: la guerra si è estesa». Ma la loro volontà di denunciare il sistema di guerra che, a suo parere, l’Occidente crea è più forte, così come quella di denunciare le armi e l’approvvigionamento bellico. «Nelle nostre campagne collaboriamo con attività portuali che bloccano l’accesso di armi nei porti europei», mi chiarisce. «Lavoriamo con organizzazioni che evitino che arrivino armi in Europa». E prosegue: «Il nostro sistema economico, per essere stabile, ha bisogno di guerre, di Stati vassalli come Israele da poter influenzare». Matteo mi racconta anche che la Thousand Madleens è in contatto e ha un legame forte con altre organizzazioni e Ong che fanno solidarietà politica nel Mediterraneo, le stesse Ong espulse da Gaza, dove il diritto internazionale umanitario è ormai compromesso. «Ma come farete a salpare a Gaza? Non pensate che sarete nuovamente bloccati da Israele?»

«Ci sono due scenari. È probabile che saremo intercettati e arrestati. Ma se ci sarà una forte mobilitazione delle masse e i governi saranno imparziali, allora avremo la possibilità di salpare a Gaza. Abbiamo contatti a Gaza. Possiamo rimanere lì per mesi. Non ci aspettiamo comunque un passaggio gentile con Israele».

C’è un sito dell’organizzazione che raccoglie fondi per l’impresa, ma – mi sottolinea Matteo – più che il supporto economico ciò che gli interessa è riuscire a far entrare persone nell’organizzazione e creare spazi di lavoro.

Ma la situazione a Gaza com’è ora, dopo la pace siglata da Trump? Facciamo il punto. Il 58% del territorio di Gaza è stato annesso da Israele e il 60% della Cisgiordania è sotto occupazione totale israeliana, entrambe illegali secondo il diritto internazionale.

Si legge nella nota manifesto dell’organizzazione: «Nonostante il cosiddetto cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, il genocidio perpetrato da Israele continua senza sosta. Israele ha commesso più di 500 violazioni dell’accordo in sette settimane, uccidendo più di 350 palestinesi. Solo il 24% degli aiuti umanitari che dovrebbero entrare a Gaza ogni giorno, in base all’accordo, viene autorizzato. La fame continua a essere utilizzata come arma di guerra. Si sta istituzionalizzando una procedura legale per l’esecuzione degli ostaggi palestinesi. I civili vengono uccisi per aver attraversato una linea immaginaria – segnata da blocchi gialli – sulla loro stessa terra, una linea che priva Gaza del 98,5% dei suoi terreni agricoli».

È questo che spinge l’organizzazione a partire e che aggrega così tante persone della società civile: decine di operatori sanitari, marinai, tecnici, avvocati, cuochi, artisti, giornalisti e studenti. Oggi le violazioni sono più di 2000, i palestinesi uccisi quasi 700 e i feriti circa 1876. Dal 7 ottobre 72.267 palestinesi sono stati uccisi, compresi 20.179 bambini; 171.967 sono i feriti. Gli ospedali sono in condizioni catastrofiche.

«Dopo anni di bombardamenti incessanti, fame deliberata, furto di terre e genocidio del popolo palestinese da parte di Israele, la lotta non deve fermarsi, seguendo le orme delle flottiglie di cittadini internazionalisti lanciate pochi mesi fa», riporta la nota. «Non daremo tregua al regime coloniale di Israele. Abbiamo fatto una promessa ai nostri compagni in Palestina: inviare flottiglie fino a quando l’assedio illegale di Gaza da parte di Israele non sarà spezzato, il genocidio – che è entrato nel suo terzo anno – non sarà terminato e il popolo palestinese potrà finalmente vivere in libertà e autodeterminazione».

Un dato su tutti a conferma di questo quadro descritto dall’organizzazione: dal cessate il fuoco fino al 27 marzo Israele ha attaccato Gaza 147 giorni su 169. Il 90% della popolazione è sfollata.

«E il progetto di Israele non si ferma ai confini della Palestina. Israele sta ridisegnando i confini e attaccando chi difende i diritti umani, rivendicando libertà e dignità umana per tutti, schierandosi fianco a fianco con chi resiste all’occupazione: Libano, Siria, Yemen e Iran. Ribadiamo che la situazione dopo il “cessate il fuoco” rimane immutata: il genocidio continua e la società civile mondiale deve quindi intensificare le sue azioni in solidarietà con il popolo palestinese. Di fronte all’orrore di Israele, dobbiamo essere all’altezza della situazione. Le flottiglie lanciate pochi mesi fa – la Global Sumud Flotilla, Thousand Madleens e la Freedom Flotilla Coalition – ci hanno mostrato che, quando i popoli del mondo si uniscono, i cittadini possono liberarsi dall’impotenza. Insieme abbiamo il potere di confrontarci con il sionismo, sfidare lo Stato israeliano e spostare l’equilibrio di potere a favore dei popoli liberi. Ci stiamo preparando a tornare, più forti e più numerosi che mai, poiché le flottiglie rimangono un mezzo di azione internazionale cosciente in risposta al genocidio in corso, complementare alle azioni locali contro l’industria delle armi e contro le aziende e gli Stati che finanziano il genocidio di Israele».

 

Ecco la “leggerezza” di Delmastro che non trovava una definizione giuridica

Diciassette dicembre 2024. A Biella, davanti a un notaio, sei persone costituiscono la “Le 5 Forchette”. Tra loro Delmastro e Miriam Caroccia, diciottenne figlia del prestanome condannato del clan Senese. Lo sappiamo, certo, ma c’è una novità: secondo la procura di Roma, è quel momento il punto d’innesco del reato: da quella data inizia il riciclaggio di capitali mafiosi.

L’avviso a comparire notificato a Miriam Caroccia non è un aggiornamento burocratico. È il salto di qualità che trasforma mesi di ipotesi in imputazione formale: la Bisteccheria d’Italia avrebbe permesso al clan di reinvestire capitali illeciti, rafforzare la propria posizione territoriale e sottrarre beni a misure ablatorie. Sporchi, scrivono i pm, erano i soldi con cui i Caroccia si sarebbero attribuiti fittiziamente il cinquanta per cento della società. Sporchi anche i capitali nella fase di avviamento.

Giorgia Meloni aveva detto “leggerezza”. Ogni giorno quella parola costa di più. Nel locale che la procura sospetta fosse un nodo di riciclaggio, i vertici del Dap erano stati fotografati a cena. Delmastro era ancora presente a fine gennaio 2026, mesi dopo aver ceduto le quote. E lui, in quel periodo, aveva la delega proprio al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, cioè al cuore del sistema carcerario: quello stesso sistema per cui nel febbraio 2025 era stato condannato in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio.

La commissione Antimafia, con voto unanime che include Fratelli d’Italia, ha approvato un ciclo di audizioni: procura di Roma, forze dell’ordine, Dap, scorta. E Delmastro stesso. “Leggerezza” attende ancora una definizione giuridica.

Buon martedì.

Foto di Immo Wegmann su Unsplash