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Settemila firme, un arresto e una figuraccia

Il 26 gennaio, a poche ore dall’uccisione di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo, Matteo Salvini aveva già emesso la sua sentenza. «Sto dalla parte del poliziotto», scriveva. Le indagini dovevano ancora cominciare. La procura oggi contesta l’omicidio volontario, parla di un colpo sparato mentre il ragazzo fuggiva e dispone l’arresto dell’agente. Nel frattempo emergono versioni discordanti, omissioni, colleghi indagati per favoreggiamento.La fretta, però, è tutta  politica.

Pochi minuti dopo la notizia diversi esponenti della destra parlavano già di legittima difesa «molto evidente», con il ministro dell’Interno Piantedosi allineato al vicepremier . La Lega Nord raccoglie 7.000 firme di solidarietà per l’agente. Si propone perfino un sostegno economico. L’accusa viene definita «gratuita ed eccessiva». 

Salvini aveva scelto la divisa prima dei fatti. Aveva blindato la narrazione prima dei rilievi balistici, prima delle perizie, prima delle testimonianze che ora incrinano la prima versione. Quando la procura cambia quadro, quando la scena ricostruita dagli inquirenti parla di un uomo colpito alla testa mentre scappava, la politica che aveva gridato alla legittima difesa resta nuda.

La figuraccia è tutta qui: un vicepresidente del Consiglio che usa un’indagine in corso per fare campagna sullo scudo penale alle forze dell’ordine e che si scopre smentito dagli atti. La destra aveva bisogno di un caso esemplare: Rogoredo doveva servire a dimostrare che la polizia va liberata dai controlli, che le procure intralciano l’ordine naturale delle cose. Poi sono arrivate le carte.

Adesso parlano di “mela marcia”. I post vengono cancellati. Ma le firme restano, le dichiarazioni restano. Resta soprattutto la scelta di stare con una versione prima ancora che con la verità. Per chi invoca legge e sicurezza a ogni comizio, è una lezione elementare: la presunzione di innocenza vale per tutti. Anche quando indossa una divisa, anche quando conviene il contrario.

Buon martedì. 

Foto Gov

Ucraina–Russia: guerra, diritto e il ritorno di Norimberga

La guerra tra Russia e Ucraina non è soltanto un conflitto armato nel cuore dell’Europa. È, prima ancora, una crepa nel sistema giuridico internazionale costruito dopo il 1945. Se la Carta delle Nazioni Unite ha posto il divieto dell’uso della forza come architrave dell’ordine globale, l’invasione russa del 24 febbraio 2022 ha riportato al centro la domanda più radicale del diritto internazionale pubblico: cosa resta del divieto di aggressione quando uno Stato potente decide di violarlo apertamente?

Il punto di partenza: il divieto dell’uso della forza

L’articolo 2, paragrafo 4, della Carta Onu vieta l’uso della forza nelle relazioni internazionali, salvo due eccezioni: la legittima difesa (art. 51) e l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Nessuna delle due condizioni ricorre nel caso dell’invasione dell’Ucraina. Le giustificazioni russe – dalla protezione delle popolazioni russofone alla pretesa “autodifesa preventiva” rispetto all’espansione della Nato – non trovano fondamento nel diritto positivo vigente, che non ammette forme unilaterali di intervento armato al di fuori delle ipotesi espressamente previste. Sul piano del diritto internazionale pubblico, l’atto russo integra dunque una violazione grave del divieto di aggressione. La risoluzione dell’Assemblea generale Onu del marzo 2022 ha qualificato l’azione come aggressione, ribadendo un principio che sembrava consolidato: l’integrità territoriale degli Stati non è negoziabile.Eppure il diritto internazionale vive strutturalmente nella tensione tra norma e potere. La Russia è membro permanente del Consiglio di Sicurezza e dispone del diritto di veto. Può paralizzare ogni risposta coercitiva collettiva. Il sistema di sicurezza collettiva si inceppa esattamente nel punto in cui dovrebbe reagire.

Dalla responsabilità dello Stato alla responsabilità penale individuale

È qui che entra in gioco il diritto penale internazionale. Se il diritto internazionale classico sanziona lo Stato, l’eredità di Norimberga – recepita e sistematizzata dallo Statuto di Roma del 1998 – colpisce gli individui. Non “la Germania”, ma Göring. Non “lo Stato aggressore”, ma chi assume decisioni criminali. Nel marzo 2023, la Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso un mandato di arresto contro Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, e contro Maria Lvova-Belova, Commissaria presidenziale per i diritti dell’infanzia. L’accusa riguarda il crimine di guerra di deportazione e trasferimento illecito di minori ucraini dai territori occupati verso la Federazione Russa, in violazione delle Convenzioni di Ginevra.Nel 2024 la Cpi ha richiesto ulteriori mandati nei confronti di alti responsabili militari russi, tra cui Sergei Shoigu, allora ministro della Difesa, e Valery Gerasimov, capo di Stato Maggiore, in relazione ad attacchi contro infrastrutture civili ed energetiche, qualificati come crimini di guerra.Il punto giuridicamente decisivo è questo: la Corte non processa “la guerra in sé”, ma specifici crimini previsti dallo Statuto di Roma – crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e, in determinate condizioni, il crimine di aggressione. La competenza nel caso ucraino si fonda sulla dichiarazione di accettazione della giurisdizione presentata da Kiev ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 3, dello Statuto, pur non essendo l’Ucraina Stato parte.La Russia non è parte della Cpi e ha reagito con durezza. Il Comitato Investigativo russo ha aperto procedimenti penali contro il Procuratore della Corte e contro i giudici che hanno emesso i mandati, inserendone alcuni nelle liste dei ricercati. Alla giustizia internazionale si è risposto con l’attivazione di una giurisdizione penale nazionale a fini di ritorsione politica. Una torsione che conferma quanto il diritto penale internazionale resti privo di un autonomo braccio esecutivo e dipenda, in ultima istanza, dalla cooperazione degli Stati.

Il crimine di aggressione: il nodo irrisolto

Resta però fuori dalla portata immediata della Cpi il crimine di aggressione, definito come la pianificazione, preparazione, inizio o esecuzione di un atto di aggressione che costituisca una manifesta violazione della Carta Onu. Dopo l’emendamento di Kampala del 2010, la Corte può esercitare giurisdizione su tale crimine solo nei confronti di Stati parte che abbiano accettato espressamente la relativa competenza. Né la Russia né l’Ucraina rientrano in questo meccanismo.

Per questo motivo, l’Ucraina, con il sostegno dell’Unione europea e – almeno nella fase iniziale – degli Stati Uniti, ha promosso l’istituzione di un tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina. Un tribunale ad hoc, sul modello di Norimberga, fondato su un accordo multilaterale o su un’iniziativa dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Qui il discorso diventa insieme tecnico e politico. Norimberga fu possibile perché la Germania era stata sconfitta militarmente e sottoposta a occupazione. Oggi si prospetta il giudizio nei confronti del capo di Stato in carica di una potenza nucleare. La questione delle immunità personali (ratione personae) torna centrale: un tribunale internazionale può superarle? La giurisprudenza tende a riconoscere che le corti internazionali propriamente dette possano derogare alle immunità dei capi di Stato in carica; più problematica è la posizione di un tribunale “ibrido” o “speciale”, la cui base giuridica potrebbe essere oggetto di contestazione.

L’eredità di Norimberga e i suoi limiti

Norimberga ha introdotto un principio rivoluzionario: l’aggressione è il “crimine supremo”, perché contiene in sé il seme di tutti gli altri. Ma la sua applicazione contemporanea incontra ostacoli strutturali. Il diritto internazionale penale è universale nelle aspirazioni, selettivo nella prassi. Dipende dalla cooperazione degli Stati. E la cooperazione si arresta dove comincia l’interesse geopolitico vitale.

La guerra in Ucraina mostra in modo quasi paradigmatico questa tensione. Da un lato, un attivismo giudiziario senza precedenti nei confronti di un capo di Stato di una grande potenza; dall’altro, l’impossibilità concreta di eseguire i mandati fintanto che Putin rimane in territorio russo o si reca in Stati che non intendono cooperare.

Considerazioni conclusive

Dal punto di vista strettamente giuridico, il sistema ha reagito: ha qualificato l’aggressione, ha aperto indagini, ha emesso mandati. Dal punto di vista dell’effettività, resta sospeso tra dimensione simbolica e capacità coercitiva.

E tuttavia la forza del diritto internazionale non risiede soltanto nella possibilità di arrestare. Risiede anche nella capacità di qualificare giuridicamente i fatti, di nominare le condotte, di costruire memoria normativa. Chiamare “deportazione” una deportazione, “crimine di guerra” un attacco contro civili, “aggressione” un’invasione.

In questo senso, la guerra tra Russia e Ucraina segna un passaggio storico: il ritorno del conflitto interstatale su larga scala in Europa e, insieme, il tentativo di riaffermare l’idea che anche il potere sovrano più armato non sia sottratto, almeno in linea di principio, al giudizio del diritto.

Se Norimberga aveva inaugurato la responsabilità penale dei leader, l’Ucraina ne rappresenta l’evoluzione incompiuta: un diritto che esiste, che osa, ma che non ha ancora realizzato una piena coincidenza tra legalità e forza. Ed è forse qui che si gioca la partita più decisiva: non soltanto sul terreno militare, ma nella credibilità futura dell’ordine giuridico internazionale.

Foto wikicom

Quando la partecipazione diventa un problema di ordine pubblico

Lo scorso 8 novembre alcuni studenti hanno deciso di solidarizzare con gli operai della ditta L’Alba di Montemurlo che in piazza Duomo a Firenze avevano organizzato una manifestazione per chiedere al brand Patrizia Pepe di partecipare al tavolo di crisi convocato dalla Provincia di Prato.

Dovrebbe essere una bella notizia: in un’epoca in cui tutti spingono sull’alternanza scuola-lavoro degli scolari decidono di affiancare dei lavoratori anche nella rivendicazione dei loro diritti. Coscienza di classe, si sarebbe detto una volta. Poiché oggi quella definizione sarebbe bollata di terrorismo possiamo chiamarla compartecipazione alla vita pubblica dei lavoratori. Così sono tutti tranquilli.

Una studentessa diciassettenne del liceo Machiavelli-Capponi di Firenze, raccontano il Collettivo K1 e i coordinatori del sindacato Sudd Cobas, per questo è stata segnalata ai servizi sociali cittadini dopo avere ricevuto un’ispezione a casa. E che hanno fatto i servizi sociali? Le hanno consigliato di non partecipare più a manifestazioni di protesta “per evitare conseguenze più gravi”.

Dice Sudd Cobas che a loro sembra “un segnale molto pericoloso” e in effetti è difficile non essere d’accordo. Siamo passati dagli studenti manganellati che avevano innervosito perfino il presidente Mattarella agli studenti ammansiti senza nemmeno bisogno di un decreto. Per diventare veramente adulti ai nostri scolari è richiesta l’accettazione supina di futuri licenziamenti.

Ultimo piccolo particolare: la studentessa ha genitori nordafricani. Ma noi siamo sicuri che i servizi sociali avrebbero usato lo stesso intimidatorio paternalismo anche con i figli della borghesia fiorentina.

Buon lunedì.

Foto SuddCobasFirenze

L’inferno è il salotto buono dell’Occidente

L’opera Inferno di Lucia Ronchetti, presentata in prima assoluta nella sua versione italiana il 19 febbraio al Teatro Costanzi di Roma, trasforma il viaggio dantesco in una profonda riflessione sulla persistenza del mito nella contemporaneità. Inserendosi nella stagione “Doppio Sogno”, l’allestimento adotta una chiave di volta ermeneutica precisa: la trasfigurazione della discesa agli inferi in un’esplorazione della psiche umana, filtrata attraverso una lente onirica e domestica. Non si tratta di una spedizione geografica tra i cerchi sotterranei, ma di un’immersione in uno spazio mentale dove la realtà si sfalda per rivelare le sue fondamenta inconsce. Il viaggio di Dante avviene in un tempo sospeso, tipico dei sogni più vividi e inquieti, dove il familiare diventa estraneo e il banale si carica di significati mostruosi.
Questa prospettiva è resa visivamente dalla regia di David Hermann attraverso una struttura architettonica moderna che esplicita l’appartenenza sociale del protagonista: una villetta borghese contemporanea sviluppata su tre livelli. Ogni piano rappresenta una stratificazione del male, della memoria e delle nevrosi di un uomo del nostro tempo, appartenente a quella classe media europea benestante e apparentemente solida. Al piano superiore, la camera da letto e il bagno evocano l’intimità tradita e la fragilità del corpo, dove il peccato di lussuria di Francesca da Rimini perde ogni aura romantica per farsi tragedia banale tra pareti domestiche asettiche e lussuose. Il piano intermedio, diviso tra un salotto di design e una sauna, incarna perfettamente la facciata sociale e il benessere ostentato: qui l’Ulisse moderno consuma la sua superbia intellettuale in un ambiente di apparente relax che diviene trappola soffocante, simbolo di una cultura che si autocelebra nel comfort. Infine, la cantina rappresenta il sub-basamento dell’anima, il luogo dei residui e dei rimossi dove Lucifero appare come il residuo ultimo di una rovina interiore nascosta sotto il pavimento di una casa impeccabile.
Il particolare linguaggio musicale dell’autrice è il frutto maturo di un lungo percorso di ricerca tra l’Italia e la Germania, nazione che ha ospitato i suoi esperimenti più radicali. Rispetto alla versione tedesca, che si basava su una traduzione dei primi del ‘900, questa ripresa italiana compie un’operazione filologica e creativa di enorme complessità: il ritorno alla lingua originale di Dante. Questo recupero non è stato un semplice adattamento, ma ha richiesto una profonda e laboriosa rielaborazione della partitura per far aderire i suoni alla plasticità e al ritmo del volgare dantesco.
Ronchetti persegue così una decostruzione sistematica del melodramma: il cantato viene frammentato a vantaggio di una relazione dialettica tra testo e musica. Questa innovativa forma di teatro musicale instaura un dialogo serrato che richiama la libertà espressiva del recitativo barocco, ponendo l’armonia al servizio della parola ritrovata. Tale tessuto sonoro sostiene una visione “metamorfica e apocalittica”, agendo come un ecosistema complesso dove l’ensemble Neue Vocalsolisten di Stoccarda opera come un’estensione della coscienza di Dante, una sorta di coro madrigalesco che deforma i pensieri del protagonista. In questo contesto, i costumi di Maria Grazia Chiuri eliminano ogni distanza eroica: i dannati, vestiti in tute e felpe, diventano “penitenti moderni”, una folla anonima di periferia che sottolinea come l’inferno sia una possibilità latente nella normalità delle nostre vite.
Il Dante interpretato da Tommaso Ragno emerge così come l’incarnazione di un fallimento tutto borghese: un uomo che attraversa la propria visione con la stanchezza di chi è prigioniero del proprio benessere. Non è solo un cercatore di verità, ma un esponente della classe agiata europea che si ritrova a fare i conti con le macerie della propria interiorità tra gli spazi domestici che dovrebbero garantirgli sicurezza.
Attraverso questa operazione, Ronchetti, Hermann e lo scenografo realizzano un coraggioso ponte tra il medioevo dantesco e la contemporaneità, mettendo in discussione, in modo neanche troppo implicito, tutto l’impianto de “l’uomo occidentale” e della sua proiezione verso una “rappresentazione predominante” che vorrebbe legittimare il suo dominio globale. Il culmine di questo viaggio è l’epilogo di Tiziano Scarpa, che affida a un Lucifero di desolante lucidità il compito di svelare l’inconsistenza di tale facciata sociale. Le sue parole segnano il risveglio amaro di un protagonista che scopre come il centro della terra coincida con il vuoto del proprio salotto buono. L’opera si conclude lasciando lo spettatore immerso in un’atmosfera inquieta, dove l’esilio dantesco si riflette nell’alienazione di un borghese contemporaneo, definitivamente prigioniero dei propri sogni e di una dimora che si è fatta prigione.

Tajani al rave imperialista di Trump

Il ministro “fino a un certo punto” Antonio Tajani è stato inviato come souvenir alla grassa sagra della guerra messa in piedi da Donald Trump. Il presidente Usa, ogni giorno sempre più leader psichiatrico che politico, ha deciso di celebrare sé stesso ballando sulle note di “Gloria”, il brano del 1979 di Umberto Tozzi nella versione di Laura Branigan. Sotto i suoi piedoni, scimmiescamente pestati, ci sono 75.000 cadaveri, di cui 21.289 bambini, secondo i calcoli Onu. 

Nella foto di gruppo, tutti con il sorriso coordinato, ci sono alcuni tra i peggiori autocrati del mondo partoriti dea quest’era buia. Si intravede anche il presidente della Fifa Gianni Infantino, con berretto marchiato Usa e sorriso servile d’ordinanza: anche il calcio è finito nel gorgo. 

All’inaugurazione del cosiddetto “Board of pace” Trump ha minacciato guerra all’Iran prendendosi dieci giorni per decidere quanto e dove bombardare. Ha poi spiegato al mondo che i Paesi che non gli leccano le scarpe “stanno facendo i furbi” e ci ha detto che a Gaza ci sarebbe la “pace”. I 591 morti dal’11 ottobre 2025 (di cui oltre 120 sono bambini) per il presidente Usa sarebbero solo baruffe chiozzotte da non prendere sul serio. Non ha accennato ai valichi chiusi e alle persone intrappolate nella Striscia. Nessun cenno anche per la Cisgiordania, dove Israele sta mangiando territorio e persone. 

A questo famelico rave imperialista ha partecipato a nome dell’Italia Tajani, sempre con quell’espressione da Tajani. «Questa è l’unica reale proposta che c’è sul tavolo per costruire la pace in Medio Oriente», dice il ministro. È felice. Questi sono fieri di essere amici dello stronzo del quartiere. 

Buon venerdì.

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Ma davvero fareste toccare la Costituzione a gente così?

Sergio Mattarella entra a Palazzo Bachelet alle 9.50, presiede la seduta ordinaria del Consiglio superiore della magistratura e pronuncia poche frasi che pesano come una censura istituzionale. In undici anni al Quirinale una scena del genere non si era mai vista: «mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare ancora una volta il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm» e di ribadire «il rispetto che occorre nutrire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni».

Il riferimento alle parole del ministro della Giustizia è evidente. Carlo Nordio aveva parlato di «metodi para-mafiosi» attribuiti all’organo di autogoverno. Il capo dello Stato risponde senza nominarlo e ricorda che il Csm «rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale». È un richiamo pubblico, formale, scolpito nel luogo in cui la Costituzione assegna al presidente della Repubblica la presidenza di diritto del Consiglio.

Qualche ora dopo, Nordio cambia tono. «Apprezziamo e condividiamo totalmente l’esortazione del presidente della Repubblica» dichiara, assicurando che «mi adeguerò». Giorgia Meloni invece insiste con gli attacchi ai magistrati.

Il punto, però, non riguarda soltanto un eccesso verbale. Riguarda il contesto in cui si colloca una riforma costituzionale che incide sugli equilibri tra i poteri. Se il presidente della Repubblica avverte la necessità di intervenire in modo così diretto per ricordare il rispetto tra istituzioni, significa che il livello dello scontro ha superato la soglia di guardia. 

Affidare una modifica della Carta a un esecutivo che costringe il garante della Costituzione a un richiamo pubblico rappresenta un azzardo politico e istituzionale. La fotografia è già completa. 

Buon giovedì. 

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Cagliari dice stop alle armi in porto, ma il governo raddoppia la fabbrica di bombe

Ora la produzione di bombe e droni in Sardegna sarà incrementata. Il governo scavalca la Regione, che non si era ancora espressa, e attraverso il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica dà piena operatività alla fabbrica RWM (controllata dal colosso tedesco Rheinmetall) a Domusnovas, nel Sulcis (Sardegna sud-occidentale). Gli impianti raddoppieranno: il Mase ha infatti approvato la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) relativa ai lavori di ampliamento.

Le nuove linee di produzione, realizzate tra il 2018 e il 2019, erano state chiuse da una sentenza del Consiglio di Stato del 2020 perché la giunta regionale di centrosinistra presieduta dal dem Francesco Pigliaru, al governo della Sardegna dal 2014 al 2019, aveva concesso alla RWM l’autorizzazione ai lavori senza prevedere prima la VIA.

«Riteniamo questa scelta gravissima e miope. Il governo ha evidentemente preso decisioni politiche senza avviare alcun percorso di dialogo con le istituzioni sarde e senza attendere la conclusione dell’iter di analisi della giunta regionale. L’ampliamento dello stabilimento non rappresenta una prospettiva di sviluppo sostenibile per il nostro territorio, ma l’ennesimo tassello di un modello economico fragile, dipendente dall’industria bellica e privo di una reale visione di riconversione produttiva e di diversificazione economica», fa sapere Sinistra Futura.

«Legare il futuro dell’Isola all’espansione di una fabbrica di armamenti significa condannare il territorio a una monocultura industriale che non garantisce stabilità né prospettive di lungo periodo. Contestiamo inoltre con fermezza le scelte del Mase, che ancora una volta dimostrano la distanza tra il Governo nazionale e le prerogative della Sardegna. La nostra isola continua a essere considerata una periferia sacrificabile, buona per accogliere attività impattanti senza un reale coinvolgimento delle comunità locali e delle istituzioni regionali», insistono.

Tutto questo a pochi giorni dalla decisione del Consiglio comunale di Cagliari di dire no al transito e alla movimentazione di armi nel porto. Un ordine del giorno, depositato a dicembre 2025, è stato votato e approvato a inizio febbraio in maniera compatta da tutta la maggioranza di centrosinistra (contrarie invece le destre), su proposta dei gruppi di Sinistra Futura e di Alleanza Verdi Sinistra.

Nel documento approvato si dà mandato al sindaco Massimo Zedda e alla giunta di adottare tutte le misure amministrative e di sicurezza necessarie per interrompere e vietare le operazioni di transito e di movimentazione di armi nel porto di Cagliari, nonché di sollecitare l’impegno in tal senso dell’Autorità portuale, della Capitaneria di porto, della Prefettura e del Governo.

«È un atto per la sicurezza di tutte le cittadine e di tutti i cittadini. Il nostro compito è sventare potenziali rischi per l’incolumità e la salute causati dalla movimentazione, dal transito e dallo stoccaggio di materiali esplosivi e bellici», precisa Laura Stochino, consigliera di Sinistra Futura.

Nel porto di Cagliari arrivano, ormai da anni, numerosi armamenti provenienti dalle linee di produzione della RWM, che sforna bombe, droni e mine esportati nelle principali zone di guerra del mondo.

La consigliera respinge al mittente le strumentalizzazioni: «Non è un ordine del giorno sulla riconversione della fabbrica. Non è il Comune la sede per discuterne. Al centro c’è il tema della tutela dei cittadini, ma soprattutto il rispetto della legge n. 185 del 9 luglio 1990, che disciplina in Italia l’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali di armamento, vietando la vendita di armi a Paesi in conflitto o che violano i diritti umani e introducendo criteri di trasparenza e monitoraggio finanziario».

La legge 185/90 è stata approvata dal Parlamento italiano dopo una grande mobilitazione della società civile. La norma fu molto innovativa, tanto da ispirare anche regolamentazioni internazionali quali l’Arms Trade Treaty, perché per la prima volta inseriva criteri non economici e maggiore trasparenza nella valutazione delle autorizzazioni alla vendita di armi italiane all’estero, permettendo al Parlamento e alla società civile di conoscere i dettagli di un mercato spesso molto opaco.

Cosa succederà ora? Di sicuro resta il solito leitmotiv: i lavoratori di fronte al tragico “ricatto” tra occupazione e tutela di ambiente, salute e scelte eticamente condivisibili. La RWM, infatti, con il raddoppio degli impianti, aveva promesso trecento nuove assunzioni. Un ricatto lacerante per le comunità del Sulcis, colpite da una gravissima emergenza occupazionale, inermi davanti a una politica che non si decide ad avviare una stagione di profonde riforme in materia di politiche economiche, uso del territorio, sovranità agroalimentare e sostegno ad attività sostenibili dal punto di vista etico e ambientale.

Allo stesso tempo, i cittadini e le comunità di quel territorio stanno provando da tempo a costruire un’alternativa. Il 15 maggio 2017, a Iglesias, è nato il “Comitato riconversione RWM per la pace e il lavoro sostenibile”. Attualmente è composto da oltre 20 aggregazioni locali, nazionali e internazionali accomunate dallo scopo di «promuovere la riconversione al civile di tutti i posti di lavoro dello stabilimento, nell’ottica di uno sviluppo del territorio pacifico e sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale, e come segno di volontà di pace dal basso, che possa costituire uno stimolo alla cittadinanza attiva e alla politica nei vari territori nazionali e internazionali, necessario in questo clima di guerra mondiale a pezzi», si legge nello statuto.

Come più volte documentato da numerose indagini, nello stabilimento, a pochi chilometri dai centri abitati, vengono attualmente prodotte bombe come la Mk82, tristemente nota per essere stata usata dall’Arabia Saudita nella guerra in Yemen, che ha provocato quella che è stata definita dall’ONU «la più grave catastrofe umanitaria mondiale dal 1946 a oggi».

Dal 2017 a oggi la RWM — si legge nel sito del Comitato — ha presentato al Comune di Iglesias oltre 20 richieste edilizie per l’autorizzazione alla realizzazione di un campo prove per testate esplosive e l’allestimento di nuovi capannoni e uffici a San Marco e nella zona industriale di Sa Stoia, al fine di ottenere un imponente aumento della produttività, stimato in circa tre volte quella attuale.

Da evidenziare che i due terzi dello stabilimento, così come l’area relativa alla richiesta di ampliamento (ora autorizzata), si trovano nell’isola amministrativa iglesiente detta “San Marco” che, a fronte della sua importanza naturalistica, archeologica (Tempio nuragico-fenicio-punico di Matzanni) e turistica, incuneata tra i comuni di Domusnovas, Siliqua, Musei e Vallermosa, alle porte del Parco regionale del Marganai-Linas-Oridda (sito di importanza comunitaria), non è stata classificata nell’ultimo Piano regolatore generale e risulta quindi zona “bianca”, teoricamente inedificabile.

Non pochi i risultati ottenuti dal Comitato. Nel 2019, insieme alle organizzazioni della rete a livello nazionale e internazionale, il Comitato ha ottenuto dal governo la sospensione delle licenze di esportazione di bombe e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, sospensione convertita in revoca definitiva nel 2021.

Sempre nel 2021, a maggio, è stata costituita la rete “Warfree – Lìberu dae sa gherra”, un’associazione di categoria di imprenditori, commercianti e professionisti per la pace e la transizione ecologica. L’associazione conta attualmente oltre 70 soci che svolgono diverse attività economiche in Sardegna: dalle agenzie di traduzione alle imprese agricole, dai servizi di comunicazione pubblicitaria all’ospitalità turistica, fino alla promozione del territorio.

Tutti, sia prodotti sia servizi, sono contraddistinti dal “Marchio collettivo europeo Warfree”, che garantisce l’assenza di collegamenti con l’economia di guerra, la salubrità e la sostenibilità ambientale, nonché il rispetto dei lavoratori e di ogni persona coinvolta nel processo economico, dal produttore al consumatore finale.

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Un appello contro la gogna: il giornalismo scelga da che parte stare

Ci sono appelli che raccontano più del silenzio che li rende necessari. Quello promosso da Fada Collective, pubblicato da Kritica il 17 febbraio 2026, nasce dentro un clima preciso: giornalisti palestinesi arrestati o interdetti, comunità palestinesi in Italia esposte alla gogna, redazioni che trasformano nomi e volti in bersagli.

A Gerusalemme Est viene arrestata Nisreen Salem Alabayed mentre lavora. Almeno nove cronisti palestinesi ricevono il divieto di accesso alla Moschea di Al Aqsa durante il Ramadan. Nelle carceri israeliane risultano detenuti almeno 45 giornalisti, in larga parte senza capi d’accusa formalizzati. Ai reporter stranieri il visto viene revocato quando la copertura risulta sgradita.

L’appello denuncia anche ciò che accade qui. L’arresto di Mohamed Shahin, poi liberato, dopo un articolo e un’interrogazione parlamentare. La pubblicazione di nomi e fotografie di indagati accostati alla parola “terrorismo”. La richiesta del Ministero dell’Istruzione alle scuole di indicare il numero di studenti palestinesi presenti, senza chiarire finalità e tutele.

I firmatari parlano di deontologia violata, di presunzione di innocenza calpestata, di un’informazione che diventa strumento di pressione politica. Chiedono all’Ordine dei Giornalisti di intervenire. Rivendicano una distinzione netta tra antisemitismo e critica politica a Israele. Mettono in guardia dall’uso estensivo della definizione IHRA approvata in Commissione al Senato.

Il punto è semplice e riguarda il mestiere. Il giornalismo esiste per controllare il potere, non per amplificarne le liste. Protegge i vulnerabili, non li espone. Quando abdica a questa funzione diventa parte del problema.

Per questo mi unisco a quell’appello. 

Buon mercoledì.

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Decreto urgente, approvazione rimandata: la propaganda contro la realtà

Lo avevano raccontato come un’urgenza nazionale. Un argine immediato al caos, una risposta muscolare, un segnale da dare “subito”. Poi il decreto Sicurezza si è fermato. Bloccato su una scrivania della Ragioneria dello Stato, in attesa della bollinatura.

Due settimane. Per un provvedimento definito improcrastinabile.

La scena è semplice: conferenza stampa solenne, parole di ferro, tono da stato d’assedio. Subito dopo, la contabilità. Del resto i decreti costano. Anche i fondi per la sicurezza urbana costano. E se ci pensate bene le nuove assunzioni costano. Le misure simboliche hanno un prezzo che va scritto riga per riga. E lì la retorica lascia spazio ai numeri.

La Ragioneria chiede coperture solide, formule corrette soprattutto saldi coerenti. Senza quel sigillo il testo resta carta politica. Senza firma del Colle resta annuncio. Se non sta sulla Gazzetta Ufficiale è solo uno slogan.

La miseria politica sta tutta qui: l’esecutivo invoca l’emergenza e poi inciampa sui conti. Rivendica rapidità ma resta in attesa di una verifica tecnica e così la sicurezza agitata come vessillo identitario finisce nel cassetto delle compatibilità finanziarie.

Ogni giorno che passa accorcia il tempo per la conversione parlamentare. Ogni giorno espone l’improvvisazione di chi ha costruito la narrazione prima della struttura normativa.

Un decreto urgente che aspetta la calcolatrice racconta molto più di qualsiasi comizio. Racconta un governo che corre davanti alle telecamere e frena davanti ai capitoli di bilancio. Racconta una priorità proclamata a voce alta e sospesa tra commi da riscrivere e cifre da sistemare.

La sicurezza promessa al Paese, per ora, resta in fila alla Ragioneria. E quella fila pesa più di qualunque slogan.

Buon martedì.

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La sopraffazione del profitto. Il piano globale di Trump e dei suoi alleati

Le manifestazioni per le strade di Minneapolis e di altre città americane continuano e occupano spazi di dissenso anche sui palchi del Super Bowl e dei Grammy, suscitando l’ira di Trump. Si sentono voci di ribellione, un segnale incoraggiante. E, dopo tutte le scene atroci, fra esecuzioni e deportazioni di bambini, qualche giorno fa, sempre da Minneapolis, è arrivata anche una piccola notizia confortante: il piccolo Liam Conejo Ramos, bimbo di cinque anni usato come esca dalle novelle SS trumpiane per catturare suo padre, era stato rinchiuso dietro il filo spinato in Texas, ma ora è stato liberato da un giudice ed è tornato a casa.

Ove possibile, e dove è meno soggetta al controllo del governo federale, la macchina giudiziaria americana tenta di resistere e i magistrati – come in questo caso – fanno ciò che agli aspiranti autocrati come Trump e Meloni dà più fastidio: intervenire in modo imparziale, come potere che tutela tutti, garantendo l’uguaglianza davanti alla legge e il rispetto di quelle regole che consentono alla società di funzionare in modo equo.

Liam indossava un cappello blu a forma di coniglio, a cui era molto affezionato, ma l’Ice glielo aveva tolto. Il bambino, durante la detenzione, ha chiesto più volte di poterlo riavere.

Questa vicenda mi ha fatto pensare subito a un film, anche perché veniamo dalle celebrazioni per il Giorno della Memoria: Quando Hitler rubò il coniglio rosa (film del 2019 tratto dal romanzo del 1971 di Judith Kerr). Le vicende particolari dei personaggi, fra realtà e finzione, sono diverse, così come i due contesti sociali. Ma una cosa torna identica: l’operato folle di un autocrate criminale colpisce i bambini, li priva di un giocattolo, di un oggetto per loro importante, che dà sicurezza e senso di casa. Spero che Liam abbia ritrovato almeno il suo simpatico cappellino, perché il trauma resta, molto forte, come confermato dal padre nelle interviste di questi ultimi giorni.

Attivisti, intellettuali, artisti negli Stati Uniti stanno parlando di deriva nazista e fascista, e la situazione è manifesta davanti agli occhi di tutti. Solo i conniventi, anche nostrani, possono minimizzare o negare. Ice, Alligator Alcatraz (che del campo di concentramento ha tutte le caratteristiche), esecuzioni sommarie da parte di una milizia che risponde direttamente al presidente, deportazioni – termine inequivocabile, usato per prigionieri in catena stipati su un aereo. Queste sono le immagini più eclatanti e già bastano per rievocare la Germania degli anni ’30. A voler essere maliziosi, poi, dovremmo ricordare il putsch (colpo di stato), fallito ma imponente, a Capitol Hill, e le dichiarazioni in cui Donald esprimeva il desiderio – che a questo punto sembra essersi concretizzato – di avere generali come quelli di Hitler (dunque fedeli al cieco principio di obbedienza che, come ci ha insegnato Hannah Arendt, è la base del totalitarismo).

Ma oltre a questi elementi agghiaccianti c’è anche un piano più profondo, proprio come per Hitler che, nei discorsi e nel Mein Kampf, alternava folli progetti razziali e visioni su come riscrivere l’ordine mondiale, imponendo una prospettiva suprematista (e ognuno, di volta in volta, può proporsi come gruppo superiore e destinato a dominare tutti gli altri). Qualche commentatore, in talk show e interventi di giornale, dice chiaramente che Trump ha portato gli Stati Uniti nella schiera dei Paesi revisionisti (coloro che disconoscono gli assetti internazionali condivisi per cambiarli a loro piacimento), ma non si fa notare esplicitamente che si tratta della stessa categoria – revisionismo – che negli anni ’30 (e oggi nei manuali di storia) indicava le scelte di Mussolini e Hitler in politica estera. Il Board of Peace, l’anti Onu coloniale e affaristica di Trump, si pone questo obiettivo: ridisegnare il mondo in base ai soli interessi americani, o meglio trumpiani (in una folle e già vista identificazione tra uomo forte e nazione, cara anche a Meloni), ritenuti chissà perché superiori e che in fondo esasperano un turbo-capitalismo razzista e spietato, nel mito del profitto che schiaccia ogni diritto sociale. L’ambizione è reggere le sorti del mondo: mai viene menzionata Gaza, si parla di «areas affected or threatened by conflict», da intendere però – secondo la psicopatologia di Donald – come aree strategiche da cui trar profitto, schiacciando ogni voce di dissenso, naturalmente (Minneapolis insegna). Un progetto folle, che se non ha i toni esasperati della distopia, ne ha tutti i caratteri di sostanza.

Alcuni leader mondiali capaci hanno detto un no secco. E la nostra premier cosa fa? Prende tempo, dice che ci sono problemi costituzionali (per loro, sempre un problema la Costituzione, e per fortuna che ci protegge ancora), ma le piacerebbe partecipare. Anzi, negli stessi giorni delle stragi dell’Ice e dopo le minacce rivolte contro l’Unione Europea, Giorgia Meloni si dice favorevole al Nobel per Trump…

Una volta gli Stati Uniti si mascheravano dietro l’esportazione della democrazia, la tutela della libertà, e intanto curavano i loro interessi, attuando colpi di Stato e interventi militari. Oggi tutto questo si ripete, con una brutalità ancor più sfacciata e oscena. Lo vediamo in Venezuela e nelle minacce rivolte all’Iran. E fa tristezza, in Italia, chi fra politici di destra e giornalisti ambigui (vedi Il Foglio) saluta con piacere – chiuso nel suo ottuso occidentalismo senza se e senza ma – la cattura di Maduro e auspica un intervento simile a Teheran, come se le azioni di Trump avessero portato la democrazia. Maduro era un criminale, e così lo sono gli ayatollah. Ma il fine non giustifica i mezzi tout court, soprattutto se motivati da presunzione di superiorità occidentale: le forme danno senso a ciò che facciamo, i metodi scelti veicolano valore. In caso contrario il fine risulta vuoto; in fondo si può sbandierare ciò che si vuole, tanti specchietti per le allodole buoni per i followers e per chi vuole continuare a raccontarsela. Ma al governo a Caracas ci sono gli stessi che sedevano prima con Maduro, solo che ora obbediscono allo sceriffo criminale di Washington, interessato al petrolio (profitto e strategia), certo non al rispetto dei diritti umani (calpestati dagli stessi Americani). E l’Iran è arrivato alla rivoluzione del 1978-79 – da cui è scaturito poi il regime sanguinario e oppressivo di oggi (specie dopo la guerra americana per procura, tramite l’Iraq) – per colpa delle ingerenze degli Stati Uniti, per niente interessati alla democrazia: nel 1953 hanno rimosso Mossadeq, regolarmente eletto, ma intenzionato a nazionalizzare il petrolio a vantaggio del suo popolo, scelta inaccettabile per la dittatura del capitale, visto che avrebbe tolto profitti agli occidentali.

Un nuovo intervento americano sarebbe in continuità col passato e non darebbe certo a quel popolo la reale possibilità di costruire il suo futuro. L’Europa deve smarcarsi dalla linea americana e sostenere il processo interno affinché gli iraniani possano decidere autonomamente il loro futuro dopo il regime: con fondi, sostegno diplomatico‑mediatico, ove possibile strumenti di sicurezza, e privilegiando sanzioni che non riducano alla fame la popolazione, ma mettano in ginocchio ayatollah e Guardie della Rivoluzione.

Trump però non si ferma: vuole la Groenlandia, territorio strategico (e riemerge in termini geopolitici il puro capitalismo del profitto, senza la minima considerazione per diritti e valori). E dice agli inuit: vendetevi, fatevi comprare, vi darò benessere (mito sbandierato e vuoto, come ben ricordava Gaber), ma devo possedere voi e la vostra terra (mania maschilista del possesso violento, appropriata al personaggio al centro degli Epstein Files). Ecco qui la moderna variante dell’autoritario panem et circenses per tenere a bada la plebe: Hollywood di bassa lega e McDonald’s, con singolare omonimia fra l’uomo e il cibo spazzatura; il benessere promesso da Trump, qualche comodità superficiale in cambio di diritti profondi e dignità.

Proprio i McDonald’s evocati da Meloni in conferenza stampa come referente simbolico: e sì, senza assaltare alcun fast food, ma forse dovremmo rivedere i termini dell’alleanza con gli Americani, non da soli naturalmente, ma nel quadro europeo, dove qualcosa già sembra muoversi, mentre la nostra premier, come sempre, si defila. Non è certo una statista (nonostante gli stucchevoli autoelogi); per questa qualifica guardiamo a Carney. Da noi troviamo solo connivenza e scarsa lungimiranza.
Uno statista serio non si sarebbe mai alleato con Hitler… E allora, immagino che per i nipotini del Duce non sia poi un grosso problema Trump, proprio come il capo dell’Ice, vestito da comandante Gestapo, non può certo dar fastidio in un partito che fra i suoi esponenti più importanti vede un buontempone che in allegria si vestiva da Ss…

Siccome siamo partiti dalle risonanze col Giorno della Memoria, vorrei tornare al Board e alla questione di Gaza. Alla presentazione del mostruoso progetto, gli inviati Americani hanno fatto vedere immagini futuristiche di New Gaza e New Ramallah. Tremende rappresentazioni plastiche del puro profitto che cerca l’autoaccrescimento. Uno sviluppo opprimente e incessante – come quello condannato da Pasolini, su cui la destra nostrana straparla nella più totale ignoranza – che cancella le identità altrui, costruite anche nel rapporto con la terra. Il benessere neocoloniale americano azzera ogni autenticità, uccide la relazione fra popolazione e luoghi, impone aberranti e asettiche forme occidentalizzanti, in una presunzione di universalità suprematista.

E dobbiamo pensare che, nei piani di Trump, la sottomissione al benessere chiesta agli inuit (per ora rimandata, ma chissà) avrebbe assunto le stesse modalità. D’altronde, lì fra i ghiacci cerca predominio e ricchezze, come a Gaza, col sottosuolo e i fondali ricchi di giacimenti, e una riviera da vendere ai turisti, incuranti delle macerie rimosse e dei cadaveri sepolti…
Dopo Sharm El Sheik, i leader mondiali si sono accodati, ipocriti, al dittatore Trump, salutando la fine delle uccisioni. Ma sappiamo che il genocidio palestinese è andato avanti. Anche solo la cessazione delle stragi, unica prospettiva positiva in quel piano di pace, si è rivelata illusoria. Rimane la volontà di disegnare un diverso ordine mondiale basato sulla logica di potenza e sopraffazione, lo stesso atteggiamento che Israele ha portato avanti per decenni, nell’impunità garantitagli dall’Occidente.

Ai Palestinesi vengono negati l’esistenza, uno stato e un’identità, in un culturicidio evidente in New Gaza. Non si va certo verso l’unica strada giusta, indicata da intellettuali come Said, Chomsky e Pappé: un unico stato binazionale e laico. Si torna alla situazione precedente, ora inasprita; l’apartheid continua, e dal satellite americano Tel Aviv si espande, e quell’ideologia imperversa pure nelle strade degli Stati Uniti, dove si catturano persone giudicate diverse, dunque inferiori, si deportano bambini e si colpisce con violenza e morte chi prova ad opporsi, con la Casa Bianca che taccia di terrorismo chi esprime dissenso (non così diverso come atteggiamento da quello del nostro governo nelle ultime ore, con un ministro che grida all’eversione e alla repressione dura, ma da prefetto a Roma, nel 2021, lasciò campo libero ai neofascisti durante l’assalto alla Cgil).

Questa destra, in Italia come in America, oggi si fa portavoce della difesa degli ebrei e della lotta contro l’antisemitismo, ma in realtà sta solo spalleggiando l’alleato criminale e genocida Netanyahu. Strumentalizzano un discorso serio, che merita la massima cura, e certo non hanno capito affatto il senso profondo della Giornata della Memoria. Ma lo stesso sionismo revisionista di destra, che da Begin a oggi segna la politica israeliana, ha fatto un uso politico nazionalistico del ricordo di Auschwitz, reclamando una folle esclusiva degli ebrei come vittime del peggiore dei crimini (e insistendo su una deformata identificazione tra ebraismo e Israele).

Si ignora volontariamente che genocidi sono stati quelli degli indigeni precolombiani, dei vari popoli colonizzati, degli armeni, di Hutu e Tutsi, dei mussulmani bosniaci, e dentro la stessa Auschwitz, accanto agli ebrei, c’erano Rom, Sinti e omosessuali (oltre agli oppositori politici). Tutta questa manipolazione serve a negare agli altri la stessa dignità, dando spazio al fondo di ogni discorso fascista (basti pensare a Vannacci, ora a briglia sciolta tra Fiamma e Remigrazione).

E allora, megafoni della destra come Giubilei si scagliano dalle pagine del Giornale contro Tomaso Montanari e il suo importante libro, Per Gaza, uscito a novembre ma da loro notato e additato solo in occasione del 27 gennaio, strumentalizzando il testo e un suo passaggio in cui si parla del futuro memoriale di Gaza, che dovrà esserci. Ma d’altronde tendiamo a dimenticare i memoriali a Kigali e a Potočari. E non capiamo che, accanto a una chiara immagine del colonialismo d’insediamento, come il Monte Rushmore, dovremmo invocare un memoriale che spieghi l’abominio compiuto e ricordi il genocidio dei nativi. E così in tanti altri luoghi e contesti.

Il presunto eccezionalismo rivendicato da Israele fa il paio con le ideologie suprematiste americane ed europee, ed è stato funzionale ai discorsi nazionalisti in giro per il mondo. L’esito è lo strazio di Minneapolis, dove invece migranti e Americani (figli tutti di altre migrazioni) vorrebbero convivere, dialogare, costruire relazioni.

Il cosiddetto Occidente – e non è detto che questa formula abbia senso e vada mantenuta – potrà avere un significato e un ruolo solo se ricorderà nel modo giusto e, sulla base di questa consapevolezza, costruirà, insieme a tutti gli altri popoli, un ordine condiviso di uguaglianza e diritti, non di potenza e prevaricazione. Questo Occidente potrà sorgere se arginerà fenomeni aberranti come Trump e se vivrà la memoria, come auspicava Primo Levi, in chiave universalistica, riconoscendo pari dignità a tutti, nel dolore e dunque nella strada per risollevarsi e costruire un mondo più giusto.

Autore: Matteo Cazzato è filologo e ricercatore all’Università di Padova.

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