Home Blog Pagina 6

Sui fascisti il governo tace. Come sempre

I carabinieri di Teramo hanno eseguito otto misure cautelari nei confronti di un gruppo che si autodefiniva “Gioventù fascista rosetana”: quattro arresti, un capo finito in carcere, tre ai domiciliari, quattro con obbligo di firma. Diciassette gli indagati, quattordici accusati di istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale. Il gruppo pianificava spedizioni punitive contro i bengalesi, assaltava con sassaiole il Centro d’accoglienza di Roseto degli Abruzzi, custodiva foto hitleriane e gestiva chat di incitamento alla violenza razziale. Il tutto era emerso indagando su un agguato preordinato ai carabinieri l’8 ottobre 2025, con spranghe e sassi nascosti vicino al palazzetto dello sport.

Mi sono tornati in mente gli attivisti di Ultima Generazione processati per aver gettato vernice lavabile sulla facciata del Senato, con una pena prospettata fino a cinque anni. Mi sono tornati in mente i 180 procedimenti giudiziari in tre anni contro chi bloccava strade per chiedere politiche climatiche, gli studenti manganellati nei cortei per Gaza, i fogli di via usati come strumenti di ritorsione contro gli attivisti. 

Per tutto questo, il governo aveva parole pronte. La presidente del Consiglio che definisce “oltraggioso” il lancio di vernice lavabile su un palazzo, il ministro dei Trasporti che ha dichiarato più volte di voler reprimere chi scende in strada per il clima. Per la “Gioventù fascista rosetana”, niente. Silenzio.

E allora la domanda, sempre la stessa, torna a farsi sentire: quanto schifo bisogna fare per sbattere ogni volta la faccia contro il proprio contraddirsi, accettando di spaccarsi il naso pur di non cedere un millimetro di propaganda?

Buon giovedì 

 

Foto di Imam Fadly su Unsplash

Lectio magistralis e governo distratto

Un cerimonia accademica può essere un atto politico. Ieri a Firenze, nel Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, il presidente Sergio Mattarella ha ritirato una laurea honoris causa dalla Scuola di scienze politiche Cesare Alfieri e ne ha approfittato per ricordare che Alexis de Tocqueville aveva già immaginato questo preciso momento storico: un futuro «oscillante fra la libertà democratica e la tirannide cesarista». Non lasciamo che accada, ha detto. Parole calibrate ma non ermetiche. Basta scavare solo un po’. 

Il governo che siede a Palazzo Chigi ha garantito intanto immunità a Benjamin Netanyahu, ricercato dalla Corte penale internazionale, la CPI, per crimini di guerra e contro l’umanità. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiuso la questione con una formula: «Le immunità vanno rispettate». Il diritto internazionale, evidentemente, come dice Tajani “vale fino a un certo punto”, quello oltre il quale scomoda alleanze che conviene non disturbare.

E poi c’è il Board of Peace, l’organismo creato da Donald Trump per gestire il futuro di Gaza fuori dall’Onu. L’Italia ci va, ha annunciato Meloni, ma «solo come osservatori», formula che peraltro lo statuto del Board non prevede nemmeno. Un’adesione sostanziale protetta da un velo di prudenza costituzionale. Sedersi al tavolo di chi smantella il multilateralismo, in qualunque veste, è una scelta che produce effetti.

Mattarella ha citato ieri la «pretesa di agire al di fuori delle regole degli Stati e di organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi». Parole pronunciate all’università, con il governo che nel frattempo le smentisce in tempo reale.

Buon mercoledì. 

 

Foto WKP

Almeno Bartolozzi lo dice

Il 7 marzo, su un’emittente siciliana, Giusi Bartolozzi – capo di gabinetto di Nordio, indagata con lui per la vicenda Almasri – ha detto a voce alta quello che il governo ha sempre lasciato intendere tra le righe: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Ha aggiunto di avere un’inchiesta in corso e di essere pronta a lasciare il Paese se il referendum non passa.

La macchina delle smentite si è messa in moto: del resto va così ogni volta che qualcuno in questa maggioranza si lascia andare e dice ciò che la narrazione ufficiale si sforza di nascondere.

Di precedenti ce ne sono. Il 30 gennaio 2025, nel pieno della bufera Almasri, Meloni aveva elencato la magistratura tra i soggetti tenuti a realizzare il «disegno» del governo, accanto alle forze dell’ordine: una concezione della giustizia come braccio esecutivo dell’esecutivo, non come potere indipendente. Nordio aveva già ammesso in Parlamento a marzo 2025 che la riforma «non influisce sull’efficienza della giustizia» – confessando che l’obiettivo è altrove: certamente lontano dalla tutela dei cittadini.

Va letta nel suo contesto, quella frase: una funzionaria indagata, in servizio attivo, che fa campagna referendaria per una riforma costruita nel ministero di cui è braccio destro. In qualunque democrazia ordinata, quella scena non sarebbe possibile.

Allora la domanda va rivolta anche a chi, in buona fede, ritiene utile la separazione delle carriere: è possibile affidare una riforma costituzionale così delicata a chi la usa come strumento di rivalsa? Chi risponde di sì dovrebbe spiegare come si separa una riforma da chi la porta avanti. In questo caso, non si può.

Buon martedì. 

 

Foto di Element5 Digital su Unsplash

Buon 8 Marzo, Meloni. Ora rimetti a posto i danni

Domenica, Giorgia Meloni ha celebrato l’8 marzo. Ha trovato le parole giuste, quelle capaci di evocare conquiste e gratitudine, e le ha depositate con cura davanti alle telecamere. Poi si volta pagina.

Il 24 febbraio, la Camera ha soppresso la proposta di congedo parentale paritario: 137 voti favorevoli alla cancellazione, 117 contrari. Nessun rinvio, nessuna copertura cercata con serietà. La maggioranza ha fatto muro e ha liquidato ciò che avrebbe allineato l’Italia agli altri paesi europei: cinque mesi di congedo retribuito per i padri, al 100% della retribuzione, anche per i non sposati e le partite Iva. Una proposta delle opposizioni che non è mai stata nemmeno discussa. «A che serve una premier donna che non migliora le condizioni delle altre?», ha detto Elly Schlein. Meloni non ha replicato.

A novembre, il ddl Stupro – approvato all’unanimità con il concetto di consenso «libero e attuale» – è stato svuotato dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno: via il consenso, dentro il «dissenso espresso». Un ribaltamento che cancella ogni significato al testo. La presidente del Consiglio non ha più detto una parola.

Lo ha ricostruito Martina Castigliani sul Fatto Quotidiano: il femminicidio è ora reato ma senza fondi per la prevenzione, l’educazione sessuale è vietata alle primarie e subordinata al consenso genitoriale alle secondarie, il ddl Caregiver riconosce 10 euro al giorno a chi assiste un familiare per 13 ore, le consigliere di parità abolite proprio alla vigilia dell’8 marzo.

Ieri la premier ha festeggiato. Le parole c’erano, puntuali come ogni anno. I fatti stavano lì, incontestabili e già scritti.

Buon lunedì. 

L’attivista iraniana Neguin Bank: La libertà dell’Iran non può nascere sotto le bombe

L’attacco di Usa e Israele all’Iran, compiuto fuori da qualsiasi alveo giuridico internazionale, ha portato all’uccisione di Khamenei e di altri capi di regime, ma anche all’assassinio di migliaia di civili iraniani. Compresa una agghiacciante strage di bambine compiuta bombardando una scuola a Minab, nel sud dell’Iran. Intanto Israele ha attaccato il Libano, l’Iran ha lanciato missili anche sui Paesi vicini e la guerra si sta espandendo.

Neguin Bank, da attivista della diaspora cosa dire su queste ore drammatiche, quali posizioni, visioni, prospettive animano il vostro dibattito?
Per chiarezza devo dire prima di tutto che quella che si è imposta non era la mia idea di liberazione. Detto questo questo, la diaspora iraniana è ad oggi profondamente divisa. Si fronteggiano due opposte visioni: c’è il fronte di estrema destra che sostiene che si possa arrivare alla libertà solo affidandosi alla figura di Reza Pahlavi, al grido di “Javid Shah” (Viva il Re). È una parte di opposizione al regime che confida nell’intervento militare di Stati Uniti e Israele come strumento di liberazione. Va detto anche che questa fazione tende a escludere qualsiasi altra corrente politica o sociale, ignorando persino le istanze del movimento Donna, Vita, Libertà. E poi, se vogliamo approfondire, c’è una corrente più popolare.

Su Left supportiamo fin dalla sua nascita il movimento iraniano Donna Vita Libertà, che si è sviluppato in particolare dopo l’uccisione della curda iraniana Masha Amini arrestata e uccisa dalla polizia morale perché “portava male il velo”. Un movimento che ha rappresentato una rivoluzione culturale e che è stato duramente represso dal regime. Oggi è diventato un fronte popolare? In che modo?
C’è una corrente popolare che mira a rovesciare la Repubblica Islamica attraverso una rivoluzione dal basso. Ma  l’attuale conflitto ha interrotto il percorso rivoluzionario che aveva visto la sua ondata più recente nel dicembre 2025, con le proteste dei Bazari (i commercianti), a cui avevano aderito rapidamente diverse classi sociali. Nonostante il regime abbia tentato di soffocare la rivolta con il massacro di migliaia di persone e l’arresto di altrettanti dissidenti a distanza di un mese stavamo già assistendo alla nascita di nuove forme di protesta nelle università, nelle scuole e durante le cerimonie funebri, oltre a numerosi appelli allo sciopero.

L’attacco di Trump e Netanyahu non ha aiutato chi lotta per un Iran democratico. Perché?
L’aggressione da parte di Stati Uniti e Israele non solo non ha aiutato la nostra causa, ma ha ostacolato il processo rivoluzionario, esponendo i manifestanti a una repressione ancora più feroce in un clima di anarchia bellica. Il nostro obiettivo non è distruggere il Paese insieme al regime: la libertà si ottiene solo attraverso la lotta del popolo. La storia insegna che nessuna nazione ha mai ottenuto la democrazia sotto le bombe. Non riteniamo democratico confluire forzatamente sotto un’unica figura; crediamo invece in una coalizione di diverse organizzazioni politiche e civili che guidi l’Iran in una fase di transizione. Dopo mesi di dibattiti interni, appare evidente una spaccatura netta sui valori fondamentali che rende impossibile una coesione tra queste due visioni. Oggi ogni iraniano ha la responsabilità di essere consapevole delle proprie scelte e delle relative conseguenze. Di fronte alla guerra imposta alla nostra nazione, è necessario prendere una posizione chiara e netta contro chi fomenta la propaganda bellica di governi che riteniamo responsabili di politiche genocidarie o suprematiste.

C’è il rischio che gli Usa impongano un regime altrettanto illiberale. Quali scenari?
Esistono diversi scenari futuri di cui non possiamo essere certi, ma credo che l’incertezza regni anche a Washington. In situazioni simili, le dinamiche si possono evolvere in modi imprevedibili. L’Iran è un Paese estremamente complesso che, a mio avviso, l’Occidente non ha mai compreso fino in fondo. La storia ci offre esempi lampanti di momenti per i quali né il regime né l’Occidente erano preparati. A cominciare dalla crisi degli ostaggi del 1979: Gli Stati Uniti avevano inizialmente favorito la corrente islamica della rivoluzione rispetto a quella socialista, dando grande visibilità mediatica a Khomeini. Tuttavia, non avevano previsto che, una volta al potere, egli avrebbe agito prendendo in ostaggio i diplomatici americani, segno di una scarsa conoscenza del fanatismo islamico sciita da parte degli Usa. Incomprensione totale ci fu anche riguardo al Movimento Verde del  2009 : Le proteste scoppiate dopo i brogli elettorali colsero tutti di sorpresa, mettendo in seria difficoltà l’amministrazione Obama, che in quel momento era impegnata a stringere l’accordo sul nucleare con il regime.

E oggi?
Sappiamo che Trump intende espandere la sfera d’influenza economica e politica degli Stati Uniti, specialmente in Medio Oriente, per contrastare l’ascesa della Cina. In questo scenario, l’ipotesi più lineare per Trump sembra essere quella di un regime-change pilotato: un colpo di Stato interno attuato nel caos della guerra. Dopo aver eliminato Khamenei l’obiettivo è  favorire un “cambio di pelle” del sistema, portando al vertice figure disposte a stringere accordi economici con gli Usa.

E se questo progetto in violazione del diritto internazionale, stile il blitz compiuto dagli Usa in Venezuela, dovesse fallire?
Se questo piano dovesse fallire – proprio a causa della scarsa comprensione della complessa struttura del regime – l’alternativa potrebbe essere la frammentazione dell’Iran. Alimentando le tensioni tra le varie etnie e nazionalità interne, si rischierebbe di instaurare una guerra civile permanente. Una condizione di instabilità che, come già accaduto in Iraq, permetterebbe agli Stati Uniti di prendere il controllo delle risorse energetiche e trarne profitto.

Torniamo all’inizio, alla domanda che più ci sta al cuore, non solo perché oggi è l’8 marzo che fine ha fatto il movimento Donna Vita libertà?
Nonostante tutto, credo che ci sia ancora una speranza. È evidente che la guerra abbia rallentato il processo rivoluzionario, ma viviamo in un’epoca di accelerazioni improvvise e la società iraniana è estremamente giovane. Negli ultimi cinquant’anni, questo popolo ha dimostrato una capacità straordinaria di trasformare la sofferenza in consapevolezza e di evolversi costantemente. Ne è la prova il fatto che, dal cuore di una nazione così tormentata, sia emerso proprio uno dei movimenti più emancipati della nostra epoca: Donna, Vita, Libertà. Sono convinta che non sia solo il regime iraniano a temere questi movimenti; anche le grandi potenze mondiali ne hanno paura, poiché queste istanze superano rapidamente i confini nazionali per trasformarsi in vere e proprie lotte civili transnazionali. Credo fermamente che le componenti progressiste di ogni società debbano unirsi, intrecciando le proprie battaglie in una rete globale capace di contrastare l’avanzata dell’estrema destra e di tutto ciò che rappresenta un anti-valore per l’umanità. Più tentano di farci soffrire, più impariamo; e più impariamo, più diventeremo forti.

Piantedosi ha barato. La Commissione ha fatto il tifo

Dicembre 2022, governo Meloni appena insediato. Il ministro degli Interni Matteo Piantedosi, lo stesso che aveva teorizzato la colpa morale dei naufraghi, spedisce una circolare agli altri Stati membri: l’Italia, provvisoriamente e salvo eccezioni, non accetterà più trasferimenti di richiedenti asilo ai sensi del regolamento di Dublino III. Un annuncio unilaterale. Nessuna procedura formale, nessun accordo bilaterale, nessuna deroga concordata. Solo carta intestata del Viminale.

Ieri, 5 marzo 2026, la Corte di giustizia dell’Unione europea, nella sentenza C-458/24, mette per iscritto che non si può fare. Lo Stato designato come competente non può sottrarsi alle proprie responsabilità con un semplice comunicato. Il caso nasce da un cittadino siriano entrato in Germania nell’aprile 2023: Berlino gli respinge la domanda come irricevibile e tenta di trasferirlo in Italia, Paese competente in base a Dublino. Roma non lo accetta. La Corte chiarisce che il rifiuto è illegittimo.

Poi però c’è il comma che il governo terrà incorniciato in salotto. Se il trasferimento non avviene entro i termini massimi, la competenza scivola allo Stato richiedente. La furbata regge abbastanza a lungo da ottenere il risultato voluto: scaricare altrove chi si voleva non accogliere. Schiaffo giuridico, vittoria operativa. Piantedosi può permettersi di perdere la causa e vincere lo stesso la partita.

Il ceffone più secco arriva però alla Commissione europea, che per oltre tre anni ha osservato in silenzio senza aprire una sola procedura di infrazione contro Roma. La Corte le ricorda di averne tutto il diritto e tutta la facoltà. Bruxelles quindi ha coperto la fuga di Piantedosi. Anche questo, tecnicamente, si chiama Europa.

Buon venerdì. 

Bliss, canto d’amore per tre compositrici

La parola bliss «…evoca una felicità assoluta che trascende la quotidianità e si sublima nell’arte» si legge nel libretto del cd pubblicato da Stradivarius: Bliss, Canti d’amore. Una raccolta di brani di tre grandi compositrici dell’inizio del Novecento: Amy Beach, americana, pianista, autrice di ben 150 opere, unica donna sulla stele della Hatch Memorial Shell di Boston; Cécile Chaminade, francese, pianista, di cui si accorse subito Bizet, amico di famiglia, e che la incoraggiò ad iscriversi al Conservatorio; Gilda Ruta, napoletana, molto stimata in Italia, dopo la morte del marito si trasferì a New York e incrementò la sua attività di insegnante. Tre artiste straordinarie, dalla forte personalità, la cui memoria è sempre stata messa in ombra da colleghi uomini, e che Sabrina De Carlo, pianista e insegnante di pianoforte al Conservatorio “Venezze” di Rovigo, e Francesco Giannelli, tenore lirico anche nel coro del Teatro dell’Opera, hanno invece voluto raccontare per farne rivivere arte e competenze. Differenti, per nazionalità ed esperienze, le tre donne hanno dedicato la loro vita alla composizione della musica da camera, genere meno frequente nei palinsesti musicali che i nostri autori ci permettono di esplorare con ben 19 brani. L’album vede anche la partecipazione di Jalle Feest, violinista all’Accademia di Santa Cecilia, e Elisa Astrid Pennica, primo violoncello dell’Orchestra Filarmonica di Lecce. Un intenso lavoro per riscattare l’ingiusta cancellazione di artiste che invece hanno dato un sapiente contributo. De Carlo e Giannelli oggi sono maestri del Quadracoro: una realtà musicale con più di 60 elementi da più di dieci anni attiva nel territorio dell’omonimo quartiere romano, e non solo, con un repertorio musicale di umana resistenza e che, per ringraziare il lavoro dei due maestri, ha dato il proprio contributo economico al cd. I due interpreti ci raccontano di come è nata la loro collaborazione e l’idea di questo album, che ha permesso loro di conoscere il maestro Leandro Piccioni, con il quale avevano iniziato la registrazione del disco e alla cui memoria è dedicato. Si esibiscono a Roma il 15 marzo (ore 11) alla Sala iCarus.

Sabrina D.: Con Francesco ci siamo conosciuti a Caserta nel 2013 durante un concerto, scoprendo di abitare entrambi al Quadraro. Quando ho saputo che proprio lì lui dirigeva un coro sono andata subito a cantare perché per me è importante una collettività in cui si fa musica.

Francesco G.: Sabrina prima ha iniziato a cantare nel coro e, piano piano, si è messa accanto a me a dirigerlo. Poi è arrivato il Covid e le nostre lezioni erano da remoto, potevamo fare ben poco, così Sabrina mi ha proposto di rilanciare e abbiamo iniziato a pensare a questo progetto. Abbiamo raccolto il materiale, studiato, scelto i brani, e abbiamo cominciato a incidere.

Avete scelto di parlare di tre artiste eccezionali anche per permettere di riscoprirle e apprezzarle?

S: Premetto che vorrei che si smettesse di fare un cd di sole donne, ma che la musica delle donne fosse paritaria. Lavorando in Conservatorio posso dire  che anche che i programmi sono più liberi,purtroppo non compaiono donne nel passato, non c’era un investimento sulle compositrici. La sorella di Mozart era musicista e compositrice, ma non ha avuto le stesse sue opportunità. Stessa cosa per la sorella di Mendelssohn, Fanny, le fu impedito di pubblicare. Le compositrici del passato vanno scoperte.

F: Sono state tutte donne eccezionali, ma non le conosce nessuno. Quando Chaminade è morta è calato un silenzio assoluto sulla sua storia.

Qual è la prima che avete scelto?

S: A noi sarebbe piaciuto andare sul contemporaneo, ma c’era un problema di diritti d’autore. Abbiamo cercato in un range antecedente a 70 anni dalla loro morte. Ho

Caro Forcella. Caro Fagioli Il carteggio ritrovato

Le carte d’archivio di un giornalista hanno restituito un frammento di memoria che rappresenta un importante strumento per la ricerca storica e culturale in Italia alla metà degli anni Ottanta. Si tratta del carteggio tra Massimo Fagioli, psichiatra romano autore della Teoria della nascita, ed Enzo Forcella, ritrovato presso l’Archivio centrale dello Stato dove è conservato il Fondo del giornalista scomparso nel 1999. Dopo quarant’anni, quel dialogo a distanza intercorso tra il 1986 e il 1987 colpisce per l’intensità e il profondo interesse con cui lo psichiatra presenta a Forcella idee e proposizioni di ricerca che testimoniano la sua lunga lotta culturale nei confronti di ideologie che codificano l’impossibilità di una cura della malattia mentale e quindi di una trasformazione. Leggere il carteggio, inoltre, fa molto riflettere perché i temi affrontati nella corrispondenza sono ancora drammaticamente attuali. Si parla, appunto, di cura della malattia mentale, della formazione degli psicoterapeuti, della “truffa culturale” della psicoanalisi, del ruolo dei mass media. Da una parte, ricordiamo, c’è Fagioli che negli anni Settanta con la trilogia iniziata con Istinto di morte e conoscenza aveva scardinato il freudismo e che da dieci anni, allora, nel 1986, conduceva l’Analisi collettiva frequentata da centinaia di persone, fenomeno unico di psicoterapia di gruppo conclusasi nel 2016, poco prima della sua scomparsa, avvenuta a febbraio 2017. Dall’altra parte c’è Enzo Forcella, un giornalista che aveva scritto per Il Mondo di Pannunzio, La Stampa, Il Giorno, mantenendo sempre una forte indipendenza di pensiero e che nel 1986 era collaboratore di spicco de la Repubblica nonché direttore di Rai Radio 3 dove dal 1976 aveva portato innovazioni importanti come il programma Prima pagina. Nel libro Caro Forcella. Caro Fagioli. Un carteggio inedito su psichiatria e giornalismo (a cura di chi scrive) in uscita per L’Asino d’oro edizioni si possono leggere le lettere dello psichiatra e le minute di risposta del giornalista accompagnate da saggi di autori che ne approfondiscono i temi, con uno sguardo più ampio sui contenuti del dibattito scientifico in corso, sul clima politico e culturale del tempo, sulla storia dell’Analisi collettiva e su come i mass media si erano mossi in questo contesto. Carlo Anzilotti, psichiatra e psicoterapeuta, docente presso la scuola di psicoterapia dinamica Bios Psichè, guida il lettore lungo tutta la corrispondenza, ricostruendone i passaggi, da cui emergono tra l’altro le affascinanti proposizioni di Fagioli sulla relazione terapeutica.

Allo stesso tempo Anzilotti, con opportuni approfondimenti storici, chiarisce gli argomenti di carattere psichiatrico che compaiono nelle lettere: dalla legge Ossicini (approvata solo nel 1989) che tra i suoi obiettivi

La lingua della libertà nei versi di Eva Gebhardt

Paesaggio di luce racchiude nelle sue righe suoni e immagini in movimento. Se si chiudono gli occhi e si pensa al titolo, affiorano le pennellate di alcuni pittori impressionisti – viene naturale pensare a Monet – in cui la luce non è soltanto rappresentata, ma diventa essa stessa materia del dipinto. Come se non fossero i contorni a costruire l’immagine, ma la luce a far emergere le forme.

In questo libro di poesie accade qualcosa di simile: le immagini non restano confinate nei versi, ma sembrano uscire dalle parole, dal loro suono, dal ritmo con cui si dispongono sulla pagina. È una poesia che non descrive, ma lascia affiorare. E forse non è un caso che l’autrice, Eva Gebhardt, non sia soltanto scrittrice e poetessa, ma anche pittrice. La sua attenzione per le immagini, per i colori, per le variazioni minime della percezione sembra essersi trasferita nella scrittura.

Se nei dipinti è il colore a tracciare le forme, nei versi di Paesaggio di luce è una linea a farsi suono, trasformandosi in immagine sulla pelle e nella mente di chi legge: «Muoversi in un paesaggio di luce,/ il soffio salmastro del mare carezza sulla pelle,/ dolce vento che intreccia i capelli all’odor di alghe,/ sabbia e roccia sotto i piedi./ Non vedi che l’ardesia qui è azzurra?».

Abbiamo incontrato Eva Gebhardt in occasione dell’uscita di Paesaggio di luce, il suo nuovo libro di poesie edito da Ensemble. L’autrice, psicoterapeuta, pittrice e scrittrice di origini ceco-tedesche, vive e lavora a Firenze. La sua attività professionale si intreccia da sempre con una profonda ricerca artistica. Nel 2019 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica con Edizioni Ensemble, Sei il mio melograno, ricevendo apprezzamenti per la delicatezza e l’intensità della sua scrittura. Parallelamente, l’autrice continua a contribuire in campo scientifico con diverse pubblicazioni e insegna Psicopatologia del bambino e dell’adolescente presso la scuola di specializzazione in psicoterapia psicodinamica Bios Psyche di Roma.

Abbiamo chiesto all’autrice di raccontarci qualcosa sui diversi

Massimiliano Smeriglio e il legame covalente

«Vivere la vita non è attraversare un campo». Scriveva Boris Pasternak in una delle poesie finali de Il dottor Živago.

La complessità delle esperienze umane, i fatti del destino, i momenti critici con tutto il dolore che si portano dentro, non sono varianti calcolabili neanche per le esistenze più ordinate. Non esistono formule né scorciatoie efficaci per sopravvivere a ciò che rompe l’equilibrio sempre fragile dell’esistenza.

Nel tentativo di incasellare persone e sentimenti, il protagonista, e io narrante, de Il legame covalente (Mondadori), nuovo romanzo di Massimiliano Smeriglio, si trova così senza strumenti per elaborare un lutto drammatico, quello della morte di sua moglie. Quest’uomo, un professore di chimica delle scuole superiori, legge il mondo e decifra le emozioni attraverso una bussola che utilizza come rifugio e consolazione, forse anche come una giusta difesa: gli elementi della tavola periodica e i loro composti. Zinco, elio, dopamina, magnesio, glutammato, idrogeno, ossitocina. Il professore filtra così le relazioni umane, compreso l’amore, trasformandole in un fenomeno quasi scientifico, una reazione chimica da decifrare.

«Il legame covalente è grossomodo questo: un abbraccio impercettibile, profondo, che tiene insieme ciò che altrimenti si disperderebbe. Una connessione tra due atomi che compone qualcosa di stabile. Non c’è pretesa, non c’è supremazia, ma l’esigenza di non restare soli. Una condizione necessaria e sufficiente all’esistenza» scrive l’autore attraverso la lente d’ingrandimento del suo protagonista. Insieme alla moglie, tecnica di laboratorio, ha costruito una famiglia fondata su una tenerezza sussurrata, su un’armonia gentile che non cerca sorprese, sigillata dalla nascita della loro unica figlia, Beatrice. Ma la volontà non basta, e la scienza neanche. Vivere la vita non è attraversare un campo.

La malattia, l’agonia e poi la morte di Marcella lo privano delle fondamenta su cui trovava terreno saldo e lui, precipita nel vuoto. La sua esistenza ordinaria diventa caduta vorticosa in una depressione che lo porta a un progressivo isolamento e che alterna momenti di lucidità e di delirio.

Si cristallizza in una dimensione sospesa, in un purgatorio