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Sanità e scuola, la privatizzazione silenziosa sulle spalle dei cittadini

In tre anni e mezzo di governo Meloni sanità e istruzione si sono trasformate in due laboratori paralleli di una stessa strategia volta a ridurre sistematicamente il perimetro effettivo del pubblico, spostando quote crescenti di risorse e di domanda verso il settore privato e paritario, senza mai dichiarare apertamente una “riforma” di modello – men che meno sottoponendola a un dibattito parlamentare. Nel Servizio sanitario nazionale questo processo passa per il definanziamento rispetto al Pil, l’esplosione della spesa diretta delle famiglie e l’allungamento delle liste d’attesa che spingono verso il privato; nella scuola, passa attraverso una serie di misure mirate che rafforzano economicamente gli istituti paritari, mediante contributi, voucher e agevolazioni fiscali, mentre la scuola statale resta inchiodata a una delle spese pubbliche in istruzione più basse d’Europa.

Dal diritto universale al servizio a pagamento

Sanità e istruzione, in Costituzione, sono diritti universali da garantire «senza distinzione di condizioni personali e sociali». Nelle scelte di bilancio dell’esecutivo diventano invece campi sempre più aperti alla logica del mercato, dove il ruolo dello Stato si restringe e quello dei provider privati viene sostenuto con fondi, incentivi fiscali e strumenti di domanda sussidiata. Privati che nel campo dell’istruzione fanno capo in gran parte ad un unico soggetto, la Chiesa cattolica e apostolica romana.

A livello nazionale, su 12.500 paritarie, le scuole private gestite da congregazioni religiose, diocesi e fondazioni ecclesiali sono circa 7.700 (fonte Conferenza episcopale italiana, 2023), intorno al 62%. Meno marcata è la presenza nella sanità privata convenzionata. Quella cattolica rappresenta tuttavia uno dei principali attori del privato accreditato in Italia, con centinaia di strutture ospedaliere e socio-sanitarie e un peso economico rilevante nelle convenzioni pubbliche stimato dalla Uaar in almeno un miliardo di euro l’anno.

Fatto sta che mentre la quota di Pil destinata alla sanità è stabilmente sotto la media europea e la spesa pubblica per l’istruzione scende al 3,9% del Pil, Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega rivendicano “record di risorse” per il Fondo sanitario nazionale e “passi avanti nella libertà di educazione”, ma tramite l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni concentrano le innovazioni normative su strumenti che facilitano l’uscita dei cittadini dal canale pubblico: intramoenia e privatismo di fatto nella sanità, voucher, bonus e sgravi per chi sceglie le scuole paritarie.

L’esito è un doppio sistema. Chi può permetterselo si compra tempo, prestazioni e percorsi scolastici più protetti. Chi non può resta nelle liste d’attesa o in istituti statali sotto finanziati, con una frattura sociale che attraversa territori, ceti e generazioni.

Sanità, il sotto finanziamento è strutturale

Il lavoro di erosione delle risorse pubbliche in favore dei soggetti privati da parte del governo di destra in carica da ottobre 2022 è stato progressivo e costante. Nel 2023 la spesa sanitaria complessiva in Italia era pari a 176 miliardi di euro, di cui 130,29 miliardi pubblici e 45,86 miliardi privati; nel 2024 è stata stimata in circa 185 miliardi, di cui 137 miliardi pubblici e quasi 48 miliardi privati, cioè più di un quarto del totale fuori dal bilancio pubblico. Dentro questi 47,66 miliardi, ben 41,3 miliardi sono spesa diretta delle famiglie (out‑of‑pocket), pari al 22,3% dell’intera spesa sanitaria, mentre

L’autoritarismo alle radici del sistema Meloni

Sicurezza” è sempre meno mera parola tra i 427mila vocaboli del dizionario Treccani, e sempre più la summa di una filosofia incarnata dall’ultradestra di Giorgia Meloni. Dici “sicurezza” e nella testa ti si dischiude un mondo di immagini, luoghi, suoni, lemmi che si riassumono in alcune dicotomie classiche: ordine vs. disordine; autorità vs. anarchia; rispetto delle regole vs. lassismo. E protezione. Perché, in fondo, è questo che promette l’ultradestra: affidatevi a noi e vi offriremo più protezione. In un mondo in cui la linea della storia sembra essersi spezzata e in cui il futuro nei Paesi occidentali non fa più rima con progresso, ma provoca più ansia e angoscia che speranza, l’ultradestra sembra attrezzata per rispondere a questo bisogno di protezione che vive in ampie fette della popolazione. Un bisogno che viene interpretato, indirizzato, spostato dal terreno della materialità, piegato a un progetto politico. L’ultradestra italiana, insomma, ha una idea-forza: sicurezza. Declinata in una miriade di provvedimenti normativi, tra i quali risaltano i “decreti sicurezza”. Talmente tanti da averne ormai perso il conto. Questo il metodo: a un fatto di cronaca segue l’azione del potere mediatico che lo pone in cima all’agenda, fornendo una precisa lettura e invocando risposte rapide; il potere politico raccoglie e approva una nuova norma repressiva. Lo schema è sempre lo stesso: per i rave, Caivano, la manifestazione di Torino del 31 gennaio, ecc.. Secondo molti, soprattutto di area centrosinistra, tutto ciò sarebbe prova della natura ideologica specifica dell’ultradestra al governo, portatrice di una cultura politica autoritaria. Si inquadra il conflitto come scontro autoritarismo vs. democrazia. O, anche, fascismo vs. antifascismo. Sicuri che sia

Police is on our back. Il nuovo decreto sicurezza e lo Stato di polizia

Con il nuovo, ennesimo decreto “sicurezza” e con il disegno di legge governativo che prevede il “blocco navale” delle Ong che salvano la vita dei migranti nel Mediterraneo, si chiude il cerchio che completa l’edificazione dello Stato di polizia e che avvicina il nostro Paese sempre più all’Ungheria di Orban. Le norme varate dall’esecutivo, infatti, vanno concepite come pezzi di un unico e più grande mosaico liberticida, composto da decreti e proposte di revisione costituzionale. In breve, autonomia differenziata, premierato e riforma della magistratura altro non sono che il complementare opposto dei pacchetti sicurezza varati nel corso di questa legislatura dal governo (“decreto Rave”, “decreto Cutro”, “decreto Caivano” e “decreto Paura”, per stare soltanto a quelli più noti).

Non è certo questa la sede per un approfondimento tecnico della legislazione che sta per entrare in vigore, ma appare chiaro che siamo al cospetto di un esautoramento della libertà di riunione e di manifestazione che non ha precedenti nella storia repubblicana italiana, se solo si considera che alcune delle norme che da domani si applicheranno in piazza, modificano in peggio persino le leggi emergenziali degli anni di piombo. Cerchiamo quindi di far emergere subito i tratti clamorosamente più incostituzionali, autoritari e liberticidi di questo decreto, leggendoli in controluce rispetto alla narrazione mediatica di queste settimane, un mix di propaganda reazionaria degna dei peggiori poliziotteschi anni Settanta, fake news e alterazione della realtà con immagini modificate a mezzo dell’IA, eco distopica del ministero della Verità di orwelliana memoria, piuttosto che di un sistema costituzionale genuinamente democratico.

La presidente del Consiglio Meloni è stata chiara: è come se avesse detto alle forze dell’ordine di picchiare più forte, perché c’è il rischio di un ritorno del brigatismo rosso; e siccome mentre la polizia arresta i “nuovi terroristi”, la magistratura li libera, non conformandosi ai desiderata del “capo” che vuole ordine e disciplina, la stretta autoritaria appare ormai un atto dovuto, una sorta di zugzwang per salvare l’onore ed il prestigio del sovrano dalla minaccia del pedone. In questa spasmodica e quotidiana ricerca propagandistica del “nemico di Stato”, il nuovo decreto sicurezza non poteva far altro che criminalizzare manifestazioni di piazza e movimenti sociali.

Si rende ordinario il potere straordinario dei prefetti di istituire zone rosse nello spazio urbano fino a 18 mesi consecutivi, con conseguente limitazione della libertà di circolazione ed espulsione dei poveri e dei migranti dai centri abitati e storici. In questo

Assassinio al palazzo di giustizia

La destra ha approvato la legge di riforma della giustizia sulla quale siamo chiamati a votazione referendaria, una riforma che modifica l’equilibrio tra poteri dello Stato con ricadute inevitabili sulla tutela dei diritti fondamentali e sul funzionamento stesso dell’ordinamento giudiziario, creando un vulnus democratico che sarà difficilmente riparabile.

Per comprendere appieno le conseguenze nefaste di questa riforma non è necessario conoscere in modo approfondito il funzionamento del sistema giudiziario ma è sufficiente possedere alcune nozioni di base. Nel sistema giudiziario italiano, giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa magistratura, condividono un concorso unico, sono soggetti allo stesso organo di autogoverno, il Consiglio superiore della magistratura (Csm), e possono, nel corso della carriera, passare da un ruolo all’altro entro limiti e procedure stabilite.

La riforma, che ci auguriamo venga respinta con uno schiacciante NO al referendum, prevede una netta divisione tra magistrati giudicanti e magistrati inquirenti, percorsi di carriera autonomi, concorsi separati e organi di autogoverno distinti.

In pratica, due Csm separati, più un terzo organo, un’Alta corte, chiamata a sovrastare entrambi, la cui composizione avverrebbe tramite elezioni a sorteggio, privando di fatto i magistrati della dignità e della fiducia necessarie per poter scegliere autonomamente i propri rappresentanti. La destra ritiene che solo la separazione potrà garantire una effettiva terzietà del giudice, intesa come effettiva estraneità alle parti in causa, e che questo risultato risulterebbe più solido se il percorso professionale del giudice fosse separato da quello del pubblico ministero.

I sostenitori della riforma partono dunque dal presupposto che i giudici non sarebbero sufficientemente neutrali perché, a loro dire, si lascerebbero influenzare dai pubblici ministeri. Orbene, in Italia il tasso di assoluzioni rispetto ai processi penali

Un No giusto e necessario

Il prossimo referendum del 22 e 23 marzo appare sempre più come uno snodo politico fondamentale. Da essere un “semplice” referendum costituzionale come già accaduto nella storia della Repubblica, sta diventando sempre più un punto di scontro politico tra la maggioranza di governo e un’opposizione che non è solo politica ma è anche e soprattutto società civile.

Anche se la materia è complicata i motivi del no sono in realtà molto semplici: questa riforma non affronta affatto i problemi della giustizia, che semmai ne verrebbero aggravati. Essa è in realtà una norma punitiva e restrittiva dell’autonomia dei magistrati. Autonomia che è fondamentale per la tutela del cittadino verso i possibili soprusi di chi ha più mezzi. Non voglio qui discutere del merito tecnico perché non sono in grado ed è già stato ampiamente fatto da altri.

Quello che io penso sia interessante guardare è il modo in cui il governo e in generale la destra sta facendo questa campagna referendaria perché io penso ci possa dire qualcosa su come la destra pensa la realtà e di conseguenza quale sia la sua politica.

Il primo aspetto è la criminalizzazione dei magistrati. Non passa giorno senza che esponenti di peso del governo colgano occasione per commentare sentenze sempre e soltanto per accusare i giudici di fare politica nella misura in cui le decisioni vanno contro ciò che viene propagandato come verità dall’esecutivo. Sulla base della ricostruzione dei fatti e dei risultati del dibattimento i giudici emettono una sentenza che non è altro che l’applicazione della legge, sempre e in ogni caso, anche quando si tratta di assoluzione. Al giudice il compito di valutare la realtà dei fatti e di trovare dove l’accusato ha violato il patto sociale. Non c’è alcuna attività politica in questo. Si tratta di rapporto con la realtà. La si può leggere come politica solo nella misura in cui si pensi che la ricostruzione dei fatti di realtà è un’attività contro la politica che quindi sarebbe evidentemente per negazione dei fatti di realtà.

E infatti, secondo aspetto, dalle affermazioni del governo traspare un’idea di giustizia che dovrebbe essere un meccanismo in cui l’essere indagati e accusati di reato sia immediatamente condanna. Ma d’altro canto si sostiene che il giudice debba tenere conto di chi è l’indagato, che debba violare il fondamentale principio di uguaglianza per cui alcuni sono più uguali degli altri. Il dato di realtà è relativo, non conta più di tanto. Se è un immigrato che delinque merita il peggio. Se è un agente delle forze dell’ordine va giustificato sempre e comunque. La realtà non conta, è un accessorio ingombrante che ostacola la politica ridotta a propaganda violenta. In tutto ciò l’umano e la sua complessità scompare. La dialettica politica, che dovrebbe essere discussione intorno all’idea di socialità umana, non esiste più. Lo scontro politico diventa competizione sportiva senza significato. L’identificazione con il leader vuoto e con la sua “forza” disumana di eliminare ciò che disturba l’ordine è tutto ciò che rimane.

La legge è uguale per tutti è scritto in ogni aula di tribunale riprendendo l’articolo 3 della Costituzione che stabilisce un’uguaglianza che è oltre quella di fronte alla legge ma potremmo dire è un’idea di giustizia universale.

Anche perché la giustizia non è solo la legge e le norme. La legge è la regola che prescrive cosa non è giusto. Ma siccome la norma scritta non può prevedere l’infinità dei comportamenti umani e la complessità delle circostanze e delle relazioni anche interne alle norme, la Costituzione prevede che sia il giudice a dover sbrogliare la matassa dei fatti accaduti e a trovare quale è la verità dei fatti accaduti, che gli permetta di dire se quell’imputato ha effettivamente violato una norma recando un’“ingiustizia” ad un altro soggetto.

Mi scuseranno i lettori esperti del diritto, la mia considerazione tra giustizia e legge è certamente naïve. Ma l’ho pensata immaginando quello che fanno i bambini quando si trovano di fronte ad un’ingiustizia nel loro mondo ingenuo e semplice ma per nulla stupido. In essi c’è un senso spontaneo della giustizia che corrisponde ad un rapporto esatto e pulito con la realtà. Un rapporto che non fa negazioni, ovvero che non ha rapporto con l’altro per negarlo o svalutarlo o derubarlo della sua realtà.

E in base a questa osservazione potremmo dire che giustizia significa un rapporto che non è mai di negazione dell’altro, il mors-tua vita-mea, ma che è invece sempre per un vita-mea vita-tua. È allora fondamentale che il giudice sia libero di interpretare la norma, che non può essere letta rigidamente come se fosse il codice della strada. Egli dovrà certamente essere un esperto della norma e del suo senso. Poi dovrà comprendere la realtà dei fatti per come effettivamente accaduti, e poi, direi soprattutto, vedere e comprendere la realtà umana che si troverà di fronte, comprendere l’assetto interno dell’imputato al momento del fatto e comprendere, potremmo dire, se c’era questa negazione dell’altro.

Io credo che togliere questa libertà al giudice significa anche togliere umanità al sistema giustizia e in generale dare un messaggio per cui lo Stato deve essere disumano, deve applicare la norma meccanicamente.

Questo referendum ci dà modo di vedere come questa destra sia pericolosa culturalmente e debba essere combattuta su questo piano. I messaggi che vuol far passare sono violentissimi, vogliono dire che chi non si adegua e vuole ribellarsi all’esistente è un pericoloso criminale e che non c’è alcuna possibilità di salvezza per chi non rientra nello schema del cittadino modello, quello che non si fa domande e che non pensa cose che non siano aderenti a quanto stabilito dal neo-minculpop.

Lo scontro con questa destra è culturale nel senso che vogliono controllare lo spontaneo rapporto con la realtà che tutti abbiamo, un rapporto con la realtà che è per stare insieme e in rapporto con gli altri e che, istintivamente, senza bisogno di norme, dice che siamo tutti esseri umani uguali.

Vogliono farci credere che sia un referendum per il bene dei cittadini e che tutto sommato non sia così importante perché di portata limitata nei cambiamenti che porta. Non è la verità. Accettando questa “piccola” riforma accetteremmo di poter mettere in discussione i principi fondamentali alla base della Costituzione.

La Costituzione è nata sulla sconfitta del fascismo, stabilendo dei principi che sono universali perché principi umani. Essa è antifascista perché nata sulla base del rifiuto di un’idea di società disumana che era quella teorizzata e praticata dal fascismo.

Questo referendum vuole stabilire il precedente che è possibile rimettere in discussione proprio i principi scaturiti da quel grande NO al fascismo che è la nostra Costituzione e che poi sono gli stessi che fanno la realtà umana.

Rifiutare il disumano, rifiutare il conosciuto per cercare lo sconosciuto e il nuovo, rifiutare lo scontato, il banale, rifiutare un destino di ignavia e incomprensibilità. Il rifiuto è il principio alla base dell’evoluzione umana. Quel rifiuto che fanno ed hanno sempre fatto scienziati ed artisti, coloro che riescono a scoprire e dire della realtà e dell’umano qualcosa di nuovo.

Quel rifiuto che è anche quello degli oppressi verso le ingiustizie, quel rifiuto del disumano che è anche quello dei giudici che applicano la legge per fare giustizia in “nome del popolo italiano”.

Il 22 e 23 marzo anche noi potremo esercitare quello stesso rifiuto del disumano e dell’ingiustizia andando a votare un NO giusto e necessario in difesa della Costituzione.

La strategia dell’eversione

Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo con tutta evidenza non è un referendum sulla giustizia. Perché questa proposta, stilata e blindata dal governo Meloni (senza reale possibilità di discutere emendamenti in Parlamento) non offre alcuna soluzione ai mali della giustizia italiana, come la lunga durata dei processi e il sovraffollamento delle carceri che sfiora il 130%. Men che meno offre risposte al dramma dei detenuti suicidi: 91 nel 2024 e 72 nel 2025. Ferite sociali inaccettabili che necessitano di ben altre risposte. Senza far niente «per una giustizia giusta e celere» (così nei proclami di Fratelli d’Italia) quella che va sotto il nome di “riforma Nordio” altro non è che una controriforma dei cardini della democrazia costituzionale. Votare Sì significa avallare la disarticolazione dell’architettura dei poteri, dei pesi e contrappesi che sono garanzia dei diritti dei cittadini e di limitazione del potere. Ciò che si decide con questo voto non riguarda una categoria – i magistrati – ma l’equilibrio complessivo tra libertà e autorità, tra cittadino e Stato. Votare No, dunque, significa difendere la Costituzione antifascista e impedire che l’Italia scivoli verso un modello di democrazia illiberale, una “democratura”, dove il potere esecutivo si ritiene onnipotentemente al di sopra di controlli, stigmatizzati come ostacoli da neutralizzare.

La presidente del Consiglio lo dice senza infingimenti. Durante la conferenza stampa di inizio anno ha affermato esplicitamente che i magistrati dovrebbero collaborare e non fare argine alle decisioni dell’esecutivo. E quando la Corte dei Conti è intervenuta sul ponte dello Stretto ha parlato di una «intollerabile invadenza nelle scelte politiche del governo». Non c’è nulla di esagerato dunque quando si dice che questa controriforma punta a ridefinire i rapporti tra poteri dello Stato e alla progressiva subordinazione della funzione giudiziaria all’indirizzo politico del governo. L’attacco all’indipendenza della magistratura è sotto gli occhi di tutti e denunciato dallo stesso Csm. Emerge in maniera plastica dalle parole di Nordio (ex magistrato) che è arrivato addirittura a paragonare la magistratura a un potere para-mafioso. Con queste parole inaccettabili il ministro della Giustizia ha dato un poderoso assist alle ragioni del No. Perché basta dare uno sguardo alla storia d’Italia per vedere con chiarezza quale ruolo abbia esercitato la magistratura in Italia, spesso difendendo i diritti sociali e civili picconati dai governi di destra (ma anche talora di centrosinistra), facendo luce sulle stragi neofasciste che hanno insanguinato la storia italiana. A cominciare da quella di Bologna del 1980, di cui la stessa presidente del Consiglio e il presidente del Senato “faticano” ancora a riconoscere la matrice nera. Come ci ricorda l’avvocata Carla Corsetti su questo numero di Left, mandante e finanziatore di quella strage fu il fondatore della P2 Licio Gelli, che nel suo eversivo piano di rinascita democratica per l’Italia prevedeva anche il controllo “politico” della magistratura attraverso la separazione delle carriere.

La controriforma Nordio, peraltro, non si limita solo a questo, ma sdoppia e frammenta l’organo di autogoverno, il Csm, introduce il sorteggio per la selezione dei componenti e istituisce nuovi meccanismi disciplinari che rischiano di ridurre l’autonomia della funzione giudiziaria, come affermano e argomentano gli eminenti costituzionalisti – da Azzariti ad Algostino, da Gallo a De Fiores a molti altri – che hanno contribuito al libro Controriforma della magistratura. Anatomia di una svolta autoritaria, curato da Antonello Ciervo e Giovanni Russo Spena (edito da Left).

Il sorteggio, in particolare (già contenuto nella proposta di revisione costituzionale di Almirante nei primi anni 70), non è una misura neutra. I membri magistrati del Csm non saranno più eletti dai colleghi ma sorteggiati tra tutti i magistrati, con due Consigli separati per giudici e pm. I membri laici (avvocati e professori) sarebbero invece sorteggiati da un elenco scelto dal Parlamento. L’obiettivo dichiarato è ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura, ma è evidente che questa asimmetria nel sorteggio determinerebbe una riduzione della rappresentanza e un maggiore controllo politico. Ciò che emerge da questa riforma, più ancora che dai precedenti tentativi di indebolire la Costituzione targati Berlusconi (2005) e Renzi (2016), è una concezione plebiscitaria della democrazia, dove la complessità istituzionale viene sostituita dall’illusione di una semplificazione, che si traduce in svolta autoritaria. L’obiettivo è sottomettere la magistratura a chi governa.

Lo scopo è il controllo politico dell’azione penale. Come avviene nell’Ungheria di Orban, sodale di Meloni e Salvini.

Come si evince da tutto questo, la revisione costituzionale è un tassello di un più ampio piano politico che punta a smantellare il progetto di democrazia sociale delineato dalla Costituzione antifascista. I prodromi si sono visti già con provvedimenti di legge volti a introdurre nuovi reati, per comprimere il diritto di sciopero, per limitare il diritto di manifestare e criminalizzare il dissenso. Non a caso uno dei primi atti del governo Meloni è stato il cosiddetto provvedimento anti rave, a cui ha fatto seguito la legge 6/2024 che introduce pene detentive per gli attivisti climatici protagonisti di proteste non violente, stigmatizzati come ecovandali. Poi sono arrivati i famigerati decreti sicurezza e sono diventati crimini la resistenza passiva e non violenta anche nelle carceri (la cosiddetta norma anti Gandhi), e i blocchi stradali, anche quando sono strumento di lotta sindacale dei lavoratori. E si potrebbe continuare a lungo ricordando le deportazioni di richiedenti asilo in Albania, il blocco navale che condanna a morte in mare migliaia di migranti, i decreti Caivano che stanno riempiendo gli istituti di pena di minori.

Se passasse la riforma Nordio lo step successivo sarebbe il completamento del progetto autoritario con il premierato («la madre di tutte le riforme», come la definisce Meloni) che dà pieni poteri al presidente del Consiglio marginalizzando il Parlamento e il ruolo di garante del presidente della Repubblica. E già in questi giorni che precedono il referendum costituzionale la maggioranza intende mettere mano alla legge elettorale, prevedendo un premio che assicuri una solida maggioranza alla coalizione vincente. Tutto ciò mentre si riaffaccia il fantasma dell’autonomia differenziata che cancella l’uguaglianza dei diritti sociali sancita dalla Costituzione. La posta in gioco del 22 e il 23 marzo è altissima, sono tante e alte le ragioni per votare No.

Foto Gov

Moderati per Netanyahu: il coraggio degli sciacalli

C’è un momento in cui la parola “moderato” (o “riformista”) smette di significare qualcosa e diventa un costume da indossare nei giorni in cui fa comodo. Italia Viva, Azione e Sinistra per Israele — censori di ogni slogan nelle piazze pacifiste — hanno partecipato a un evento romano a favore di Trump e Netanyahu organizzato dall’associazione Setteottobre.

Sul palco, Ciro Principe ha scandito “Bibi! Bibi! Bibi!” col pubblico, celebrato l’uccisione di Khamenei come restituzione di un favore vecchio di 2.500 anni e chiuso così: «Non rompete più il cazzo agli ebrei». Ivan Scalfarotto era presente, poster “Viva lo Shah” sullo sfondo. Alla stessa piazza c’era anche Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo in quota Pd,  partito che non aveva aderito. A titolo personale, si dirà. Come se la presenza di una dem lì non avesse peso.

Stefano Parisi, presidente di Setteottobre, ha chiesto una coalizione per «spazzare via» il regime degli ayatollah: niente negoziati, niente diritto internazionale, solo intervento militare perché, dice, senza le bombe il nazismo non sarebbe stato sconfitto.

Inneggiare a Netanyahu ha lo stesso valore morale di inneggiare a Putin. Entrambi capi di governo sotto cui si consumano massacri documentati, entrambi nel mirino delle istituzioni internazionali, entrambi difesi da chi ha scelto l’alleato sopra il diritto. Chi li acclama non è moderato.

La domanda è per Elly Schlein. Come si fa finta di niente quando una tua parlamentare sale sul palco accanto a chi invoca il premier di un governo accusato di genocidio? E con questi cosiddetti moderati – quelli di “Viva lo Shah” e “Bibi! Bibi! Bibi!” – su quale base si costruisce un’alleanza?

Buon giovedì. 

Fanno la guerra, noi paghiamo il conto

Ogni guerra viene raccontata come un affare lontano. I bombardamenti cadono su città con nomi che per molti europei restano geografia astratta mentre nei palazzi della politica si parla di deterrenza, sicurezza, equilibri strategici. Tutte parole vuote. Poi arrivano i conti e sono cifre che parlano italiano, europeo, domestico.

La guerra contro l’Iran è già diventata una tassa invisibile sulle nostre vite. Nel giro di pochi giorni il prezzo del gas in Europa è salito di oltre il 30% e il petrolio è tornato sopra gli 80 dollari al barile, trascinato dal rischio di blocco nello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui scorre circa il 20% del petrolio mondiale. Le borse hanno reagito con scosse immediate e gli economisti della Banca centrale europea avvertono che un conflitto lungo può riaccendere inflazione e rallentare la crescita.

Tradotto: bollette più care, trasporti più costosi, produzione industriale più fragile. La guerra entra nelle case e non c’è nessuna sirena che ci avvisa. C’è poi il costo che non compare nei grafici. Ogni escalation militare divora risorse pubbliche che finiscono nell’industria della difesa mentre sanità, scuola e welfare restano a fare i conti con bilanci sempre più tirati. La promessa è sempre la stessa: più armi per essere più sicuri. Eppure la storia (che studiano in pochi) racconta una sequenza diversa, fatta di spirali di riarmo che finiscono per produrre esattamente il conflitto che avrebbero dovuto evitare.

Nel frattempo l’opinione pubblica viene educata all’idea che il prezzo della guerra sia inevitabile, quasi naturale. Che la geopolitica funzioni così: qualcuno decide e altri pagano. Ma questa guerra non si combatte soltanto nel Golfo Persico: si combatte nelle nostre economie, nelle nostre priorità politiche, nel modo in cui i governi scelgono dove mettere le risorse. Ogni missile lanciato a migliaia di chilometri di distanza arriva anche sotto forma di bolletta, inflazione e diritti sociali compressi.

La guerra resta lontana finché qualcuno racconta che lo è. Poi arrivano i conti. E quelli, puntuali, arrivano sempre a casa nostra.

Buon mercoledì.

Foto WMC

Gli assassini applauditi come liberatori

La guerra agghinda le parole, da sempre. Ogni volta qualche aggettivo si svuota un po’ di più del suo significato originale per ammansire la realtà finché non bastano più gli occhi per osservarla. 

L’attacco israeliano in combutta con gli Stati Uniti che ha incendiato il Medio Oriente viene definito su alcuni giornali come “legittimo”. Legittimo lo dice anche il dizionario, dovrebbe voler dire che è fatto seguendo la legge eppure qui non c’è nessuna norma che sancisce il diritto di ammazzare anche il peggiore dei tiranni. 

Ogni volta nella storia una guerra non è mai chiamata guerra: è sempre una risposta a un pericolo o a una provocazione. Se la minaccia non è dimostrabile allora la si chiama attacco preventivo, una sorta di legittima difesa senza bisogno nemmeno dell’offesa. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ieri si è addirittura superato: ha spiegato che l’attacco Usa era preventivo perché Israele aveva intenzione di bombardare l’Iran e l’Iran “avrebbe immediatamente reagito contro di noi, e non avremmo potuto restare fermi ad assorbire il colpo prima di rispondere”. Che agli Usa spettasse scongiurare l’attacco israeliano è un’ipotesi che non ha nemmeno sfiorato la Casa bianca. 

A proposito, certi spudorati giornaletti stanno versando litri di inchiostro per invitare all’esultanza. Dicono che un’eventuale liberazione dall’oppressione di donne e bambini. La liberazione degli oppressi è il claim anche dei liberali e di qualche infiltrata nel Partito democratico. Tutto bello, tutto vero, se non fosse che i presunti liberatori dovrebbero essere quel governo di Israele che verrà condannato dalla storia e dal loro dio per la sistematica strage proprio di donne e di bambini che ha perpetrato (e perpetra ancora) nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. 

Senza vergogna, i signori della guerra. 

Buon martedì. 

Fonte WMC

Il nuovo ordine globale: chi colpisce decide cosa è giusto

Hanno bombardato l’Iran e insieme hanno bombardato l’idea stessa di limite. Non è la prima volta che accade, però questa volta il silenzio pesa più delle esplosioni. L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza contro uno Stato sovrano. L’articolo 5 dello Statuto della Corte penale internazionale qualifica la guerra di aggressione come crimine. Sono norme scritte, vigenti, precise. E sono carta straccia mentre i missili sorvolano il Medio Oriente. 

Non è in discussione la natura del regime iraniano, ovvio. Ma il diritto internazionale non funziona a simpatia. Funziona per regole comuni, applicate a tutti oppure svuotate per chiunque. Se l’aggressione diventa strumento legittimo quando conviene alla potenza giusta, allora diventa legittima per tutti. Ieri l’Ucraina, oggi Teheran, domani Taiwan o Cuba. Il precedente è la più pericolosa arma di distruzione di massa.

L’Europa, che per quattro anni ha ripetuto la distinzione tra aggressore e aggredito, ora balbetta. Anzi, è presa dall’irrefrenabile voglia di partecipare. Ma la coerenza selettiva erode credibilità più di qualsiasi sconfitta militare perché senza uniformità nell’uso delle categorie giuridiche, il lessico dei diritti diventa propaganda.

Intanto il mondo resta armato fino ai denti: migliaia di testate nucleari, nove potenze pronte a invocare la sicurezza per giustificare ogni corsa agli armamenti. Si investe in arsenali. Ora ancora di più, mentre si dichiara di volere pace. 

Il diritto internazionale vive se qualcuno lo difende quando costa. Altrimenti resta un monumento visitabile, buono per le cerimonie e inutile quando serve. E quando il limite cade, la forza prende posto sul trono senza chiedere il permesso.

Buon lunedì.

Foto Official White House Photo by Daniel Torok – WMC