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Il modello funziona. Peccato per i morti

Seicentoquattordici (614). Tante sono le persone morte o disperse nel Mediterraneo centrale dall’inizio dell’anno fino al 21 marzo, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Il record dal 2014. Più del triplo rispetto allo stesso periodo del 2025.

Mercoledì 25 marzo, da Algeri, Giorgia Meloni ha detto che «se in questi anni siamo riusciti a ridurre gli sbarchi illegali e le tragedie in mare, lo dobbiamo anche alla forte cooperazione con l’Algeria». Quella cooperazione «rappresenta un modello per la regione».

Un modello. Mentre l’Oim contava i corpi.

C’è un problema geografico. I migranti che partono dall’Algeria sono da anni diretti verso la Spagna, lungo la rotta occidentale. Quella centrale, che unisce la Libia all’Italia, non riguarda Algeri. Meloni lo sa o lo ignora: in entrambi i casi è grave.

Il vanto è falso. Gli sbarchi sono calati. Ma l’Oim spiega: le persone continuano a partire, le navi Ong sono state bloccate con decreto, alcune barche arrivano e altre si perdono. Quando si perdono non se ne parla, perché non c’è nessuno a raccoglierle.

I 3.250 migranti intercettati tra gennaio e il 21 marzo, tra cui 238 donne e 67 bambini, sono stati riportati in Libia dalle milizie finanziate da Roma: le stesse che rispondono a Osama Almasri, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra, arrestato a gennaio e liberato in quarantotto ore su un aereo di Stato.

Il modello, sostanzialmente, è questo: meno sbarchi perché più morti in mare, e più prigionieri consegnati ai campi di tortura libici. Meloni lo chiama successo. L’Oim lo chiama record.

Buon lunedì.

Senza potere non esistono

La loro unica qualità è il potere che hanno. Sul serio, pensateci, nel giro di poche ore abbiamo assistito al ghigliottinamento di Giusi Bartolozzi, colei che voleva rifondare il significato della parola giustizia. Poi è stato il turno di Andrea Delmastro, quello che in pubblico voleva vedere soffocare i mafiosi con cui in privato entrava in società attraverso la figlia di un prestanome. Poi è stato il turno di Daniela Santanchè, donna insicura ma vanitosa del suo potere e del fascino che ne deriva, che ha sempre avuto come unico pregio il suo poter vantare vicinanza ai potenti. Infine c’è Maurizio Gasparri, statista quanto la sua carota che ha agitato contro Sigfrido Ranucci e Report, uno che in un Paese meritocratico sarebbe un troll nel chiaroscuro della sua cameretta.

Non è finita qui. In Forza Italia nel mirino c’è il capogruppo alla Camera Paolo Barelli (vi state chiedendo chi sia? Ecco, appunto) e poi su su fino al ministro Antonio Tajani, che ormai è diventato un aggettivo: “fare il Tajani” è il nuovo sinonimo di filare e non tessere.

Tutta gente che non esisterebbe senza il suo potere. Persone che se non fossero parlamentari, se dovessero confrontarsi con il normale mondo del lavoro, sarebbero laterali in qualsiasi fabbrica o in qualsiasi ufficio. Ed è così anche per i non dimessi, quelli che siedono in posti di potere per vicinanza alla presidente del Consiglio: una classe dirigente indegna che è un’offesa per tutti i lavoratori.

Loro sono il loro potere, solo quello. Per questo ci si abbarbicano ossessivi e violenti. Se cade quello, cade tutto.

Buon venerdì.

Su Gaza e la Cisgiordania, la stretta finale di Israele

A Gaza i palestinesi continuano ad essere uccisi nonostante la “tregua”. In Cisgiordania la colonizzazione avanza insieme agli sfratti, alle aggressioni dei coloni israeliani ai danni dei palestinesi. In questo scenario Israele allarga i poteri dei tribunali religiosi e la corsa verso una legge sulla pena di morte per gli accusati di terrorismo palestinesi. Con una accelerazione imposta dall’ultradestra la Commissione sicurezza della Knesset ha appena spedito il disegno di legge alle due letture finali. Nel silenzio più generale, mentre la popolazione israeliana è sotto pressione per le conseguenze della guerra contro l’Iran.

Secondo esperti Onu il disegno di legge viola il diritto alla vita e discrimina i palestinesi nei territori occupati. Per quanto la pena di morte esistesse già in Israele questa legge la rilancia con un provvedimento diretto contro i prigionieri palestinesi. Secondo +972 questo progetto di legge è un il tentativo di istituzionalizzare la vendetta e di cancellare un altro limite all’uso della violenza di Stato ed è pensato per colpire soprattutto i palestinesi. Di fatto sotto la guida di Netanyahu e degli ultra ortodossi Israele sta sempre più spostando il proprio baricentro verso uno Stato sempre più etnico, più religioso e più punitivo.

Intanto Gaza è ancora teatro di bombardamenti ed è un agghiacciante laboratorio di logoramento umano attraverso la fame, la carenza di acqua, la mancanza di presidi sanitari e la sadica burocrazia degli aiuti, che l’Idf fa passare ancora con il contagocce. Parallelamente la Cisgiordania è sempre più un territorio occupato, che viene ridefinito con avamposti, sgomberi, check-point nell’impunità più totale dei coloni. Quella che si dipana a Gaza e in Cisgiordania è un’unica architettura di dominio che usa la guerra esterna, la colonizzazione interna e la trasformazione legislativa per ridisegnare ulteriormente i rapporti di forza tra israeliani e palestinesi.

A Gaza la “tregua” non ha fermato la macchina della morte, l’ha solo resa intermittente. Dal cessate il fuoco almeno 680 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano.  Gli attacchi aerei, i colpi d’artiglieria e il fuoco lungo e oltre la “Yellow Line” non si sono mai davvero interrotti, e nelle ultime settimane sono tornati ad aumentare. Il bilancio complessivo della guerra ha ormai superato i 72 mila morti mentre uno studio di The Lancet Global Health stima che nei primi 15 mesi i decessi siano stati molti più di quelli registrati in tempo reale.

Si continua a morire non solo per le bombe. Si muore perché Israele ha chiuso i valichi il 28 febbraio, sospendendo ingresso di aiuti, carburante e merci, evacuazioni mediche e rotazioni del personale umanitario; perché Kerem Shalom è rimasto per giorni l’unico punto operativo, con forti colli di bottiglia; perché molti materiali essenziali classificati come “dual use” sono difficili o quasi impossibili da autorizzare; perché a febbraio scorso gli aiuti alimentari hanno raggiunto circa 1,2 milioni di persone con razioni ridotte al 50% del fabbisogno calorico minimo; perché in alcune aree di Gaza City l’accesso all’acqua potabile è sceso sotto la soglia d’emergenza di sei litri a persona al giorno. Violenza militare e strangolamento umanitario concorrono a  determinare «una situazione catastrofica», come  riporta l’allarme di Medici senza frontiere. La decisione israeliana di revocare l’operatività a 37 ong internazionali e la protesta di 19 organizzazioni israeliane per i diritti umani, secondo cui l’accesso agli aiuti è un obbligo legale, non sono bastati perché ci fosse una sollevamento internazionale, l’Europa continua a rimanere colpevolmente in silenzio.  Anche rispetto agli attacchi di Israele e Usa Unrwa: il suo capo uscente Philippe Lazzarini ha avvertito che l’agenzia potrebbe presto non essere più sostenibile, dopo gli attacchi subiti, l’uccisione di oltre 390 dipendenti e le restrizioni legislative israeliane.

In Cisgiordania l’“occupazione” dei coloni si combina con la dislocazione forzata dei palestinesi. Ocha registra che nel 2026 la gravità della violenza dei coloni è cresciuta ulteriormente, con oltre 100 palestinesi feriti al mese e circa 600 sfollati mensili; dal primo gennaio più di 1.500 palestinesi sono stati spostati a causa di attacchi dei coloni e restrizioni d’accesso. Nello stesso periodo 26 palestinesi sono stati uccisi da forze israeliane o coloni. Fra loro anche molti minori. Un rapporto dell’Ohchr parla di oltre 36 mila palestinesi sfollati in un anno per espansione coloniale e violenze collegate, di 1.732 episodi di violenza dei coloni nel periodo osservato, di 84 nuovi avamposti e di una dinamica di pulizia etnica. Il governo Netanyahu ha adottato misure che facilitano l’acquisto di terreni da parte dei coloni e allargano i poteri israeliani anche in materie civili nelle aree sotto amministrazione palestinese; un ministro israeliano le ha descritte come “de facto sovereignty”, cioè sovranità di fatto.

La denuncia che abbiamo raccolto del giornalista e attivista palestinese Mohammad Hesham Huraini, da Masafer Yatta è netta: ogni giorno violenze dei coloni, incursioni militari, demolizioni di case e la «continua pulizia etnica» della sua comunità. Crescono le ncursioni coordinate dei coloni con le forze di sicurezza  che restano guardare. A tutto ciò si aggiungono episodi di brutalità estrema come l’aggressione sessuale denunciata nella comunità beduina di Humsah. Gli avamposti dei coloni, ormai, non si limitano più all’Area C, ma avanzano nelle Aree B e perfino A, cancellando sul terreno le linee degli accordi di Oslo. Del resto la Knesset ha di fatto legittimato le occupazioni e lo Stato di Israele, già ebraizzato, diventa sempre più uno Stato teocratico.

Il 24 marzo la Knesset ha approvato la legge che amplia l’autorità dei tribunali rabbinici e della sharia, consentendo loro di arbitrare controversie civili oggi attribuite al sistema secolare. È vero che il testo prevede il consenso di entrambe le parti e alcune limitazioni, ma i critici osservano che il problema reale è il rapporto di forza: in contesti sociali e familiari asimmetrici, quel consenso può essere solo formale, con effetti particolarmente pesanti sui diritti delle donne. Per questo il capo dell’opposizione Yair Lapid, pur essendo un moderato, ha parlato di “Stato halachico”, (cioè uno Stato fondato sulla Halakhah, cioè sulla legge religiosa ebraica) sostenendo che il vecchio equilibrio tra religione e Stato è stato sepolto. Sul terreno militare e securitario gran parte dell’opposizione sionista continua spesso ad allinearsi al governo, lasciando i palestinesi fuori dal perimetro della cittadinanza.

L’altro fronte, come accennavamo, è la legge sulla pena di morte: un provvedimento espressamente diretto contro i prigionieri palestinesi Se si mettono insieme questi tasselli, il quadro che appare è agghiacciante, ma con la guerra degli Usa e di Israele all’Iran, con l’estensione del conflitto a macchia d’olio di Gaza e della Cisgiordania, purtroppo, si parla sempre meno. Anche per questo, oltreché tenere costantemente accesi i riflettori di Left abbiamo deciso di aderire all’importante, corale, evento organizzato da Voci per la Palestina il 26 marzo al Monk di Roma. Vi aspettiamo

In foto, quel che resta di una scuola elementare a Jabalia, nella Striscia di Gaza

L’Evento: Voci per la Palestina al Monk di Roma, il 26 marzo

Dopo la straordinaria e intensa esperienza di Bologna, Voci per la Palestina torna a farsipresenza viva, urgente e necessaria. Il 26 marzo il Monk di Roma ospita un nuovo momento di questo percorso artistico e civile che unisce musica, parola e azione politica nonviolenta in sostegno del popolo palestinese.
L’evento di settembre in piazza Lucio Dalla, realizzato con il patrocinio del Comune di Bologna, ha rappresentato un momento di partecipazione collettiva di rara potenza: un intreccio di voci, linguaggi e sensibilità che ha coinvolto musicisti, attori, intellettuali,
associazioni umanitarie e un pubblico numeroso e partecipe. Artiste e artisti del panorama jazz italiano, insieme alle ideatrici del movimento, a personalità del mondo della cultura e a tantissime realtà impegnate nell’ambito umanitario a livello internazionale hanno scelto di mettere il proprio impegno, la propria voce e il proprio talento a disposizione di una causa che riguarda tutte e tutti: affermare il valore universale dei diritti umani e dire con forza no al genocidio del popolo palestinese. Questo evento nasce in continuità con quello di Bologna ma, anche e soprattutto in risposta ad un silenzio che si è fatto nuovamente assordante: il silenzio dopo la “Pace” dichiarata, che
sappiamo bene non essere tale, l’orrore che tutte e tutti noi proviamo nel vedere banchettare impunemente i potenti del Board of Peace sulle terre e sui corpi dei palestinesi, ci impone di continuare a parlare di Palestina, testimoniare e pretendere, come società civile, un cambio di registro da parte dei nostri governi, con sanzioni, boicottaggio e disinvestimenti nei confronti dello Stato di Israele.
Ancora di più alla luce del recente attacco all’Iran che, ancora una volta, conferma il disprezzo più totale che Israele e Stati Uniti hanno nei confronti del diritto internazionale. Lo diciamo con fermezza, rivendicando anche il fatto che opporsi a tale orrore non significa in
alcun modo prestare il fianco all’antisemitismo, che invece condanniamo con forza. L’appuntamento al Monk di Roma segna un ulteriore passo nel percorso di Voci per la Palestina: un nuovo momento di incontro e di presa di parola collettiva, in cui musica,testimonianze e contributi artistici continueranno a sostenere ogni forma di lotta politica pacifica e nonviolenta, con particolare attenzione alle campagne di boicottaggio promosse dal movimento a guida palestinese BDS.

L’evento del 26 marzo è aperto a tutte e tutti. Un invito a esserci, ad ascoltare, a partecipare. Un invito a non smettere di credere che la musica e l’arte possano e debbano ancora farsi ponte, eco collettiva e luce di resistenza. L’ingresso prevede un contributo di 10 euro, il ricavato della serata sarà devoluto a Medici Senza Frontiere per il sostegno di interventi umanitari in Palestina, con possibilità di un’offerta libera in aggiunta.

Evento a cura di Voci per la Palestina con la partecipazione e la collaborazione di Assopace Palestina, BDSRoma, Comunità Palestinese di Roma e del Lazio, Donna Olimpia, Fondazione Centro Studi DOC, Left, MIDJ-Musicisti Italiani di Jazz, MSF, Rete No Bavaglio, Artisti No

Bavaglio, Venice For Palestine. Per contatti: [email protected] Per aggiornamenti e programma completo: pagine IG e FB di Voci per la Palestina.

Parteciperanno in ordine alfabetico:
Marwa Ahmed, Gabriella Aiello, Reem Alameddin, Hala Alsadder, Adila Al Salman, Nicola Angelucci, Michela Andreozzi, Banda Jorona, Eleonora Bianchini, Danilo Blaiotta, Bologna For Palestine, Mario Capparelli, Massimo Ceci, Maria Luisa Celani, Cristina Cervesato,
Andrea Colella, Fabio Collaterale degli Effetti Collaterali, Paolo Damiani, Maria Pia De Vito,Jacopo Ferrazza, Iaia Forte, Clara Habte, Pasquale Innarella, Toufic Koleilat, Antonio Jasevoli, Fabiomassimo Lozzi, Silvia Luzzi, Silvia Manco, Simona Maggiorelli, Francesco Mascio, Francesca Romana Miceli Picardi, Ada Montellanico, New Orchestra Cantiere, Nuove Tribù Zulu, Michela Occhipinti, Angelo Olivieri, Luigi Onori, Chiara Pancaldi, ElenaPaparusso, Ilaria Pilar Patassini, Enrico Pittaluga, Cristiana Polegri, Paolo Recchia, Ritmoteca, Sonia Russino, Eugenio Saletti, Stefano Saletti, Yousef Salman, Giulia Salsone, Mario Soldaini, Susanna Stivali, Dalal Suleiman, Stefania Tallini, Paolo Tombolesi, Lorenzo Tucci, Enrico Zanisi. Voci per la Palestina è un movimento ideato da Chiara Pancaldi, Simona Parrinello e Ada Montellanico, che riunisce artiste e artisti decisi a mettere la propria arte al servizio della giustizia, della pace e della libertà dei popoli. Perché quando le voci si uniscono diventano coro, quando i suoni si intrecciano diventano forza. E perché l’arte, oggi più che mai, non può
restare neutrale.Il movimento Voci per la Palestina è in collaborazione con Artists For Palestine Italia, e ha l’adesione di: Associazione ArteMadia, AssoPacePalestina, Associazione CompositoriMusica per Film, AFIJ – Fotografi Italiani di Jazz, ANSJ – Associazione Nazionale Scuole Jazz e musiche audiotattili, Associazione Ramo d’oro, BDS Italia, DJeP – AssociazioneNazionale Docenti Jazz e Pop Rock – AFAM, I-Jazz, Il Jazz va a Scuola, MIDJ –Associazione MusicistiItaliani di Jazz, Mo(r)ema, Musica in Culla, O.S.I Orff-Schulwerk Italiano, Rete #NoBavaglio, Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia, Teatri di Vita.

 

Tre sberle in quarantotto ore: Nordio è ancora lì

Alle undici il Parlamento europeo vota la “Direttiva sulla lotta contro la corruzione”. L’articolo 13 ter obbliga tutti gli Stati membri Ue a prevedere il reato di abuso d’ufficio. L’Italia ha due anni per adeguarsi o rischia la procedura d’infrazione. Carlo Nordio (Fratelli d’Italia) lo aveva cancellato con la legge n. 114, in vigore dal 25 agosto 2024: oggi Bruxelles glielo rispedisce.

Terza mazzata in quarantotto ore. Prima il referendum: il No alla separazione delle carriere ha vinto con oltre il 53%. Poi le dimissioni forzate di Andrea Delmastro Delle Vedove, sottosegretario alla Giustizia (Fratelli d’Italia), per i rapporti con la figlia di Mauro Caroccia, condannato come prestanome del clan Senese. Nella stessa giornata ha lasciato Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di via Arenula, indagata nel caso Almasri e nota per aver definito la magistratura «plotoni di esecuzione» in diretta tv. Entrambe le dimissioni su pressione di Meloni. Nordio è rimasto.

Rimane, mentre il bilancio si accumula. L’abuso d’ufficio cancellato, ora da ripristinare per obbligo europeo. Il decreto anti-rave, ottobre 2022: nel 2023, otto imputati e zero condanne, ammessi dallo stesso ministro in risposta al Parlamento. Il decreto sicurezza, legge nel 2025: quattordici nuovi reati per i cosiddetti “maranza” e per i blocchi stradali.

Sostanzialmente, il governo ha smontato gli strumenti contro la corruzione dei funzionari pubblici e costruito reati per chi balla in un campo. L’Europa risponde con un articolo 13ter che non chiede permesso. Il garantismo di Nordio finisce qui.

Buon giovedì.

Perché la guerra in Iran è un atto di prevaricazione inaccettabile da parte di Trump e Netanyahu

In molti, criticando la decisione di Trump e Netanyahu di attaccare l’Iran bombardandolo e massacrandone la popolazione (e molti dei governanti), hanno dichiarato di essere contro quella guerra perché “illegale”. Lo ha fatto Elly Schlein, lo ha fatto Maurizio Acerbo, lo hanno fatto altri, usando quelle parole. Poi, naturalmente, hanno condannato una guerra scatenata per motivi che nulla hanno di condivisibile. Tuttavia, dire che noi rifiutiamo questa guerra perché è “illegale” è fuorviante. Che vuol dire “illegale”? Rispetto a quale legge? Se l’avesse approvata il Congresso americano sarebbe legale e dunque accettabile? Se gli USA avessero chiesto l’approvazione del Consiglio di Sicurezza ONU, magari adducendo prove (false) che l’Iran ha la bomba atomica, sarebbe legale e quindi accettabile? E, in quel caso, chi sono gli Stati Uniti e Israele per chiedere l’autorizzazione a bombardare un Paese perché sta contravvenendo alla promessa fatta di non lavorare alla costruzione di una bomba nucleare? Sono forse i “poliziotti del mondo”? Tra l’altro, è noto che lo stesso Israele possiede ordigni nucleari, ma non è stato mai sanzionato dall’ONU o da chicchessia.

La guerra che è stata scatenata contro l’Iran non è semplicemente “illegale”. Peggio. È un atto di aggressione non provocato da alcuna azione deliberata e aperta del governo di Teheran. Criticandola solo perché illegale sembra accettare il fatto che, se fosse stata autorizzata, allora sarebbe stata accettabile. No. È un’inaccettabile atto di guerra, di un Paese, gli USA, che spende mille miliardi all’anno (il 3.4% del Pil), mentre Israele nel spende 46,5 (l’8.8% del Pil), contro uno, l’Iran, che ne spende 7,9 (appena il 2% del Pil). Ricordate forse un conflitto nell’ultimo mezzo secolo in cui uno, anzi due, Paesi iniziano a bombardarne un terzo senza dichiarazione di guerra, senza aver subito un attentato o un attacco, senza una qualche autorizzazione da parte di chissà quale autorità o giurisdizione? Tra l’altro, tradendo gli interlocutori impegnati in un negoziato? No, questo è un atto di violenza e prevaricazione pura che segna un gravissimo precedente, che avrebbe dovuto portare tutti i governi che hanno rapporti con gli Stati Uniti – e a maggior ragione gli alleati – a denunciare un atto unilaterale di ferocia che mina alla radice i rapporti di convivenza umana tra i popoli.

Nel loro primo incontro Trump disse a Meloni: «Make West Great Again». Sembra proprio che intendesse «Make Far West Great Again», ben più crudo e violento di quello di Sam Peckinpah. A differenza del Far West (del cinema), però, qui non ci sono buoni e cattivi, ma solo pericolosi banditi – un demente frequentatore di pedofili ed egocentrico che fa coppia con uno sterminatore di popolo – che pretendono di andare a buttare giù un regime dispotico per “liberarne il popolo” avendo solo in mente di sottrargli il dominio sulle sue risorse. E come nei peggiori western, oggi, l’underdog (l’Iran) sembra avere le carte in mano: comunque vada, sarà l’Iran a dettare le regole per far terminare il conflitto. Se si vuole che l’Iran accetti un cessate-il-fuoco, si dovrà acconsentire alle sue domande, la prima delle quali sarà che Israele rinunci all’idea di colpire ancora. Se, viceversa, si vorrà costringere l’Iran alla resa, questa sarà ottenuta a duro prezzo da parte degli USA e di Israele (e quindi anche nostro, se ci lasciamo coinvolgere), il che non sembra qualcosa che né Trump né Netanyahu vogliono. Per quanto detestabile sia il regime di Teheran, la sua popolazione non sembra in grado di sollevarsi, ed esso sembra disposto a tutto pur di restare al potere. Un’azione avventuristica e scellerata, che porterà solo distruzione e morte e nessuna soluzione, è stata dunque quella dei due banditi, che la Storia potrà solo condannare.

Anche sulla terza guerra mondiale in cui saremmo già entrati da tempo ci sarebbe da puntualizzare, «una guerra mondiale a pezzi», come la definì Papa Francesco. Certo, vi sono motivi per dare ragione a quella intuizione. Nonostante la tracotante arroganza del personaggio – che aveva criticato i predecessori dichiarando che lui sarebbe stato un «presidente di pace» – l’attuale inquilino della Casa Bianca ha dimostrato di essere ben desideroso di usare la forza militare ben più di chi lo aveva preceduto. L’apparente differenza sembra essere che lo fa a “piacimento”, senza nessun bisogno di sentirsi autorizzato, senza mandato o approvazione del Congresso né tanto meno delle Nazioni Unite. Laddove altri avevano finto che vi fossero ragioni impellenti per intervenire, questo lo fa per asserire la potenza del «paese militarmente più forte del mondo», rispolverando un imperialismo d’antan. Così, oltre all’Iran, sotto Trump gli USA sono già intervenuti in Iraq, Siria, Yemen, Venezuela, Nigeria e Somalia, bombardando, uccidendo, rapendo presidenti, cercando il “regime change”.

È vero poi che gli Stati Uniti non sono l’unico Paese ad essersi lanciati in operazioni militari. Israele, l’alleato con il quale si sono lanciati nel furibondo attacco all’Iran e ai suoi vertici, è già da più di due anni impegnato non solo nella distruzione incondizionata della Striscia di Gaza e nello sterminio della sua popolazione, ma nel bombardamento di Libano e Siria e nella repressione dei Palestinesi in Cisgiordania, dando una mano con l’esercito ai suoi coloni assassini.

Ci sono Pakistan e Afghanistan, ora ai ferri corti, tanto più con la crisi iraniana. E ci sono le guerre combattute in Sudan, nel Sahel, tra Niger, Burkina Faso e Mali, in Yemen, in Myanmar, nella Repubblica Democratica del Congo. Per non parlare della guerra in Ucraina, ormai nel suo quinto anno, che perdura lasciando sul terreno vittime a migliaia tra militari e civili, in una situazione di stallo che non sembra trovare soluzione. I morti causati da tutti questi conflitti sono centinaia di migliaia, uno stillicidio di stragi, le crisi umanitarie innumerevoli, le distruzioni e i danni all’economia incommensurabili. 

È vero, dunque, sembra che il mondo stia cadendo in pezzi, se lo guardiamo con la lente di questi conflitti, nessuno dei quali appare originato da un qualche movimento di liberazione o di resistenza (ovvero: sono tutti conflitti di potere, dove una parte, solitamente più forte, sta cercando di schiacciarne un’altra, che cerca di resistervi e di liberarsene, ma nessuno di questi appare determinato dalla “ricerca di libertà” di un popolo, se si esclude, forse, Myanmar).

Per certi versi, quindi, è vero che siamo già in una guerra “mondiale”, se non fosse che con quel termine si sottintende ciò che le altre due erano state: conflitti su scala globale tra potenze. Con la differenza che oggi, vi sono potenze impegnate in conflitti (gli Stati Uniti, la Russia) ma non l’una contro l’altra.

Se non siamo in una guerra mondiale, intesa in quel senso, siamo però entrati in una fase che appare incontrovertibilmente caratterizzata dallo smodato uso della forza militare, in sprezzo a quanto l’ordine internazionale liberale era andato asserendo per decenni, che non è così che si risolvono i conflitti. E ciò sta accadendo in modi che appaiono tanto smisurati quanto illegittimi, ovvero immorali. E che le potenze in gioco non sembrano neppure più voler giustificare da quel punto di vista. Quell’ordine è finito, non lo rispettano più: ogni guerra può diventare “mondiale”, con l’effetto dominio delle alleanze, delle ripicche e contro-ripicche.

Tanto la guerra di Putin in Ucraina che quelle di Trump risultano infatti motivate più dalla volontà di riaffermare una supremazia perduta che altro: territoriale e geopolitica la prima, economica e politica la seconda. Gli USA non sono più la super-potenza economica che erano e ora, sotto il comando di uno scriteriato despota in fieri, vogliono tagliare le gambe agli avversari riaffermando la propria forza con le armi, brutalmente. Lo stesso Israele, peraltro, agisce con lo stesso obiettivo: passato è il tempo in cui si acconsentiva al “negoziato”, ora preferisce l’annientamento totale del nemico (difficile è trovare un’altra giustificazione per quanto è stato fatto a Gaza).

L’Europa delle nazioni – la cui unica vera motivazione per avere cercato l’unità era stata quella di dire basta ai conflitti che l’avevano devastata per secoli – oggi pare avviluppata nella stessa logica militare, fomentata nuovamente dal bellicismo, nell’idea di “proteggersi” (ma in realtà per riaffermare la propria egemonia), rinunciando così a quel bisogno fondante che ne aveva sancito la nascita. Poteva giocarsi un ruolo che l’avrebbe portata di nuovo al centro della Storia, oltre la Storia, riaffermando la preminenza dello scambio, della tolleranza e dell’interazione. Sta preferendo, invece, la sua morte, avvinta anch’essa in un delirio di potenza che la fa scivolare nella spirale della dissoluzione.

Cuba, anche il diritto alla salute è negato dall’embargo degli Stati Uniti

Cuba ha costruito nel corso di decenni uno dei sistemi sanitari più avanzati e equi al mondo: la più alta densità di medici al mondo, cure gratuite per tutti, un modello di medicina di famiglia capillare elogiato dall’OMS, e una capacità farmaceutica interna invidiabile per un Paese in via di sviluppo. Un sistema che ha resistito a oltre sessant’anni di embargo, al crollo dell’Unione Sovietica, alle epidemie e alle crisi economiche. Oggi, quel sistema rischia il collasso definitivo.

Cuba sta attraversando una crisi economica e sociale senza precedenti nella sua storia, più grave persino di quella del Periodo Especial seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Complice l’ordine esecutivo 14380 del 30 gennaio scorso, voluto da Trump, che inasprisce l’embargo – il cosiddetto bloqueo – che isola ulteriormente Cuba e impedendo l’arrivo di petrolio da altri Paesi americani, come il Messico, che verrebbero a loro volta sanzionati dagli Stati Uniti in caso di commercio con Cuba.

Il recente intervento di Trump in Venezuela con l’arresto di Maduro ha inoltre privato i cubani dell’ingente petrolio proveniente da quel Paese, fornito in cambio di personale sanitario, agenti di intelligence e milizie. A ciò si aggiunge la congiuntura internazionale: la guerra tra Ucraina e Russia, ormai al quarto anno, con le conseguenti sanzioni internazionali alla Russia, partner energetico dell’Avana, e il blocco dello Stretto di Hormuz aggravano ancora di più il rifornimento energetico dell’isola.

Cuba non dipende esclusivamente dal petrolio importato – necessita di circa 110mila barili al giorno e ne produce solo 40mila – tuttavia il petrolio leggero necessario per la benzina è quasi interamente importato ed è ormai quasi esaurito. I distributori sono chiusi, il carburante è razionato e sono nati gruppi WhatsApp per prenotarsi: bisogna però attendere a lungo, talvolta dietro a migliaia di persone, così per ottenere 20 litri di benzina o gasolio si può aspettare da uno a tre mesi. La maggior parte dei cubani si sposta quindi in bicicletta o con mezzi elettrici leggeri, sempre più diffusi sull’isola. Anche il trasporto pubblico è in tilt. Nell’Avana raccontata così bene da Carla Vitantonio nel libro Bolero Avana (Add). Un memoir e nei suoi podcast, circolano due autobus al giorno per ogni tratta: uno al mattino e uno al pomeriggio. L’unica alternativa è il taxi privato.

Il buio accompagna da anni la quotidianità serale dei cubani. Camminando per la capitale, ma anche in grandi città come Santa Clara e Pinar del Río o nei pueblos più piccoli, le porte delle case sono spesso aperte e si vedono anziani seduti in soggiorni illuminati da una o due candele. La crisi energetica, aggravata dallo stato delle infrastrutture fatiscenti, sta colpendo anche il sistema sanitario, fiore all’occhiello del Paese ed elogiato dalle Nazioni Unite e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per i suoi programmi gratuiti e di qualità.Dal 30 gennaio scorso il sistema sanitario si trova in una situazione gravissima, prossima al collasso. Il 3 febbraio il governo ha varato misure di contingenza che impongono di dare priorità esclusivamente agli interventi indifferibili. Tutto ciò che non è considerato tale viene sospeso – e nemmeno tutte le cure salvavita possono essere garantite. L’allarme riguarda i servizi essenziali per neonati, minori, diabetici, malati oncologici e per chi necessita di interventi chirurgici o cure urgenti. Cardiologia, oncologia, ortopedia e nefrologia – specialità fortemente dipendenti dall’energia elettrica – sono tra i settori più colpiti. Antidolorifici, antipertensivi, antibiotici, fluidi endovenosi, cateteri e garze scarseggiano o sono del tutto assenti. Non è possibile aggiornare le apparecchiature diagnostiche né acquistare pezzi di ricambio o macchinari nuovi; anche i programmi di immunizzazione subiscono ritardi. Molti medici non hanno accesso ai database scientifici internazionali.

E più il Paese arretra, più Trump sembra trovare argomenti per definire il regime ormai finito e legittimare le proprie mire espansionistiche: «Di Cuba faccio quello che voglio», una sua recente dichiarazione. Eppure, di questo quasi collasso lui è direttamente responsabile con le misure unilaterali coercitive del bloqueo, che negano il diritto di accesso alla salute. In un’intervista all’Associated Press, il ministro della Salute José Ángel Portal Miranda ha affermato che le sanzioni statunitensi stanno paralizzando progressivamente l’economia dell’isola spingendo il Paese verso una crisi umanitaria catastrofica. Stime governative indicano che 32.880 donne incinte sono a rischio: manca l’acido folico, non sempre è possibile intervenire nei parti complicati e l’accesso a ecografie ostetriche e ai test genetici è limitato.

La mortalità infantile è aumentata nell’ultimo anno, passando da 7,4 a 8,2 decessi ogni 1.000 nascite (+11%). La speranza di vita dei bambini con cancro, che nel 2018 era del 76%, è scesa al 60%. Tra le cause principali vi è l’impossibilità di produrre farmaci: la produzione richiede una quantità di energia che l’energia solare non può coprire e molte fabbriche sono ferme per mancanza di combustibile. Alla fine del Periodo Especial, quando il sistema di welfare era ancora relativamente solido e l’economia sostenuta anche dal turismo in crescita, l’industria farmaceutica cubana riusciva ad importare materie prime e a produrre internamente gran parte dei farmaci necessari. Oggi la tradizionale capacità di Cuba di compensare la carenza di farmaci importati -prodotti col 10% di componente statunitense non arrivano nell’isola, eccetto i patent- è ormai venuta meno.

Così come sempre, a pagare il prezzo più alto sono i più fragili. Nelle farmacie manca il 70% dei medicinali e il tam tam sui social è diventato il principale canale di approvvigionamento, con prezzi però proibitivi: un analgesico può costare anche venti dollari. Circa 5 milioni di cubani affetti da malattie croniche rischiano di non poter accedere ai trattamenti necessari. Tra questi 16.000 pazienti oncologici in radioterapia e altri 12.400 in chemioterapia. La storica resilienza del popolo cubano che non vuole rinunciare al suo sistema sanitario terrà testa ancora?

Nonostante la crisi Cuba continua a destinare una quota molto elevata del bilancio statale alla sanità, il 24% nel 2025, una delle percentuali più alte al mondo. Cuba, con i suoi undici milioni di abitanti e oltre sei decenni di embargo, possiede la più alta densità di medici al mondo: 8,4 ogni mille abitanti. L’isola invia nei paesi in via di sviluppo il suo esercito di camici bianchi più di tutti i Paesi del G8 messi insieme.L’esportazione di servizi medico-sanitari è una delle principali fonti di reddito: circa 24.000 operatori sono oggi in missione all’estero.

La più grande scuola di medicina al mondo per i poveri del pianeta, la Escuela Latino-americana de Medicina (ELAM), fondata nel 1999 all’Avana, ha formato gratuitamente oltre 30.000 medici provenienti da 122 Paesi, compresi 250 cittadini statunitensi.Questa eccellenza affonda le radici nella storia della rivoluzione cubana, che ha sempre posto la salute e l’idea della medicina preventiva propriamente detta al centro del patto sociale. Il sistema sanitario nazionale garantisce prestazioni gratuite e accessibili a tutta la popolazione.Il modello di medicina di famiglia, introdotto nel 1984, prevede che il personale sanitario viva nel quartiere e segua direttamente i pazienti.

Questa rete capillare ha permesso in passato di individuare rapidamente i focolai epidemici, come durante la pandemia di COVID-19, ma oggi l’efficacia è limitata dalla carenza di personale, farmaci e risorse. Secondo un modello noto come CARE i pazienti sono stratificati in quattro categorie: apparentemente sani, a rischio di malattia, malessere e in riabilitazione o guarigione. Nel 1958 Cuba contava 97 ospedali con 28.536 posti letto, di cui solo uno in zona rurale. Oggi il sistema sanitario è molto più capillare: comprende 149 ospedali, 451 policlinici, 11.548 studi medici di famiglia e 12 centri di ricerca. Altri punti di riferimento includono 153 case di maternità, 113 cliniche odontoiatriche e 158 case per anziani. Nonostante un sistema sanitario molto sviluppato oggi la crisi rischia di comprometterne le fondamenta e di ripercuotersi sulla funzionalità complessiva di ospedali, reparti specializzati, sale operatorie e unità di terapia intensiva.

Le difficoltà energetiche colpiscono anche l’igiene urbana: la raccolta dei rifiuti è fortemente rallentata per mancanza di carburante e le strade dell’Avana sono sommerse di immondizia, dalle vie ciottolate dell’Havana Vieja ai marciapiedi borghesi di El Vedado e il lungomare di Malecón. Le condizioni igieniche favoriscono epidemie di dengue, chikungunya e virus Oropouche, causata da zanzara aedes, una specie che appartiene ai Tropici ma che nell’isola non era mai stata endemica, che flagellano Cuba da mesi e portano a problemi neurologici e muscolari. Nel quartiere El Fanguito, sulle rive del Río Almendares, gran parte della popolazione è stata contagiata dopo recenti esondazioni. Senza elettricità fumigare è diventato impossibile e quindi l’indice di infestazione ha raggiunto quota 0,89, cioè rischio elevato. Intanto i medici emigrano o passano al settore privato, perché rischiano meno e guadagnano di più.

A causa dei bassi salari statali e dell’elevata inflazione, un medico cubano può guadagnare quanto – o meno di – un lavoratore del settore privato, che spesso opera in valuta forte o a prezzi di mercato. Lo stipendio di un medico a Cuba, tra i più alti nell’isola, è comparabile con quello di un addetto alla vendita di un negozio privato, l’equivalente di circa 35 dollari.

Le politiche monetarie cubane, tra doppia valuta, salari fissati dallo Stato e prezzi controllati, hanno generato inflazione, mercato nero e enormi disparità tra chi riceve valuta forte e chi vive di salario statale. Negli ultimi trent’anni circa 30.000 medici hanno lasciato il Paese, partecipando al più grande esodo di professionisti sanitari nella storia dell’isola, 70.000 hanno abbandonato il servizio pubblico.

Cuba sta vivendo un declino demografico: l’emigrazione riguarda soprattutto giovani, che non hanno vissuto la Rivoluzione, e professionisti qualificati diretti verso Stati Uniti e America Latina. Chi vive di stipendi o pensioni statali, ovvero la maggioranza della popolazione, è spesso ai limiti dell’indigenza se non può contare sulle rimesse in dollari dei parenti emigrati all’estero. Come è per la famiglia di Nathalie Mila Regalado, che incontro spesso a Roma al mercato di viale Spartaco dove lavora e vende prodotti caseari. Lei manda i soldi indietro ai parenti nel Paese in cui presto vorrebbe tornare, ma in questi giorni ha problemi di connessione e comunicazione con la madre e il fratello nell’isola. Se negli anni Novanta emigravano soprattutto lavoratori poveri, oggi partono medici, ingegneri e giovani laureati. Specchio di una disuguaglianza sociale crescente e paradossale per certi versi per il Paese socialista dove tutti hanno avuto sempre poco ma nessuno moriva di fame. Nelle proteste e nei cacerolazos, le proteste con pentole che si susseguono nel Paese dal 2024, si chiede giustizia sociale prima ancora che libertà politiche.

La settimana scprsa è arrivato all’Havana un convoglio internazionale (vedi il diario di Gianluca Peciola ndr)  di aiuti coordinato a livello globale dall’Internazionale Progressista: “Neustra America Convoy to Cuba”, una missione umanitaria trasformatesi in un’operazione coordinata via terra, mare e aria, con l’obiettivo dichiarato di consegnare alimenti, medicinali e beni essenziali nel contesto dei continui apagones, i blackout che colpiscono l’isola e che possono durare fino a più giorni consecutivi. A Cuba non c’è una carestia ma un evidente problema di distribuzione e approvvigionamento di beni di prima necessità. Nei negozi manca latte e riso. Sia il welfare pubblico che il mercato privato sono in grave crisi e cresce la disuguaglianza interna tra le diverse regioni del Paese.

Un tempo potenza mondiale dello zucchero, Cuba ha progressivamente smantellato gran parte della propria industria saccarifera dopo il crollo dell’Urss, puntando sul turismo come principale fonte di valuta estera. Oggi, con il settore turistico in forte crisi rispetto ai livelli pre-pandemici, l’isola si trova a importare con fatica circa l’80% degli alimenti e dei beni essenziali ed è fortemente vulnerabile alle crisi internazionali. Nonostante ciò, Cuba pur piccola e con risorse limitate, è fondamentale per la sua posizione geografica nel Golfo del Messico e rimane un importante hub energetico ed è questo che fa gola a Trump mentre il governo comunista al potere da oltre sessant’anni appare più fragile che mai.

Foto WP

A uscirne scassata è lei

Dunque il referendum che non era “politico” in poche ore ha infilzato un sottosegretario alla giustizia (Andrea Delmastro), la capa di gabinetto di Nordio Giusi Bartolozzi e una quasi ex ministra al Turismo (Daniela Santanchè) bel giro di qualche ora. 

C’era da aspettarselo. Una presidente del Consiglio che da quattro anni dà la colpa dei suoi fallimenti polirtici sempre ad altri non poteva che esimersi dal consumare la vendetta per il capitombolo referendario contro qualcuno. C’è da scommettersi che l’avrebbe fatto ben più volentieri contro i giudici o contro quei 14 milioni e mezzo di italiani ma il voto, per fortuna, non glielo consente.

Forse Meloni pensa così di scrollarsi di dosso la sua prima cocente sconfitta nel più infantile dei modi, ovvero attribuendola agli altri ma no, non funziona e no non basterà. È la stessa Meloni che s’è tenuta stretto l’amico Delmastro dopo una condanna di otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio, reato gravissimo per un uomo di Stato in un ministero così delicato. È la stessa Meloni che definisce “una leggerezza” il mettersi in società con un mafioso, tramite figlia sacrificale, e sorridere e cenare con lui. 

È la stessa Meloni che ha difeso Bartolozzi, e quindi anche il ministro Nordio, per avere gentilmente liberato uno stupratore criminale libico come Almasri. È la stessa Meloni che non ha alzato ciglio per l’accusa alla ministra Santanché di avere truffato lo Stato che in questo momento rappresenta. È la stessa Meloni che non riesce a scollare Santanché dalla poltrona del ministero del Turismo. 

A uscirne scassata è lei. Lei che voleva essere ricordata mentre dialogava con i grandi della terra e invece si svela come capobanda di inetti, inadatti e irresponsabili. E li ha scelti lei. 

Buon mercoledì. 

Facevano politicamente schifo ma almeno vincevano. Da sconfitti fanno schifo uguale

L’unica cosa che riuscivano a fare bene era vincere. Il 23 marzo 2026 si porta via anche quella.

Il No chiude al 53,7%. L’affluenza al 58,9%, record per un referendum costituzionale. Gli under 34 votano No al 61,1%. Napoli li boccia al 71,8%, Palermo al 66,6%, Roma al 60,3%. Il Sì sopravvive in tre regioni: Friuli-Venezia Giulia, Lombardia e Veneto. Nel resto d’Italia, non regge.

Adesso arriva la parte che conoscono meglio. Il ministro Carlo Nordio dichiara che “non è nostra intenzione attribuire a questo voto un significato politico.” Il popolo è sovrano quando vince il Sì. Quando vince il No, ha solo votato senza capire. Giorgia Meloni chiama questo “un’occasione persa di modernizzare l’Italia.” Gli italiani hanno sbagliato. Si sono presi la responsabilità di fare i capricci con la storia.

Francesco Petrelli, presidente del Comitato Camere Penali per il Sì, già annuncia che la magistratura “ha esondato”, che “si è fatta soggetto politico”. Il vittimismo è immediato, non richiede un minuto. È il linguaggio di chi non ha mai accettato che esistano limiti al proprio potere.

Il 57,7% di chi non aveva votato alle europee del 2024 è andato alle urne e ha scelto No. Quella cifra dice una sola cosa: la riforma ha mobilitato, non l’opposizione.

Ora prenderanno atto, rispetteranno, andranno avanti. Butteranno il silenzio sulle dimissioni e spiegheranno che il mandato parlamentare è altro. La democrazia diretta vale, ma solo in certi giorni.

Grazie agli italiani che hanno votato. Grazie ai giovani. Grazie al Sud, che non ha mai smesso di sapere cos’è un potere che non risponde a nessuno.

Buon martedì.

Foto di Gaétan Marceau Caron su Unsplash

Il voto dei forti e il divieto per i deboli

In Italia esiste una norma precisa: dentro i seggi è vietata qualsiasi propaganda. Domenica 22 marzo i rappresentanti di Fratelli d’Italia hanno girato indisturbati in più di dieci comuni della Brianza con badge riportanti “Sì”, mentre i delegati del comitato del No venivano respinti all’ingresso dei plessi.

Tra la norma e la realtà, qualcuno ha scelto da che parte stare.

Le segnalazioni coprono mezza Italia. In Umbria la deputata M5s Emma Pavanelli denuncia distintivi con indicazione di voto per il Sì, propaganda vietata entro duecento metri dalle sedi di voto. Alleanza Verdi e Sinistra registra delegati del No bloccati all’accredito “con varie scuse pretestuose”. Altrove, identificati e respinti fisicamente all’ingresso.

C’è poi la questione fuori sede, che il governo si è rifiutato di risolvere. Decine di migliaia di giovani si erano registrati come rappresentanti di lista per aggirare il vuoto normativo. Alcuni presidenti di seggio hanno risposto pretendendo una presenza minima obbligatoria: condizione inesistente in qualsiasi norma. Avs la chiama con il suo nome: un abuso.

Due asimmetrie, parallele per l’intera giornata. I rappresentanti di FdI con i badge del Sì circolano senza che nessuno intervenga. I delegati del No vengono bloccati, non ammessi, talvolta respinti. Il ministero dell’Interno non risulta aver risposto con l’urgenza richiesta.

Questo è un referendum senza quorum. Ogni voto pesa esattamente quanto vale. Sottrarre rappresentanti al No è sottrarre voti al No. Chi doveva vigilare ha guardato altrove.

La riforma promette equilibrio nella magistratura. Sarebbe bastato applicarlo alla giornata di voto.

Buon lunedì.

Diario del convoglio europeo per Cuba, dalla parte dell’umanità – giorno 3

Venerdì 20 marzo, L’Avana
Qui Trump e il suo esercito di mercanti senza scrupoli vuole prendersi tutto. C’è da capire quali siano le ragioni reali: forse lo scalpo ideologico, prendersi l’isola comunista, fare contenti i cubani anticastristi e i loro interessi; forse il cobalto, che sull’isola abbonda o addirittura il petrolio; magari vuole mettere “a valore” l’isola e farla tornare ad essere il parco giochi degli americani. Forse, tutto questo insieme. Fatto sta che qui spesso è buio e i black out sono l’ordinario, fatto sta che i suoi piani provano a entrare dalla porta della disperazione.
Insieme a Alessandro, un compagno della delegazione Italiana decidiamo di girare per la città e allontanarci momentaneamente dalla delegazione. Vicino la piazza del mercato Incontriamo Flor, nome di fantasia, una ragazza di 21 anni ci ferma, chiede medicine: “Siete quelli della missione internazionale? Avete qualcosa per me?”. Ci racconta delle difficoltà quotidiane delle persone, ci parla commossa di un prima, quando l’isola era piena di turisti e il denaro circolava. Dopo Obama, è andato sempre peggio. I tornado, il blocco, ora non si respira qui. “Siamo come in attesa”, dice. Trump? “Un criminale”. Il Governo? “Incapace di affrontare questa situazione e non vuole fare emergere i migliori, che pure ci sono”.
Poi ci mettiamo a parlare di altro, chiede di noi, del perché siamo qui. Sta per rispondere l’istinto retorico, poi dico: “Perché dobbiamo aiutarci tra di noi, tu avresti fatto lo stesso. E perché Trump va fermato prima che bruci tutto”. Pollice in giù “Trump mierda” e sorride.

Ci infiliamo tra le strade de L’Havana vecchia, la fila a un “banco” per prelevare denaro blocca quasi la scarsa viabilità. Più avanti una donna è ferma sull’uscio di una porta di legno, grande. Risalta l’ordine della facciata dell’edificio su tutto il circondario scrostato e decadente. Sulla sommità della porta domina la scritta “Scuola primaria”. Chiediamo di entrare e lei chiama il dirigente per autorizzarci.
All’interno sembra di essere proiettati in un’altra dimensione. La nostra sortita interrompe le insegnanti che stanno concentrate sulla lavagna a fare girare il gesso su calcoli e parole in inglese. C’è una vita che ferve, le pareti colorate di rosso e rosa e blu raccolgono storie fantastiche dei bambini e gli eroi della rivoluzione, El Che, Fidel Castro, Camillo Cianfuegos. L’atmosfera ha uno scarto abissale col fuori che arranca, che è un’attesa del peggio o di una svolta che sembra camminare su un crinale pericoloso. C’è una sensazione palpabile di vitalità e ottimismo qui. Una sensazione fisica.
Più tardi ci avviamo nei pressi dell’Università, saliamo fino a incontrare una struttura neoclassica mastodontica. Le scalinate che portano a una facciata che si ispira al Partenone a metà sono interrotte da una catena: non si può andare oltre. A causa dell’embargo la struttura è chiusa, chiusa agli studenti e ai professori, chiusa alla città e ai visitatori. Abbiamo un appuntamento con Ricardo, uno studente universitario di 20 anni. Ci accoglie con una stretta di mano severa, ci dice con la stessa severità “Finalmente!”. Lui studia storia e fa parte del movimento che agli inizi di marzo si è mobilitato per protestare contro la chiusura dell’Ateneo. “Non ne sapete niente”, ci scruta. “Eravamo in tanti, abbiamo fatto una protesta pacifica”. “È arrivata la polizia? C’è stata violenza?”, chiediamo. “No, solo controlli, perché avrebbero dovuto picchiarci? Eravamo pacifici”.
Gli chiediamo le ragioni della mobilitazione e quando nominiamo la parola _embargo_ ci ferma: “No! Non è solo responsabilità dell’embargo, che certo pesa enormemente. C’entra anche l’incapacità dei dirigenti. Vogliamo tornare a studiare, le lezioni online con la linea che va e viene per la mancanza di corrente sono un calvario”.
Lo salutiamo chiedendo se possiamo raccontare questa storia, ci autorizza: ci dice che è d’accordo, di far sapere e di dire anche il suo nome. Il suo saluto ora è più disteso e si fa largo un sorriso.
Poco più giù, verso il Malecon, ci imbattiamo in un ragazzo, anche lui che ci associa alla delegazione: “Siete quelli della missione italiana! Qui al telegiornale se ne parla, grazie! Si vede che siete italiani” e ci ride addosso. Vive tra Roma e Madrid e dice che dobbiamo assolutamente conosce le case cooperative, strutture dove una volta al mese o lavoratori delle imprese che producono sigari possono vendere i prodotti a metà prezzo. O così abbiamo capito, almeno dalla sua euforia. Arriviamo a una struttura buia, che sembra un garage. Dentro una donna mercanteggia con due turisti alla luce di candele e cellulari. Per strada bambini piccolissimi giocano e cantano, dandosi il cambio delle rime, come in un gioco di parole e musica.
All’improvviso un grido secco e rapido ci distrae dalle trattative all’interno della casa. Il ritorno della luce è accolto con gioia. Il più grande di loro, che avrà sì e no dieci anni, ci fa segno di seguirlo nei passi di danza. Quella gioia ci muove pochi passi goffi, ma siamo nel cerchio. Ed è bello.

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