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Il senso politico del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo

Vorrei qui richiamare l’attenzione su alcuni dei significati politici del referendum costituzionale a cui saremo chiamati a votare fra poche settimane: il rischio autoritario, la strana miscela di securitarismo e garantismo, l’antipolitica populistica.

Per quanto riguarda il primo punto dobbiamo parlare del rischio che il potere giudiziario venga sottoposto non tanto al potere politico nella sua genericità, come spesso a torto si ripete, bensì a quello dell’esecutivo. Quest’ultimo, infatti, è espressione della maggioranza parlamentare che dovrà approntare la lista di un terzo dei componenti dei due Csm previsti dalla riforma, così come di una parte dell’Alta Corte. Come ha sottolineato Alessandro Barbero, ciò non implica automaticamente un rapporto di subordinazione della magistratura requirente al governo, ma pone le condizioni affinché vi sia tale possibilità, visto che gli altri due terzi dei due Csm vengono sorteggiati senza che la magistratura stessa possa esprimere una rappresentanza proporzionale ai propri orientamenti.

Del resto in alcuni dei Paesi in cui vige la separazione delle carriere fra magistratura giudicante e requirente, il pm è sottoposto al governo: vedi Germania, Austria o Stati Uniti. Che l’Italia sia uno dei pochi Paesi in cui non ci sia separazione delle carriere ma, dal 1988, solo separazione delle funzioni, è una «felice anomalia» come l’ha definita Luciano Canfora, dovuta soprattutto all’esperienza del fascismo che ha spinto i costituenti in tal senso.
Già nello spirito delle leggi, infatti, Montesquieu aveva sottolineato come i tre poteri andassero tenuti distinti per evitare il dispotismo. La mancata separazione del potere giudiziario dagli altri due era propria – sottolineava – non solo dello Stato turco, ma anche delle repubbliche italiane, in cui la libertà si trovava «in misura minore – scriveva – che nelle nostre monarchie». Per l’insigne studioso «Non vi è libertà se il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e da quello esecutivo». (Libro XI, cap.VI). Oggi – va detto – la disamina andrebbe completata con il quarto potere mediatico, sempre più pervasivo e sottoposto a una concentrazione di capitale privato a cui a sua volta la politica è subordinata. Per cui il potere giudiziario finirebbe per essere vulnerabile a tale grumo potestativo superiore a quello stesso dell’esecutivo.

La separazione in due e anzi in tre del Csm non farebbe che indebolire il potere giudiziario (a cui viene anche sottratto il potere disciplinare) che dalla sua unitarietà e indipendenza trae maggiore forza. L’opportunità di difendere questa prerogativa è dettata dai tempi presenti in cui emerge a livello globale un autoritarismo postdemocratico che non è ancora fascismo conclamato perché manca l’antagonista sociale sebbene negli Stati Uniti i migranti clandestini ne stiano facendo le veci, e anche chi li difende. Se Askatasuna fosse un fenomeno di massa, avremo già una sospensione delle libertà democratiche. Non è un caso che la separazione delle carriere era parte del Manifesto di Rinascita nazionale della P2, a sua volta interna a quel movimento di reazione antidemocratica iniziato con il report della trilaterale nel 1975 (La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione trilaterale, di Crozier, Huntington e Watanuk): l’overload di diritti va stoppato con un incremento di potere per l’esecutivo che deve poter porre la politica alla stessa velocità dei mercati, liberandosi dalle pastoie del conflitto sociale e della discussione parlamentare. In questo quadro anche il potere giudiziario deve alleggerire il suo peso nella corsa all’efficienza e alla competitività. Guardando astrattamente alla lettera della riforma, queste argomentazioni potrebbero apparire forzate. Tuttavia il tono e i contenuti del dibattito sollevato dai promotori del referendum e in particolare da Meloni e Nordio, e persino alcuni “fuori onda”, svelano l’intento punitivo verso la magistratura e la finalità di sottoporla al potere del governo. Inoltre la scarsa utilità dei cambiamenti proposti per i cittadini e le esigenze di maggiore agilità dei processi (la vera riforma dovrebbe consistere nel destinare più risorse al personale assunto, così come per tutta la pubblica amministrazione!), paiono appunto far pensare ad un obiettivo volto a spostare gli equilibri costituzionali.

Per quanto riguarda il secondo punto (miscela di garantismo e securitarismo) è importante rilevare come l’iniziativa del governo in carica saldi due tendenze apparentemente opposte della recente storia dell’opinione pubblica italiana: il garantismo e il securitarismo o populismo penale. Da un lato, cioè, sempre a sentire le dichiarazioni di esponenti della destra, compresa Meloni, la riforma costituzionale tende a rispondere all’esigenza di rassicurare l’opinione pubblica di fronte ai casi di cronaca nera, oggi al centro dell’immaginario pubblico al posto dei problemi civili e sociali. E ciò inducendo i magistrati a non rilasciare con troppa facilità ipotetici criminali. La premier ad Atreju ha citato Garlasco, ma anche i recenti fatti della Manifestazione di Torino hanno visto giornalisti e politici di destra denunciare l’operato dei magistrati dal rilascio facile. Non è certo senza significato il fatto che sia stato richiamato l’ambasciatore svizzero dopo la tragedia di Cras-Montana, sempre per stigmatizzare un rilascio considerato affrettato, mentre invece nessun richiamo è stato indirizzato verso l’ambasciata israeliana a Roma, nonostante la violazione dei trattati internazionali e le stragi immani perpetrate dall’esercito di quello stato, che han fatto gridare al genocidio. Probabile che sarebbero stati chiamati in causa anche i fatti di Rogoredo se le indagini non avessero reso il tragico episodio un boomerang per il governo. In ultima analisi l’attacco alla magistratura è oggi un attacco al diritto, a quel “liberalismo” assediato dal neopopulismo criptofascista: dall’Ungheria agli Stati Uniti e, appunto, a Israele, che trova anche nell’opinione pubblica italiana una sponda importante, fra gli elettori della Lega e di Fratelli d’Italia, che ritengono eccessiva la tutela dei diritti degli immigrati clandestini, dei tossicodipendenti, dei manifestanti dei centri sociali, degli antifà. In tal senso l’aumento del potere dei pm e la loro trasformazione in “avvocati accusatori”, sembra andare in questa direzione.

Ma allo stesso tempo la critica alla magistratura è l’onda lunga del garantismo berlusconiano, insofferente per le indagini e condanne per soggetti delle alte sfere della piramide sociale. In questo senso va visto anche il provvedimento del ministro Nordio con cui è stato abrogato l’abuso d’ufficio. La saldatura fra garantismo e giustizialismo consente non solo di suggellare l’alleanza fra “liberali” di forza Italia e illiberali filo MAGA di Lega e Fratelli d’Italia, ma di dimostrare una solidarietà profonda fra un neoliberismo conservatore geloso dei privilegi sociali e il suo Frankstein (Wendy Brown) neopopulista: la legge deve servire soltanto a reprimere il dissenso, colpire i deboli e tutelare i forti. Il ceto medio impoverito e la working class più spaventata reclamano una compensazione al disagio con la cosiddetta “sicurezza” così come l’élite ha bisogno di protezione per poter scorazzare indisturbata nella giungla degli affari pubblici e privati in cui economia e criminalità si sovrappongono, godendo di un appoggio popolare ora garantito dalla lotta suprematista contro l’invasione degli stranieri e degli organismi internazionali, con il loro carico di leggi per il clima socialmente onerose, apertura delle porte per profughi e migranti economici ed altri fastidi del politicamente corretto.

Con il terzo punto (antipolitica) ci inoltriamo ulteriormente nell’apparente contraddizione. Uno degli slogan della campagna per il si è che la riforma si rivolga contro la magistratura “politicizzata”, prevedendo che i due terzi dei due Csm siano frutto di sorteggio fra tutti i magistrati, senza composizione di liste. L’avversione contro la magistratura, che ha la duplice radice profonda sopra evidenziata, viene verniciata di polemica anticorruttrice, essendo fresco il ricordo del caso Palamara. In tal senso Lega e postfascisti, in un’epoca in cui la memoria è azzerata nei tempi vuoti dei social, possono rimuovere il loro passato giustizialista e vedere nei magistrati non già degli eroi antipolitici, bensì un’ espressione di quella politica costituzionale che si vuole affossare. Si tratta di un’ennesima saldatura fra il sovversivismo delle plebi e quello delle élite – per utilizzare la terminologia gramsciana – volta a erodere ulteriormente lo spazio, appunto, della politica come conflitto, partecipazione, pluralismo e differenza. La magistratura viene ridotta a funzione amministrativa dello stato, priva di politicità, anche per sganciarne l’azione da quella parte di attuazione della Costituzione che procede attraverso le sentenze.

Per quanto l’antipolitica di tangentopoli fosse in contrapposizione al garantismo difensivo di un ceto della prima repubblica ricompattatosi nel berlusconismo, anche quest’ultimo ha potuto garantire la vecchia politica, nei suoi aspetti deteriori, facendo leva sull’antipolitica, alimentata anche nella stagione di Mani pulite, che con l’acqua sporca della corruzione ha gettato via il ruolo costituzionale dei partiti e della rappresentanza politica. Non è un caso che Antonio Di Pietro abbia giustificato la sua adesione al SI soprattutto per il fatto che con la riforma verrebbe eliminato il peso delle correnti politiche in magistratura. Oggi si può sempre più toccare con mano come l’antipolitica dell’inizio degli anni Novanta abbia aperto la strada al neoliberismo e alla postdemocrazia attraverso l’egemonia berlusconiana. La sostituzione del sistema proporzionale con l’uninominale e la personalizzazione-spettacolarizzazione della politica, la liquefazione dei partiti e un depistaggio cognitivo secondo cui meno politici e meno politica avrebbero significato più qualità democratica. Così riforme come la diminuzione dei parlamentari o l’abolizione delle province son state salutate come una vittoria del popolo, che, viceversa, si è trovato con meno spazi di rappresentanza.
Ci auguriamo perciò che la rimonta del NO e la sua finale vittoria, possa essere un primo passo per il rilancio di una politica (opposta a quella della destra ma anche lontana da quella del centrosinistra degli ultimi decenni) che riscopra la natura “popolare” e non populista della costituzione, in cui la “politica” torni ad essere lo strumento con cui i ceti meno abbienti possano bilanciare il potere del danaro e del prestigio sociale e il diritto sia a tutela di tutti i soggetti, specie dei più deboli e non solo di quelli che avrebbero potuto interessare l’agenda di Jeffrey Epstein.

In foto il ministro Carlo Nordio, foto wikicom

No Kings Italia, la piazza contro guerra e autoritarismo

L’obiettivo è chiaro ed esplicito: costruire un’opposizione ampia, sociale e plurale in un contesto segnato dalla guerra, dalla restrizione dei diritti e dalla crescita delle destre xenofobe e oscurantiste, non solo in Europa. Da Roma a Londra, passando per diverse città europee e statunitensi, in un’ottica radicalmente internazionalista, sta prendendo forma un percorso che unisce reti pacifiste, movimenti sociali e realtà associative, forze sindacali e politiche, contro riarmo e autoritarismo. Un mondo composito che in Italia va dall’area variegata dei centri sociali, all’Arci, ad alcune categorie della Cgil – cercano di coinvolgere l’intero sindacato – ai partiti di opposizione presenti o meno in Parlamento. Quella che si è tenuta la settimana scorsa a Roma e che ha presentato ufficialmente il progetto, non è stata una semplice conferenza stampa, ma l’avvio di un percorso che punta a costruire una mobilitazione ampia, plurale, pacifica e internazionale.
Il movimento “No Kings Italia – Contro i Re e le loro guerre” ha presentato in questa occasione le prossime tappe di un’iniziativa che guarda già alla fine di marzo come snodo decisivo ma, ovviamente, che è la tappa di una strada che si vuole lunga e ricca di sorprese.

Il primo appuntamento sarà l’assemblea nazionale del primo marzo, in programma nella Sala Ilaria Alpi dell’Arci nazionale, a Roma. L’obiettivo è allargare il coinvolgimento ad associazioni, forze sociali e politiche, settori della società civile, mondo della cultura, dell’arte, dell’informazione, per strutturare un calendario condiviso di iniziative. Fermare insomma, ricostruendo partecipazione popolare, la deriva antidemocratica del governo Meloni e delle destre globali, dei re e delle regine del mondo che, da Trump a Netanyahu, a Von der Leyen; da Minneapolis a Israele fino all’Iran, si impongono con la violazione sistematica del diritto internazionale e di quelli umani.

Un percorso, caratterizzato da appuntamenti locali, come quello previsto per il 5 marzo, in contemporanea a quanto avverrà in Germania contro il ripristino del servizio di leva e che culminerà il 27 e 28 marzo con una “due giorni”: il 27 con un concerto dal titolo “No ai Re sì alla libertà”, il 28 con una manifestazione di piazza che gli organizzatori auspicano partecipata e capace di aggregare anche ulteriori soggetti. Nel corso dell’assemblea del primo marzo verranno resi noti, almeno in parte, gli artisti che, condividendo tale percorso, si alterneranno sul palco del concerto del 27 marzo. Dai primi contatti potrebbero esserci nomi di primo piano della scena musicale italiana.

Tutto questo non si fermerà ai confini italiani. Il 28 marzo, in contemporanea, a Londra è previsto un evento-concerto intitolato “Together”, mentre negli Stati Uniti si stanno organizzando iniziative sotto lo slogan “No Kings Day”. Non si esclude che si aggiungano ulteriori appuntamenti in altre capitali europee, con la prospettiva di realizzare un grande evento a Bruxelles nel mese di giugno. La scelta delle date si intreccia anche con quanto previsto per il 29 marzo, quando le iniziative umanitarie di Global Sumud Flotilla (GSF) e Global Movement to Gaza partiranno con imbarcazioni e convogli diretti verso Gaza per portare aiuti e personale specializzato. «Del resto – ha affermato Maria Elena Delia, responsabile della GSF in Italia – se chi sta gestendo il “Board of Peace” dichiara che si sta raggiungendo la pace, per quale motivo dovrebbero impedirci di arrivare con aiuti alle popolazioni di Gaza?».

Il percorso “No Kings” non nasce all’improvviso. Alle spalle c’è una stratificazione di esperienze: dalle mobilitazioni per la pace e per la Palestina alla crescita di un fronte contrario al riarmo europeo, fino alle vertenze sul lavoro e alla difesa dei diritti democratici. Tra i passaggi centrali richiamati durante la conferenza, la vertenza della Gkn a Firenze, diventata simbolo di una possibile riconversione industriale che si intendeva salvaguardare tanto il lavoro che l’ambiente e le campagne contro provvedimenti restrittivi delle libertà civili, che il governo sta mettendo in atto. Si pensi alla sequela di decreti legge e disegni di legge, l’ultimo approvato in Consiglio dei ministri l’11 febbraio, che presto verranno discussi in Parlamento e con cui si intende restringere, in maniera concreta ogni spazio del dissenso. L’approccio da ordine pubblico a problemi sociali rischia di produrre danni enormi e di amplificare le aree di disagio.

Secondo i promotori di No Kings Italia, sta emergendo una convergenza, per certi versi inedita, tra realtà molto diverse fra loro, accomunate dalla critica a un modello che coniuga economia di guerra, compressione dei diritti e gestione securitaria dei conflitti sociali. La definizione “No Kings” riprende un’intuizione nata negli Stati Uniti in opposizione alle derive autoritarie della presidenza Trump. In Italia, il 15 novembre scorso, una prima assemblea a Roma aveva già registrato un’ampia partecipazione. A fine gennaio, a Bologna, una due giorni di incontri ha visto la presenza di migliaia di persone, in presenza e da remoto, con interventi e collegamenti internazionali dalle principali città Europee.

La linea ribadita è quella di una mobilitazione pacifica e di massa, capace di tenere insieme antifascismo, diritti sociali, opposizione al riarmo e difesa dei diritti garantiti dalla Costituzione. La riuscita delle iniziative di fine marzo sarà il primo banco di prova. Per i promotori, si tratta di rompere l’isolamento di singole vertenze e trasformare l’indignazione diffusa in una piattaforma comune. “Ai Re bisogna dare scacco matto”, è uno slogan che sintetizza l’ambizione del movimento: contrastare ogni forma di potere percepito come autoritario, indipendentemente dal “colore della corona”.

L’obiettivo dichiarato è chiaro: costruire un’opposizione ampia e plurale in un contesto segnato da guerra, restrizione dei diritti politici e dei servizi sociali, crescita delle destre oscurantiste e xenofobe in Europa e non solo. Il movimento riunisce, tra gli altri, la campagna europea “Stop Rearm Europe” e la rete “A Pieno Regime” che vede partecipare oltre 700 sigle. Vi convivono forze che vantano milioni di iscritti, esperienze locali che riguardano poche decine di persone, figure intellettuali di spessore, il cui elenco è lunghissimo. Con inevitabile fatica, questi mondi, agendo sul concetto condiviso di “convergenza”, si stanno ritrovando a riannodare fili interrotti, a lavorare insieme e in questa maniera a rimettersi in discussione. Il senso di sconfitta accumulato negli anni passati può essere superato unicamente se si ricompone una frantumazione diffusa e pervasiva, se si prova a prospettare una visione alternativa del futuro.

A chiudere un elemento importante: nei momenti e negli incontri finora realizzati si è registrata una ampia composizione intergenerazionale, ragazze e ragazzi delle scuole superiori dialogano alla pari con persone che hanno attraversato oltre mezzo secolo di conflittualità sociale. Esperienze collettive e individuali che si connettono, con tutte le difficoltà che questo rappresenta, accomunate da una consapevolezza fondamentale. L’indisponibilità a continuare a vivere in un mondo che distrugge e disumanizza, in cui in nome del profitto di pochi viene distrutta la vita del pianeta. Lo ricordava bene Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, sempre nella conferenza stampa già citata all’inizio. «Di fronte a questo crescente autoritarismo, ci stiamo accorgendo che c’è una necessità impellente di natura morale e politica da parte di persone singole e di gruppi della società civile di mettere i corpi in piazza e richieste ben precise. È quello stesso spirito che, 25 anni fa al G8 di Genova, portò in piazza così tante persone. Lo slogan oggi può essere: ‘Voi siete Re ma noi non siamo i vostri sudditi”». Speriamo che la controparte dell’autoritarismo non abbia la stessa urgenza di utilizzare quei metodi usati a Genova, che consideriamo irripetibili”.

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Olof Palme, ucciso due volte: dal piombo e dall’oblio neoliberale

Il 28 febbraio 1986 sembra un giorno come tanti, per Olof Palme. In agenda ha un’intervista, nel corso della quale sfodera un’energia che non si vedeva da tempo. Il suo secondo mandato, cominciato nel 1982, è infatti molto più tempestoso del primo (1969-1976), che ha catalizzato l’attenzione internazionale per la quantità e qualità delle riforme approvate e l’impegno a favore della pace e della giustizia globale.
Non che nelle fasi precedenti della sua inarrestabile carriera siano mancati attacchi, talvolta grevi: il suo tradimento di classe non gli sarà mai perdonato (un rampollo dell’alta borghesia che si schiera con il movimento operaio!); le durissime parole con cui condanna, da giovane ministro, la guerra del Vietnam sconcertano l’élite del paese; una serie di scandali offusca, durante il primo mandato, il suo rapporto con gli intellettuali e i giovani; la sconfitta elettorale del 1976, dopo quarantaquattro anni ininterrotti di governi socialdemocratici, è frutto anche della sua contestata scelta pro-nucleare.
Tuttavia quando torna al potere Palme ha di fronte una sfida molto più complessa: un nuovo ordine del mondo, il neoliberalismo. Per fronteggiare la crisi finanziaria lasciata in eredità dai governi di centrodestra, i socialdemocratici svedesi puntano sulla svalutazione per favorire le imprese – e i profitti – a scapito dei salari reali e della spesa pubblica. È la “terza via” del ministro delle finanze Kjell-Olof Feldt, che Palme asseconda nonostante l’opposizione del sindacato, nella speranza di riuscire a salvare il “modello svedese”.
Alla Confindustria però non basta: già a metà degli anni Settanta ha optato per lo scontro frontale con il movimento operaio, reo di aver oltrepassato il limite; anziché accontentarsi delle riforme del diritto del lavoro approvate dal governo Palme, la LO, il ramo sindacale del movimento socialdemocratico, presenta nel 1975 una proposta (nota come Piano Meidner) che prevede un graduale trasferimento della proprietà delle grandi aziende dai privati a fondi amministrati dai sindacati stessi. La Confindustria grida alla fine della democrazia qualora i fondi siano introdotti; contemporaneamente fa leva sull’isteria per gli avvistamenti, nelle acque territoriali svedesi, di U-boat sovietici, cui Palme non reagirebbe adeguatamente. Il leader socialdemocratico, da sempre anticomunista e ostile al Piano Meidner (tanto da neutralizzarne l’impatto), diventa così, nella propaganda imprenditoriale, il cavallo di Troia della sovietizzazione del paese.
Palmehat (l’odio per Palme) è una categoria a sé stante, nella storia politica europea. In un tempo in cui i social non sono neanche in mente dei, il primo ministro svedese finisce per essere il bersaglio di una campagna denigratoria e intimidatoria che spazia dagli adesivi con il suo volto al centro di un bersaglio appiccicati da borghesi “perbene” sul parabrezza dell’auto alle minacce vere e proprie di gruppi di estrema destra, che non risparmiano neppure la sua famiglia.
Circolano voci sulla sua intenzione di mollare, magari per un incarico prestigioso all’ONU. Le speculazioni vengono interrotte bruscamente dal proiettile che, la sera del 28 febbraio 1986, lo colpisce, a poca distanza dal quartier generale del suo partito. Palme e la moglie, dopo essere andati al cinema, senza scorta, con uno dei figli e la fidanzata, si dirigono verso la stazione della metro; un uomo, che li sta aspettando, si avvicina, grida “signor Palme” e poi spara a entrambi. Il primo ministro muore poco dopo. La Svezia è sotto shock. Comincia una saga giudiziaria probabilmente superiore a quella dell’omicidio di Kennedy, che si tradurrà in uno smacco insanabile per lo stato svedese. La polizia compie errori su errori, dai bossoli ritrovati solo il giorno dopo ai posti di blocco istituiti tardivamente. Nel frattempo, gruppi di agenti e membri dei servizi segreti brindano alla morte del primo ministro. Non stupisce quindi che una delle piste emerse negli oltre trent’anni di indagine sia quella riconducibile a circoli dell’apparato statale di estrema destra. A questa area politica appartiene il primo sospettato, i cui diritti costituzionali vengono tralasciati nella fretta di esibire un colpevole. Poi è la volta del PKK, sempre un ottimo capro espiatorio. Nel 1988 viene arrestato un tossicodipendente con precedenti per omicidio, Christer Pettersson; la vedova di Palme, Lisbet, lo riconosce ma dopo essere stata “indirizzata” dalla polizia. Sarà prosciolto in appello. Da lì in poi si susseguono commissioni di inchiesta e piste di ogni tipo: gli ustascia, le BR, la RAF, la CIA, il KGB, i trafficanti d’armi indiani, i razzisti sudafricani… fino a Stig Engström, che la sera dell’omicidio è al lavoro in una ditta vicinissima al luogo del delitto. Nel 2020 la Commissione d’inchiesta sull’omicidio dichiara concluso il suo lavoro: “non è possibile fare di più” [sic]; per dare un contentino all’opinione pubblica viene additato come principale sospetto Engström – morto da vent’anni. Non è finita. Nel dicembre 2025 un alto magistrato dichiara che non ci sono prove sufficienti per farne il probabile colpevole, alimentando così le pressioni per la riapertura dell’inchiesta.
Palme non ha avuto giustizia, né dalla legge né dal suo partito. Dagli anni Novanta in poi i socialdemocratici svedesi, anziché spendersi per una visione alternativa della società, hanno gettato alle ortiche tutto ciò per cui Palme si era battuto, pur tra compromessi e ambiguità. Il suo neutralismo attivo, teso a favorire il dialogo fra Est e Ovest e fra Nord e Sud, risulta oggi imbarazzante per un partito che, con Magdalena Andersson (leader dal 2021), ha avviato l’adesione alla Nato – impresa mai riuscita al centrodestra – sull’onda di una virulenta russofobia. Il suo impegno per il disarmo è dimenticato; Andersson, che si è fatta fotografare in tenuta da combattimento, sostiene incondizionatamente l’invio di armi all’Ucraina. Nell’oblio è caduta anche la “pace positiva” di Palme, ossia l’idea che la guerra può essere bandita solo se tutti i paesi godono di pari dignità e di una redistribuzione della ricchezza. Per quanto riguarda la politica interna, è imbarazzante lo zelo di Andersson, all’opposizione, nel dare ragione a Ulf Kristensson, il primo ministro conservatore, quando si tratta di inasprire le pene e rendere più restrittive le politiche migratorie. Su quest’ultimo punto, anzi, c’è da chiedersi se vi sia una differenza fra la leadership socialdemocratica e gli ex (?) nazisti Democratici di Svezia, fautori della remigrazione e del pugno di ferro contro la criminalità (sottinteso immigrata). La rincorsa alla destra si è spinta all’autocritica sull’uguaglianza di genere (fiore all’occhiello del primo governo Palme): “ci siamo concentrati sul femminismo senza capire quanto sia stata dura per i ragazzi [maschi]”.
L’omicidio del primo ministro svedese, propiziato – chiunque sia il colpevole – dalla campagna d’odio della borghesia, appare come una cartina di tornasole dell’indisponibilità del capitalismo ad accettare Allende come Palme, un progetto di socializzazione dell’economia così come un riformismo avanzato e nondimeno attento alle compatibilità di sistema. Una lezione di cui oggi, al tempo del definitivo divorzio fra capitalismo e democrazia, bisognerebbe prendere atto, se si vuole parlare seriamente di trasformazione sociale.

L’autrice: Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l’Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l’Italia

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Scuse di carta per un proiettile vero

Arrivano le scuse. Arrivano per iscritto, su carta, dal carcere. Carmelo Cinturrino affida al suo avvocato una lettera: «Quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto. Mi dispiace per la sua famiglia. Sono triste e pentito per ciò che ho fatto… Perdonatemi, pagherò per il mio errore».

La parola scelta è “errore”.

Errore sarebbe un verbale compilato male, una procedura saltata, una valutazione frettolosa. Qui c’è un uomo colpito alla testa mentre scappa, una pistola finta fatta portare da un collega e posata accanto al corpo per costruire la scena della legittima difesa, circostanza che l’indagine considera falsa. E infatti la famiglia di Abderrahim Mansouri risponde senza giri: «Gli errori si commettono a scuola, ammazzare una persona e dopo creare una messa in scena non è un errore».

Nella lettera Cinturrino parla di paura, rivendica encomi, si definisce servitore dello Stato. La famiglia replica che, se ha un briciolo di coscienza, deve confessare «tutto il male» e chiarire il ruolo dei complici. In mezzo restano i tentativi di depistaggio contestati, i colleghi indagati per favoreggiamento e omissione, un commissariato sotto la lente della Procura.

Si è scusato l’assassino primo del ministro Salvini, dei parlamentari meloniani, dei giornalisti con la bava alla bocca e dei leghisti infoiati. Quelli, no. 

Ma un agente dello Stato non chiede indulgenza pubblica. Un uomo di Stato denuncia, racconta, consegna ai magistrati ogni dettaglio, anche quello che lo riguarda. Le scuse appartengono alla sfera privata. La verità è un atto pubblico.

I familiari lo dicono con chiazza: se davvero c’è coscienza, servono confessioni piene, nomi, responsabilità. Il resto è carta. E la carta, quando si parla di un proiettile alla testa e di una scena manipolata, pesa meno dei fatti.

Buon venerdì.

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V. Lorenzo Magnifico 80 “00162
VIA DELLA PISANA 275 “00163
VIA SAN SILVERIO “00165
P.ZZA IRNERIO “00165
V. Di Casalotti 40 “00166
VIA FORTE BRASCHI N. 102 “00167
VIA DI TORREVECCHIA 876 “00168
VIA PIETRO GASPARRI 68 “00168
V. AQUILA REALE 7 “00169
VIA DI TORREVECCHIA 87 “00169
VIA GIACOMO BRESADOLA “00171
V.TOGLIATTI 972 “00171
V. ALESSANDRINO 74 “00172
V. DEI CASTANI 201 “00172
VIA TOR DE SCHIAVI 183 “00172
V. Tor De` Schiavi 274 “00172
V.Le Alessandrino 315 “00172
VIA MARCO VALERIO CORVO 170 “00173
VIALE ANTONIO CIAMARRA, 38B “00173
V.LE BRUNO RIZZIERI/VIA F. GEN “00173
VIA SERAFINI/P.ZZA S.GALGANO “00173
V. Tuscolana 1064 “00174
V. PONZIO COMINIO 54 “00175
V. M.F.NOBILIORE 128/130 “00175
VIA ROBERTO MALATESTA SNC “00176
PIAZZA DEI CONDOTTIERI “00176
P.zza Dei Geografi 19/a “00176
V. GALLIA/P.LE METRONIO “00177
VIA DEL CALICE, 31 “00178
V. ACERENZA 4/V “00178
PIAZZA SCIPIONE AMMIRATO “00179
V. APPIA 594 B – L.GO COLLI ALBAN “00179
VIA NICOLA NISCO “00179
CIRC.NE APPIA 192-194 “00179
VIA ENEA 4 “00181
PIAZZA DELLALBERONE “00181
VIALE FURIO CAMILLO 90 “00181
PIAZZA RAGUSA ANGOLO VIA TARANTO “00182
V. TUSCOLANA 208 “00182
P.ZZA TUSCOLO/V.ETRURIA “00183
VIA ALBALONGA ANG. P.ZZA RE DI “00183
L.GO PANNONIA 16 “00183
V. TIBURTINA 111 “00185
VIA DELLUNIVERSITA 1/A “00185
PIAZZALE DEL VERANO 38 “00185
P.ZZA VITTORIO/VIA MAMIANI “00185
VIA DEGLI EQUI 33 “00185
VIA MERULANA 204 “00185
P.ZZA DEI CINQUECENTO, ALT. CI “00185
TERMINI CARRELLI “00186
PIAZZA DELLA MINERVA ANG. SANTA CHIARA “00186
VIA DELLA DOGANA VECCHIA SNC “00186
P.ZZA CAMPO DE` FIORI “00186
VIA DELLA SCROFA 101 “00186
P.ZZA SAN PANTALEO “00186
P.ZZA BENEDETTO CAIROLI “00186
CORSO DITALIA 34F “00187
V. BONCOMPAGNI 12/14 “00187
P.ZZA COLONNA SNC “00187
VIA FLAVIA 52 “00187
V.Veneto/V.Lombardia “00187
V. Del Babuino 150 “00187
VIA CASSIA FRC 876 “00189
P.LE PONTE MILVIO 44-45 “00191
L.GO MARESCIALLO DIAZ 16-17 “00191
P.ZZA COLA DI RIENZO 71 “00192
V. ANDREA DORIA 8 “00192
V. S.PIO X 13 “00193
PIAZZA COLA DI RIENZO 96 “00193
P.zza Cavour SNC “00193
PIAZZA GIUSEPPE MAZZINI “00195
VIALE CARSO ALT. CIV. 69 “00195
VIALE ANGELICO, SNC “00195
V.LE DEL VIGNOLA 38A “00196
PIAZZA EUCLIDE, 43/44 “00197
P.ZZA FIUME 47/C.SO ITALI “00198
V. R.MARGHERITA 273 “00198
P.ZZA ANNIBALIANO 23 “00198
C.SO TRIESTE 90 “00198
V. SIMETO 41 B “00198
V. Po 50/v.Salaria “00198
VIA TRIPOLI 84 B “00199
PIAZZA SANT EMERENZIANA “00199
V.LE SOMALIA 98 “00199
VIALE LIBIA 93 “00199
P.ZZA ACILIA “00199

Capitalismo digitale, sfruttamento analogico

Dopo Foodinho, ora Deliveroo. Ancora la Procura di Milano. Ancora un fascicolo che scoperchia un settore raccontato per anni come laboratorio di modernità e che invece mostra crepe antiche. Il lavoro dei rider torna sotto indagine con un’accusa che pesa: sfruttamento sistemico, fino all’ipotesi di caporalato.

Non è una sorpresa. Negli ultimi mesi un provvedimento analogo ha riguardato Glovo. Già nel 2020 la Procura milanese aveva aperto un fronte giudiziario sostenendo che quei lavoratori non potessero essere qualificati come autonomi quando turni, tempi, penalità e compensi erano di fatto eterodiretti dagli algoritmi. Quelle decisioni imposero il versamento dei contributi e una parziale ridefinizione dei diritti. Un argine, almeno sulla carta.

La novità sta nel salto di qualità dell’impostazione accusatoria. Non più soltanto la qualificazione del rapporto di lavoro ma la contestazione di un sistema organizzato che avrebbe costruito margini e competitività comprimendo tutele e salari. Se le ipotesi troveranno conferma, il tema non sarà più la zona grigia tra autonomia e subordinazione bensì l’esistenza di una filiera che scarica rischi e costi su chi pedala.

Ma in questa sequela di interventi giudiziari a colpire è il vuoto della politica. Il legislatore ha celebrato l’innovazione, ha evocato la gig economy come segno di progresso, ha affidato alle piattaforme la promessa di occupazione flessibile. Le prese di posizione sono arrivate quasi sempre solo dopo un incidente, dopo una morte sotto la pioggia, dopo una foto diventata simbolo. Poi il silenzio.

Intanto qui sotto la società è cambiata, in peggio. Gli algoritmi hanno sostituito i capi reparto, le app hanno assegnato turni e punteggi, le valutazioni hanno deciso chi lavora e chi resta fermo. In assenza di regole chiare il capitalismo ha fatto quello che sa fare meglio: travestire l’antico sfruttamento con un velo di modernità. 

Buon giovedì. 

La mela marcia

Il 21 luglio del 2021 Matteo Salvini era un altro Matteo Salvini. La sua Lega sembrava capace di essere il primo partito italiano. Il partito Enei sondaggi veleggiava sopra al 20%, l’elettorato era diviso tra chi sosteneva la linea governata e la linea identitaria. All’orizzonte Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni erano in crescita sulla scia del sovranismo. Niente di pericoloso: per il leader della Lega si trattava semplicemente di un partito satellite, nipote delle sue stesse intuizioni.

Il giorno prima l’assessore leghista alla Sicurezza di Voghera, Massimo Adriatici, aveva ucciso Younes El Boussettaoui con un colpo di pistola Younes El Boussettaoui in piazza Meardi. 

«Altro che far west a Voghera si fa strada l’ipotesi della legittima difesa», disse il 21 luglio 2021 Matteo Salvini, con l’aggiunta della formula “la difesa è sempre legittima” e l’invito ad “aspettare la ricostruzione”, già incardinato però su una lettura assolutoria.

E poi, aggiunse Salvini: «Un docente di diritto penale, ex funzionario di Polizia, avvocato penalista noto e stimato in città, in questa bella città in provincia di Pavia, vittima di un’aggressione, ha risposto, accidentalmente è partito un colpo che purtroppo ha ucciso un cittadino straniero». 

Quella brava persona di Adriatici ieri è stato condannato 12 anni di reclusione, oltre a provvisionali per 380 mila euro ai familiari della vittima.

Siamo nel 2026 e Salvini non ha ancora imparato la lezione. L’impressionante serie di figure di palta intorno al ritornello della “legittima difesa” non ne rallenta la stupidità con cui approccia il tema. E alla fine sorge un dubbio: ma se fosse lui, la mela marcia?

Buon mercoledì.  

Amelia Rosselli, la poesia come resistenza

foto di Chiara Lucarelli

«Scrivere è chiedersi come è fatto il mondo: quando sai come è fatto forse non hai più bisogno di scrivere. Per questo tanti poeti muoiono giovani o suicidi. È come se lo scrivere dovesse essere legato a una visione adolescenziale del mondo, e quando si raggiunge la cosiddetta maturità il desiderio di scrivere viene meno». Sono parole che Amelia Rosselli pronunciò in un’intervista a cura di Sandra Petrignani nel 1978; parole che sono risuonate in una bella serata dedicata alla poetessa a trent’anni esatti dalla sua morte. L’ 11 febbraio il Teatro Palladium di Roma si è trasformato per l’occasione nel laboratorio alchemico di questa memoria con lo spettacolo L’Inferno, tessuto da mani perfette, nato dalla collaborazione tra il compositore e regista Fabrizio De Rossi Re e il critico Andrea Cortellessa, prodotto dall’Università Roma Tre attraverso la Fondazione Roma Tre Teatro Palladium e il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo. Un’azione musicale e poetica che ha saputo restituire la complessità di un’autrice impossibile da incasellare. Figlia di Marion Cave e di Carlo Rosselli (famoso esule antifascista, teorico del “socialismo liberale” e fondatore del movimento “Giustizia e Libertà”, assassinato in Francia insieme al fratello Nello), Amelia Rosselli è stata una delle voci più singolari e potenti del secondo Novecento. Cresciuta tra Francia, Inghilterra e Stati Uniti, ha portato nella lingua italiana un cosmopolitismo tragico e una struttura metrica innovativa, influenzata dai suoi studi in etnomusicologia e composizione. La sua poetica, definita “trilingue” (per l’uso alternato di italiano, inglese e francese), ha esplorato i confini tra trauma storico e disagio psichico. Trent’anni senza Amelia Rosselli non sono bastati a silenziare la sua “variazione”, quella lingua straniera e universale che ha scosso il Novecento. «Ricordo perfettamente la sua voce – ha affermato Fabrizio De Rossi Re – un suono, quello della sua voce intensa e sgraziata, folle e matematica, che circola nella musica ed è presente durante tutto lo spettacolo. Tutto il progetto nasce in effetti proprio da un mio personale ricordo della voce di Amelia Rosselli. Fin da giovanissima aveva studiato musica, e i suoi contatti con l’avanguardia musicale del secondo Novecento, avevano dato alimento negli anni a questa sua identità di poetessa “vicina” alla musica. In Inferno, tessuto da mani perfette ho lavorato principalmente sulle diverse complessità della scrittura di Amelia Rosselli, una scrittura continuamente cangiante. La musica in scena per questo è sempre volutamente poco prevedibile, si trasforma continuamente, e cambia modalità in pochi secondi, come del resto faceva la sua potentissima scrittura». L’evento del Teatro Palladium non è stato un semplice omaggio postumo, ma una vera e propria dissezione dei nervi scoperti della poetessa. La struttura dello spettacolo ha ricalcato la natura polifonica della Rosselli: la parola si è fatta nota, e la nota si è fatta immagine. Al centro della scena, il pianoforte di De Rossi Re ha dettato i tempi di un’inquietudine mai fine a sé stessa, dialogando con la voce di Diletta Masetti. L’attrice ha interpretato diversi testi tratti dalle sue opere maggiori da Variazioni belliche a Documento con un’intensità vigorosa ma controllata, rifuggendo il cliché della “poetessa folle” per restituirci, invece, il suo rigore tecnico assoluto capace di contenere un magma emotivo devastante. Il contrappunto lirico del soprano Maria Chiara Forte ha aggiunto un ulteriore strato di astrazione, elevando il dolore privato a una dimensione mitica e universale in forma di canto. Di particolare rilievo la presenza in scena di Andrea Cortellessa in veste di narratore e bussola critica. Cortellessa, partendo dal suo volume Con l’ascia dietro le nostre spalle. Amelia Rosselli (Electa), ha cucito insieme i frammenti poetici con i passaggi fondamentali della sua vita e ha saputo guidare il pubblico tra le “mani perfette” che hanno tessuto l’inferno rosselliano, un inferno fatto di persecuzioni reali e fantasmi interiori, ma sempre dominato da una tecnica poetica sopraffina. Le video istallazioni di Lorenzo Letizia hanno reso l’opera completa, creando una scenografia liquida e claustrofobica che ha amplificato il senso di urgenza della performance, che ha anche lasciato spazio nel finale al volto e alla voce recitante della stessa Rosselli, un momento di rara intensità. In definitiva, L’Inferno, tessuto da mani perfette è riuscito in un’impresa difficile: non ha spiegato Amelia Rosselli, l’ha fatta accadere di nuovo sotto i nostri occhi, confermando che la sua voce, a trent’anni dalla scomparsa, è ancora una ferita aperta e necessaria nel panorama culturale italiano.

Foto di Chiara Lucarelli

Ucraina, Antoine Vallas (Wfp): «In 4 anni di guerra, questo è l’inverno più duro per la popolazione»

«Questo è l’inverno più duro in 4 anni di guerra, con temperature che arrivano a -20 gradi, e questo accresce ulteriormente il senso di stanchezza della popolazione ucraina. Molti si chiedono se il sostegno internazionale continuerà, e per quanto tempo. L’unico desiderio condiviso da tutti è una pace giusta e la possibilità di tornare a una vita sicura e normale».

Sono le parole di Antoine Vallas, capo della comunicazione del Programma alimentare mondiale (Wfp) per l’emergenza in Ucraina. Vallas è arrivato nel Paese nel luglio del 2022, a cinque mesi dall’inizio della guerra, e sta per entrare nel suo quarto anno di presenza sul territorio. Durante questi quattro anni di guerra, le agenzie umanitarie come il Wfp sono state fondamentali per la popolazione ucraina. Hanno portato cibo alle comunità in prima linea, assistenza sanitaria ai villaggi più isolati, offerto rifugio agli sfollati, garantito l’accesso all’acqua potabile e fornito assistenza in denaro per preservare la libertà di scelta e stimolare l’economia interna. Ma dopo quattro lunghi anni di assistenza ininterrotta e con un settore umanitario in ginocchio, la stessa popolazione si chiede per quanto a lungo questo aiuto potrà continuare. Negli ultimi mesi, portare aiuti è diventato sempre più pericoloso. Il Wfp denuncia oltre 40 attacchi nell’arco di un anno contro i propri punti di distribuzione, i mezzi e le infrastrutture dell’organizzazione e dei suoi partner umanitari. Una violenza che colpisce direttamente chi prova a tenere in piedi la quotidianità nelle zone più colpite dal conflitto. Allo stesso tempo, i continui bombardamenti contro le infrastrutture portuali minacciano di interrompere le catene di approvvigionamento alimentare globali, con effetti diretti sull’aumento dei prezzi. Prima della guerra, le esportazioni alimentari ucraine garantivano cibo a oltre 400 milioni di persone ogni anno. Secondo le Nazioni unite, il conflitto ha provocato uno dei più rapidi spostamenti forzati di popolazione dalla Seconda guerra mondiale. 5,1 milioni di ucraini vivono come rifugiati in Europa, mentre 3,7 milioni sono sfollati interni. Molti di coloro che sono rimasti o che sono tornati hanno perso la propria casa o vivono in edifici danneggiati. Con un’inflazione elevata e un tasso di disoccupazione in crescita, si stima che circa 5 milioni di persone nel Paese affrontino una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave. In un contesto globale in cui i conflitti aumentano mentre i finanziamenti internazionali per gli aiuti umanitari crollano, l’Ucraina ne subisce le conseguenze dirette. Eppure, spiega Vallas, sul campo qualcosa è cambiato: le operazioni umanitarie sono diventate più efficienti e organizzate, adattandosi a una crisi che si è trasformata in una guerra di lunga durata. Tra negoziati falliti, un settore umanitario indebolito e una popolazione esausta, abbiamo ripercorso con Antoine Vallas i cambiamenti di questi quattro anni, cercando di capire cosa significhi vivere una guerra che non finisce.

Vallas ci ha raccontato anche del legame profondo che ha sviluppato con il territorio e di come un progetto nato per permettere agli ucraini di raccontare la propria storia sia finito esposto in una galleria d’arte di Kiev.

Dopo quattro anni di guerra e negoziati falliti, quali cambiamenti hai notato nell’umore e nell’atteggiamento delle persone che incontri ogni giorno in Ucraina?
Le persone sono ancora coraggiose, forti e resistono. Ma sono esauste. Quattro anni sono tantissimi quando ogni giorno ti chiedi se un missile o un drone colpirà casa tua, se i tuoi familiari vicino alla linea del fronte sono ancora vivi, se riescono a trovare cibo o acqua, se hanno riparato le finestre rotte, se riescono a stare al caldo. Alcune persone sono state sfollate più volte nel corso degli anni. Altri avevano risparmi e reti di sostegno che li hanno aiutati a reggere nel primo o nel secondo anno, ma oggi hanno esaurito ogni opzione. Questo inverno, a causa dei continui attacchi alle infrastrutture energetiche in tutto il Paese, milioni di ucraini sono senza riscaldamento, elettricità e acqua nelle proprie case, anche nelle grandi città e nella capitale, Kiev. È l’inverno più duro della guerra, con temperature che arrivano a -20 gradi, e questo accresce ulteriormente il senso di stanchezza. Molti si chiedono anche se il sostegno internazionale continuerà, e per quanto tempo. L’unico desiderio di tutti è una pace giusta e la possibilità di tornare a una vita sicura e normale.

Come è cambiato in questi anni il lavoro umanitario nel Paese?
Prima di tutto, è diventato sempre più pericoloso. Negli ultimi due anni, i nostri punti di distribuzione alimentare, i veicoli, i magazzini o i beni e i mezzi dei nostri partner umanitari locali sono stati colpiti più di 40 volte. È una tendenza senza precedenti da quando abbiamo iniziato le operazioni nel 2022. Nel complesso, il 2025 è stato anche l’anno più letale per i civili in Ucraina dal 2022, con 2.514 civili uccisi. Spesso, fuori dall’Ucraina, nell’immaginario collettivo si pensa che la situazione non sia più così grave, che si tratti di una fase di stallo con pochi combattimenti. In realtà, gli attacchi sono aumentati drasticamente e la vita vicino alla linea del fronte è più dura e più mortale che mai.

Nonostante il pericolo crescente, le operazioni umanitarie sembrano aver trovato una loro efficienza. Come è possibile?
Le operazioni umanitarie in generale sono diventate più efficienti e organizzate. Prima del 2022 l’Ucraina non era una crisi umanitaria. C’erano alcuni programmi, soprattutto nell’Est dal 2014, ma lo scoppio della guerra su larga scala ha portato improvvisamente un’enorme quantità di supporto e finanziamenti internazionali in un Paese che non era abituato a ricevere assistenza di questa portata. All’inizio era una mobilitazione totale e spesso caotica. Con il tempo, il sistema è diventato più strutturato ed efficiente. Oggi l’assistenza umanitaria è concentrata nelle aree di prima linea, dove è più necessaria. Sappiamo che arriva alle persone giuste e abbiamo una comprensione molto più chiara di quali siano i bisogni e dove si trovino. Per organizzazioni internazionali come il Wfp, le operazioni sono diventate anche più snelle e più radicate localmente. Oltre il 75% del nostro staff è ucraino e l’assistenza nelle zone vicine al fronte viene fornita in collaborazione diretta con organizzazioni locali. Abbiamo inoltre costruito rapporti con fornitori alimentari locali, tanto che oggi quasi tutto il cibo che distribuiamo proviene da produttori ucraini. Acquistiamo persino pane fresco da piccoli panifici nelle regioni di prima linea.

In che modo la crisi globale che colpisce il settore umanitario si riflette sull’assistenza in Ucraina?
Le prospettive sono piuttosto cupe. I bisogni umanitari restano elevati, la situazione non migliora e, per molti aspetti, peggiora, mentre allo stesso tempo i finanziamenti internazionali diminuiscono. Questo inverno è stato il più duro degli ultimi quattro anni, con temperature gelide e attacchi continui alle infrastrutture energetiche che hanno lasciato milioni di persone senza riscaldamento, elettricità e acqua in tutto il Paese. Chi vive ancora vicino alla linea del fronte è esausto e sta finendo le opzioni a disposizione. Purtroppo, avere meno fondi significa dover stabilire delle priorità nell’assistenza. Continuiamo a lavorare con partner e donatori affidabili e a richiamare l’attenzione sull’entità dei bisogni umanitari, facendo pressione per ottenere risorse aggiuntive.

Come si affronta, umanamente e professionalmente, il lavoro in una guerra che sembra non avere fine?
Viviamo tutti giorno per giorno, seguendo routine semplici. La cosa più difficile in questa situazione è fare piani per l’anno successivo, per i prossimi sei mesi o anche solo per le settimane a venire. Nessuno sa cosa succederà. Come stranieri, possiamo sempre andare via. Ma gli ucraini hanno famiglie, case, mezzi di sostentamento: sono caregiver, operatori sanitari, imprenditori, agricoltori. In molti casi, l’unica scelta possibile è continuare ad andare avanti. Quando incontro persone vicino alla linea del fronte, sento spesso dire: «Per ora penso solo a sopravvivere». È difficile pensare ad altro quando ogni giorno senti missili e droni sopra la testa. Per quanto mi riguarda, ho imparato a tenermi stretto alle mie routine: correre, andare in palestra, preparare il tè, cucinare, leggere, anche quando tutto è complicato. E impariamo ad apprezzare di più le piccole cose. Se l’elettricità torna per un’ora o due, o se finalmente puoi fare una doccia calda, quel momento assume un valore enorme, proprio perché non lo dai più per scontato. In rete circolano video di ucraini che esultano e applaudono quando la corrente torna nel loro palazzo la sera. È così: accettare le cose per quello che sono e celebrare le piccole vittorie o brevi momenti di pace e calma. Dal punto di vista professionale, a un certo punto vorrei andare avanti, fare qualcosa di diverso o in un altro luogo. Ma una parte di me vuole anche restare fino alla fine della guerra e festeggiare quel momento insieme a tutti qui. Negli ultimi due anni ho avuto occasioni per andare via, ma mi sentivo in colpa all’idea di lasciare gli amici e i legami costruiti qui. Non perché pensi di essere indispensabile, ma perché dopo quasi quattro anni ho la sensazione che ormai siamo tutti dentro questa esperienza insieme. Mi sembra strano immaginarmi all’estero a scrivere loro per chiedere se sono sopravvissuti all’ultimo attacco con droni o missili, o se sono riusciti a dormire tra le esplosioni che io non ho sentito.

Può raccontarci di più del progetto “Even here, flowers bloom”, esposto alla Lavra Art Gallery di Kiev e realizzato con il Wfp?
Abbiamo lavorato con i nostri partner locali per consegnare macchine fotografiche usa e getta a 15 ucraini che vivono molto vicino alla linea del fronte, tra i 10 e i 15 chilometri. Abbiamo chiesto loro di fotografare la loro vita quotidiana e le loro routine. Non solo la distruzione, le reti anti-drone o gli aspetti più duri, ma anche ciò che dava loro gioia, forza e speranza in questo momento. Siamo rimasti profondamente colpiti dai risultati. Alcune immagini e storie ci sono sembrate incredibilmente intense e significative, e abbiamo deciso di esporle a Kiev. Siamo grati alla Lavra Gallery per l’entusiasmo con cui ha accolto il progetto e per la collaborazione. Le ragioni di questo lavoro erano due. La prima: si tratta di storie uniche di persone a cui non possiamo accedere facilmente, perché vivono così vicino ai combattimenti che le nostre regole di sicurezza non ci consentono di passare ore con loro per documentare le loro vite. La seconda: volevamo che fossero loro stessi a raccontare la propria storia, senza filtri, senza che venisse rielaborata da noi. Abbiamo lasciato tutto com’era, utilizzando le foto originali. Questo approccio ci ha permesso di documentare momenti molto intimi e personali, di grande significato, che forse non avremmo potuto mostrare se fossimo stati presenti fisicamente: una cena in famiglia, una pedalata all’alba, una nuotata in un lago vicino quando i bombardamenti si erano fermati.

Tra tutte le persone incontrate e le storie raccontate, ce n’è una che non riesci a dimenticare?
Tra le storie e le foto presentate in mostra, una mi ha colpito in modo particolare. A Kherson, un’anziana signora di nome Liudmyla ha scattato una foto dall’interno della sua casa, al buio, che ritrae un tavolo con un libro di cruciverba, un diario e un filo di perline. Ha spiegato che voleva raccontare le sue attività domestiche. Sembrano hobby normali, quotidiani, ma quando si capisce che la vita a Kherson, a poche centinaia di metri dalla linea del fronte, è così pericolosa da rendere quasi impossibile uscire di casa, tutto assume un altro significato. Quelle attività domestiche occupano gran parte delle sue giornate. La casa è buia perché non c’è elettricità e perché lei non vuole attirare l’attenzione dei droni. «Nessuno va al parco, non c’è nessuno fuori», ha raccontato. «Il centro città? Dimenticato da tempo. Non c’è più tempo libero, non c’è vita culturale, perché i droni sono ovunque. Passiamo molto tempo seduti nel corridoio, per ripararci».

Qual è oggi il tuo messaggio alla comunità internazionale?
Vorrei dire a chi vive fuori dall’Ucraina che questa guerra non è solo “politica”. In questo momento, persone reali vengono cacciate dai droni o muoiono di freddo. L’Ucraina è un Paese grande, e il fatto che sui social si vedano persone che sembrano condurre una vita normale, andare nei negozi o nei ristoranti a Kiev o a Leopoli, non significa che altri non stiano vivendo un inferno vicino alla linea del fronte, o che quelle stesse persone nelle grandi città non vengano svegliate ogni notte da droni e missili. C’è molta confusione e disinformazione sui social media, e vorrei poter spiegare questa situazione a molte più persone.

E alle persone che vivono in Ucraina?
Che milioni di noi tengono a loro e che continueremo a sostenerli in tutti i modi possibili.

Dopo quattro anni di guerra, cosa ti spinge a restare in Ucraina?
Per quanto possa sembrare strano durante una guerra, mi sono innamorato di questo luogo, delle persone e della cultura. Non ho smesso di preoccuparmi per quello che accade e continuo a trovare il lavoro nel settore umanitario, pur frustrante a volte, ancora coinvolgente e pieno di significato. Infine, per quanto possa sembrare banale, vivere in una zona di guerra attiva mi ha insegnato molto su me stesso: a essere meno egocentrico, ad accontentarmi di meno, a costruire routine che mi aiutino a restare sano, organizzato e mentalmente stabile anche nei momenti più difficili e caotici.

Foto di Dmytro Tolokonov su Unsplash

La Groenlandia non è in vendita: la nave di Trump e la nuova corsa coloniale all’Artico

Trump ha annunciato sul social Truth che starebbe inviando, in collaborazione con il governatore della Louisiana Jeff Landry (indicato come inviato speciale per la Groenlandia) una nave ospedale sull’isola per prendersi cura delle persone malate e non assistite in loco, allegando l’immagine di una nave militare battente bandiera americana.
L’annuncio è arrivato poco dopo l’evacuazione medica al largo delle coste della Groenlandia di un membro dell’equipaggio di un sottomarino statunitense da parte dell’esercito danese.
La proposta è stata rifiutata categoricamente dal governo groenlandese. Il premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen, su Facebook, ha scritto: «Da parte nostra, un no, grazie. L’idea del presidente Trump di inviare una nave ospedale americana in Groenlandia è stata debitamente presa in considerazione. Ma abbiamo un sistema sanitario pubblico in cui le cure sono gratuite per i cittadini. È una scelta consapevole ed è una parte fondamentale della nostra società. La Groenlandia rimane aperta al dialogo e alla cooperazione, anche con gli Stati Uniti, ma parlate con noi invece di fare dichiarazioni più o meno casuali sui social media».
La premier danese Mette Frederiksen, con toni più diplomatici, ha ribattuto: «Sono felice di vivere in un Paese in cui tutti hanno accesso gratuito e paritario alla sanità, dove non sono le assicurazioni o la ricchezza a determinare un trattamento adeguato. L’accesso gratuito alla sanità è garantito anche in Groenlandia. Buona domenica a tutti».
Sulla vicenda si è espresso, alla televisione pubblica danese DR, anche il ministro della Difesa Troels Lund Poulsen, spiegando che il governo non era a conoscenza della decisione di Washington di inviare la nave: «La popolazione groenlandese riceve le cure sanitarie di cui ha bisogno in Groenlandia. Inoltre, i groenlandesi possono ricevere cure specialistiche anche in Danimarca. Non è necessario un intervento sanitario specifico sull’isola. E, qualora lo fosse, se ne occuperebbero già oggi il governo groenlandese e il Regno di Danimarca». Il ministro ha inoltre dichiarato: «Trump twitta costantemente sulla Groenlandia. Questa è senza dubbio un’espressione della nuova normalità che si è affermata nella politica internazionale».
L’iniziativa è stata percepita, dunque, come un gesto unilaterale e provocatorio, non coordinato diplomaticamente.
Sull’isola sono presenti cinque ospedali regionali, con l’ospedale di Nuuk che serve pazienti provenienti da tutto il territorio. Proprio all’inizio di febbraio il governo groenlandese ha firmato un accordo con Copenaghen per migliorare le cure destinate ai pazienti groenlandesi negli ospedali danesi.
Il Consiglio nordico e il Consiglio Nordico dei ministri – le due principali organizzazioni per la cooperazione ufficiale nella regione nordica – che comprende Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia e i territori autonomi delle Isole Faroe, della Groenlandia e delle Åland – miranti tra l’altro a promuovere l’accesso equo alla salute e consolidare il modello di welfare universale, stabiliscono che vengono forniti numerosi servizi gratuiti, all’occorrenza, a tutti coloro che hanno la residenza permanente in Groenlandia. Se un medico prescrive un trattamento e il servizio non è disponibile nelle vicinanze, il paziente ha diritto alla copertura del trasporto verso l’ospedale più vicino.
Aaja Chemnitz, una delle due rappresentanti groenlandesi al Parlamento danese, ha dichiarato sui social: «Un altro giorno, un’altra notizia folle. Donald Trump vuole inviare una nave ospedale in pessime condizioni in Groenlandia. Sembra una situazione piuttosto disperata e non contribuisce al rafforzamento permanente e sostenibile del sistema sanitario di cui abbiamo bisogno».
«Dalle ultime elezioni, in cui mi sono battuta per una più stretta cooperazione sanitaria, siamo riusciti a stanziare 35 milioni di corone danesi all’anno e, quest’anno, altri 185 milioni di corone per le cure dei groenlandesi in Danimarca», ha continuato. Queste cifre, convertite in dollari statunitensi, ammontano rispettivamente a circa 5,5 milioni e 29 milioni di dollari.
Ha poi aggiunto: «Credo che ci sia un elemento che manca nella nostra comprensione della salute e del benessere in Groenlandia. Dovremmo avere pari accesso a medici, percorsi di cura per il cancro e assistenza sanitaria come quelli disponibili in Danimarca. Il nostro sistema sanitario è profondamente sotto pressione, più di quanto non si veda in Danimarca. Questo problema può essere risolto al meglio insieme alla Danimarca, uno dei Paesi più ricchi e con il più alto livello di istruzione, anche nel settore sanitario. Non con gli Stati Uniti, che hanno i loro problemi con l’assistenza sanitaria. Ciò richiede un impegno più intenso e costante da parte della Danimarca nel campo dell’assistenza sanitaria in Groenlandia: un maggior numero di medici provenienti dalle regioni danesi che si rechino sull’isola; un accesso più rapido alle cure in Danimarca; una chiara priorità per bambini e giovani, per le cure oncologiche e per le malattie cardiache; e un significativo miglioramento della psichiatria. La Danimarca è pronta per questo?”

Negli ultimi anni l’Artico è tornato al centro dell’attenzione internazionale, affermandosi come uno dei teatri più sensibili della geopolitica globale. Lo scioglimento progressivo dei ghiacci, conseguenza diretta del cambiamento climatico, sta infatti rendendo accessibili nuove rotte marittime e risorse naturali fino a poco tempo fa irraggiungibili. In questo scenario si è intensificata la competizione tra grandi potenze – in particolare Stati Uniti, Russia e Cina – alle quali si affiancano gli interessi delle grandi corporation minerarie ed energetiche.
All’interno di questo quadro si colloca anche la Groenlandia, la più grande isola del mondo e territorio autonomo del Regno di Danimarca, divenuta oggetto di una rinnovata attenzione strategica. Le dichiarazioni dell’amministrazione Trump sull’eventuale acquisto dell’isola – percepite come un insulto dai groenlandesi – hanno contribuito a portarla al centro del dibattito pubblico, rendendo ancora più evidente il valore geopolitico che l’Artico ha assunto nel XXI secolo.
In questo contesto, iniziative come l’annuncio dell’invio di una nave ospedale americana non rappresentano certamente un gesto umanitario o simbolico, ma si inseriscono in una più ampia dinamica di pressione e presenza strategica sull’isola, senza passare attraverso negoziati formali.
Una dinamica che non riguarda solo gli equilibri tra Stati, ma incide direttamente sulla percezione di autonomia e sul futuro delle comunità che abitano la Groenlandia.

Ma quale impatto hanno queste continue pressioni sul popolo inuit, che da millenni abita queste regioni? Oggi gli Inuit sono circa 160–180.000 e vivono prevalentemente tra Groenlandia, Canada artico, Alaska settentrionale e, in misura minore, Siberia nord-orientale. Il cambiamento climatico e le crescenti pressioni geopolitiche stanno incidendo profondamente sulle loro condizioni di vita, mettendo a rischio non tanto la sopravvivenza demografica quanto quella culturale, sociale e identitaria.
Le comunità inuit affrontano infatti problemi sociali complessi, tra cui tassi di suicidio più alti al mondo e diffuse dipendenze, fenomeni legati a una combinazione di fattori storici, coloniali, ambientali e psicologici. La rapida trasformazione dei territori, unita alla progressiva perdita di riferimenti culturali tradizionali, del senso di appartenenza e della dimensione della frontiera, ha contribuito a generare un diffuso senso di disorientamento, soprattutto tra le giovani generazioni.
In questo contesto, la struttura sociale inuit – storicamente fondata su comunità relativamente egalitarie, prive di autorità centrali rigide e basate su un uso collettivo delle risorse – entra in forte contrasto con la corsa globale allo sfruttamento minerario ed energetico che oggi interessa l’Artico.
Il termine Inuit, nella lingua indigena eschimo-aleutina inuktitut, significa semplicemente “esseri umani”, a testimonianza di una visione del mondo profondamente relazionale.
Gli Inuit abitano uno degli ambienti più estremi del pianeta e sono il risultato di una lunga storia migratoria. Le popolazioni inuit attuali discendono dalla cultura di Thule, diffusasi nell’Artico nordamericano intorno all’anno 1000. I Thule provenivano dall’Alaska e, in ultima analisi, da popolazioni della Siberia nord-orientale, giunte nel continente americano attraverso la Beringia, una vasta regione di terra emersa che collegava Asia e America durante le glaciazioni. L’origine degli Inuit non è dunque riconducibile all’Asia centrale, ma alle regioni artiche dell’Estremo Oriente asiatico.
A partire dal XIII secolo, i gruppi Thule migrarono rapidamente verso est, raggiungendo l’Artico canadese e successivamente la Groenlandia, dove si stabilirono definitivamente tra il XIV e il XV secolo. Qui si sostituirono progressivamente agli insediamenti norreni, i cui abitanti scomparvero nel corso del XV secolo. Come racconta Knud Rasmussen in A Nord di Thule, «dove una generazione si fermava, quella successiva ripartiva», e ancora oggi la lingua inuit è parlata dalle coste asiatiche affacciate sullo Stretto di Bering fino alla costa orientale della Groenlandia. Gli Inuit continuarono a spingersi in avanti finché fu possibile, fermandosi solo di fronte a popoli più forti o ai limiti imposti dal mare.
Ciò che accomuna profondamente gli Inuit non è tuttavia la conquista dello spazio, bensì l’idea che vivere significhi mantenere un equilibrio. Non si sentono ambientalisti per scelta ideologica, ma per necessità esistenziale: vivere all’interno di un ecosistema significa farne parte.

In Groenlandia – terra di un popolo di pace, che storicamente non conosce la guerra né la proprietà privata – gli Inuit si articolano in tre principali gruppi: i Kalaallit nella parte occidentale dell’isola che parlano Kalaallisut, i Tunumiit lungo la costa orientale che parlano il dialetto Tunumiitoraasiat e gli Inughuit che parlano Inuktun nelle regioni settentrionali, ricche di risorse ma difficilmente praticabili. I Kalaallit hanno dato il nome all’isola nella lingua groenlandese: Kalaallit Nunaat, “la terra dei Kalaallit”.
Per millenni gli Inuit si spostarono liberamente lungo le coste dello Stretto di Bering (82-83 kilometri), vivendo su entrambe le sponde di quello che oggi è il confine tra Stati Uniti e Russia. Le famiglie mantenevano legami continui e si percepivano come parte di un unico popolo. Il confine politico assunse rilevanza solo in epoca moderna: l’acquisto dell’Alaska da parte degli Stati Uniti nel 1867 segnò un primo passaggio formale, ma fino alla metà del XX secolo i contatti rimasero relativamente liberi. Fu la Guerra Fredda a trasformare lo Stretto di Bering in una vera e propria “cortina di ghiaccio”, interrompendo bruscamente relazioni familiari, culturali ed economiche.
Ancora oggi gli Inuit delle due sponde si percepiscono come membri della stessa comunità culturale, sebbene i contatti siano fortemente limitati. Le lingue inuit dello Stretto di Bering, come l’Inupiaq, sopravvivono, ma sono parlate da comunità sempre più ristrette.
La Groenlandia, coperta per l’80% da ghiacci, iniziò a ospitare insediamenti europei nel 985 con l’arrivo del norvegese Erik il Rosso, che diede all’isola il nome di Gronland, “terra verde”, probabilmente per attirare nuovi coloni. Nel Medioevo l’isola entrò formalmente nella sfera norvegese e successivamente danese, pur continuando la popolazione locale a identificarsi come Kalaallit. A partire dal XVIII secolo la Groenlandia passò stabilmente sotto il controllo danese e l’influenza luterana, salvo l’interruzione della Seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti occuparono temporaneamente il territorio e vi installarono basi militari, tra cui quella di Thule.
Nel 1953 la Groenlandia cessò di essere colonia e divenne parte integrante del Regno di Danimarca. Nel 1979 ottenne l’autogoverno, ampliato nel 2009 con il Self Rule, che rafforzò le competenze locali pur lasciando alla Danimarca il controllo di settori chiave come la politica estera e la difesa.
Nel secondo dopoguerra, tuttavia, la Danimarca avviò un processo di modernizzazione che entrò in forte conflitto con lo stile di vita inuit. Interi villaggi vennero progressivamente svuotati e la popolazione concentrata in centri urbani- in blocchi di cemento a Nuuk- segnando la rottura, in una sola generazione, di un equilibrio armonioso con la natura basato su caccia e pesca tradizionali.
Parallelamente, il governo danese mise in atto politiche oggi riconosciute come gravi violazioni dei diritti umani. Negli anni Cinquanta alcuni bambini inuit furono sottratti alle famiglie e trasferiti in Danimarca per essere “rieducati”. Una volta tornati nell’isola la maggior parte sviluppò dipendenze e problemi mentali che in alcuni casi hanno portato al suicidio.
Tra gli anni Sessanta e Settanta, inoltre, circa 4500 donne e ragazze inuit, persino dodicenni, subirono l’impianto forzato di dispositivi intrauterini nel quadro del programma noto come Spiral Case. Queste pratiche hanno lasciato traumi profondi e duraturi in una società gelosa della propria cultura ancestrale, caratterizzata da dignità, timidezza e assenza di malizia.
L’autonomia del 2009 ha contribuito a rafforzare l’identità culturale groenlandese: il groenlandese è oggi l’unica lingua ufficiale e l’indipendenza dalla Danimarca è diventata un tema centrale del dibattito politico. Alle elezioni del 2021 ha vinto il partito Inuit Ataqatigiit che ha battuto il partito social democratico Simiut, che aveva la maggioranza in Parlamento dal 1979, e ha posto al centro del proprio programma una transizione graduale verso l’indipendenza. Il confronto politico è stato fortemente influenzato dalla questione delle risorse naturali, in particolare dal giacimento di terre rare e uranio di Kuannersuit. Le forti opposizioni locali hanno portato al divieto di estrazione di minerali ad alta concentrazione di uranio.
Le elezioni del 2025 hanno confermato un orientamento più prudente, privilegiando stabilità economica e gradualità nel processo verso l’indipendenza in un contesto di crescenti pressioni internazionali e competizione tra grandi potenze interessate all’Artico.
Le giovani generazioni inuit vivono oggi una fase di profonda transizione: da un lato il desiderio di preservare tradizioni, lingua e rapporto con la natura, dall’altro l’attrazione per la vita urbana e globale. I giovani adulti risultano il gruppo più vulnerabile, sospesi tra due mondi difficili da conciliare.
Nella visione del mondo inuit tutto è interconnesso: esseri umani, animali, mare, cielo e ghiaccio formano un unico equilibrio, in cui ogni elemento possiede uno spirito nell’ottica della tradizione sciamanica animista. La caccia non è dominio sulla natura, ma relazione. Come ricordava Knud Rasmussen riportando le parole di una guida inuit: «Noi non crediamo, noi abbiamo paura», espressione di un rapporto fondato sul rispetto e sulla consapevolezza dei limiti umani.
Dal 1977 gli Inuit di Groenlandia, Canada, Alaska e Siberia sono riuniti nell’Inuit Circumpolar Council, che rappresenta le loro istanze a livello internazionale. Furono tra i primi a denunciare gli effetti del cambiamento climatico, che oggi compromettono mobilità, sicurezza alimentare e stabilità degli insediamenti.
In un Artico sempre più conteso, la sfida futura sarà conciliare autodeterminazione, tutela ambientale e pressioni geopolitiche globali, senza sacrificare l’identità di uno dei popoli più antichi del pianeta.

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