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Alba Nabulsi: Senza tregua, il trauma di Gaza

Se si raccoglie l’invito a voler guardare oltre le immagini stereotipate che imprigionano Gaza nelle sole cornici del conflitto, del terrorismo o della sicurezza, Lessico palestinese (Le plurali, 2025) ci conduce dentro la Palestina attraverso la memoria e la parola di «un corpo collettivo che resiste», restituendole la complessità e la profondità che le spettano. Una scrittura al femminile che trova forma e ritmo nella penna di Alba Nabulsi, palestinese della diaspora, giornalista, educatrice e ricercatrice impegnata nel campo dei diritti umani e questioni di genere, che intreccia lo spessore del pensiero postcoloniale con una riflessione sensibile sulle ferite del conflitto e le dinamiche del potere. Un libro concepito come un lessico, dove la grande storia si incontra con le mille piccole storie che affondano le proprie radici in un passato lontano nel tempo e non in quel solo, e fatidico, giorno d’ottobre. Un gesto di cura che l’autrice dedica a tutte le donne spezzate che hanno conosciuto la perdita: alle esuli, alle apolidi, alle sfollate, alle gazawi resistenti. A chi è segretata dietro le sbarre dell’occupante israeliano, alle giornaliste che hanno pagato con la vita, ai bambini e alle donne mutilate, al suono delle voci per sempre spente dall’occupazione e a quelle che ancora trovano la forza di dire “io sono”, con il cuore a Gaza.

Narrare, come lei scrive, è un atto difficile perché implica la rievocazione di un dolore. Allo stesso tempo però ci dice che è quasi un lavoro terapeutico, definendo i poeti e gli scrittori palestinesi come «corpi intrappolati che raccontano». Un’eredità dal vivere in un tempo che non conosce tregua. Il racconto può essere luogo di resistenza e di riscatto?

Sicuramente affermare una memoria vivente palestinese in tempi di genocidio è cruciale, è in sé una resistenza allo status quo. Resistenza che i gazawi producono respirando, continuando a cucinare nelle cucine collettive, sposandosi nelle tende, sostenendo una lotta che non cede il passo all’occupante: aggrappandosi alla vita e alla terra. Dalla diaspora, personalmente, posso fare solo due cose: non condannare ma

Gaza a fumetti, il dovere di non distogliere lo sguardo

Ho tradotto Gaza – Attraverso lo schermo di Mazen Kerbaj, artista libanese residente a Berlino. L’autore ha alle spalle una lunga carriera sia come musicista sperimentale che come artista visivo, tra vignette per la stampa libanese e varie piattaforme online (alcune delle quali apparse su Internazionale), fumetti autoprodotti (tra cui diverse collaborazioni con la storica zine libanese Samandal) e volumi pubblicati in Francia e Stati Uniti, nonché mostre in giro per il mondo (inclusa una al Maxxi di Roma nel 2017). Ma Gaza – Attraverso lo schermo (Coconino Press), è il primo dei suoi libri a comparire in Italia. Quando, l’anno scorso, Coconino Press mi ha chiesto se avessi da suggerire per la traduzione italiana qualche fumetto arabo che parlasse di Palestina, non ho avuto dubbi che questa fosse la cosa più potente uscita sull’argomento. Non è esattamente un fumetto, ma una raccolta dei disegni che l’autore ha postato giorno per giorno su Instagram durante i primi mesi del genocidio, nell’urgenza di riversare su carta le proprie emozioni a riguardo. Infatti, qui, la principale sfida di traduzione non è stata linguistica o culturale, ma emotiva. Tradurre Gaza – Attraverso lo schermo è stato straziante più o meno nel senso in cui lo è stato per l’autore disegnarlo e lo sarà per il lettore leggerlo. Si tratta di vivere e rivivere l’orrore, soffermandosi sulle immagini che ci hanno inondato il telefono a partire dal 7 ottobre 2023.

A questo proposito, partiamo dal titolo: posto che quello di Gaza è il primo genocidio della Storia trasmesso in diretta sullo schermo del nostro smartphone, il titolo originale della raccolta era un pregnante Gaza in My Phone (OR Books, 2025). In italiano, scartate soluzioni letterali che stridevano all’orecchio, come Gaza nel mio telefono o Gaza nel mio smartphone, la mia prima proposta è stata: Gaza – L’altro lato dello schermo, ispirata a una delle vignette del libro in cui, sul display di un telefono, si legge: «Da questo lato dello schermo guardiamo le persone dall’altro lato dello schermo morire». A quel punto è stato Mazen a rilanciare, chiedendo quale fosse il titolo italiano di Through the Looking-Glass (“Attraverso lo specchio”) di Lewis Carroll e se non funzionasse per caso un rimando a quel testo: il seguito di Alice nel paese delle meraviglie, in cui la bambina, passando dall’altro lato dello specchio, scopre un mondo al contrario. Così è nato Gaza – Attraverso lo schermo. L’autore non sapeva che in italiano conquistiamo anche una certa assonanza tra “specchio” e “schermo”, che accentua la sovrapposizione tra i due termini. Infatti, per quanto sottintesa o nascosta, sento potentissima, in questo titolo, la metafora dello schermo come specchio: uno specchio nero, come viene definito nel

Cézanne a Basilea. Un sogno d’estate

Fino al 25 maggio la Fondazione Beyeler a Riehen (Comune adiacente a Basilea) ospita la grande mostra di Cézanne che comprende 58 olii e 21 acquarelli dipinti nel periodo maturo tra il 1880 e l’anno della morte (1906).

Le opere provengono da nove Paesi diversi e per metà da collezioni private, l’esposizione offre un occasione quasi imperdibile di vedere riunite in un unico luogo una considerevole parte dell’opera cezanniana più conosciuta, ma anche tante opere che raramente escono dalle collezioni private, come la Natura morta con mele e meloni della collezione Grether o una versione dello Château noir di proprietà anonima che proprio in questi giorni è spuntata negli Epstein files, in relazione ad un grosso credito finanziario.

I curatori hanno scelto un allestimento tematico: la mostra si snoda in un percorso di sale che distintamente presentano le nature morte, i ritratti, le/i bagnanti e i paesaggi provenzali con e senza la Montagna Saint-Victoire, della quale la mostra ospita nove versioni. Questa articolazione, anzitutto produce l’effetto collaterale che in ciascuna delle sale regna la luce dei soggetti che ospitano, per effusione luminosa dei loro coloriti. Così il visitatore nella sala delle/i bagnanti viene avvolto dalla luce verde-azzurrina delle vegetazioni ai bordi dell’acqua, mentre entrando nella sala delle nature morte rimane quasi folgorato dalla lucentezza dei rossi e gialli della frutta.

Non perfettamente in linea con questa concezione, nella prima sala ci accoglie frontalmente l’autoritratto di Cézanne “palette à la main” del 1886-87 e quello dell’artista invecchiato di un decennio, insieme ai Due giocatori di carte nelle versioni del 1893-96 e del 1992-96 e una vista del Mont de Cengle del 1902-04. Idem gli acquarelli che, nella necessità di una illuminazione appropriata, si trovano tutti nell’ultima sala il catalogo (edito Fondation Beyeler) tuttavia li accosta idealmente agli olii tematicamente imparentati).

L’intento del curatore Ulf Küster, (curatore senior della Fondation Beyeler), è quello di evidenziare il peculiare metodo pittorico di Cézanne, sviluppato a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, quando «ha osato un radicale nuovo inizio e ha liberato la pittura dalle convenzioni tradizionali, come la prospettiva centrale», «per essere stato il suo scopo dichiarato non più quello di riprodurre la natura, ma di analizzare e evidenziare nel suo lavoro il processo stesso del dipingere i motivi della natura». Se ciò al visitatore

Loriano Macchiavelli: La pace fittizia e il colonialismo che avanza sulla Palestina

A Gaza si continua a morire di stenti e di schegge, e l’acclamato “cessate il fuoco” si riduce a una diversivo mediatico, a una formula inconsistente con continue eccezioni armate. D’altronde, sulla superficie dell’Occidente tutto si conferma mercificabile, vendibile, fonte di guadagno, coefficiente attivo di un prodotto interno lordo inesauribile. Non è sufficiente che si accumuli sofferenza, vendere si dimostra un modo per normalizzare il trapasso altrui. Mentre avanza il progetto neocoloniale denominato Board of peace permangono la distruzione e la polvere venefica che alza ogni forma di disprezzo per l’altro da sé, mossa da qualsivoglia tipologia di diversità. Il termine genocidio, coraggiosamente, segna con il nero delle parole che non lasciano scampo anche la riedizione di Voglio dirvi di un popolo che sfida la morte, firmata da Loriano Macchiavelli per la Carmelina edizioni: «quando l’ultimo palestinese sarà stato sterminato, si sarà compiuto un altro genocidio, uno dei tanti che costellano la vita dell’essere umano», afferma lapidario nella premessa. Lo scrittore emiliano ha deciso di ridare alle stampe un suo pamphlet teatrale tristemente profetico, datato 1972 e oggi accompagnato dagli interventi di Franco Ferioli e Giorgia Pizzirani, facendo subito trasparire la consapevolezza acquisita: ciò che oltre un trentennio fa veniva denunciato quale violenza sistemica, oggi può essere nominato – senza metafora – come “genocidio”. Quando Macchiavelli lo compose, si muoveva dentro un orizzonte politico preciso, tra la stagione post Sessantotto e l’anti-imperialismo internazionale, tra l’idealizzazione del “popolo” quale soggetto rivoluzionario e la lettura marxista dei conflitti globali. Il testo era nato dichiaratamente «come documento» e non come invenzione poetica, volendo dare un minimo di informazione sulla tragedia che si stava consumando a quelle latitudini, dove la stampa italiana mostrava scarsa attenzione. L’autore costruiva un impianto narrativo basato su due poli, da un lato il progetto coloniale di Israele e dall’altro lo spazio espropriato e umiliato della Palestina; una struttura dicotomica che rifletteva la grammatica politica degli anni Settanta, polarizzata nella forma e nel lessico dalla guerra fredda, al contempo datata e attuale. Attuale se ci si focalizza nella scelta di certe espressioni, così “punizione collettiva”, “demolizione”, “casa distrutta”, “permesso di lavoro ritirato”, che risuonano nei rapporti delle Ong su Gaza e Cisgiordania.

Macchiavelli, nel testo reputava la questione palestinese un esempio di colonialismo moderno. Tale definizione è ancora valida o la realtà è più complessa e controversa?

Non vale più la pena di parlare di moderno. Si parla di colonialismo e basta. Siamo tutti una colonia dei poteri che si nascondono dietro agli eventi. Si sono estinti i Mussolini che auspicavano a un impero: tutto è una conquista finanziaria

Nella mente di Thiel, l’ideologo di Trump

Accanto alle appariscenti figure da palcoscenico, tutti i giorni sulle prime pagine, come Trump e Musk, ci sono soggetti più inquietanti, ma forse anche più influenti: cercano di fare meno rumore, e portano avanti le loro manovre nell’ombra. Pensiamo ai nomi di primo piano nella rete occulta di Epstein, e fra questi anche Peter Thiel (più di 2600 menzioni).

Ancor più di Steve Bannon (con cui pure ha avuto legami), Thiel è un vero ideologo occulto, in cui progetto economico e pensiero si saldano nel tentativo di (ri)plasmare il mondo, e i punti di contatto con l’operato di Trump, le scelte e anche i simboli di questa sua seconda amministrazione, sono numerosi. Libri, interviste, podcast e articoli, quando il riferimento non è già di suo preoccupante, Thiel va a pervertire gli oggetti culturali a cui si richiama. Uno sguardo più attento permette di smascherare l’espediente, ma la sua esposizione è ridotta, la diffusione avviene in contesti selezionati. Inoltre, si serve di immagini e testi con tratti criptici – che siano filosofi o romanzi come quelli di Tolkien – e si pone con toni da intellettuale profetico, che mascherano contenuti vaghi e segnati da contraddizioni mai argomentate. Tutela delle diversità, diritti, pluralità delle culture, rispetto, tutto viene rigettato, in nome di tradizione e superiorità dell’Occidente. Si deve mettere da parte la cultura del dialogo – in realtà, tante volte più decantata che praticata dagli Usa – e tornare a imporsi. Già qui si configura l’idea di crociata, aspetto che diventa più chiaro dopo l’11 settembre. A partire da quell’evento epocale, fra il 2003 e il 2004, Thiel formula in modo più articolato il suo pensiero, e pubblica The Straussian moment (reperibile online in pdf), dove evoca esplicitamente la guerra santa e il motto “Dieu le veult”: lo stesso che il folle ministro della guerra di Trump ha come tatuaggio, guarda caso. Delirante folklore Maga, utile per la becera propaganda suprematista, ma al tempo stesso funzionale a una linea di pensiero ben più articolata. E sulla linea della crociata, i software di Thiel sono a disposizione dell’Ice e dell’esercito genocida Idf (fronti caldi della battaglia del nuovo Occidente prevaricatore).

Certo, l’ossessione per l’Occidente è

Luca Ciarrocca: Stati Uniti, il gotha della Silicon valley contro la democrazia

Abbiamo creduto per secoli che la tecnologia ci avrebbe liberati, ma nel frattempo qualcuno la stava trasformando in una catena: un giogo algoritmico invisibile che ci tiene fermi mentre il mostro avanza inarrestabile. In L’anima nera della Silicon valley (Fuoriscena ed.), Luca Ciarrocca, giornalista ed esperto americanista, smonta il mito del progresso tecnologico portatore di libertà e ci conduce nel lato nero di una controrivoluzione reazionaria. Al centro del libro Peter Thiel: l’uomo più potente della valley, la cui influenza, secondo molti analisti, supera persino quella dell’onnipresente Elon Musk. Thiel non è solo un miliardario visionario; è il nodo di una rete dove tecnologia e potere si fondono in quella che Ciarrocca definisce “tecnognosi reazionaria”. Algoritmi e dati diventano strumenti di controllo quasi religioso. Il libro, infatti, intreccia politica, tecnologia e mito, evocando scenari che ricordano L’Incal di Jodorowsky. Qui la tecnologia non è neutra: diventa magia, e il potere assume forme quasi sacre e imperscrutabili. Come scrisse Arthur C. Clarke: «Qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia». Formule e codici operano come incantesimi, guidando masse inconsapevoli e plasmando la realtà secondo la volontà di pochi eletti. Al cuore del sistema di controllo c’è la Palantir technologies, fondata da Thiel nel 2003. Il suo software di sorveglianza e “intelligence predittiva” è usato da Cia, Fbi, Pentagono, Nsa, Ice e Israele. Numeri e casi concreti mostrano un potere inquietante: a Gaza assegna punteggi agli abitanti basati sulla “probabilità che siano militanti”; in Ucraina individua obiettivi militari; negli Stati Uniti decide quale obiettivo Ice debba espellere. Il nome (Palantir) richiama le sfere di cristallo del Signore degli Anelli: strumenti di potere nelle mani dei re, armi di corruzione se controllate dai “cattivi”. Ciarrocca mostra come Thiel e la sua cerchia abbiano trasformato la narrativa del progresso tecnologico in un progetto di dominio elitario. La Silicon valley è diventata la roccaforte di un’oligarchia nera: algoritmi come incantesimi, codici come liturgie, e noi – cittadini e utenti – i fedeli inconsapevoli di questa nuova religione digitale. Ma come difenderci da questo nuovo nemico della democrazia e dai suoi accoliti? Giriamo la domanda all’autore.

Qual è il vero volto di questa Silicon valley?

Questa élite tecnologica ha un’ideologia di destra fondata sulla convinzione di appartenere a un gruppo dotato di intelligenza superiore – umana e artificiale. Una sorta di superuomini nietzschiani 2.0. Per loro la democrazia è in difetto perché dà ancora possibilità

La caduta del Rojava. Quale futuro per i curdi?

Nei primi giorni di febbraio, forze governative hanno preso il controllo di Qamishli e Hasaka nella Siria nord-orientale, ponendo fine a quasi quattordici anni di governo autonomo curdo. La caduta delle due principali città curde della Siria è il risultato di un accordo, raggiunto il 30 gennaio scorso, tra il governo di Damasco e l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est, l’entità politica creata nella regione nel contesto della guerra civile e conosciuta nel mondo col nome curdo di “Rojava”.

Un accordo che assomiglia molto ad una resa, che prevede lo smantellamento delle istituzioni regionali e dell’esercito che le difendeva, ovvero le Forze democratiche siriane, e che è stato imposto dalla fine del sostegno statunitense che ne garantiva la sopravvivenza. L’esperienza dell’autonomia nel Rojava è stata per oltre un decennio un esperimento politico basato sulla democrazia partecipativa, la decentralizzazione e la liberazione femminile, in netto contrasto con l’autoritarismo e il settarismo che caratterizzano i regimi del Medio Oriente. Un progetto di coesistenza democratica tra gruppi etnici e religiosi che nasceva dall’elaborazione politica del movimento curdo transnazionale negli ultimi trent’anni come alternativa allo stato-nazione e per queste ragioni osteggiato da tutte le potenze regionali.

La durissima guerra combattuta dalle forze dell’amministrazione autonoma contro Isis, l’eroica difesa di Kobane nell’autunno del 2014 e il ruolo centrale delle unità di donne combattenti hanno generato grandi manifestazioni di solidarietà a livello globale, ma non sono servite a sostenere i Curdi siriani dall’assalto del nuovo regime siriano di Ahmed al-Sharaa.

Questi tragici sviluppi potevano probabilmente essere evitati da una campagna di pressione diplomatica e una minaccia di sanzioni da parte dell’Europa, che proprio negli stessi giorni si prodigava nel mostrare il suo sostegno alle proteste in Iran ma restava in silenzio sugli eventi in Kurdistan. Resta però da chiedersi quali sarebbero state le prospettive di sopravvivenza sul lungo periodo di una realtà democratica e femminista a guida curda, schiacciata tra la Turchia di Erdoğan e il regime siriano e priva ormai di ogni valore strategico per l’Occidente. Oltre alle manifestazioni di sostegno e solidarietà dal basso che continuano a moltiplicarsi in Italia e in Europa, la caduta del Rojava autonomo ci costringe a una serie di importanti riflessioni sulla

Può mai esserci consenso alla violenza?

Nessuno che abbia un’esperienza di almeno qualche anno in ambito psichiatrico e psicoterapeutico può ignorare le dimensioni del dramma che è la violenza sessuale, in particolare quella agita troppo spesso da familiari o amici di famiglia su bambini o ragazzi appena pre-adolescenti.

È impressionante la frequenza dei racconti di abusi subiti, storie che riemergono dal silenzio, dall’annullamento, dalla perdita di senso e di speranza.

Le conseguenze di questi reati possono essere gravissime, e i loro effetti perdurano per anni o per tutta la vita, se non si trova il coraggio di ribellarsi a questo che alla vittima appare come un destino. E più tragiche di tutte sono le morti delle giovanissime uccise freddamente da coetanei, come Zoe Trinchero, la ragazzina di diciassette anni picchiata selvaggiamente e gettata ancora viva da un’altezza di tre metri nel torrente che attraversa Nizza Monferrato per aver rifiutato il diciannovenne pugile Alex Manna, in un sabato sera d’inverno in provincia.

Precisamente il 7 febbraio, pochi giorni dopo la modifica al c.d. ddl stupri che ora chiede alle donne di dimostrare il loro dissenso, fingendo di non sapere che proprio il dissenso, il rifiuto, scatena la violenza omicida che nel nostro Paese miete da anni immancabilmente una vittima ogni 72 ore.

Per questo il governo Meloni ha varato il 25 novembre scorso, sfruttando la Giornata mondiale contro la violenza a fini di propaganda, la legge sul femminicidio che stabilisce nell’ergastolo la pena per il carnefice: una legge per le morte, è stato giustamente commentato.

Ma Zoe voleva vivere, sognava di studiare psicologia, e chissà quante altre fantastiche cose che sognano tutti gli adolescenti, come se la vita non dovesse finire mai.

Il ddl 90, che introduce le modifiche all’articolo 609 bis del codice penale in materia di violenza sessuale necessarie secondo la Convenzione di Istanbul (che nel suo articolo 36 richiede che gli Stati parte prevedano l’incriminazione penale di molteplici atti sessuali non consensuali), doveva finalmente

Da lavoratori a sfruttati

La pubblicazione di Manfredi Alberti Il lavoro in Italia. Un profilo storico dall’Unità ad oggi (Carocci) è un saggio quanto mai utile e opportuno. Ne consigliamo la lettura assieme a Senza lavoro. La disoccupazione in Italia dall’Unità ad oggi (Laterza), dove lo stesso studioso mette a frutto le competenze maturate nell’ambito della ricerca e valutazione delle fonti statistiche offrendo una lettura originale e convincente di quello che possiamo considerare un tratto di lunga durata delle condizioni della classe lavoratrice e dei ceti popolari del nostro Paese. Pur inserendosi nel rinnovato interesse storiografico sul tema del lavoro originato dalla crisi economica del 2008/2013 – come i contributi di Eloisa Betti, Precari e precarie. Una storia dell’età repubblicana (Carocci), Alessandra Pescarolo, Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea (Viella ed.), e soprattutto Stefano Gallo e Fabrizio Loreto, Storia del lavoro nell’Italia contemporanea (Il Mulino) – mostra alcuni significativi e convincenti tratti distintivi. È una storia d’Italia dal punto di vista del lavoro subordinato ed eterodiretto, per lo più salariato, ed è soprattutto una storia politica del lavoro, intendendo con questo un approccio che mette in risalto le scelte di natura politica (inerenti il potere nella società, nelle istituzioni e nei luoghi della produzione), prima ancora che immediatamente economica, degli attori collettivi nelle trasformazioni dell’organizzazione del lavoro: un efficace antidoto a fronte di un divenire dei mondi del lavoro troppo spesso descritto e narrato come processo lineare, ineluttabile e ineludibile. Un processo sostanzialmente originato da presunte neutralità e sviluppi di scienza, tecnica, mercati e altre esigenze insindacabili così come dettate sostanzialmente dal pensiero economico mainstream. Alberti invece pone la giusta attenzione alle scelte dei gruppi economici e politici dominanti, alle lotte dei subalterni che in alcuni tornanti si sono fatti “trentinianamente” produttori (Bruno Trentin, Da sfruttati a produttori. Lotte operaie e sviluppo capitalistico dal miracolo economico alla crisi, De Donato ed.), agli equilibri raggiunti sempre suscettibili di essere messi in discussione, alle concrete modalità con le quali si è andata sviluppando la lotta di classe tra capitale e lavoro, con una particolare attenzione al ruolo svolto dallo stato, allo sviluppo e trasformazione dei sistemi

Cercasi politica industriale

L’Italia è un grande Paese industriale che sta scivolando, da tempo, in un declino preoccupante. Un declino rispetto al quale il discorso pubblico, al di là di qualche vago cenno e qualche vuota e pomposa promessa del Governo Meloni, è, perlopiù, spento.

Come scrive Andrea Orlando nell’introduzione al Libro verde del partito democratico sulle politiche industriali, pubblicato a luglio dello scorso anno, «un Paese che perde la propria industria perde anche una parte rilevante della propria industriosità, del proprio saper fare, che è un elemento essenziale dell’identità di una nazione. Una base industriale solida, innovativa e sostenibile è condizione necessaria per la qualità del lavoro, la creazione di ricchezza, la coesione sociale».

Settori fondamentali del nostro tessuto industriale come l’automotive languono in uno stato che rischia di farsi terminale. Ma da chi tiene le leve del comando non viene altro che non siano vuoti proclami, mentre il mondo va oltre a una velocità sbalorditiva. Così come l’Europa dell’economia e dell’industria procede senza che l’Italia si faccia protagonista dei processi di innovazione e di sviluppo.

Guardiamo a un episodio emblematico, quello dell’automotive. A febbraio Stellantis, nella sua dimensione globale, ha fatto un annuncio enorme: il “reset” del proprio business. Cosa significa questo «reset”? Spiega il comunicato diffuso da Amsterdam che «nell’ambito della reimpostazione del proprio business e mentre si appresta a comunicare il nuovo piano strategico a maggio di quest’anno, (Stellantis, ndr) ha condotto una valutazione approfondita della propria strategia e dei relativi costi necessari per riposizionare l’azienda in funzione delle effettive preferenze dei suoi clienti. Nel corso degli ultimi