Home Blog Pagina 12

Un governo che frigna per un comico

Io lo confesso, mi vergogno di sprecare il nobile spazio di una storica rivista della sinistra in Italia parlando di un comico, uno di quelli che fa ridere con le battute grevi che si sputano di fronte a certi banconi di certi bar.

Mi pare irresponsabile, irrispettoso per gli italiani che non campano fino alla fine del mese, per i popoli falcidiati dalle guerre (quelle ufficiali e quelle che chiamano pace) sparse in giro. Provo lo stesso imbarazzo che mi coglie scorgendo certi leader di partito che sui social brigano come comari mentre intorno si sfalda la sanità pubblica, chiudono le fabbriche o aumenta la spesa alimentare per famiglie con stipendi bloccati da anni.

Però purtroppo è accaduto che il comico in questione sia stato invitato nel prossimo Sanremo diventato sagra di TeleMeloni. Alcuni hanno fatto notare come la sua carriera fosse costellata di deliranti offese contro gli oppositori politici del governo (sarà un caso), rivendute come battute. Per carità, tutto legittimo: c’è il diritto di fare il comico usando gli sfinteri e c’è il diritto di dire al comico che la sua comicità fa schifo. Funziona così, in democrazia. E sarebbe una storia da niente, che non vale la pena nemmeno raccontare.
Solo che alla fine il comico si è ritirato, parlando di “gravi minacce” ricevute. Immaginiamo che quindi ci saranno dei processi in futuro, ci sarà una riunione del tavolo di sicurezza nella Prefettura della sua città. Le minacce si pesano così, no?

E la presidente del Consiglio che non parla con i giornalisti e scappa dai problemi s’è presa la briga di parlare di una “deriva illiberale” della sinistra. Lei che governa che grida alla censura, lei che scappa ha trovato il tempo di dirci del comico.

Buon lunedì.

Nel nome di Zoe, Sara, Giulia e centinaia di altre. Cosa hanno fatto le donne per meritarsi questo?

Zoe Trinchero, una ragazzina di 17 anni, ha pagato con la morte il suo rifiuto. È stata uccisa (forse strangolata) da un diciannovenne, reo confesso dopo aver tentato di addossare la responsabilità su un ragazzo di origine africana affetto da disturbi mentali che ha rischiato il linciaggio.
Una storia che condensa una quantità di questioni, ciascuna delle quali contribuisce a renderla tragicissima. Cercando di fare ordine tra le cause, su tutte risalta in questo momento storico, in cui si discute del cosiddetto ddl stupri, la questione del dissenso. Pare che Zoe avesse rifiutato le avance di Alex Manna (anche se circolano altre versioni che non cambiano la sostanza), ma lui avrebbe trovato il modo di sottrarla a una serata tra amici, finendo per strangolarla e gettarla nel Rio Belbo, un corso d’acqua che attraversa la cittadina di Nizza Monferrato, nell’Astigiano, dove entrambi vivevano. Il corpo di Zoe, a un primo esame medico legale, porta segni di percosse, lesioni nella regione del collo e tumefazioni al volto. Tanto le è costato il dissenso, ed ecco perché tante donne si paralizzano: per salvare la vita.
Per chi non volesse ancora capirlo: la violenza si consuma sempre attraverso una sproporzione di forze, che rende il dissenso non solo e tanto difficile da esprimere (figuriamoci da dimostrare!) e inefficace, ma rischioso, perché capace di scatenare la violenza fino al suo estremo, la morte.
Il 15 febbraio, domenica prossima, nelle nostre città verranno ricordati i trent’anni della legge che finalmente riconobbe lo stupro come reato contro la persona, e per sabato 28 è stata chiamata una manifestazione nazionale, che ci auguriamo sia una vera insurrezione contro il disegno di legge che espone le vittime alla violenza invece che proteggerle. La tragica morte di Zoe è un monito che deve essere ascoltato.
La giovanissima età dei protagonisti di questa tragedia è seconda per importanza tra i fattori in gioco solo per via delle attuali urgenze di lotta, ma lancia per l’ennesima volta, vista la frequenza dei femminicidi e degli stupri anche di gruppo tra i ragazzi, un allarme che chiede risposte. Immediatamente, la notizia di questo femminicidio per un rifiuto in cui vittima e carnefice sono teenager, fa pensare a Adolescence, la serie tv di cui tanto si è discusso l’anno scorso, che ha il grave demerito di volere manifestamente demonizzare l’adolescenza: altrimenti perché questo titolo per un’atroce storia di femminicidio commesso da un tredicenne? D’altra parte la serie, che propone l’emergenza di tale e tanta violenza dalla assoluta e tranquilla normalità di un’ignara famiglia, accenna appena al sogno di dominazione maschilista condiviso dagli Incel, i celibi involontari che odiano le donne al punto da proporne la sistematica eliminazione, a volte esprimendosi in veri e propri deliri in preda ai quali commettono stragi delle quali abbiamo sentito solo l’eco lontana proveniente d’oltreoceano in questi primi decenni del nuovo millennio (quella del ventiduenne Elliott Rodge, autore del manifesto/autobiografia My Twisted World, in California nel 2014, o quella del seguace di Rodger venticinquenne canadese Alex Manassian nel 2018, per dire solo delle più note).
È evidente che non si può parlare genericamente di adolescenti, ma di giovani menti malate, che tuttavia non possono essere liquidate come fenomeni isolati, perché la patologia che manifestano ha le sue radici in una cultura alimentata da un sistema i cui maggiori esponenti sono ora agli apici del potere in tutto l’occidente, e non solo, come gli Epstein file stanno rivelando. In un recente articolo sul New Yorker, dal suggestivo titolo “What Did Men to Deserve This?”, la columnist Jessica Winter illustra le ragioni e i legami alla base della crescita di quella costellazione di podcasters e streamers che è nota come manosphere, alternativamente ed efficacemente definita da Winter come un “Übermensch milieu”. Sono giovani e affermati uomini d’affari, tuttavia frustrati dal confronto d’identità con le donne. Scott Galloway, “angel investor” (ovvero sponsor e counselor di startup e imprese nascenti), nonché guru tra i consulenti finanziari e scrittore di bestseller, di questa maschia frustrazione americana elenca qualche serio motivo nel suo ultimo libro Notes on being a Man. Nei college e nelle università di tutta la nazione il rapporto uomini/donne è di due a tre. Tra i giovani adulti gli uomini vivono ancora con i propri genitori molto più spesso delle donne; gli uomini muoiono suicidi in una percentuale tre volte e mezzo più alta delle donne; la retribuzione degli uomini è più bassa di quella delle donne di 10-15 punti percentuali rispetto al 1979. Attualmente il tasso di disoccupazione tra i giovani uomini tra i 23 e i 30 anni con diploma di laurea breve (bachelor degree) è vicino al doppio dí quello delle ragazze coetanee. Di conseguenza – è lecito supporre – Donald Trump è stato votato dal 56% dei trentenni nel 2024, con una crescita del 15% rispetto al 2020. (Per inciso – ma non troppo -, anche in Italia si segnala un trend che registra il sorpasso delle giovani donne). Uno dei più attivi influencer della manosphere è stato Charlie Kirk, (ucciso a 31 anni nel settembre scorso presumibilmente per un movente ideologico e salutato da funerali di stato voluti dal presidente Trump), che ha chiamato a raccolta “fratelli” (“bros”) neoliberisti, cristiani evangelici, misogini e nazionalisti bianchi.
Arriviamo allora all’ultimo segno del terribile degrado del mondo globale al quale si affacciano i nostri adolescenti, l’accusa rivolta da Alex Manna al ragazzo di origini africane con disturbi psichici, e l’immediato scatenarsi sul povero ragazzo dell’aggressione di massa animata da razzismo e superomismo (un bianco “sano” non avrebbe rischiato il linciaggio).
In un mondo come questo le conseguenze del dissenso possono essere terribili, ma non c’è alternativa alla lotta e alla resistenza. Nel nome di Zoe, di Sara, Giulia e le altre.

L’autrice: Barbara Peletti è psichiatra e psicoterapeuta

Fra i suoi articoli: Può mai esservi consenso alla violenza?

Il Boss contro le squadracce di Trump e la sua voce risuona alle Olimpiadi di Milano

L’Ice continua a operare nelle strade di Minneapolis, con un organico di circa duemila uomini, e solo 700 ritirati. E anche oggi i manifestanti hanno sfilato. Intanto iil famigerato corpo di polizia americano è arrivato anche nelle nostre strade (o meglio le controlla da qualche palazzo) scortando con compiti non meglio definiti di intelligence la delegazione americana. Proprio quando il governo Meloni, allergico come Trump ai diritti, ha inasprito la stretta securitaria, con norme che – specie prima dell’intervento del Quirinale – intendono garantire maggior libertà d’intervento discrezionale alle forze dell’ordine, nello stesso momento in cui si cerca di portare la magistratura sotto il controllo del potere esecutivo.

La cerimonia inaugurale dell’altra sera, fra sfarzo e spettacolo, ha visto J. D. Vance fischiato e contestato, proprio per la spudorata difesa che aveva fatto dell’operato delle squadracce trumpiane a Minneapolis. Ma le proteste contro l’Ice hanno attraversato le strade di Milano per tutta la settimana, intonando anche le parole del Boss, che sono d’ispirazione anche per le proteste italiane.

La resistenza si sta mobilitando per le strade americane, e le voci dei cittadini hanno trovato nel Boss un’eco potente, da cui è sorto un inno di rinascita e giustizia, che parla all’America e al mondo: Streets of Minneapolis.

Le parole di Springsteen sono forti, ruvide, impegnate, come in molte sue ballate, dove la musica sostiene la libertà. Che il cantante abbia in mente di fare un inno è evidente da una piccola spia, immediata per ogni statunitense, e non solo: un verso della canzone recita «By the dawn’s early light», la stessa famosa espressione con cui si apre l’inno Usa, «O say can you see, by the dawn’s early light».

Questa piccola ripresa in realtà stravolge tutto. Nelle prime luci dell’alba dell’inno si vede un simbolo ormai divenuto astratto, a cui la retorica americana chiede di legarsi per fede, la bandiera (e il testo di per sé ripete solo l’elogio di questo drappo, che si staglia nelle situazioni difficili). Qui, nel testo del Boss, quelle prime luci dell’alba arrivano solo al decimo verso, dopo la notte di freddo e ghiaccio che non è solo quella del rigido inverno americano: è simbolo del violento e mortale assalto trumpiano ai diritti e alla giustizia.

Quei primi raggi del giorno mostrano il dolore, le ferite, i rischi. Prima di arrivarci, dunque, la canzone ci presenta un contesto reale, fatto di corpi, alcuni anche senza vita. Non siamo davanti ad un cieco giuramento di fedeltà rivolto a un vuoto vessillo, ma alla vita e alla lotta per difenderne la dignità. E infatti, «By the dawn’s early light», contro proiettili e fumogeni, «Citizens stood for justice», in piedi, inamovibili, a presidiare i loro diritti. Persone autentiche che combattono, non più uno stendardo inutile. Soprattutto perché nel corso dei decenni la bandiera a stelle e strisce si è macchiata di molti crimini e soprusi in giro per il mondo, alla ricerca del proprio profitto, ma presentandosi con ipocrisia come simbolo degli ‘esportatori di democrazia’. Quella bandiera non può risplendere più, mentre quei cittadini sono la vera speranza di un paese in grado di rinnovarsi, di diventare luogo giusto e inclusivo, «Their voices ringing through the night».

Già nei mesi scorsi le proteste contro Trump erano andate avanti al grido di No King. E Springsteen parla proprio di «King Trump» con la sua «private army», la sanguinaria Ice. L’opposizione al re era la condizione storica in cui venne composto l’inno Usa nel 1814, in occasione di una delle battaglie della Guerra anglo-americana, contro la corona d’Inghilterra. Allora il re era esterno al paese, e la guerra era stata dichiarata in realtà dai politici americani per allontanare le residue influenze britanniche, e magari sottrarre a Londra la colonia canadese (velleità che ritornano..). Oggi l’aspirante re è all’interno del paese, un dittatore con mire totalitarie, che con la scusa di «enforce the law» va contro ogni principio di diritto. La lotta contro il re, stavolta, è portata avanti dai cittadini, coi loro corpi, «blood and bones», lì a testimoniare la resistenza, contro i criminali Trump, Miller e Noem.

Se accade questo nelle strade dei “democratici” Usa, con quale credibilità l’Occidente a guida Washington può prender parola davanti ai corpi abbattuti da altri regimi autoritari. Se l’Ice mostra nell’atteggiamento sadico e nelle sue azioni analogie agghiaccianti con la genocida Idf o coi Pasdaran, è chiaro che gli Usa trumpiani non difenderanno mai autenticamente altri popoli, che siano gli iraniani o i gazawi. E infatti, i negoziati hanno presto dimenticato i diritti umani. Questo tipo di occidente non può – e non deve – sopravvivere.

L’Europa si svegli davvero: segua la resistenza nelle strade di Minneapolis – e di Teheran e Gaza – dove «heart and soul persists» nonostante il dolore, per ricordare ogni nome una volta cacciata via l’ingiustizia!

ICE OUT
L’autore: Matteo Cazzato è filologo e ricercatore all’Università di Padova

foto wikic

La scelta politica di Mamdani: affidare le carceri a chi le ha vissute

La nomina di Stanley Richards a commissario del New York City Department of Correction da parte del neo-sindaco Zohran Mamdani non è una semplice scelta amministrativa: è un gesto politico che sposta il baricentro del discorso sulle carceri negli Stati Uniti. Richards è il primo ex detenuto a guidare il sistema penitenziario cittadino. Negli anni Ottanta scontò otto anni per rapina a Rikers Island; uscì nel 1991 e scelse di non limitarsi a “rifarsi una vita”. Optò per rientrare nel mondo che lo aveva espulso per cambiarlo, lavorando a lungo con la Fortune Society e diventando una figura centrale del riformismo penale newyorkese.

Affidargli la direzione di un apparato che gestisce uno dei luoghi più controversi d’America – Rikers -, simbolo di sovraffollamento, violenza e fallimento istituzionale – significa dichiarare che l’esperienza vissuta dentro il carcere non è una macchia, ma una competenza politica. Non un pentimento privato, bensì una risorsa pubblica. Mamdani scommette su una trasformazione dall’interno di un sistema costruito per punire e contenere più che per riparare e reintegrare, in un contesto in cui gran parte delle persone detenute è ancora in attesa di processo.

Questa scelta si inserisce nel filone riformista della giustizia penale americana: non un maquillage umanitario, ma il tentativo di ripensare il rapporto tra Stato, sicurezza e pena. Riformare, qui, significa ridurre l’uso della segregazione, migliorare le condizioni materiali e le relazioni quotidiane, creare percorsi credibili di reinserimento e spezzare il circuito tra marginalità sociale e incarcerazione. Richards incarna questa prospettiva proprio perché conosce il carcere non solo come esperto: lo conosce come persona che lo ha attraversato.

È però necessario distinguere questa linea riformista dall’orizzonte abolizionista. Autrici e movimenti come Angela Davis o Critical Resistance non mirano a un carcere più umano. Il loro obiettivo è il superamento del carcere come istituzione, ritenuta strutturalmente violenta e intrecciata al “prison-industrial complex”. Una critica radicale e preziosa, che costringe a interrogarsi sulle radici sociali della punizione e sulle alternative comunitarie alla detenzione.

Tuttavia, la nomina di Richards mostra che esiste anche un’altra strada: quella della politica praticabile, che agisce dentro le contraddizioni del presente senza attendere una trasformazione totale della società. Non è un tradimento dell’ideale abolizionista; è il terreno su cui si possono salvare vite qui e ora, ridurre violenze reali e aprire spazi di dignità in un sistema che non scomparirà domani.

Il confronto con l’Italia aiuta a capire meglio la posta in gioco. Negli Stati Uniti il sistema è frammentato, iper-punitivo e segnato da decenni di “law and order”. In Italia, almeno sulla carta, l’articolo 27 della Costituzione assegna alla pena una funzione rieducativa. Eppure anche qui la distanza tra principio e realtà è vasta. Proprio per questo la vicenda di Richards risuona anche da noi: mostra che il cambiamento passa spesso da figure ibride e scomode, che abitano il confine tra dentro e fuori.

In questo senso, Richards non è il volto di un’utopia che abolisce il carcere. È piuttosto il simbolo di una speranza concreta che rende la prigione meno brutale e più giusta. L’abolizionismo resta un orizzonte necessario — una stella polare di natura politica che impedisce di naturalizzare l’esistente. Ma la politica vive nel cammino quotidiano, non nella perfezione del traguardo.

E oggi, a New York, quel cammino passa per un ex detenuto al timone di Rikers: un segno che anche dentro le istituzioni più dure possono aprirsi crepe da cui filtra un’idea diversa di giustizia.

Leggi anche Effetto Mamdani 

foto di Mamdani wk commons

L’icona falsa degli scontri di Torino

Il primo febbraio gli account social della Polizia italiana hanno pubblicato un post per esprimere la propria vicinanza agli agenti feriti durante gli scontri di Torino. Nella foto pubblicata si scorgono Alessandro Calista e Lorenzo Virgulti nell’iconico frame in cui uno protegge l’altro dopo essere stato assalito dai manifestanti.

I due poliziotti sono stati usati dalla presidente del Consiglio e dalla maggioranza come simbolo degli scontri: quell’immagine è stata strumentalizzata per chiedere di votare sì al prossimo referendum sulla giustizia, è stata esposta per giustificare l’urgenza dell’ennesimo decreto sicurezza, è diventata clava per accusare l’opposizione di essere troppo compiacente nei confronti dei violenti.

Isolare un frame per trasformarlo in icona è un esercizio pubblicitario, spesso anche giornalistico. Farlo per motivazioni politiche invece è una scorciatoia: ci si può permettere di non aggiungere nessuna narrazione lucrando sulla reazione di pancia di chi vede l’immagine. Divulgare quell’immagine consente di omettere tutto il resto: strumentalizzare fingendo di semplificare.

C’è un problema: quell’immagine è stata ritoccata con l’intelligenza artificiale. Lo hanno certificato diversi media che si occupano di sofisticazione digitale. Quindi non solo quell’immagine è stata utilizzata come sineddoche (pretendendo di raccontare tutto) ma addirittura è stata resa più sentimentale attraverso strumenti di ritocco. E tutto questo è opera di un corpo dello Stato che ha l’enorme responsabilità di ricostruire i fatti senza condizionamenti. Ognuno tiri le proprie conclusioni.

Buon venerdì.

C’è chi dice no

Quattro anni di guerra in Ucraina. Putin credeva di fare un blitz per conquistarla in pochi giorni ma sappiamo quando i conflitti cominciano, non quando finiscono. Lo stesso pensava Trump. Credeva di portare la pace in 24 ore, ma la realtà, purtroppo, dice ben altro. Nel frattempo l’Ucraina è diventata terra di distruzione e laboratorio di guerra tecnologica, con sciami di droni, armi letali pilotate dall’Ai e nuovi scenari di guerra ibrida. Non è un videogioco. Centinaia di migliaia di persone, su entrambi i fronti, sono state uccise. Fra loro anche moltissimi civili ucraini, compresi bambini. Gigantesco è il numero dei feriti ucraini e dei mutilati a vita. Enormi sono le ferite psichiche che hanno subito e subiscono i bimbi, che sono andati a scuola a intermittenza e soffrono di disturbi post traumatici, come emerge dall’inchiesta di Giulio Alicanti. Condizioni altrettanto drammatiche vivono i bambini palestinesi sopravvissuti alle bombe, ai proiettili alle armi automatiche letali dell’Idf e poi alla fame, alla carestia e al freddo. Per molti di loro da anni non c’è più scuola, né casa, né genitori. Come approfondisce lo psichiatra Francesco Fargnoli in un’analisi a più ampio raggio sugli effetti sulla psiche in scenari di guerra.

Assorbiti come siamo dalle questioni di geopolitica, dalle nuove tensioni che percorrono il mondo, accese dalle pretese neo imperiali di Trump, Putin e Netanyahu (tensioni di cui ci occupiamo approfonditamente e con contributi autorevoli su questo numero per cercare di capire cosa ci aspetta), non vogliamo tuttavia perdere di vista l’immane tragedia umanitaria che si sta consumando sotto i nostri occhi in tanti Paesi dilaniati da guerre – dal Sudan, al Congo, dalla Palestina all’Ucraina. Attanagliati dall’incalzante susseguirsi di notizie di attualità rischiamo di non vedere più il genocidio e la pulizia etnica che stanno proseguendo a Gaza e in Cisgiordania dove avanzano con la violenza le occupazioni illegali dei coloni avallate dalla Knesset, il parlamento israeliano. A Gaza c’è stata una pseudo tregua, ma le uccisioni di civili sono continuate e il sedicente Board of peace presieduto da Trump di certo non ha nulla a che fare con una pace giusta e men che meno con una possibilità di autodeterminazione del popolo palestinese. Con tutta evidenza è solo l’ennesimo progetto colonialista e predatorio sulla pelle dei palestinesi.

«Quello che cerchiamo di fare è mostrare ciò che accade in Palestina bucando la nebbia della propaganda israeliana. Facciamo luce sulla condizione del nostro popolo. È mio compito mettere in luce anche le responsabilità legali, etiche e politiche dell’Italia, come leader in ambito internazionale, per porre fine all’occupazione», afferma l’ambasciatrice palestinese in Italia Mona Abuamara, intervistata da Stefano Galieni. Parole importanti, l’Italia batterà un colpo? Riportiamo e supportiamo la voce autorevole di una donna, importante figura istituzionale palestinese, che cerca di rompere l’omertà dell’ordine globale sul genocidio a Gaza.

Come sempre ci muoviamo in controtendenza con i media mainstream che vorrebbero convincerci che questa sia l’ora ineluttabile dei predatori (per dirla con il titolo di un efficace libro di Giuliano da Empoli pubblicato da Einaudi); che vogliono farci assuefare all’idea che questa sia ineluttabilmente l’ora di un mondo dominato dalla logica della forza e del predominio del più prepotente. A cominciare da quello degli ayatollah che fanno strage di chi protesta e da quello delle squadracce fasciste della polizia federale Usa, Ice, che uccidono a sangue freddo. Forti di molte indagini sul campo diciamo che non è vero che queste forze della repressione possano operare impunemente nel silenzio generale. Ciò che è accaduto in Iran con proteste di massa e con le più giovani generazioni in prima fila, a costo della vita, rappresenta un fatto storico, drammatico e insieme dirompente: ci dice che la domanda di laicità, libertà e democrazia che viene dalla popolazione civile non potrà più essere fermata da un potere militare oppressivo e oscurantista. La società civile iraniana è dinamica, preparata e proiettata verso il futuro. Il regime è un residuo del passato. La distanza è abissale. E se non sarà oggi, arriverà il tempo in cui gli iraniani potranno prendere in mano il proprio destino, senza intromissioni Usa, come ci dice il grande scrittore iraniano Kader Abdolah, che da decenni vive in esilio in Olanda dopo aver combattuto prima il regime dello Scià e poi quello degli ayatollah.

Ed è un fatto storico, incancellabile, quel che è accaduto a Minneapolis: l’intera cittadinanza si è riversata pacificamente per le strade, a temperature sotto zero e incurante delle minacce dell’Ice pur di protestare contro gli omicidi di Renée Good e di Alex Pretti. Due normali cittadini che in modo non violento proteggevano concittadini immigrati minacciati dalla polizia anti immigrazione usata da Trump come esercito privato. Nella città dove fu ucciso l’afro americano George Floyd da un agente di polizia, e che è stata la culla del movimento Black lives matters, è cresciuta ormai una solidarietà organizzata e diffusa, una potente cultura multietnica che nessun intervento repressivo potrà mai sradicare.

Qualcosa si muove anche in Europa. È vero, l’Europa nata a Ventotene come sogno – di antifascisti al confino – di un’unione di popoli senza fili spinati, sotto la guida di Von Der Leyen sta virando a destra, verso un riarmo, che nella parole della presidente dovrebbe trasformare l’Ue in un porcospino d’acciaio. È vero che il programma Defence Readiness 2030 punta a trasformare l’Europa in una insieme di nazioni armate fino ai denti. È vero che i singoli Stati nazionali dalla Germania all’Italia puntano a convertire l’industria dell’automotive in crisi in industria bellica. Tuttavia, per quanto il tabù della guerra sia caduto da tempo (pensiamo alle bombe “umanitarie” in Kosovo del 1999, agli attentati dell’11 settembre che hanno aperto alla guerra al terrorismo, all’annessione russa della Crimea ecc) l’opinione pubblica europea, come scrive Raffaele Crocco direttore dell’Atlante delle guerre, seppur frammentata, esprime una preoccupazione comune: che in nome di una insensata corsa al riarmo decisa d’imperio dai governi si sottraggano ulteriori risorse al lavoro, alla sanità, alla scuola, insomma, a diritti inalienabili. L’opposizione di sinistra che aspetta a unirsi facendo proprio questo diffuso sentiment popolare?

Fermo preventivo, cauzione e scudo penale ci portano verso lo Stato di polizia

Con il pretesto degli scontri avvenuti pochi giorni fa a Torino, il governo Meloni intende approvare immediatamente un nuovo “Pacchetto Sicurezza”. Ho letto le bozze circolate su alcuni giornali, se fossero confermate, saremmo di fronte ad un’ulteriore svolta repressiva da Stato di polizia. Dalla prima lettura – non conosciamo il testo ufficiale definitivo – emergono evidenti profili di forte criticità costituzionale. Tre misure sono, a mio avviso, particolarmente pericolose: 1) il fermo preventivo fino a dodici ore per i manifestanti ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico; 2) la cauzione obbligatoria per gli organizzatori di manifestazioni; 3) lo scudo penale per gli agenti delle forze dell’ordine. Tutte e tre le norme palesano rilevanti ed evidenti dubbi di costituzionalità. La prima misura, in particolare, comprime la libertà personale, la seconda la libertà di manifestazione subordinandola alla capacità economica e, infine, la terza, la parità di trattamento dei cittadini di fronte alla legge. La proposta riguardante il fermo preventivo prevede che le forze di polizia possano trattenere una persona fino a dodici ore (la Lega ne vorrebbe estendere la durata fino a 48) se ritenuta potenziale pericolo per l’ordine pubblico poco prima dell’inizio di una manifestazione.

I destinatari sarebbero soggetti con “precedenti specifici”, cioè persone già coinvolte in episodi di scontri o violenze durante proteste, individuate mentre si preparano a partecipare a un evento di piazza. Le mie perplessità di natura costituzionale si concentrano su una norma che, di fatto, autorizzerebbe una limitazione della libertà personale senza il controllo preventivo della magistratura, con evidenti violazioni dell’articolo 13 della Costituzione. La misura richiama alla mente i fermi preventivi adottati in passato contro oppositori politici, suscitando confronti storici e preoccupazioni per una possibile regressione istituzionale. Noi siamo una democrazia costituzionale di matrice parlamentare in cui la libertà personale è garantita dalla magistratura. Se la libertà personale fosse privata esclusivamente su decisione delle forze di polizia ci sarebbe un’evidente incompatibilità con l’articolo 13 che evidenzierebbe l’alto rischio di una deriva verso lo Stato di polizia. La proposta che si riferisce al versamento di una cauzione per gli organizzatori di manifestazioni, fortemente sostenuta dalla Lega, introduce l’obbligo per chi promuove una manifestazione di versare una garanzia finanziaria — ad esempio una fideiussione — finalizzata a risarcire eventuali danni a beni pubblici, vetrine o persone verificatisi durante i cortei di manifestanti. L’intento dichiarato è dare responsabilità gli organizzatori e impedire che i costi dei vandalismi ricadano sulla collettività.

L’obbligo della cauzione, però, comporta nei fatti una discriminazione di natura economica all’accesso del diritto di riunione. Si arriverebbe all’assurdo che soltanto chi ha risorse finanziarie potrebbe organizzare proteste di ampia portata. Siamo di fronte ad un ostacolo economico all’esercizio del libero diritto di manifestare. Il codice civile e quello penale già disciplinano adeguatamente questa materia in base ai principi di responsabilità civile e penale. La norma sarebbe superflua. Lo scudo penale per le forze dell’ordine, infine, prevede un ampliamento delle tutele legali per gli agenti di polizia, con lo scopo di evitare conseguenze immediate — quali iscrizione nel registro degli indagati, sospensione dal servizio o blocco dello stipendio — in seguito all’uso di armi o della forza in situazioni critiche, fino a che non sia accertata una responsabilità concreta. Forti dubbi di costituzionalità sono evidenti anche per questa misura soprattutto rispetto al principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione.

Si determinano spazi d’impunità o trattamenti giuridici diversi rispetto ai cittadini comuni che inficiano anche il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale. Potremmo assistere a forme d’immunità legale per gli agenti, simili a modelli adottati in altri contesti, con effetti negativi sul bilanciamento tra effettività della tutela dell’ordine pubblico e responsabilità individuale degli operatori. Mi colpisce la spinta verso lo Stato di polizia e l’apparente mancanza di umanità e di attenzione alle vittime in casi gravi, indipendentemente dalle circostanze. Non vedo onestamente in queste norme il dovuto bilanciamento tra ordine pubblico, sicurezza dello Stato e diritti costituzionali come la libertà personale, il diritto di riunione e il principio di uguaglianza. Il rischio di rafforzare e ampliare il già esistente diritto penale del nemico è altissimo.

L’autore: Vincenzo Musacchio è docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark (USA)

Foto di Marioluca Bariona

Nuovo decreto sicurezza, fermo senza reato e libertà sotto condizione

Il nuovo decreto sicurezza segna un punto di svolta nel rapporto tra potere punitivo e libertà costituzionali, spostando l’asse dalla repressione del reato alla prevenzione del rischio. Leggerlo significa interrogarsi sul futuro dello Stato di diritto: garanzia delle libertà o amministrazione securitaria della società.

Il decreto sicurezza come paradigma di tensione costituzionale

Il decreto legge recante “disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica (…) nonché di immigrazione e protezione internazionale”, insieme al disegno di legge collegato sulla sicurezza e la prevenzione del disagio giovanile, configura un completo ripensamento delle tecniche legislative in materia di ordine pubblico. Le norme sul fermo preventivo, sul daspo urbano, sulle zone rosse, sulle restrizioni alla vendita di coltelli e sull’annotazione separata in presenza di cause di giustificazione introducono poteri ampliati dell’autorità di polizia e del giudice penale a fronte di rischi percepiti per l’ordine pubblico e la sicurezza.

Tali disposizioni si collocano al crocevia tra l’esigenza di tutela delle libertà collettive – come la sicurezza e l’incolumità pubblica – e la salvaguardia delle libertà individuali poste a base dello stato di diritto costituzionale. L’urgenza proclamata per la decretazione in materia penale, tuttavia, solleva questioni di legittimità costituzionale sin dal piano metodologico: la decretazione d’urgenza in materia penale esige casi straordinari di necessità e urgenza, difficilmente configurabili senza un’evidente emergenza generalizzata, come già osservato dalla Corte di Cassazione in analoghi precedenti e segnalato da giuristi critici.

In un quadro costituzionale che pone la libertà personale come valore primario (art. 13 Cost.) e la democrazia come sistema di libertà e diritti (art. 1 Cost.), l’ampliamento di poteri di trattenimento preventivo e di limitazioni a diritti fondamentali — come quello di riunione e di circolazione — richiede rigorose garanzie di legalità, proporzionalità e controllo giurisdizionale effettivo, pena l’effettiva erosione dei principi di uno Stato di diritto genuino.

Libertà individuali versus sicurezza pubblica: un equilibrio mai neutro

Nel linguaggio giuridico moderno, la protezione della sicurezza pubblica non può costituire di per sé un valore assoluto prevaricante sulle libertà fondamentali. Stante la formulazione del decreto, si delinea piuttosto un modello in cui la libertà è presumibilmente sacrificabile in funzione dell’ordine pubblico, anziché un modello in cui le libertà sono la regola e le restrizioni l’eccezione debitamente motivata e limitata.Il fermo preventivo di 12 ore – inteso come trattenimento in vista di manifestazioni sulla sola base di una valutazione di pericolo, anche desumibile da precedenti penali o dal possesso di oggetti potenzialmente offensivi – opera una compressione della libertà personale che tende verso strumenti di prevenzione piuttosto che di repressione ex post. Sebbene la comunicazione al pubblico ministero e la possibilità di rilascio siano formalmente previste, l’assenza di immediata e obbligatoria convalida giurisdizionale solleva serie perplessità in ordine alla compatibilità con il principio costituzionale di libertà personale come regola e detenzione come extrema ratio.

Analogamente, il daspo urbano e le zone rosse tendono a limitare diritti di circolazione e di partecipazione collettiva sulla base di condanne pregresse, ancorché gravi. Giuridicamente, questo tipo di dispositivi si avvicina a una pena accessoria preventiva: più che una misura di sicurezza individualizzata, esso assume la forma di una sanzione indiretta e permanente che incide sulla libertà di partecipazione alla vita pubblica — un’irritante commistione tra pene effettive e restrizioni amministrative. In diritto costituzionale comparato, l’idea di una “prevenzione preventiva” (preventive prevention) è generalmente oggetto di forte critica quando non è sorretta da meccanismi giurisdizionali indipendenti e da criteri molto restrittivi. Senza tali garanzie, la norma rischia di trasformare la libertà in sospetto permanente.

Diritto penale d’autore vs. diritto penale liberale

Nel modello del diritto penale liberale, la sanzione è legittima solo come reazione a un fatto tipico, offensivo e colpevole già realizzato: è il primato del fatto sul soggetto, della responsabilità sul sospetto. Il diritto penale d’autore, al contrario, sposta il baricentro dalla condotta concreta alla pericolosità presunta della persona, trasformando il giudizio penale in una prognosi sociale più che in una valutazione giuridica di responsabilità.La dottrina liberale classica e quella del neo-costituzionalismo giuridico — da Alf Ross a Luigi Ferrajoli — hanno insistito sul dovere degli ordinamenti democratici di contenere la deriva punitiva entro la reazione a fatti già consumati, riservando la prevenzione al diritto amministrativo e circondandola di controlli giurisdizionali rafforzati. Il decreto in esame, pur non negando formalmente principi come il giusto processo o l’obbligo di motivazione, tende però ad anticipare a monte l’intervento coercitivo, facendo penetrare logiche preventive dentro strumenti tipicamente penali. Ne deriva un progressivo avvicinamento a un diritto penale della pericolosità: non più soltanto “punire chi ha commesso un reato”, ma intervenire su chi potrebbe commetterlo, rischiando di erodere la distinzione tra libertà individuale e esigenza collettiva di sicurezza, senza un adeguato filtro giudiziario indipendente e rigoroso.Questo slittamento non è neutro sul piano costituzionale: esso rischia di indebolire il nesso tra colpevolezza e punizione, di ampliare la discrezionalità dell’autorità e di trasformare il diritto penale da garanzia contro il potere in tecnica di governo della devianza.

Dove va il progresso normativo?

L’azione normativa in corso evidenzia una tensione permanente tra esigenze di sicurezza pubblica e tutela delle libertà fondamentali. Il decreto, nella sua configurazione attuale, tende a privilegiare strumenti preventivi e poteri discrezionali delle autorità di polizia. Un tale paradigma, se non bilanciato da garanzie giurisdizionali forti e da criteri di proporzionalità rigorosi, rischia di incrinare il tessuto dello Stato di diritto costituzionale, trasformando il diritto penale da strumento reattivo di tutela dei beni giuridici a strumento preventivo di controllo sociale. In un sistema giuridico che vuole ancorare l’autorità alle libertà, solo la piena rispondenza ai principi di legalità, di controllo giudiziario effettivo, e di proporzionalità può legittimare l’adozione di misure eccezionali che incidono su prerogative individuali fondamentali, pena la compromissione di quel diritto penale liberale che costituisce il nucleo centrale della tutela dei diritti nella nostra Costituzione.

11, 20 e 50 anni

Left compie 20 anni. Era il febbraio del 2006 quando comparve in edicola un nuovo settimanale che rinasceva dalla storia di Avvenimenti. Un nuovo nome e un nuovo vestito, portandosi appresso una storia di cercare, testardamente, una soluzione al dilemma mai concluso di trovare un modo nuovo di fare politica.

Il vecchio Avvenimenti fu fondato nel 1989. Diceva di voler garantire un giornalismo indipendente. Io penso invece fu fondato perché era il 1989, la caduta del muro di Berlino sarebbe arrivata alla fine dell’anno ma la crisi del socialismo reale era ormai evidente. L’impostazione teorica che aveva retto per quasi 100 anni la metà del mondo non aveva funzionato. E questo portava con sé una crisi delle sinistre. Come fare a rinnovarsi e con quali idee? Era proprio impossibile pensare ad altro che non fosse un sistema sociale basato sulla competizione economica del capitalismo? Perché il socialismo reale non aveva funzionato? Era solo un fenomeno economico e di esecuzione “sbagliata” oppure c’era un problema teorico di fondo?

Penso che l’intenzione, nemmeno poi tanto nascosta, fosse di fare ricerca a partire dalle inchieste, per smascherare le malefatte e la corruzione del potere economico e politico per dimostrare la disfunzionalità dell’economia capitalista, e dalla cultura, che doveva essere evidentemente la sorgente delle idee nuove. Per diversi anni Avvenimenti ebbe un grande successo. Poi arrivò la crisi economica ed editoriale. Ma forse fu anche una crisi dovuta ad una non sufficiente critica verso le idee che ormai erano il passato. Non riuscire a comprendere che non era sufficiente cambiare nome e vestito ad una linea politica se non si comprendeva più a fondo il perché la sinistra era in crisi. E questo non comprendere significava anche confondersi e pensare che liberalismo fosse un sinonimo di libertà. O non capire che l’uguaglianza tra gli uomini, il pensiero cardine della sinistra, emerso con fatica nel corso di secoli accettando gradualmente un’uguaglianza mano a mano sempre più universale, era parziale nella sua definizione perché in difetto della comprensione del perché gli esseri umani sono uguali. La realtà dell’uguaglianza biologica non è infatti sufficiente per contrastare il razzista perché non ci dà nessuna possibilità di comprensione sul perché il razzista pensi di essere superiore ad altri. Si possono dare tante, tantissime definizioni di uguaglianza tra gli esseri umani o tra gruppi di essi. Il pensiero cristiano concepisce l’uguaglianza come derivata dal fatto di avere rapporto con dio. Ma è evidente che ciò implica che un ateo o un non cristiano, che non hanno rapporto col dio cristiano, non sono uguali ai cristiani e non possono quindi essere considerati veramente umani. Oppure si può pensare ad una uguaglianza di mezzi. Per esempio, i sostenitori della libertà di possedere armi dicono che è l’essere armati che rende tutti uguali, una possibilità uguale per tutti di ammazzare gli altri. Ma è evidente che questa definizione, che possiamo definire fascista, concepisce la violenza e la sopraffazione come unica possibilità di rapporto con gli altri, cosa evidentemente falsa. Oppure ancora l’uguaglianza di mezzi può essere declinata in termini di ricchezza economica, come nella democrazia ateniese, ed ecco la conclusione che chi non ha una determinata ricchezza non è veramente umano. Un pensiero che creava contraddizioni drammatiche già nel mondo ateniese del V secolo a.C. e che ha ancora meno senso al giorno d’oggi. Ma senza arrivare ad estremi che hanno perso il loro senso dopo la Rivoluzione francese, anche le definizioni più laiche e moderne mancano di qualcosa. Si pensa alla realtà al pensiero razionale come ciò che definisce l’umano. Ma di conseguenza chi non è razionale, come il bambino e la donna, non sarebbe uguale agli altri, non sarebbe in verità un essere umano.

La ricerca di una nuova politica di sinistra non ha fatto alcuna critica verso il “normale” pensiero sull’essere umano. Nessuno si pose il problema dell’umano come solo razionale, nessuno pensò fosse una definizione parziale che andava rivista.

In effetti nessuno pensò mai che fosse possibile fare una ricerca sulla realtà umana che non fosse ripetizione di quanto già fatto. Il pensiero religioso, cristiano in particolare, bloccava ogni ricerca. L’uguaglianza era quella davanti a dio per cui l’unica cosa da correggere era una disuguaglianza di mezzi. Si poteva pensare al corpo, all’economia, ci si poteva arricchire a dismisura. Ma nessuno mai doveva mettere in discussione un’origine maligna degli esseri umani, il peccato originale che poteva essere tenuto sotto controllo solo dalla religione o per i più snob che non volevano confessarsi, da qualche seduta di psicoanalisi.

È difficile mettere in crisi se stessi e c’è chi riesce a non entrare in crisi mai, chi riesce a continuare a non vedere, accecandosi e, purtroppo, cercando di accecare gli altri.

Ma la realtà del mondo cambia, la storia va avanti e non aspetta nessuno. Nuove nascite, nuovi popoli, nuove culture si muovono nel tempo e nello spazio e fanno realtà nuove.

Così come quelli che pensano che niente mai cambierà, che tutto resterà come loro vogliono che sia, alla fine scompaiono e la storia continua il suo corso inesorabile. Nel 2006, Avvenimenti cambiò nome e vestito e cambiò anche pensiero. Per trovare e proporre idee nuove era necessaria una ricerca nuova sugli esseri umani. Gli ideatori di questa nuova pubblicazione, Simona Maggiorelli, allora redattrice di Avvenimenti, con Ilaria e Luca Bonaccorsi, insieme ad Ivan Gardini, conoscevano bene una ricerca sull’essere umano che andava avanti da 30 anni con l’Analisi collettiva. Era una storia iniziata nel 1975-1976 in maniera spontanea, come richiesta irrazionale dell’interpretazione di sogni raccontati allo psichiatra che aveva scoperto la pulsione di annullamento e teorizzato la dinamica della nascita umana, quella dinamica fisico-psichica che crea la mente umana come reazione biologica allo stimolo luminoso che colpisce la retina dell’occhio.

Il nuovo nome Left conteneva nel suo essere un acronimo la linea editoriale nuova: Libertà, Eguaglianza, Fraternità e Trasformazione. Ricominciare dalla Rivoluzione francese e dalla libertà della ragione e della materia dall’alienazione religiosa, a cui affiancare un pensiero nuovo di possibilità di trasformazione psichica dell’essere umano, idea irrazionale e quindi incomprensibile alla ragione, della possibilità di modificare in maniera totale la mente per cui il precedente scompare per permettere la comparsa, la creazione, di un pensiero nuovo. Trasformazione del pensiero che significa possibilità di realizzazione ma anche possibilità di cura della malattia mentale; possibilità di liberarsi dal vincolo millenario della religione e dall’altrettanto micidiale vincolo millenario della ragione come unica possibilità e realtà di pensiero umano. Il 2026 è l’anno in cui ricorrono 50 anni dalla nascita dell’analisi collettiva e sono anche 20 anni da quando fu pensato che quel pensiero dello scopritore della nascita umana dovesse avere uno spazio dedicato alla trasformazione umana, che potesse diventare una ricerca pubblica, senza mediazioni, così come era senza mediazioni il rapporto che aveva avuto per 30 anni con i partecipanti all’analisi collettiva.

Da allora Massimo Fagioli è stato collaboratore di Left per 11 anni ogni settimana, senza mai mancare un numero. La rubrica, pubblicata senza alcuna mediazione o vincolo, se non lo spazio delle due pagine, è stata motivo di conflitto con tanti che evidentemente non sono riusciti ad accettare una libertà di ricerca fatta davanti a tutti, senza alcun filtro, senza alcuna paura di “ciò che non si può e non si deve dire”, senza alienazione religiosa.

L’idea di ripubblicare tutti gli articoli della rubrica Trasformazione nella sua forma originale, con le foto e le grafiche come sono cambiate nel tempo, è di Carla Severini a cui va il mio sentito ringraziamento.

Altrettanto sentito ringraziamento agli eredi di Massimo Fagioli e anche ad Alessandro Ferraro che ci ha concesso di ripubblicare le opere originali che accompagnarono la rubrica per 6 anni. In questo fascicolo e negli altri 10 che seguiranno troverete la riproduzione fedele di ciò che fu pubblicato in 11 anni, dal febbraio 2006 al febbraio 2017. Le annate della rubrica Trasformazione sono state tutte ripubblicate dall’Asino d’oro in forma di libri, ma abbiamo pensato che fosse bello rivedere come fu quella storia nella sua forma originale che fu anche una storia di aggiustamenti e miglioramenti continui della composizione delle pagine. Pensiamo siano un omaggio bello e necessario a Massimo Fagioli che ci ha regalato con essi una ricerca straordinaria in cui ha elaborato pensieri preziosi, soprattutto in questi tempi difficili e confusi. Ma anche un omaggio alla nostra storia e ai lettori che ancora dopo tanti anni ci seguono con passione e interesse.

L’istante pensato. Luigi Ghirri e la Polaroid

La mostra Luigi Ghirri. Polaroid ’79 -’83, al Centro Pecci di Prato (fino al 10 maggio), curata da Stefano Collicelli Cagol e Chiara Agradi, presenta una vasta selezione di foto scattate da Ghirri fra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. In quegli anni la Polaroid fornì all’artista pellicole e macchine, incoraggiandolo all’utilizzo dell’istantanea. Quella fase culminò con l’invito dell’artista ad Amsterdam, tra il 1980 e il 1981, per sperimentare la Polaroid 20×24 instant land camera, in grado di produrre scatti extra large in poco più di un minuto. La mostra rivela quindi un Ghirri inedito, in bilico tra il controllo rigoroso del decennio precedente e la nuova, intrigante, aleatorietà offerta dalla fotografia istantanea.

La sua nota cifra stilistica si colloca magistralmente tra l’uso concettuale del medium e la costruzione di un’immagine capace di suscitare immediata empatia, intessuta di oggetti portatori di memorie, della complessa stratificazione del paesaggio italiano e delle persone che lo abitano. Questa scelta di soggetti familiari genera un senso di riconoscibilità, offrendo al fruitore elementi in cui potersi rispecchiare nel mondo da lui raccontato. Tuttavia, tale familiarità convive con una postura analitica.

La sua opera non è mera documentazione, ma pone domande fondamentali, non solo sulla tecnica fotografica stessa bensì, più alla radice, sulla costruzione dell’immagine, relative alla convivenza in essa di temporalità diverse all’interno dello scatto e della composizione che, simultaneamente, esclude e include in un processo di sdoppiamento della realtà insito nel processo fotografico, svelando all’occhio dello spettatore ciò che è invisibile o sconosciuto pur essendo sotto gli occhi di tutti ogni giorno. Le polaroid, in particolare, esaltano questo aspetto. Infatti la necessità di ricreare il suo mondo di oggetti e stratificazioni di memoria lontano dalla sua Emilia (ad esempio, disponendo oggetti selezionati e portati dall’Italia in Olanda davanti all’apparecchio) si dimostra congeniale al lavoro di ricostruzione e scomposizione del reale. La rapidità dello sviluppo istantaneo non è fine a sé stessa, ma diventa strumento per un’analisi dell’immagine,

Il cuore della poetica di Ghirri, evidente in questo corpus di polaroid, risiede nella sua capacità di «idealizzare la realtà in maniera classica, mostrando cose classiche in maniera non classica». La “classicità” in Ghirri non si manifesta nel soggetto monumentale o nell’archetipo storico, ma nell’armonia cromatica, nell’immobilità ordinata e silenziosa e nella ricerca di un ordine compositivo applicato a un universo visivo “minore” e quasi evanescente.

In un’Italia