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La Costituzione come fastidio, Trump come opportunità

Giorgia Meloni porta l’Italia dentro il “Board of Peace” voluto da Donald Trump. La formula scelta è quella dell’osservatore. Una presenza senza adesione formale al trattato, spiegano da Palazzo Chigi. Un modo per restare al tavolo evitando l’impatto diretto con l’articolo 11 della Costituzione, che consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità e per finalità di pace e giustizia tra le nazioni. 

La premier lo aveva indicato come ostacolo. Poi, da Addis Abeba, ha annunciato la partecipazione italiana: «Siamo stati invitati come Paese osservatore» e «penso che risponderemo positivamente». L’invito è arrivato il giorno prima. La decisione è maturata in poche ore. Intanto il governo prende le distanze dalle critiche europee al progetto trumpiano e lavora per coinvolgere altri Paesi dell’Unione.

La distinzione pesa. Il limite evocato è quello tecnico, come se la politica fosse un orpello. Come se, superato l’ingombro formale, l’adesione potesse diventare naturale. l’Italia quindi si siede a un tavolo costruito fuori dai meccanismi multilaterali esistenti, contribuendo a legittimare un’architettura alternativa che divide l’Europa e alleandosi di fatto con chi da mesi si adopera per distruggere il diritto internazionale. 

Conviene ricordarsene quando questo stesso governo vuole aprire il cantiere delle riforme costituzionali con il prossimo referendum. Se la Costituzione è percepita come un intralcio e non come una bussola, il rischio non è solo cambiare un articolo. È cambiare il rapporto tra il potere e il limite che lo contiene.

Buon lunedì.

Foto Gov

Il blocco navale alla prova della Costituzione

Il disegno di legge in materia di immigrazione, presentato dal Governo e illustrato in un comunicato di Palazzo Chigi che non esita a evocare – sia pure tra virgolette – il “blocco navale”, si inserisce in una stagione europea segnata dal primato della sicurezza dei confini. Non è un decreto-legge, ma un ddl: scelta formalmente rassicurante, perché restituisce centralità al Parlamento. E tuttavia la qualità costituzionale di una disciplina non dipende dallo strumento, bensì dal suo contenuto e dalla sua tenuta rispetto ai diritti fondamentali.

Il testo si muove lungo una linea coerentemente securitaria. Si parla di “strategia di difesa dei confini”, di requisiti più stringenti per la protezione complementare, di controlli rafforzati e procedure accelerate. In sé, nulla di giuridicamente scandaloso: lo Stato ha il diritto – e il dovere – di governare i flussi migratori. Il punto, però, è come lo fa e quali limiti incontra.

La previsione di poter interdire l’attraversamento delle acque territoriali in presenza di minacce gravi per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale rappresenta il nodo più delicato. Il cosiddetto “blocco navale aperto”, fuori dal lessico bellico che gli è proprio nel diritto internazionale, diventa una formula politica che deve tradursi in categorie giuridiche determinate. Se l’interdizione si trasformasse in una preclusione generalizzata all’accesso al territorio, il rischio sarebbe quello di comprimere in radice l’effettività del diritto d’asilo riconosciuto dall’art. 10, comma 3, della Costituzione. L’asilo, infatti, non è un’astrazione: presuppone la possibilità di presentare una domanda e di ottenerne un esame individuale. Ogni meccanismo che, in nome della sicurezza, impedisca questo passaggio si espone a una censura di illegittimità costituzionale e convenzionale, specie alla luce del principio di non-refoulement (non respingimento).

Analoga attenzione merita la disciplina del trattenimento nelle more dell’esame della domanda di protezione e l’introduzione di procedure accelerate alla frontiera per chi proviene da Paesi qualificati come “sicuri” o presenta domande ritenute manifestamente infondate. La libertà personale, tutelata dall’art. 13 Cost., non tollera scorciatoie: ogni forma di trattenimento amministrativo deve restare eccezionale, proporzionata e sottoposta a controllo giurisdizionale effettivo. L’accelerazione procedurale non può tradursi in compressione delle garanzie difensive, né in una presunzione sostanzialmente irrefragabile di infondatezza. La categoria del “Paese sicuro” è per definizione relativa e non può annullare la valutazione individuale.

L’ampliamento delle ipotesi di espulsione giudiziale e la procedura accelerata per l’allontanamento degli stranieri detenuti sollevano ulteriori interrogativi. L’espulsione, specie quando incide su persone con legami familiari radicati, non può diventare un effetto automatico della condanna penale. Il bilanciamento tra sicurezza e tutela della vita familiare – anche alla luce dell’art. 8 CEDU – esige una valutazione caso per caso. Ogni automatismo legislativo rischia di incrinare il principio di proporzionalità.

La stretta sulla protezione complementare e sui ricongiungimenti familiari si inserisce in una logica dichiaratamente anti-abuso. È legittimo contrastare usi distorti degli istituti, ma la risposta non può consistere in una trasformazione del diritto all’unità familiare in beneficio discrezionale. Subordinare il riconoscimento a criteri quali la “pericolosità sociale” o alla verifica dei legami culturali con il Paese d’origine introduce margini di discrezionalità ampi, che dovranno essere rigidamente tipizzati per evitare disparità di trattamento e compressioni arbitrarie della dignità personale.

Anche la condizionalità delle misure di accoglienza, con la previsione di revoche immediate in caso di violazioni delle regole di convivenza o di disponibilità di mezzi economici, merita una lettura attenta. Se l’accoglienza è funzionale all’esercizio del diritto di asilo, la sua revoca non può assumere carattere punitivo o deterrente. La dignità della persona, che l’art. 2 Cost. pone a fondamento della Repubblica, non è graduabile in base allo status amministrativo.

Il ddl si colloca, in modo evidente, nel solco delle nuove politiche UE in materia di migrazione e asilo, orientate a un rafforzamento delle frontiere esterne, a procedure di frontiera rapide e a una gestione preventiva delle rotte. Ma l’integrazione europea non attenua gli obblighi di tutela dei diritti fondamentali; semmai li rende più complessi, perché distribuiti su più livelli di governo. La cooperazione con agenzie europee o con Paesi terzi non esonera lo Stato dalla responsabilità per eventuali violazioni.

In definitiva, il disegno di legge pone una questione classica del costituzionalismo contemporaneo: se e fino a che punto la sicurezza possa essere perseguita senza alterare l’identità garantista dell’ordinamento. Il crinale è sottile. La sicurezza è un interesse pubblico primario; la dignità della persona e i diritti fondamentali ne costituiscono il limite invalicabile. Sarà nella concretezza delle norme attuative, nella precisione delle clausole e, soprattutto, nella qualità del controllo giurisdizionale che si misurerà la compatibilità di questo impianto con la Costituzione. È lì che il lessico politico del “blocco navale” dovrà trasformarsi – o infrangersi – nel linguaggio rigoroso del diritto.

In apertura, un murale a Riace (foto Tulli)

Tramonta la speranza di Yunus, Il Bangladesh fa marcia indietro

Le elezioni parlamentari del 12 febbraio 2026 hanno segnato una fase di forte trasformazione politica per il Bangladesh e uno dei passaggi politici più complessi dalla fine dei governi militari tali da incidere profondamente sugli equilibri politici interni e sulla postura regionale del Paese.
Con una partecipazione di circa il 60 % degli aventi diritto (più di 127 milioni di elettori in netto aumento rispetto al 42% delle precedenti elezioni del 2024), il Bangladesh Nationalist Party (BNP) ha conquistato una maggioranza superiore ai due terzi, ottenendo 212 seggi su 299 nel Jatiya Sangsad.
Il ritorno ad un governo monocolore del BNP, reso possibile anche dal rientro in patria nel dicembre scorso di Tarique Rahman – figlio dell’ex premier Khaleda Zia e figura centrale del partito – dopo diciassette anni di esilio, segna l’avvio di una fase di consolidamento della maggioranza.
Il 17 febbraio Rahman si è insediato come Primo Ministro, dopo aver guidato il partito alla vittoria in una tornata elettorale definita “storica” per la riconfigurazione del panorama politico nazionale, la prima dopo più di un decennio di dominanza dell’Awami League.
Accanto alla vittoria del BNP, il voto ha restituito un Parlamento più pluralista nella rappresentanza, anche se non frammentato sul piano della maggioranza parlamentare.
La coalizione islamista guidata da Jamaat-e-Islami ha vinto in 71 circoscrizioni, consolidando una presenza parlamentare significativa dopo anni di marginalizzazione; mentre il National Citizen’s Party (NCP) è riuscito a entrare in Parlamento con 6 seggi — la maggior parte nei collegi urbani e tra l’elettorato giovanile — diventando il canale istituzionale delle istanze dal basso emerse dalla Rivoluzione dei Monsoni, pur rimanendo una forza numericamente modesta nel nuovo parlamento.
Contestualmente al voto parlamentare si è svolto anche il referendum sulla “Carta di luglio”, documento politico-costituzionale prodotto dalle proteste dell’estate 2024 volto a riconoscere formalmente il movimento studentesco come soggetto fondativo della nuova fase politica bengalese., Il 68% dei voti espressi sono stati per il sì alla Carta che prevede una serie di riforme costituzionali tra cui la ristrutturazione del parlamento in un sistema bicamerale, il rafforzamento dell’indipendenza della magistratura, l’aumento della rappresentanza femminile e l’introduzione di un limite di due mandati per il Primo ministro.
Il sistema politico bengalese si è presentato alle urne radicalmente trasformato.
La decisione della Commissione elettorale di escludere l’Awami League dalla competizione, a causa delle responsabilità attribuite al partito nella repressione e nel bagno di sangue del 2024 e delle accuse di crimini contro l’umanità e della condanna a morte a carico dell’ex premier Hasina, ha segnato una rottura storica. Con l’uscita di scena della forza politica che aveva guidato la guerra di liberazione del 1971 e governato il Paese per gran parte degli ultimi cinquant’anni, si è definitivamente chiuso il bipolarismo che, dagli anni Novanta, aveva strutturato l’alternanza tra l’Awami League e il Bangladesh Nationalist Party (BNP).
Il quadro è stato ulteriormente aggravato dall’assassinio di Sharif Osman Hadi, uno dei leader simbolo della rivolta studentesca del 2024, avvenuto nel dicembre scorso e attribuito in circostanze ancora oggetto di indagine a un esponente legato all’Awami League. L’episodio ha riattivato proteste e mobilitazioni, confermando quanto fragile resti la tenuta del Paese.
La Rivoluzione di luglio, guidata dai giovani studenti delle città, aveva suscitato forti aspettative di rinnovamento democratico e di rottura con le pratiche autoritarie del passato. La nomina di Muhammad Yunus, economista liberale e Premio Nobel per la Pace, alla guida di un governo di transizione ad interim con il compito di preparare elezioni libere e un referendum costituzionale, era stata percepita come una garanzia di discontinuità e neutralità istituzionale da parte di osservatori e parte dell’opinione pubblica.
Nel corso del 2025, tuttavia, tali aspettative si sono progressivamente ridimensionate. I movimenti studenteschi, che avevano trovato una rappresentanza politica nel National Citizens Party (NCP), formazione nata direttamente dalle proteste del 2024, hanno espresso crescente scetticismo nei confronti del processo elettorale, percepito come solo parzialmente in grado di tradurre le istanze della rivolta in un reale cambiamento strutturale.
Il voto del 12 febbraio ha chiuso formalmente la fase di transizione apertasi con la caduta di Sheikh Hasina, ma non ha risolto le fratture profonde che attraversano il Paese: la crisi della rappresentanza, il conflitto tra secolarismo e Islam politico e la ridefinizione della sua collocazione internazionale tra India e Cina.
Sul piano interno, il nuovo governo si trova a gestire una società ancora profondamente polarizzata, segnata da sfiducia nelle istituzioni, fragilità economica e memoria irrisolta delle violenze seguite alla Rivoluzione del 2024.
Il BNP ha dichiarato l’intenzione di avviare un processo di stabilizzazione istituzionale e di ricomposizione del conflitto sociale, ma persistono timori circa la riproduzione di pratiche clientelari e autoritarie che hanno caratterizzato il sistema politico bengalese negli ultimi decenni.
Un esempio delle incertezze del post-elezione è il comportamento dei mercati finanziari: dopo un iniziale rally, le principali borse di Dacca hanno registrato una riduzione di fiducia degli investitori, riflettendo l’incertezza economica che accompagna la transizione politica.
Uno dei nodi strutturali emersi con maggiore forza nel post-voto resta il rapporto irrisolto tra secolarismo e Islam politico nel dibattito pubblico bengalese.
Il Bangladesh nasce nel 1971 come Stato costituzionalmente laico, nel tentativo di elaborare il trauma di una guerra fratricida combattuta contro il Pakistan, nella quale la religione era stata utilizzata come strumento di legittimazione della violenza. Da quell’esperienza deriva uno dei principi fondativi dello Stato bengalese: la separazione tra fede religiosa e potere politico.
Tuttavia, questo trauma non è mai stato pienamente elaborato. La memoria collettiva è rimasta divisa tra l’Awami League, storicamente promotrice del secolarismo come pilastro dell’identità nazionale, e il BNP, che nel tempo ha favorito una progressiva reintegrazione dell’identità religiosa nello spazio politico.
Nel contesto di transizione apertosi dopo il 2024, la crisi della rappresentanza, la delegittimazione dei partiti storici e l’insicurezza socioeconomica hanno ampliato significativamente lo spazio politico dell’Islam organizzato. Partiti strutturati come Jamaat-e-Islami, tornati pienamente legali, e movimenti di mobilitazione sociale come Hefazat-e-Islam hanno intercettato un diffuso bisogno di identità, ordine e appartenenza, ricevendo un sostegno particolarmente rilevante tra le fasce economicamente più vulnerabili e tra chi percepisce insicurezza sociale.
Il rafforzamento di queste forze contribuisce ad accentuare la polarizzazione ideologica e a influenzare il dibattito pubblico sui temi dell’istruzione, della legislazione morale e del rapporto tra Stato e religione.
Parallelamente l’NCP cerca di esercitare un ruolo di pressione politica, mediatica e simbolica su temi chiave come le riforme istituzionali, la giustizia per le violenze del 2024 e l’ampliamento della partecipazione democratica.
Le opposizioni hanno iniziato a strutturare un’opposizione più visibile, con piani per la formazione di shadow cabinets che osservino e critichino l’azione di governo, evidenziando le divergenze con il BNP sulle priorità politiche e di riforma.
Sul piano internazionale, il voto del 12 febbraio ha rilanciato il ruolo strategico del Bangladesh nelle dinamiche regionali. Il governo di transizione guidato da Yunus aveva avviato un marcato riequilibrio della postura estera del Bangladesh, rafforzando i rapporti con la Cina attraverso investimenti strategici in infrastrutture, tecnologia, semiconduttori e commercio. Questa apertura aveva contribuito a un deterioramento delle relazioni con l’India, storico partner del Bangladesh e attore centrale nella sicurezza del subcontinente.
Con l’insediamento del nuovo governo guidato dal BNP, la politica estera bengalese sembra orientarsi verso un pragmatismo multilivello. L’obiettivo dell’esecutivo è ricucire i rapporti con Nuova Delhi senza rinunciare ai benefici economici della cooperazione con Pechino, adottando una strategia di hedging che consenta di preservare margini di autonomia decisionale nel contesto della rivalità sino-indiana.
L’attuale governo ha già mostrato segnali di volontà di normalizzare le relazioni e ripristinare servizi consolari come la concessione di visti per i cittadini indiani.
La crescente centralità strategica del Golfo del Bengala — snodo cruciale per le rotte commerciali, la sicurezza marittima e la proiezione regionale — rende questo equilibrio tanto necessario quanto instabile. Inoltre, la presenza di forze islamiste e la sensibilità di parte dell’elettorato ai temi identitari costituiscono un vincolo interno rilevante, soprattutto nei rapporti con l’India.
Un deterioramento di tali relazioni avrebbe costi elevati in termini di sicurezza, commercio e gestione delle frontiere, limitando lo spazio di manovra del nuovo esecutivo.
Le elezioni del 12 febbraio 2026 hanno chiuso formalmente la fase di governo ad interim, ma non hanno risolto le tensioni strutturali del Paese. Il Bangladesh entra ora in una nuova fase caratterizzata da un pluralismo politico inedito in cui il BNP governa il sistema, ma le forze islamiste acquisiscono un peso crescente e l’NCP incarna una sfida generazionale e civica.
Il voto non ha rappresentato perciò un punto di arrivo, ma l’inizio di un processo che continuerà a incidere sugli equilibri politici interni e sulle dinamiche dell’intera Asia meridionale.

 foto Yunus, creative commons

Squadristi condannati, istituzioni inginocchiate

Casapound

La notizia, se si avesse il coraggio di darla per intero, non è che a Bari sono stati condannati dodici componenti di Casapound. Non è nemmeno che cinque di loro siano accusati di ricostituzione del disciolto partito fascista ai sensi della legge Scelba. Quella è la cronaca giudiziaria. 

La notizia, se il giornalismo facesse il giornalismo, è che i membri di un’organizzazione che ha sostenuto la campagna elettorale di questo governo siano stati certificati come fascisti di ritorno. Gente condannata per «aver partecipato a pubbliche riunioni, compiendo manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ed in particolare per aver attuato il metodo squadrista come strumento di partecipazione politica». 

La notizia è che il ministro dell’Interno Piantedosi, che ama mostrarsi sempre intento a brigare per scovare terroristi veri e presunti, continui a farsi sfuggire un’organizzazione eversiva, forse perché composta da maschi adulti di razza bianca (come direbbe qualcuno) che esultano per i decreti securitari partoriti in fila. 

La notizia è che perfino le reti Mediaset, e non il governo, si sono accorte che quegli eversori occupano abusivamente un immobile nel cuore di Roma. La notizia è che i giornalisti che ricordano al governo e al ministro la persistente illegalità vengano identificati dalle forze dell’ordine e invitati a non disturbare la pax tra fascisti e istituzioni. 

La notizia è che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha trovato il tempo di intervenire su un comico che si è autocensurato non abbia trovato il tempo di dirci di Casapound. 

Questa è la notizia. 

Buon venerdì. 

foto wikic

Tana libera tutti per gli amici del genocidio

Francesca Albanese

Non potendo nascondere il genocidio, non essendo capaci di fermare il mostro israeliano che bombarda anche la tregua e non avendo abbastanza schiena dritta per fermare l’illegale colonizzazione della Cisgiordania ieri il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha accusato Francesca Albanese di aver fatto “dichiarazioni oltraggiose e colpevoli” durante il forum di sabato 7 febbraio organizzato da Al-Jazeera e di aver “preso di mira non il governo israeliano, di cui è lecito criticare la politica, ma Israele come popolo e come nazione, il che è assolutamente inaccettabile”.

Inutile scrivere che una lunga sequela di giornali, politici e scarsi commentatori italiani si è buttata a pesce sulla crocifissione della relatrice Onu. Non vedevano il momento, forse non ci speravano nemmeno.  

C’è un piccolo particolare, però. Albanese non ha mai pronunciato quelle frasi. Ha detto, sì, che “noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune. Il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile”. E ha aggiunto “noi ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune e le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali è l’ultimo strumento di pace che abbiamo per riconquistare la nostra libertà”: quel sistema. 

Chi ne fa parte? Sicuramente tra gli altri anche coloro che oggi accusano Albanese. 

Buon giovedì. 

foto wkcom

Colonialismo del terzo millennio. Il vero volto del Piano Mattei di Giorgia Meloni

A fine gennaio il governo italiano ha annunciato l’organizzazione di un vertice sul Piano Mattei, in concomitanza con il summit dell’Unione africana (Ua) di febbraio ad Addis Abeba, con l’obiettivo dichiarato di “presentare” il progetto ai partner africani. Il vertice, previsto a partire dal 13 febbraio, promette di essere inquietante quanto lo è il Piano stesso. Il primo incontro, tenutosi a Roma nel 2024, aveva già avuto un esito controverso: diversi leader africani – tra cui Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’Ua – avevano denunciato di essere stati messi di fronte a un’iniziativa già confezionata e decisa, senza una reale consultazione preliminare.

Da allora, i passi in avanti rivendicati dal governo sono stati molti sul piano narrativo, ma pochissimi nella sostanza. Tra i pochi elementi concreti emersi, ce n’è uno particolarmente problematico: una quota significativa dei finanziamenti destinati al Piano – circa 3 miliardi di euro – proviene dal Fondo italiano per il clima. Si tratta di risorse che, secondo la normativa istitutiva, dovrebbero essere impiegate per sostenere la transizione energetica interna e la riduzione delle emissioni, non per finanziare una proiezione geopolitica italiana in Africa. Perché ciò è essenzialmente il Piano Mattei.

Il governo giustifica questa scelta sostenendo che il Piano Mattei avrebbe anche l’obiettivo di promuovere progetti di energia rinnovabile nei Paesi africani. Tuttavia, non è affatto chiaro chi debba certificare la reale sostenibilità di tali iniziative, né con quali criteri. In assenza di un sistema di valutazione indipendente e trasparente, il rischio è che il marchio “green” venga utilizzato come semplice etichetta retorica per giustificare operazioni che hanno ben poco a che vedere con la transizione ecologica e che non sono per niente “green”.

Il problema dei finanziamenti non si esaurisce a questo. Nel rapporto sul Piano presentato dal governo nel 2025 si parla in modo altisonante di una cooperazione con la Banca mondiale. Ma, a oggi, questa collaborazione risulta essere più un annuncio che una realtà. Non esistono progetti congiunti formalmente approvati, né investimenti concreti riconducibili alla Banca mondiale nell’ambito del Piano Mattei. Al contrario, è stata creata a Roma una costosa struttura di coordinamento che, nei fatti, appare come una scatola vuota: molta burocrazia, pochissima sostanza.

Un altro aspetto inquietante è la quasi totale assenza di trasparenza. Non esiste un portale pubblico che indichi con chiarezza lo stato di avanzamento dei progetti, le somme effettivamente impegnate, i soggetti coinvolti e i criteri di selezione. Non esiste nemmeno un organismo indipendente di controllo. Questo rende impossibile qualsiasi valutazione seria sull’efficacia del Piano e scoraggia anche le imprese realmente interessate a partecipare, che non dispongono di informazioni affidabili.

Ancora più opaca è la questione dei partner locali. Non è chiaro come vengano censite e accreditate le agenzie africane che collaborano con il governo italiano. Il caso della Steg, principale interlocutore in Tunisia per alcuni progetti del Piano, è emblematico: l’azienda è stata coinvolta in inchieste per corruzione e cattiva gestione, suscitando forti preoccupazioni a Tunisi, ma non a Roma. Paradossalmente infatti sembra che queste vicende allarmino più le autorità tunisine di quanto non avvenga con quelle italiane, che si limitano a “finanziare”.

Il quadro che emerge è, nel complesso, desolante. Ci troviamo di fronte a un Piano che viene presentato come un grande progetto di cooperazione, ma che appare sempre più come uno strumento di influenza politica ed economica a senso unico. Il fatto che venga finanziato attingendo a risorse destinate alla lotta al cambiamento climatico ne rafforza il carattere contraddittorio: da un lato si proclama la centralità della sostenibilità, dall’altro si svuotano gli strumenti pensati per realizzarla.

Il Piano Mattei sembra così inserirsi in una sfilza di iniziative “per l’Africa” concepite più per rispondere a esigenze interne – dalla gestione dei flussi migratori alla ricerca di nuove fonti energetiche – che per sostenere uno sviluppo realmente condiviso. La retorica della partnership nasconde rapporti profondamente asimmetrici, in cui l’Africa continua a essere trattata come un terreno di proiezione degli interessi italiani. Un modus operandi già utilizzato con la Libia.

Il Piano Mattei, come già segnalato da più parti, ad esempio da una breve analisi del Centro studi di politica internazionale, rischia di restare ciò che oggi appare: un contenitore opaco, finanziato sottraendo risorse al clima, che promette cooperazione ma riproduce vecchie logiche di potere. E, ancora una volta, a pagare il prezzo più alto sono proprio quei Paesi africani che il Piano dice di voler aiutare.

L’autore: Francesco Valacchi è cultore della materia, dottore di ricerca in scienze politiche all’Università di Pisa. Si occupa di geopolitica, con particolare riguardo all’area asiatica. Il suo ultimo libro è A nord dell’India, storia e attualità politica del Pakistan (Aracne)

foto Gov

Giordano Bruno, la laicità come atto di libertà contro ogni potere

https://www.exibart.com/arte-contemporanea/il-canto-di-circe-a-napoli-l-installazione-di-nello-petrucci-per-ricordare-giordano-bruno/

Alla politica del potere di alcuni, Giordano Bruno contrappone una società di liberi ed eguali. Ed è l’affermazione del diritto alla dignità. Diritto umano inalienabile su cui si misura oggi il concretizzarsi della democrazia. Che non esiste senza laicità.
La sua rivoluzionaria filosofia faceva paura, fa ancora paura:
∙ Al principio divino, Giordano Bruno sostituisce la natura: materia madre che si autoproduce. È la fine del creazionismo, quello che ancora oggi dogmatici e reazionari vorrebbero riproporre nell’insegnamento delle scuole della Repubblica nell’illusione di oscurare la scientificità del darwinismo.
∙ Alla supposta anima del fideismo sostituisce la fisicità della mente – corpo – funzione biologica.
∙ Contro le morali del precetto, Bruno rivendica autonomia ed autodeterminazione. Perché ognuno è «padrone del proprio destino» ovvero nella libertà di autodeterminarsi come oggi usiamo dire.
∙ Ad un’estetica di maniera, Bruno contrappone la vertigine delle possibilità combinatorie di termini e significati… nella moltiplicazione di registri stilistici. Un linguaggio nuovo per un pensiero nuovo!
∙ Alla politica del potere di alcuni, Giordano Bruno contrappone una società di liberi ed eguali. Ed è l’affermazione del diritto alla dignità. Diritto umano inalienabile su cui si misura oggi il concretizzarsi della democrazia. Che non esiste senza laicità.
Bruno pone le basi della laicità nella cultura dell’emancipazione e dell’uguaglianza contro il familismo, la prepotenza, il collaborazionismo dei servi del potere (i pedanti, come il nostro filosofo li chiamava), che fanno a gara per inserirsi nelle reti di corruttela e corruzione.
Odia menzogna e ipocrisia, soprattutto quando vengono dai venduti intellettuali. «La sapienza e la giustizia – scrive – iniziarono a lasciare la terra dal momento che i dotti, organizzati in consorterie, cominciarono ad usare il loro sapere a scopo di guadagno. Da questo ne derivò che gli Stati, i regni e gli imperi sono sconvolti, rovinati, banditi assieme ai saggi e ai popoli». (Quanta attualità!)
Bruno si proclama «risvegliator di dormienti»!
In questa prospettiva accoglie con entusiasmo l’eliocentrismo, costruendo su di esso i rivoluzionari sviluppi della sua filosofia che è un cantico di disvelamento e liberazione.
Finalmente – Bruno scrive – «ne vien lecito di veder chiaro et aperto l’orizzonte tutto del divenire naturale, ritrovandoci fuor de la priggione».
E Bruno chiama ognuno a usare le ali della ragione per sperimentare le infinite possibilità di pensare, conoscere, agire.
Bruno invita a forzare la nostra «potenza cogitativa» per sviluppare pensiero problematico addentrandosi in sentieri inesplorati, per «progredire nelle operazioni dell’intelligenza», per «vedere con gli occhi dell’intelligenza». E questo avviene in un incessante processo di scomposizione e ricomposizione di: «atomi corporei-mentali». Usa proprio questa modernissima terminologia scientifica!
Ma perché questo accada, bisogna superare «l’abitudine di credere, impedimento massimo alla conoscenza». Bisogna spazzare via “la bestia trionfante” della passività, dell’omologazione, della rassegnazione al pensiero a una dimensione.
Ecco allora che la libertà di pensiero diventa per Bruno prerequisito e metodo. Per non essere servi. Quindi per rimuove anche la passiva acquiescenza a un potere finanziario che oggi in nome di supposte leggi di mercato fa mercimonio di esseri umani.
Un potere che tiene in pugno le redini del lavoro e che ricatta i lavoratori per riportarli a condizioni di schiavitù da medioevo.
La filosofia di Bruno chiama individui, istituzioni, stati a impegnarsi affinché «più a nessuno
– scrive – «sia lecito d’occupare con rapina e violenta usurpazione quello che ha commune utilitate».
Già i beni comuni. Che oggi si chiamano diritto allo studio, diritto al lavoro nella tutela e dignità del lavoro, diritto alla casa, diritto alla salute, diritto a essere sempre gli esclusivi padroni della nostra vita anche nel fine vita, diritto a scegliere quando mettere al mondo un figlio … e possibilmente sano…, diritto a non essere ingabbiati in stereotipi sessisti e razzisti che torturano escludono uccidono…
Libertà e giustizia
In due parole: Democrazia Applicata. Impossibile senza l’uguaglianza nelle pari opportunità.
In un momento storico, come questo che stiamo vivendo, dove la barbarie teocratica si fa stato…dove sogni totalitari scatenano guerre… dove spettri nazi-fascisti si ripresentano con altri nomi e stesse maschere, la filosofia di Bruno continua ad essere la formidabile squilla per essere concretamente soggetti attivi della storia per erodere sempre maggiori spazi alla prepotenza, alla protervia, al sopruso.
Scriveva « Molte cose sono possibili che son giuste, niente però è giusto che non sia possibile».
È ancora la nostra storia!

Santanché indagata, Meloni afona

Santanché

La turista al ministero del Turismo, Daniela Santanché, è indagata per bancarotta. Per la precisione, la ministra del Turismo è indagata in un nuovo caso di bancarotta, sempre a Milano, per il fallimento della società Bioera, che si occupava di cibo biologico.

È la seconda inchiesta per bancarotta che coinvolge direttamente la ministra. L’altra riguarda invece Ki Group srl, un’altra società dello stesso gruppo e controllata da Bioera stessa. Poi c’è anche un rinvio a giudizio per la vicenda Visibilia in cui Santanché è indagata per falso in bilancio.

Il governo Meloni, addirittura Meloni stessa, negli ultimi mesi ha martellato persone colpevoli di scendere in piazza a manifestare il proprio dissenso, anche se pacifici. Negli ultimi mesi il governo Meloni, e Meloni stessa, hanno messo alla gogna coloro che denunciano il genocidio a Gaza.

Negli ultimi mesi il governo Meloni, e Meloni stessa, hanno attaccato storici, cantanti, professori universitari, giornalisti (a iosa) e un’altra dozzina di persone di diverse categorie professionali per avere espresso delle idee. Nelle ultime ore il governo Meloni, e Meloni stessa, hanno sprecato quintali di fiato e inchiostro per difendere un comico scarso che si è autocensurato a un festival canoro.

Da mesi la presidente del Consiglio non trova un alito, nemmeno una virgola, per parlarci di una ministra che, come un Re Mida al contrario, ha trasformato in fallimento molte delle sue attività imprenditoriali. Meloni che parla di tutto, quella con il pugno duro, scodinzola di fronte alla sua ministra. Bene, dai.

Buon mercoledì.

 

Foto Wkc

Milano-Cortina sputtana RaiSport: quando il potere si prende anche il microfono

Quello che sta accadendo a RaiSport durante Milano-Cortina racconta molto più di una telecronaca sbagliata. Racconta un metodo. Racconta un’idea di servizio pubblico piegata alla fedeltà e all’obbedienza, svuotata di competenza, ridotta a vetrina personale. Paolo Petrecca che si auto assegna la telecronaca della cerimonia inaugurale, dopo aver fatto fuori il suo vice, non è una gaffe isolata: è l’atto finale di una gestione che la redazione giudica talmente intollerabile da ritirare le firme da servizi e telecronache, mettendo a nudo una frattura profonda e irreversibile.

Quando una redazione intera decide di non firmare il proprio lavoro, il problema non è l’orgoglio ferito di un direttore. È il collasso di una catena di responsabilità. È la certificazione di un danno inflitto ai telespettatori che pagano il canone, all’azienda e a chi lavora. E il fatto che l’azienda reagisca con una convocazione e una moral suasion tardiva dice tutto sulla normalizzazione del disastro.

Il governo osserva e tace, come sempre quando la Rai diventa terreno di occupazione. Perché Petrecca non è un incidente, è un prodotto coerente della stagione meloniana: dirigenti scelti per allineamento, protetti finché servono, sacrificabili solo quando l’imbarazzo supera la soglia di sopportazione. La protesta di RaiSport viene derubricata a “questione interna”, mentre Usigrai denuncia comportamenti antisindacali e altre redazioni esprimono solidarietà. Un servizio pubblico che censura i comunicati sindacali durante le Olimpiadi mostra il suo vero volto: la paura di perdere il controllo.

Milano-Cortina doveva essere la vetrina dell’Italia. Sta diventando il promemoria di come questo governo tratta l’informazione: occupazione, incompetenza, silenzio. E quando i giornalisti arrivano allo sciopero, significa che la linea è stata superata da tempo.

Buon martedì.

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Diritto al lavoro, quanti ostacoli per le persone disabili

Nonostante la ripresa delle assunzioni il mercato del lavoro in Italia continua a gestire la disabilità come un “costo” o un obbligo burocratico, spesso ricorrendo a strumenti che rischiano di trasformare la persona in una merce di scambio. Lo si evince dalla XII Relazione al Parlamento sul diritto al lavoro dei disabili (relativa agli anni 2022-2023), che descrive un sistema di inclusione lavorativa segnato da una profonda frattura tra la norma e la realtà operativa. Al 31 dicembre 2023 l’Italia registra infatti 178.328 scoperture di posti di lavoro riservati, con un incremento di 9.388 unità rispetto al 2022. Questo significa che circa il 30% della quota di riserva nazionale rimane vacante, rendendo il diritto al lavoro un’opportunità negata per un terzo degli aventi diritto. Uno dei dati più significativi riguarda l’espansione delle convenzioni ex art. 14 D.lgs. 276/2003, che hanno registrato una crescita del 24% tra il 2022 e il 2023, con 3.255 avviamenti totali nel solo settore privato. Questo strumento permette alle aziende di adempiere agli obblighi occupazionali non assumendo direttamente, ma conferendo commesse di lavoro a cooperative sociali che, a loro volta, assumono il lavoratore con disabilità. Questa pratica rischia di trasformare, nei fatti, la persona con disabilità in un “vettore” per ottenere contratti commerciali, svuotando il rapporto di lavoro del suo valore di inclusione diretta in azienda. Sebbene utile per le disabilità più gravi, questo meccanismo crea circuiti occupazionali separati, distanti dal mercato aperto, privando il lavoratore del confronto sociale e professionale necessario per una vera autonomia. L’incidenza dei posti vacanti segue la concentrazione industriale, evidenziando una forte resistenza nei territori produttivi: il Nord Italia è l’area con il maggior numero di sedie vuote, con 114.092 scoperture. Il solo Nord Ovest conta 65.493 posizioni libere e assorbe oltre il 90% di tutti gli avviamenti nazionali tramite l’articolo 14, confermando un uso massiccio dell’outsourcing della disabilità in quest’area. Nel Centro Italia vengono registrate 35.876 scoperture, segnando un calo degli avviamenti privati nel biennio. Nel Sud e nelle Isole c’è il dato più basso in termini assoluti, 31.121 posizioni scoperte, in linea però con il minor peso occupazionale complessivo e con una persistente difficoltà nel far decollare i percorsi di inclusione. La Regione con più scoperture è la Lombardia che detiene la leadership nazionale con oltre 44.600 posti vacanti su 95.000 posizioni previste. La Valle d’Aosta insieme all’Umbria, si distingue per un tasso di occupazione della quota di riserva superiore al 75%. La legge prevede una sanzione di 196,05 euro al giorno per ogni posizione non coperta, ma nel 2023 sono state comminate solo 26 sanzioni in tutta Italia per questo motivo. Questo squilibrio rende la multa un rischio trascurabile e una strategia economica per molte imprese. Il segnale più allarmante arriva però dalla Pubblica Amministrazione: se nel privato si contano in media 6 scoperture per azienda, negli enti pubblici si sale a una media di 33-38 unità per ente. Il crollo degli avviamenti pubblici del 30,9% conferma un preoccupante arretramento dello Stato nel suo ruolo di garante. In sintesi, la XII Relazione evidenzia un sistema dove la stabilità è un lusso (il 58,2% delle nuove assunzioni è a termine) e dove strumenti come l’articolo 14 rischiano di cristallizzare la marginalità invece di abbatterla. È necessaria una riforma che trasformi la sanzione da un costo evitabile ad un reale deterrente e che obblighi la Pubblica Amministrazione a coprire le proprie quote garantendo ad ogni persona con disabilità la stabilità necessaria per realizzare il proprio “progetto di vita”.

Gli autori: Juri Cerasini è presidente dell’Associazione “Habil-mente”; l’ex ministro Cesare Damiano è presidente Associazione Lavoro&Welfare

 

Foto di Nathan McDine su Unsplash