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A sua insaputa

Il 16 dicembre 2024 il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove (Fratelli d’Italia) firma a Biella la costituzione di una srl. Il 50% va a Miriam Caroccia, diciottenne romana, amministratrice unica. Suo padre, Mauro Caroccia, è il prestanome del clan di Michele Senese: condannato in via definitiva con aggravante mafiosa.

Non lo sapeva, dice Delmastro. Solo che Caroccia promuoveva il ristorante sui social. Solo che Delmastro ha cenato in quel locale, e Miriam non lo ha riconosciuto: è stato Mauro infatti a presentargli il suo socio, gestendo lui stesso la sala.

La parte più istruttiva però è la cronologia. Quando la Corte d’Appello, nel secondo processo, reintroduce l’aggravante mafiosa e condanna Caroccia,  Delmastro trasferisce il suo 25% alla G&G Srl, società immobiliare di cui detiene il 100%. Il 19 febbraio 2026 la Cassazione rende definitiva la condanna. Otto giorni dopo la G&G cede tutto. È casuale?

Delmastro da parte sua invoca il «rigore etico e morale» che lo contraddistingue e aggiunge la scorta come certificato d’integrità. Sostanzialmente si difende con il curriculum della vittima mentre siede al ministero che sorveglia la cella del padre della sua ex socia.

La domanda è una: perché un sottosegretario alla Giustizia, penalista, apre una srl con una diciottenne figlia di un uomo nell’orbita della Dda? La risposta potrebbe essere nell’omissione patrimoniale all’Antitrust e nelle quote girate prima a sé stesso.

A quattro giorni dal referendum, il principale sostenitore del Sì è condannato in primo grado per rivelazione di segreto nello stesso ministero in cui lavora. La scorta non c’entra un fico secco, quella al massimo attesta una minaccia ricevuta; il rigore etico è tutt’altra cosa.

Buon venerdì.

Diario del convoglio europeo per Cuba, dalla parte dell’umanità – giorno 2

Giovedì 19 marzo, L’Avana
Il primo giorno di missione all’Avana sgrana un paesaggio di sorprese per chi aveva conosciuto questa città negli anni precedenti: irriconoscibile, surreale, spenta, è tutto in attesa, fantasma. Anche le strade centrali, per non parlare di quelle periferiche, sembrano lasciate all’abbandono.
Oltre la ‘vita’ improvvisa di luci e pulizia dentro e intorno ai grandi hotel, il resto sembra appeso a un destino di precarietà. A ogni passo puoi imbatterti in una scena terremotata, edifici squarciati, immondizia ai lati della strada.
Camminiamo verso il Museo della Rivoluzione. Un soldato ci dice che è chiuso, gentile, ma sembra un imbarazzo quando ci rimbalza verso la città delle strade quasi deserte. “Qui era un via vai di vita e rumori”, ci dice, ma ora sono rimasti solo locali che fanno di tutto per sembrare in salute.
La mattina ci raduniamo all’Instituto Cubano de Amistad con Los Pueblos, una sorta di ministero degli esteri della società civile internazionale. Intervengono i rappresentanti della delegazione, parliamo della missione e della nostra vicinanza al popolo cubano. Della necessità di sostenerlo e fermare l’aggressione di Trump e degli Usa. Qui la realtà che esce dai racconti dei cubani e dell’associazione che guida la missione è seria, drammatica.
Cuba è illuminata al 50 per cento e la priorità è data alle strutture scolastiche, sanitarie e alle produzioni fondamentali. L’embargo attacca una delle fonti importanti di sostentamento del paese, il turismo: Air France ha dichiarato che dal 29 marzo interrompe il proprio traffico per tre mesi. Aveva due voli al giorno, nel 2018. Altre compagnie stanno abbandonando l’isola perché il blocco di Trump ha incluso ulteriori ritorsioni per chi commercia petrolio a Cuba e ha aumentato e imposto nuovi dazi. Ora l’isola, dicono qui, si alimenta con gas, petrolio nazionale, riserve strategiche accumulate, turbine termoelettriche che vanno a petrolio. Sono tre mesi che non arriva una goccia di carburante a Cuba.
Parla il viceministro della sanità cubana e dice che la crisi energetica sta indebolendo il sistema sanitario e la rete consultori che è radicata e disseminata sull’isola. Gli aiuti che abbiamo portato vanno a quattro ospedali. Qui rimarcano molto il ruolo che hanno avuto i medici cubani nel mondo.
Interviene Aleida Guevara, la figlia del Che e va dritta al punto. “La situazione è drammatica e voglio essere chiara. Il salario del medico è debole se consideriamo l’aumento dei prezzi. Loro sono gli eroi del momento, perché la situazione è durissima qui a Cuba”. La sussistenza delle strutture è un problema reale e quotidiano: stanno ricorrendo anche a medicamenti che riscoprono la natura; cercano soluzioni alternative per produrre quegli strumenti, come i cateteri, che richiedono il petrolio per essere fabbricati. “È tipico del popolo cubano cavarsela con cure naturali. Stiamo sperimentando agopuntura, omeopatia, ma ci sono malattie come quelle oncologiche o i problemi cardiaci che hanno bisogno di cure specialistiche’, prosegue.
Conclude con un racconto letterario, un poeta raccontava di un uomo moribondo. Amici parenti andavano a trovarlo, provavano a spronarlo, le persone intorno a lui aumentavano di giorno in giorno, fino a quando tutta l’umanità si radunò al suo capezzale. Grazie a quella forza collettiva riuscì a camminare. Cuba è così, ha bisogno dell’ abbraccio dell’umanità per rialzarsi.
Dopo di lei, ha preso la parola Samar Alghoul, una ragazza palestinese di Gaza, incredibile la sua storia: studia medicina grazie a una borsa di studio del Ministero della Sanità Cubana. E’ al quarto anno e la famiglia è a sud di Gaza, inseguita dai bombardamenti ancora frequenti. Dice che negli ospedali cubani la loro formazione è peggiorata perché l’embargo ritarda il funzionamento delle strutture mediche. Se non c’è corrente anche l’acqua non arriva con facilità e anche il trasporto verso gli ospedali diventa problematico. Però lei non molla e sostiene la sanità cubana come può. Col suo tirocinio ostacolato dal blocco.
L’hanno ringraziata in tanti e lei ha salutato col pugno chiuso.
Nel pomeriggio andiamo a visitare l’ospedale pediatrico de L’Havana, ci accoglie il personale medico in un abbraccio che dà sollievo, che restituisce il senso della carovana. I nostri aiuti sono su un tavolo, dominano la scena la bandiera di Cuba e la foto di Fidel Castro. E la loro felicità. Gli eroi raccontati da Aleida Guevara, dottori e dottoresse che lavorano senza sosta e affrontano il boicottaggio di un mondo che fa finta di niente di fronte all’embargo. Il quindici per cento delle morti per motivi oncologici tra i bambini è dovuto all’effetto del blocco: mancanza di farmaci, mancanza di carburante che impedisce gli spostamenti.
Nell’ospedale pediatrico che visitiamo si occupano prevalentemente di interventi e terapie legate all’udito, sono una eccellenza che cura 600 bambini di tutta Cuba. C’è un abisso tra la resa strutturale della città e l’organizzazione del sistema sanitario, la cura anche fisica dei suoi ambienti. Due mondi. La ‘priorizzazione’ di cui si parlava all’incontro, forse.
Sulla strada del ritorno alcuni della delegazione fanno fotografie e video alla poca vita delle strade, provano a prendere per poi raccontare l’immagine di quella Cuba irriconoscibile. “Cuba è questa ragazzi!” Grida una ragazza dal lato della strada.
La sera, con Giacomo, un ragazzo della comunità di Casetta Rossa ci avventuriamo fino a perderci per le strade della città. A un tratto appare una struttura enorme circolare, uno stadio. Sembra il lascito di un abbandono collettivo, di una fuga di massa che ha lasciato dietro tutto. Da dentro arrivano delle grida, entriamo e sul campo si svolge una partita tra ragazzi. Ci avviciniamo, penso subito che mi piacerebbe parlare con loro e anche mettermi in porta per non fare figuracce. Giacomo si fa avanti, sospendono il gioco. E lui: “Pallaaa”.

Giorno 1 – leggi l’articolo

Quale libertà per il popolo iraniano se l’obiettivo delle bombe di Trump e Netanyahu è insediare un altro regime?

Come si riconosce da più parti l’Occidente è ormai piombato nell’era della violenza a prescindere, della violenza internazionale così come della violenza e della repressione interne. L’attacco all’Iran ha portato a galla un complicato gioco geopolitico nel quale tenta di inserirsi Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià dell’Iran.

La guerra scatenata da Israele e Stati uniti in Medio oriente è solo l’ennesima conferma che gli Usa hanno definitivamente rimosso quella patina di fard che nascondeva le vere sembianze di cadavere della democrazia liberale per presentarsi al mondo come potenza liberticida e autoritaria. 

Ma oltre all’attacco diretto a stati sovrani, messo in atto con il piglio del bullismo internazionale per depredare e sottomettere, gli Stati uniti e i loro alleati stanno sdoganando una pericolosa pratica di imperialismo sfrenato che è quella del  cambio di regime (un cambio di élites o di regime arbitrario) che è soprattutto accelerato e eterodiretto. Quanto avvenuto in Venezuela è peraltro emblematico di questo abominio del diritto internazionale promosso a normalità dall’amministrazione Trump. A Caracas l’aggressione degli Usa ha portato subitaneamente al potere Delcy Rodriguez e l’Amministrazione Trump pare essere ancora abbastanza in sintonia con questa. Tuttavia il mantenimento di molti funzionari del governo Maduro potrebbe portare, già nel breve termine, a esiti incresciosi.

In Iran la situazione è certo peggiore, se gli Usa e Israele dovessero vincere la loro guerra si tratterebbe piuttosto di un integrale cambio di regime che soppianti la ierocrazia con dei candidati che potrebbero essere decisamente inopportuni a garantire una transizione democratica ancorché imposta dall’esterno. Purtroppo uno dei papabili candidati al dopo Ayatollah è l’erede al trono della sanguinaria dinastia degli Scià che tramite i misfatti della famigerata polizia Savak e un’organizzazione accentrata e repressiva trasformò la vita di migliaia di iraniani in un incubo. Le ultime dichiarazioni di Reza Pahlavi lasciano pochi dubbi sul ruolo che l’aspirante monarca vuole ritagliarsi se gli Usa e Israele non vengono fermati. Il figlio dello Scià rivuole il suo regno e il destino che si prospetta all’Iran è quello di una nuova sottomissione ad un governo autoritario. Una sorta di libretto che Reza Pahalavi ha presentato mentre si dichiarava pronto a gestire la transizione del paese verso la democrazia la dice poi lunga sulle sue reali intenzioni. I punti che più preoccupano del programma di Pahlavi, che in un certo senso si impone già come Leader della transizione, sono proprio il fatto che egli dia per scontato la presenza come dirigenti della transizione di tutto il suo entourage (di fatto appartenente ad un’organizzazione stabilita a Washington), che si porrebbe al timone del post-cambio di regime pur provenendo dall’esterno del paese, le chiare simpatie ultraliberali del documento di “transizione” e la possibilità che la transizione possa essere prolungata e rimandata sine die

D’altronde anche da parte statunitense traspare la possibilità di imporre Reza Pahlavi attraverso l’intervento militare messo in atto. Alcuni segnali suggeriscono che, in ambienti vicini all’amministrazione statunitense, la figura di Reza Pahlavi continui a suscitare un certo interesse come possibile interlocutore in uno scenario di transizione iraniana. Il figlio dell’ultimo scià ha intensificato negli ultimi mesi la propria presenza nel dibattito politico occidentale, presentandosi come garante di una transizione ordinata e filo-occidentale. Tuttavia, la posizione ufficiale di Donald Trump appare, in maniera preoccupante, ambigua. In diverse dichiarazioni, il presidente Usa ha definito Pahlavi “una persona molto piacevole”. Questa cautela riflette il timore di Washington di apparire impegnata in un esplicito progetto di regime change che imponga poi una monarchia. Parallelamente, lo stesso Pahlavi ha più volte invitato Trump a sostenere una trasformazione politica in Iran, arrivando a evocare una collaborazione per “rendere l’Iran di nuovo grande”.

Ci sono i presupposti, insomma, perché questi Stati uniti, autocrati senza trucco, obblighino il palcoscenico internazionale a sopportare un’altra sostituzione di governanti che abbia il volto, questa volta, di una monarchia assoluta e che spinga il Medio oriente ad un livello peggiore di caos rispetto al momento del loro intervento. Non molto differentemente peraltro, da ciò che gli Usa hanno fatto in Afghanistan.

A ben vedere l’unica chance di una risoluzione della guerra che lasci qualche speranza al popolo iraniano potrebbe essere quella di un intervento diplomatico dell’Europa che però permane divisa e balbettante di fronte alla violenza ad ogni costo di Trump. Si tratterebbe di un’Europa nella quale inizialmente solo il governo spagnolo aveva dichiarato la sua aperta opposizione all’attacco ma che, data la gravità della situazione, potrebbe unirsi per dare voce ad una soluzione che supporti davvero il popolo iraniano.

L’autore: Francesco Valacchi è cultore della materia, dottore di ricerca in scienze politiche all’Università di Pisa. Si occupa di geopolitica, con particolare riguardo all’area asiatica. Il suo ultimo libro è A nord dell’India, storia e attualità politica del Pakistan (Aracne)

Foto WMK

Il pieno prima del voto

Tre settimane di crisi, quattro giorni prima del referendum: il consiglio dei ministri si riunisce alle sette di sera. Fino a mercoledì mattina l’ipotesi più probabile era il rinvio a dopo il voto. Poi, nel pomeriggio, la decisione improvvisa: annuncio al Tg1, Mattarella che firma il decreto da Salamanca. Urgenza selettiva, con tempistica chirurgica.

Solo che l’urgenza aveva già tre settimane di età. La guerra in Iran aveva fatto salire i prezzi alla pompa da subito. Il governo aveva chiesto tempo, valutato, rimandato. La scorsa settimana in Parlamento Meloni aveva invocato cautela, dicendo di voler valutare bene come calibrare l’intervento. Poi arriva il 18 marzo e la calibrazione è pronta in trenta minuti di consiglio dei ministri.

Il decreto prevede 25 centesimi al litro su benzina e diesel per venti giorni, crediti d’imposta per autotrasportatori e pescherecci, più poteri al Garante dei prezzi, multe ai petrolieri. Circa 500 milioni di euro. Tutto temporaneo, tutto urgentissimo.

Francesco Boccia, presidente dei senatori del Partito Democratico, ha centrato il meccanismo: «Il governo ha inventato un nuovo modello economico: uno sconto di 20 giorni pagato con i soldi che gli italiani hanno già versato con i rincari delle settimane scorse».

Matteo Salvini, da canto suo, ha aggiunto che se i petrolieri «diranno di no a tutto», l’extrema ratio sarà tassare gli extraprofitti. Tradotto: il governo sapeva, poteva agire prima, ha aspettato. E ora brandisce la tassa come carta futura, non come errore da ammettere.

Sostanzialmente, questo decreto è la firma del governo sulla propria incapacità di gestire una crisi senza un tornaconto immediato. Non perché tagliare le accise sia sbagliato in sé, ma perché farlo adesso, così, con questo tempismo, rivela la funzione reale del provvedimento.

Vorrebbe sembrare una risposta alla crisi ma è una banale risposta al sondaggio.

Buon giovedì.

Appello per la Cisgiordania, dalla Cisgiordania

Ora che Stati Uniti e Israele hanno dichiarato un’altra guerra all’Iran, l’attenzione del mondo si è spostata su questa escalation globale. E mentre i titoli dei giornali si concentrano sul confronto regionale, stiamo assistendo a un cambiamento della nostra realtà, che sfrutta questo momento per intensificare metodicamente le aggressioni in tutta la Cisgiordania occupata.

Tutti gli accessi ai villaggi e alle città palestinesi sono stati bloccati. Blocchi di cemento, terrapieni, cancelli e posti di blocco militari hanno isolato le comunità l’una dall’altra. Interi centri abitati sono sotto sequestro. Spostarsi tra villaggi vicini, un tempo questione di minuti, è diventato da difficile a impossibile. Le famiglie sono separate. I lavoratori non possono raggiungere il posto di lavoro. Gli studenti non possono raggiungere le loro scuole. I malati non possono raggiungere gli ospedali.

Sfruttando la distrazione globale di un’altra guerra, gli attacchi dei coloni si stanno intensificando in tutta la Cisgiordania.

Gli abitanti sono intrappolati.

Nella mia comunità, Masafer Yatta, l’occupazione ha bloccato ogni strada e ogni accesso. Ci hanno negato il diritto di muoverci. Non ci è permesso portare rifornimenti alimentari. I coloni israeliani continuano a perpetrare attacchi brutali e collaborano con l’esercito per impedirci persino di evacuare i feriti dopo gli attacchi. Anche le ambulanze non sono autorizzate a passare.

Non si tratta di un caso o di una coincidenza. È un blocco totale. È pulizia etnica.

Tre giorni fa un attacco ha avuto luogo nel villaggio di Sfay, parte di Masafer Yatta. Un palestinese è stato colpito alla mano da un proiettile esploso da un colono. Non c’era modo di trasportarlo in ospedale. L’occupazione aveva bloccato tutte le strade. L’esercito israeliano di occupazione aveva fermato tutti i veicoli. Il tempo è trascorso interminabilmente mentre cercavamo una qualsiasi via di accesso per ricevere cure mediche. Non ce n’era nessuna.

Immaginate di essere feriti, in fin di vita, e di sapere che i soccorsi esistono, sono poco distanti e li senti arrivare ma poi vengono bloccati dagli israeliani e non potrai mai essere curato.

In tutta la Cisgiordania, i coloni, spesso accompagnati da soldati, stanno intensificando i pogrom: incursioni armate nei villaggi, distruzione di proprietà, incendi di campi, aggressioni fisiche e sparatorie. Allo stesso tempo, il blocco militare impedisce ai palestinesi di difendersi, di fuggire e di accedere ai servizi di emergenza. Mentre tutti gli occhi sono puntati sulla guerra con l’Iran, l’espropriazione, l’occupazione e la pulizia etnica in Cisgiordania accelera come non mai.

Le chiusure non solo soffocano la libertà di movimento ma tentano di soffocare la vita stessa. Gli agricoltori non possono raggiungere le loro terre. I pastori non possono uscire con le greggi nei pascoli. I pazienti non possono recarsi agli appuntamenti per cure e ricoveri. Le donne in travaglio devono affrontare viaggi insormontabili rischiando di partorire ai check Point israeliani. Le famiglie razionano le scorte sempre più scarse perché nessun camion può entrare.

Questa è una punizione collettiva su vasta scala.

L’urgenza non può essere sottovalutata. Il blocco di tutti gli accessi in Cisgiordania ha trasformato un arcipelago frammentato di comunità in villaggi completamente isolati, incapaci di soddisfare i propri bisogni. Ogni villaggio è un’isola sotto assedio. Ogni attacco diventa più pericoloso perché l’occupazione ci intrappola. Non c’è via di fuga né salvezza.

Quando il mondo guarda altrove i coloni sfruttano quel momento per intensificare la loro violenza.

Ciò che sta accadendo ora non è separato dalla guerra più ampia. Fa parte di uno schema: i momenti di aggressione vengono usati per intensificare il controllo sul territorio. Mentre le potenze globali si scambiano minacce, i coloni israeliani espandono gli avamposti, le strade vengono bloccate e le comunità palestinesi vengono ulteriormente poste sotto assedio.

Masafer Yatta è solo un esempio. Ma è un esempio lampante. Viviamo in totale isolamento, esposti ad attacchi sempre più frequenti. Privati ​​persino dei diritti più elementari. Come l’accesso all’acqua, la libertà di movimento, il diritto allo studio e alle cure. Ci viene impedito di vivere nella dignità. Mi rivolgo alle istituzioni e realtà internazionali: non dimenticate la Cisgiordania. Stiamo resistendo ad una pulizia etnica senza precedenti.

Questo è un appello urgente!

Mohammad Hesham Huraini
Sono un giornalista e attivista indipendente di 23 anni, originario di Masafer Yatta, sulle colline a sud di Hebron, nella Palestina occupata. Documento e denuncio la vita quotidiana sotto l’occupazione israeliana, dalle violenze dei coloni e dalle incursioni militari alle demolizioni di case e alla continua pulizia etnica della mia comunità.

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Diario del convoglio europeo per Cuba, dalla parte dell’umanità – giorno 1

Mercoledì 18 marzo, L’Avana 
Si trasportano scatole piene di medicinali, due a testa. Ogni “testa” è un volontario o una volontaria che carica, parte e attraversa l’Oceano. Sono ragazzi, per lo più, ma anche militanti della sinistra: ci siamo noi di AVS, c’è la GKN, Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, della Fiom e dei Cobas, volontari e volontarie della sinistra diffusa. E poi ci sono i giornalisti, venuti a raccontare e osservare non solo Cuba, ma anche chi si imbarca per una missione sospesa, in queste ore di viaggio, in un’oscillazione etica tra il romantico e il disperato.
Siamo quasi duecento su questo volo. Portiamo medicinali e solidarietà al prossimo bersaglio della più grande potenza militare del pianeta; la stessa che ha fatto da scudo al genocidio israeliano in Palestina e che ora semina morte e destabilizzazione in Medio Oriente. Parlo con i miei compagni di viaggio: sono sereni, determinati. Sanno di fare la cosa giusta. Semplice e giusta.
Nei giorni di preparazione, dopo aver contattato l’Aicec (l’organizzazione referente della missione), noi della delegazione di AVS ci siamo interrogati a lungo sul “perché” profondo. C’è Trump, certo, con la sua semina di odio e il ricatto del “plata o plomo”: arrendersi alle leggi spietate del mercato o subire la guerra. C’è la centralità della questione sanitaria e il dovere dell’aiuto concreto a una popolazione portata allo stremo dall’embargo.
Eppure, sento anche qualcos’altro. Un sentimento che scava più a fondo. È un impulso prepolitico, lo stesso della Sumud Flotilla per la Palestina: forzare l’impotenza della semplice condanna, scegliere la parte del più debole contro l’arroganza del più forte. È il desiderio istintivo di mettersi in mezzo per fermare l’ennesima ingiustizia e gridare quello che pochi hanno il coraggio di dire: fermateli. Fermateli prima che incendino il mondo intero, prima che calpestino un altro popolo innocente.
È un sentimento prepolitico perché parte da una premessa disarmante: stanno affamando un popolo, in più un popolo che non ha mai dichiarato guerra a nessuno, che vuole solo vivere in pace e che, nonostante questo, viene etichettato come “minaccia” dalla potenza nucleare statunitense. Qualcuno ha scritto, mi sembra Alberto Negri, che i massacri in Iran e in Libano sono la conseguenza della debolezza di chi non ha voluto fermare il genocidio palestinese: non li abbiamo fermati allora, e ora pensano di poter colpire ovunque. L’orrore della loro onnipotenza sta straripando.
Queste missioni hanno le idee chiare sulle ragioni economiche e finanziarie di tale deriva. Ma sanno anche che per gridare lo “Ya basta!” di zapatista memoria bisogna rimettere in gioco i corpi, creando una forza civile che arrivi dove la diplomazia ufficiale, tra ipocrisia e debolezza, fallisce. Serve inventare formule inclusive e innovative, come il movimento No Kings (ci vediamo in piazza il 27 e 28 marzo!), che uniscano la lotta alla guerra alle mobilitazioni contro le derive autoritarie e per la giustizia sociale, come le forme nuove di resistenza civile, quelle che usano il mediattivismo e quelle che passano per le nuove tecnologie digitali.
Sta accadendo qualcosa di nuovo, forte e radicale. Qualcosa che ha l’umanità delle passioni vere, la forza di chi sa di essere nel giusto e il coraggio di guardare il mondo con gli occhi degli ultimi e delle ultime, sentendo la loro sofferenza e la loro rabbiosa voglia di riscatto.
Stiamo capendo che, per fermare l’apocalisse bellica, bisogna pensarci oltre i confini geografici dati. Bisogna trovare insieme una via di salvezza, per tutti, perché l’orizzonte ormai sembra essere quello teso di una guerra globale permanente. È come se si stesse acquisendo una drammatica consapevolezza del ruolo storico delle persone che si autorganizzano, del loro potenziale costituente di rapporti sociali fondati sulla cooperazione al posto della competizione. Come se fosse chiaro ormai che loro, quelli che muovono le leve economiche e politiche mondiali, ci stanno portando verso l’apocalisse climatica e, ora, nucleare.
È necessario quindi dare fiducia a questa nuova forza mondiale, che non riconosce barriere, che parla il linguaggio universale dell’umanità per l’umanità e che cerca attivamente alleanze. Alleanze sociali, alleanze con la sinistra diffusa, e con democrazie che ancora resistono e difendono le proprie prerogative. Alleanze non solo per resistere ma, necessariamente, per sconfiggere l’orrore che corre nelle parole e nei fatti di sangue dei nuovi imperi.

Oggi è il primo giorno a Cuba, partiamo per gli incontri della missione, tra questi alcuni nelle strutture sociali e sanitarie. Vi terremo aggiornati.

Il capo dell’antiterrorismo americano dice quello che in Italia non si può dire

Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, scrive a Donald Trump: «L’Iran non rappresentava alcuna minaccia imminente, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana». E si dimette.

Queste parole, in Italia, si chiamerebbero antisemitismo.

Il meccanismo è collaudato: Moni Ovadia e Gad Lerner, entrambi ebrei, vengono accusati di antisemitismo ogni volta che nominano il genocidio di Gaza. Il 5 marzo il Senato ha approvato il ddl che adotta la definizione Ihra, International Holocaust Remembrance Alliance, per cui criticare le politiche di Israele è antisemitismo. Ora passa alla Camera.

Solo che Kent non è un intellettuale di sinistra. È un veterano dei Berretti Verdi, undici missioni, ex agente Cia, vedovo di guerra. Leggeva i briefing ogni mattina ma ha scritto che l’America è stata trascinata in guerra attraverso «una campagna di disinformazione» israeliana. Trump lo ha liquidato: «Era debole sulla sicurezza».

Gaza è stata il laboratorio. L’impunità concessa durante il massacro sistematico della popolazione civile, che la Corte Internazionale di Giustizia, su ricorso del Sudafrica, ha già giudicato plausibile come genocidio, ha spostato il confine del tollerabile. Poi il Libano, poi una guerra contro l’Iran su intelligence contestata dai funzionari stessi. È uno schema che Israele applica su larga scala.

Trump è il servo utile, non l’architetto. Tredici soldati americani sono morti, duecento feriti.

In Italia discutiamo di chi ha usato la parola sbagliata.

Buon mercoledì.

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Utili alla destra fino al 23 marzo

Palazzo Madama, sede della seconda carica dello Stato, aprirà le porte a Nathan Trevallion e Catherine Birmingham il 25 marzo: tre giorni dopo il referendum sulla giustizia. Ignazio La Russa lo ha confermato in un video, specificando di essersi «divertito molto» a leggere le polemiche. Divertito, appunto.

Il caso è noto. La famiglia anglo-australiana che dal 2021 viveva nei boschi di Palmoli, in provincia di Chieti, senza allacci alle reti né scuola obbligatoria per i tre figli. A novembre 2025 il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha disposto l’allontanamento urgente dei bambini. Da lì, il centrodestra ha costruito la sua narrativa: magistratura fuori controllo, genitori vittime dello Stato. Giorgia Meloni ha detto che «i figli non sono dello Stato». Matteo Salvini ha promesso di andare a Palmoli, poi non ci è andato. Il ministro Carlo Nordio ha inviato gli ispettori al Tribunale tre mesi e mezzo dopo aver chiesto le carte.

L’incontro in Senato chiude il cerchio. La riforma della giustizia in votazione domenica e lunedì non avrebbe cambiato nulla per i bambini di Palmoli, come hanno ricordato i pentastellati in commissione Giustizia. Del resto, il governo che si erge a difesa della famiglia ha approvato il decreto Caivano, che prevede fino a due anni di carcere per i genitori che non mandano i figli a scuola: esattamente la scelta che Nathan e Catherine avevano fatto.

La Russa ha detto di non voler chiedere «scusa o il permesso» a nessuno. Ha ragione su questo: il permesso non lo chiede mai. Lo prende, insieme alla vicenda altrui, e la usa. Quando il referendum sarà passato, la famiglia nel bosco tornerà nel bosco. Come succede sempre ai derelitti trasformati in clava.

Buon martedì.

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Votate Sì perché ve lo chiede vostro cugino

Che bella la politica quando smette di fingere. A Genzano di Lucania, in provincia di Potenza, il deputato di Fratelli d’Italia (FdI) Aldo Mattia ha tenuto ai dirigenti meloniani locali una lezione che vale più di mille comizi. Gli argomenti ci sono, ha detto. Ma se non bastassero, «utilizzate anche il solito sistema clientelare: non ci credi, beh fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore».

Il “solito”. Non “un sistema clientelare” come deviazione: il solito. Quello che c’è sempre, quello che funziona quando gli argomenti finiscono. Mattia non ha inventato niente: ha detto ad alta voce quello che in genere si sussurra.

Il fronte del Sì si presenta da mesi come paladino della separazione delle carriere, del cittadino da proteggere dall’arbitrio delle toghe. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio li ripete con la precisione di un manuale. Una riforma di principio, ci dicono da anni.

Poi arriva Mattia da Genzano e spiega come si vince davvero: con i cugini e con i debiti da riscuotere. «Perché dobbiamo vincere questa battaglia», ha aggiunto. La battaglia. Non il dibattito sulle norme: la battaglia. E nelle battaglie tutti i mezzi sono leciti.

C’è una coerenza involontaria, in tutto questo. Un referendum nato per sottrarre la magistratura all’influenza della politica viene promosso con gli strumenti più antichi del clientelismo. Il paradosso sarebbe comico se non riguardasse la Costituzione.

Mattia ha anche chiarito la posta in gioco: una sconfitta «sarebbe una ferita grave» per il governo. Non per i cittadini in attesa di giustizia: per il governo. Ecco la verità, finalmente senza il filtro della retorica riformista.

Quindi: votate Sì perché ve lo chiede vostro cugino. Che è, in fondo, l’argomento più solito di tutti.

Buon lunedì.

 

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La disperazione ha un palcoscenico

Il Teatro Franco Parenti di Milano ha ospitato ieri il comizio più rivelatore della campagna referendaria: rivelatore non per gli argomenti ma per il contorno.

Meloni aveva dichiarato di non voler personalizzare il voto: il partito aveva tolto nome e simbolo dai manifesti. Ieri quella scelta è finita. Lega e Forza Italia erano altrove, il Corriere della Sera ha letto l’assenza come smarcamento davanti ai sondaggi. Gli alleati cedono il palco.

Il teatro lo ha concesso Andrée Ruth Shammah, direttrice accusata di lettura filo-israeliana su Gaza, nome fatto circolare da La Russa per le comunali milanesi, offerta declinata. La destra la corteggia e lei il teatro lo ha aperto.

Sul palco è salito Orazio Maurizio Musumeci, che aveva annunciato sui social di essere in partenza per incontrare Meloni, riuscendo ad avvicinarsi, consegnarle un libro e chiederle le dimissioni di Mattarella. Il ministro Piantedosi, responsabile della sua sicurezza, non ha commentato.

FdI registra circa due punti di calo da inizio anno, i sondaggi danno il no avanti al 52%. Meloni ha detto che se la riforma non passa stavolta non ci sarà un’altra occasione. Argomento riconoscibile. Il finale ha cambiato registro: immigrati illegali, stupratori, pedofili e spacciatori rimessi in libertà, antagonisti che devastano le stazioni senza conseguenze giudiziarie. Il catalogo del terrore domestico, a dieci giorni dal voto. Non è più una campagna su una riforma costituzionale. È una promessa di paura.

Quando si misurano i consensi con l’elenco dei nemici interni, il segnale non riguarda la giustizia; riguarda se stessi.

Buon venerdì.