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Aprendo le porte dei sogni… al museo Marmottan Monet

Arriviamo a Parigi e ci ricordiamo dell’incontro Les Images Nouvelles presso l’Istituto Italiano di Cultura: era il 29 settembre 2006. Proprio lì oggi si trova la mostra fotografica, dal titolo affascinate, L’Istante Infinito, di Lia Pasqualino, artista che ha fatto del ritratto una forma di esplorazione dell’umanità. Ma ancora di più ci polarizza il museo Marmottan, eponimo di una famiglia di collezionisti d’arte che dagli anni Trenta ha lasciato all’Accademia delle Belle arti la propria dimora scrigno di collezioni e oggetti preziosi, anche quanto donato da Michel Monet, ultimo discente diretto del maestro Claude, con capolavori senza tempo della pittura impressionista. Il nostro obiettivo è l’esposizione aperta fino al primo marzo 2026, L’Empire du Sommeil, rassegna che esplora attraverso opere sia pittoriche che scultoree – Rembrandt, Ingres, Delacroix, Füssli, Courbet, Rodin, Monet, Munch, Picasso – sia letterarie – Omero, Dante, Cervantes, Carroll – il sonno e i sogni, il mondo misterioso di chi si addormenta e pensa per immagini. Interessante che vi sia un focus specifico ma non esclusivo sul periodo storico che corre dall’Illuminismo alla Grande Guerra: la curatrice Laura Bossi scrive in proposito che in reazione al razionalismo settecentesco la figurazione, l’iconografia, la ricerca degli artisti avrebbero esplorato anche «il lato oscuro des Lumières» compresi i vari fenomeni ritenuti problematici come incubi, sonnambulismo e insonnia.
Lo stretto ingresso, le pareti blu, le luci soffuse ci avvicinano al tema del «dolce sonno, pura felicità», secondo un passo di Goethe. Qui troviamo le prime opere tra le quali il ritratto di Jean Monet endormi di Claude Monet (1868 circa), Un Martyr, Le Marchand de Violettes di Fernand Pelez (1885), Le Sommeil, buste de femme di Auguste Rodin (1889 circa), Monique assoupie di Henri Matisse (1944) che parlano del sonno come atto fisiologico umano, in comune a bambini e adulti, donne e uomini, indipendente da variabili sociologiche o economiche. Le due

«Primo. Non diventare cinici». Paolo Di Paolo e la lezione viva di Gobetti

Notte tra il 15 e il 16 febbraio del 1926. Piero Gobetti muore in una gelida Parigi non ancora venticinquenne per delle complicazioni subentrate a seguito di un forte attacco di bronchite. Aveva appena lasciato l’Italia fascista dopo aver subito brutali aggressioni squadriste che ne avevano pesantemente debilitato il corpo, ma non lo spirito. Per Mussolini era uno degli oppositori più irriducibili e temibili, dunque un nemico di cui liberarsi in fretta. Un’eredità preziosa la sua: quella di uomo dalla statura intellettuale e morale fuori dal comune, esemplare.

Nonostante la sua breve vita, fu tutto: teorico della politica, militante, scrittore, editore, marito e padre. Un’esistenza folgorante, bruciata in pochissimi anni sull’altare della libertà. Di Gobetti fa un bel ritratto lo scrittore Paolo Di Paolo nel suo ultimo libro Un mondo nuovo tutti i giorni: Piero Gobetti, una vita al presente, edito da Solferino, dopo aver già pubblicato nel 2013 un romanzo ispirato alla sua biografia, Mandami tanta vita (Feltrinelli), finalista al premio Strega. L’autore torna a ripercorrere la storia di Gobetti mettendo a fuoco i frangenti che ne illuminano il carattere e la fedeltà a certi principi, che il giovane Piero non tradirà mai. Una coerenza pagata a caro prezzo, anche a costo di rinunciare a una vita familiare piena d’amore con una straordinaria compagna, Ada Prospero, e il figlio Paolo, che Gobetti farà in tempo a vedere appena prima del suo esilio in Francia. Paolo Di Paolo nel ritratto dell’intellettuale torinese è bravo nell’evidenziare e coniugare al presente alcuni concetti chiave del suo percorso biografico e umano, a partire dal suo essere giovane e spregiudicato. La “giovinezza” intesa come categoria dello spirito e non come semplice dato anagrafico; come marca della sua visione dell’uomo e della storia estesa e dirompente, refrattaria a ogni compromesso; come nucleo vitale essenziale, per il tempo presente e futuro, e come valore in sé, che gli adulti spesso rimuovono e ricacciano stupidamente indietro con imbarazzo, «quelli che alzano le spalle e sorridono di fronte agli entusiasmi dei figli. Che non prendono sul serio i loro slanci, le loro convinzioni. Le loro speranze», scrive Paolo Di Paolo proprio in apertura del libro.

Per Gobetti crescere sotto il fascismo significò non arretrare e non arrendersi mai, combattere e resistere con idee e azioni; volle dire vivere, sopravvivere, formandosi una coscienza morale e una propria identità di uomo libero.

Del resto, cosa avrebbe potuto fare di diverso uno che aveva studiato a fondo la vita e l’opera di Vittorio Alfieri, di cui pubblicò al suo esordio da editore la filosofia politica e da cui apprese l’arte della ribellione contro ogni forma di tirannide? Lui che aveva potuto

L’allergia costituzionale del governo Meloni

Il 23 luglio 1971, il Movimento sociale italiano depositava, primo firmatario Giorgio Almirante, una proposta di revisione costituzionale del Consiglio superiore della magistratura, proprio negli anni in cui l’emergere dell’associazionismo dei giudici all’interno dell’Associazione nazionale magistrati aveva aperto un dibattito che avrebbe portato, di lì a poco, all’approvazione della legge elettorale della componente togata con metodo proporzionale. Anche – o soprattutto – per questo motivo, ad avviso del Msi il rischio di una politicizzazione del Csm era inevitabile: per queste “preoccupanti” ragioni, era necessario «ridurre il conflitto nell’ambito giudiziario, ricondurre i meno – che però costituiscono i gruppi più attivi ed impegnati in un’azione attivistica [sic!] – a posizioni necessariamente aderenti al dovere di imparzialità per ristabilire prestigio e fiducia compromessi da note vicende, nonché da disfunzioni» del Consiglio stesso (così nella relazione introduttiva all’A.C. n. 3568/1971). La soluzione prospettata dai firmatari della proposta consisteva nell’introdurre la nomina dei membri togati mediante sorteggio: il ddl di revisione costituzionale non ebbe alcun seguito ed oggi ricordarlo potrebbe apparire una mera erudizione di storia parlamentare.

Eppure quella proposta, letta con il senno di poi, assume oggi una nuova e inquietante attualità. Troviamo qui esposte le ragioni politiche di una parte allora minoritaria, ma oggi pienamente maggioritaria in Parlamento ed egemone nel Paese. Questa propone la riforma del Csm – a partire dal sorteggio dei componenti togati – come un plebiscito popolare. Come se fosse l’unica soluzione possibile per porre fine a una presunta rete di intrecci tra politica e magistratura.

Tuttavia, mentre nel 1971 il Msi vedeva nell’emersione del pluralismo associativo un evidente elemento di politicizzazione della magistratura, oggi questi stessi argomenti sono impiegati nel dibattito pubblico per giustificare la riforma della giustizia targata Nordio, con l’obiettivo di porre fine allo «strapotere delle correnti». Sia chiaro. Questo sovversivismo dell’attuale classe dirigente non è da ricondurre soltanto agli epigoni della cultura politica neofascista nostrana, se solo si pensa che ancora nel 2001 l’allora maggioranza di centrodestra a trazione berlusconiana riproponeva, a trent’anni esatti di distanza dalla “provocazione” del Msi, di introdurre in Costituzione il sorteggio dei togati, oltre che dei laici, per porre fine alla politicizzazione del Csm e alle “correnti” della magistratura. Con l’obiettivo di neutralizzare «la diversità “antropologica” del “militante” (che normalmente vede il magistrato di sinistra obbediente alle decisioni del “collettivo” e capace, in nome dell’idea, di sacrifici impensabili per un magistrato “moderato”, affetto da inguaribile “solipsismo”)», così nella relazione introduttiva all’A.S. n. 561/2001.

Al di là della stereotipata – e a tratti macchiettistica, se non addirittura inquietante – rappresentazione che veniva data della magistratura, appare chiaro come l’introduzione del sorteggio assumesse nell’intenzione dei proponenti una finalità punitiva delle toghe all’indomani di Tangentopoli e che oggi, con la “riforma Nordio”, vede sommata a questa scelta anti-democratica di fondo, la duplicazione del Csm, con il non celato obiettivo di sottoporre finalmente le Procure al controllo dell’esecutivo, esautorando de facto l’obbligo dell’azione penale ed addomesticando così le procure ai desiderata della politica.

Si tratta di una “controriforma”, nel merito, pericolosa ed autoritaria, un tassello ulteriore di un puzzle più complesso ma ben pianificato, che rischia di trasformare il volto della nostra democrazia in una “democratura”, in uno di quei modelli autoritari nati negli ultimi anni in Ungheria e Polonia e che vedono oggi negli Stati Uniti di Trump la loro messa a sistema istituzionale definitiva. Uno dei Padri della nostra Costituzione, Pietro Calamandrei, sosteneva che l’esecutivo ed i suoi ministri avrebbero sempre dovuto uscire dalle aule parlamentari, ogni qualvolta si fossero discussi progetti di revisione costituzionale: «I banchi del governo devono rimanere vuoti», diceva, se si vuole davvero restare fedeli al metodo ed alle regole del dibattito democratico. Abbiamo assistito, invece, ad un iter di approvazione della “controriforma Nordio” in cui il Parlamento non ha avuto alcun ruolo, non soltanto in termini di discussione politica, ma addirittura di emendamento del testo originario, così come approvato dal Consiglio dei ministri: in questo modo la maggioranza, negando alla radice lo spirito ed il senso dell’articolo 138 della Costituzione – che pretende attento confronto, equilibrio, un surplus di dialettica e di discussione, quando si affrontano temi che stanno al cuore del sistema democratico – è andata avanti indossando l’elmetto della contrapposizione politico-mediatica.

E da ultimo, in queste ultime settimane, abbiamo assistito al colpo di mano del governo Meloni che ha addirittura deciso di fissare la data del referendum, senza attendere la scadenza naturale del 30 gennaio, per consentire al comitato promotore composto dai quindici “volenterosi” cittadini di raccogliere le firme online, in questo modo disconoscendo la prerogativa di potere dello Stato che, ai sensi di legge e alla luce della costante giurisprudenza della Corte costituzionale, al comitato promotore sarebbe spettata.

In sintesi, il governo, con una forzatura senza precedenti nella storia repubblicana, ha deciso di iniziare la campagna referendaria senza consentire ai legittimi rappresentanti della sovranità popolare di potervi partecipare in condizione di parità mediatica rispetto ai partiti di maggioranza. La battaglia referendaria

Serbia, nuove cause per una guerra “vecchia”

Belgrado-Tornare a Belgrado a distanza di trent’anni è stato come fare un viaggio nel futuro. Dai ricordi vividi di una città e di un Paese sotto sanzioni internazionali allo struscio spensierato del natale ortodosso e delle luminarie fastose. Dall’aumento esponenziale dei suicidi di anziani che non sapevano più come scaldarsi e mettere insieme il pranzo con la cena, ai concerti di Lenny Kravitz ed Eros Ramazzotti. Ma lo scarto tra le due epoche diventa ancora più impressionante raggiungendo il belvedere della fortezza Kalemegdan che domina con le sue mura la confluenza tra Sava e Danubio: come in una metropoli asiatica lo skyline è stato stravolto dall’apparizione di nuovi palazzi e grattacieli che si sono aggiunti, quasi contrapposti, alla storica torre Geneks di Novi Beograd, simbolo dell’architettura brutalista jugoslava che si fece conoscere in tutto il mondo.

Emirati serbi

Belgrade Waterfront, il progetto avviato nel 2014 sulla riva destra della Sava dall’attuale primo ministro Aleksandar Vučić, ha comportato l’iniezione di 3,5 miliardi di euro nel tessuto urbano della città attraverso una joint-venture tra governo serbo e la Eagle Hills Properties, una compagnia di investimenti degli Emirati Arabi. Sono stati costruiti quasi due milioni di metri quadri sotto forma di appartamenti di lusso, del più grande centro commerciale del sud-est europeo e della Belgrade tower, il grattacielo più alto tra Vienna e Istanbul. Un progetto contestato fin da subito da architetti ed urbanisti internazionali ma anche e soprattutto dagli stessi cittadini che lo hanno disprezzato sia per non essere mai stati consultati sia per il gap incolmabile tra i prezzi degli immobili e lo standard di vita delle persone. La Serbia è infatti tra i Paesi europei dove è maggiore la disuguaglianza sociale ed in un contesto simile il lusso ostentato diventa ancora più odioso. Il movimento “We won’t Belgrade d(r)own” già dal 2016 accusò Vučić di corruzione e riciclaggio e di avere apertamente ignorato le stesse leggi di urbanizzazione. Fu una contestazione che anticipò nella sostanza le oceaniche proteste popolari guidate dagli studenti quasi dieci anni più tardi contro un governo percepito come corrotto ed inadeguato. Un sistema di potere che proprio dalla sua prima e più grossa promessa elettorale, il Belgrade Waterfront, passando per lo scandalo Rio Tinto, fino alla strage causata dal crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, ha ampiamente dimostrato le sue “qualità”.

Interessi a stelle e strisce

La Procura di Belgrado per la criminalità organizzata (Tok) ha recentemente avviato un procedimento penale nei confronti del ministro della Cultura Selaković e di altri suoi tre collaboratori per avere cancellato illegalmente, tra giugno e novembre 2024, lo status di bene culturale all’edificio dello Stato Maggiore, già bombardato dalla Nato nel 1999. La lucrosa operazione immobiliare che ne sarebbe seguita sarebbe stata affidata a Jared Kushner, genero di Trump, che però ha abbandonato la cordata subito dopo lo scoppio del caso e delle durissime proteste che ne sono seguite. Nel frattempo Vučić, interferendo pesantemente con la giustizia della Serbia, ha pubblicamente dichiarato che in caso di sentenza di colpevolezza concederà la grazia a tutti gli imputati. In realtà queste interferenze sembrano non essere nuove. Quattro anni fa l’avvocato Srdjan Aleksić, coadiuvato dal suo omologo italiano Angelo Fiore Tartaglia, ha portato la Nato di fronte all’Alta Corte di Belgrado per rispondere dei gravi danni alla salute arrecati a Ksenija Tadić che nel 1999 era un diciottenne con l’unica colpa di vivere nei pressi dello Stato Maggiore, colpito dalle bombe dell’Alleanza. Di fronte a questa chiamata in causa la Nato non solo si rifiutò di comparire ma depositò un memorandum dove esigeva, da parte del governo, una garanzia di immunità assoluta. Tartaglia ci ha fornito quel documento e le parole appaiono perentorie ed inequivocabili: «(La Nato) non parteciperà ai processi e si aspetta che lo status, i privilegi e le immunità di cui gode l’Organizzazione siano pienamente accettati dalle autorità serbe inclusi i tribunali. La Nato si aspetta che il governo serbo prenda tutte le misure necessarie per riconoscere e rendere effettivo lo status goduto dall’Organizzazione presso l’Alta Corte di Belgrado». Vučić si mise sull’attenti e, attraverso il ministero della giustizia, accolse la richiesta di immunità che poi venne recepita anche dal tribunale.

Belgrado, Italia

In Italia il nesso causale tra esposizione all’uranio impoverito e insorgenza di gravi patologie tumorali è oramai diventato giurisprudenza consolidata grazie alle oltre 500 sentenze vinte dall’avvocato Tartaglia e dalle vittime da lui rappresentate contro il ministero della Difesa. Parliamo di soldati che hanno prestato servizio nei Balcani, in Iraq, in Afghanistan o nei poligoni Nato come Salto di Quirra in Sardegna. Questo “patrimonio” del diritto militare è stato messo a disposizione delle vittime civili e militari anche in Serbia e potenzialmente potrebbe servire cause di verità e giustizia per tutte le vittime dove Nato, Stati uniti e Regno unito hanno utilizzato munizioni o armi contenenti questo metallo pesante. Aleksić e Tartaglia non si sono fermati di fronte all’insabbiamento della causa contro la Nato (sono passati quattro anni con in mezzo un ricorso in appello) ma hanno intentato contro il governo serbo nuove azioni legali per affermare anche qui il nesso di causalità. «Se la Nato ha la responsabilità diretta per i bombardamenti – spiega Aleksić a Left – il governo ha la responsabilità di non aver tutelato il suo personale e i civili. Perché il governo sapeva che tipo di munizioni venivano utilizzate e non ha detto niente a nessuno». Siamo seduti in una trattoria appena fuori il centro di Belgrado e i due avvocati raccontano soddisfatti di come hanno preparato la causa presso il tribunale di Pančevo dove lo scorso 24 marzo è stata emessa una prima storica sentenza a favore di Zoran Karišik, un riservista che viveva in quella città durante il bombardamento dell’impianto petrolchimico. La giudice ha riconosciuto che il cancro ai polmoni di Karišik doveva ritenersi provocato dall’esposizione all’uranio impoverito. La base probatoria di questa sentenza era piuttosto solida: dalle analisi sui tessuti tumorali effettuate presso un laboratorio italiano, che avevano accertato una presenza abnorme di uranio e di altri metalli pesanti, alla giurisprudenza italiana sulla materia, alla stessa Organizzazione mondiale della sanità che classifica le nanoparticelle di uranio impoverito con il più alto fattore cancerogeno. «…non c’era l’immunità a Pančevo – scherza Tartaglia alzando il bicchierino di rakija – …e domani replichiamo a Vršac!… živeli!».

Atto terzo

Vršac è una piccola città della Voj Vodina al confine con la Romania con una nutrita minoranza rumena e ungherese. È la città dove vive Dragan Antić un poliziotto in pensione affetto da tumore alla tiroide che all’epoca dell’aggressione Nato era stato mandato in Kosovo. L’appuntamento è con lui mezz’ora prima dell’udienza. «Ci avevano mandato a pattugliare le strade tra Peć, Djakovica e Prizen – racconta – ma io penso di aver respirato quella roba a Gornja Mahala. Eravamo in quattro dentro una specie di trincea. Poco sopra a noi l’esercito aveva piazzato dei camion di cartone per attirare il fuoco degli aerei e così è stato. È arrivato un A-10 e ha fatto il finimondo». Gli chiedo degli altri tre che stavano con lui e Dragan, fissandomi con lo sconforto negli occhi, mi dice che due di loro sono morti per un tumore al cervello e ai polmoni. Saliamo in macchina e ci dirigiamo al tribunale dove una traduttrice aspetta i due avvocati: da circa due anni Tartaglia è iscritto all’albo di Niš con la facoltà di esercitare in tutta la Serbia, la sua arringa sarà determinante. Li aspetto fuori dall’aula. Quando si apre la porta li vedo uscire esibendo tutti dei sorrisi. «Angelo è stato grande – dice a bassa voce Aleksić – e quando l’avvocato dello Stato ha chiesto di eliminare la casistica italiana dalle prove, la giudice gli ha detto di no. Credo che andrà bene anche questa».

La guerra che non finisce

Secondo l’università di Berkeley nei Balcani l’inquinamento chimico e radioattivo è trecento volte quello di Hiroshima e Nagasaki dopo i bombardamenti nucleari. Dopo i bombardamenti della Nato del 1999 è esplosa una vera e propria epidemia tumorale: linfomi, leucemie, cancro ai polmoni, ossa, esofago, problemi renali, disturbi neurologici e malformazioni genetiche. La Serbia si attesta da anni ai vertici delle statistiche europee per incidenza e mortalità da malattie oncologiche. I dati dell’Istituto di sanità pubblica “Dr. Milan Jovanović Batut” parlano chiaro: ogni anno vengono registrati quasi 40.000 nuovi casi di cancro. Quasi 8 volte i casi registrati prima dei bombardamenti. Incrociando le analisi sui tessuti tumorali di vittime italiane e serbe si è rilevata la stessa abnorme quantità di uranio impoverito che risulta essere più di cinquecento volte superiore alla media. È questa la prova più schiacciante che ci troviamo di fronte ad un crimine di guerra con l’aggravante (terribile) di perpetuarsi nel tempo. Lo scorso novembre la Commissione europea ha pubblicato il suo annuale Serbia Progress Report con i compiti a casa per il governo affinché si adegui agli standard europei in vista dell’adesione. Una delle note dolenti segnalate è la mancanza di indipendenza della magistratura in quanto «permangono preoccupazioni circa pressioni indebite su giudici e pubblici ministeri… La Serbia deve ancora dimostrare un “impegno autentico” nell’indagare e giudicare i crimini di guerra». Chissà se la Commissione europea si riferiva anche alla Nato e alle sue «pressioni indebite» e se gli standard da raggiungere sono “doppi”. In ogni caso gli avvocati Aleksić e Tartaglia non hanno dubbi:  «I crimini di guerra non vanno in prescrizione e non prevedono immunità». La partita è ora aperta anche in Serbia.

Kader Abdolah: L’Iran troverà la libertà con le proprie mani

In Iran la protesta laica, per la libertà e la democrazia, contro il regime teocratico degli ayatollah non si ferma, anche se – mentre scriviamo – è scomparsa dai media mainstream, dopo la feroce repressione dei manifestanti, compiuta a porte chiuse dal regime che ha imposto un black out di internet. Dopo l’onda verde e il movimento donna vita libertà, la società civile iraniana si è alzata in piedi in modo oceanico. Ma sappiamo quanto gli ayatollah e i pasdaran siano difficili da scalzare. E di certo non ha aiutato Trump. Per capire cosa sta accadendo ma soprattutto quali scenari si potrebbero aprire, siamo tornati a interpellare un grande scrittore, l’iraniano, rifugiato in Olanda, Kader Abdolah (pseudonimo per questioni di sicurezza, composto dai nomi di due suoi compagni di lotta uccisi dal regime teocratico). Da poco è uscito il suo affascinante libro Quello che cerchi sta cercando te (Iperborea) dedicato al poeta persiano Rumi e al tema della migrazione e dell’esilio. Lo scrittore sarà a Roma il 26 febbraio (Spazio Sette) e il 28 febbraio al festival Testo di Firenze.

Kader Abdolah, da giovane lei ha combattuto prima contro lo Scià e poi contro Khomeini. I suoi compagni e suo fratello furono uccisi. Come vive questi giorni di disumana repressione delle proteste in Iran da parte del regime?

Guardo quei giovani con un misto di gioia, orgoglio e dolore. Gioia e orgoglio, perché sono coraggiosi. Mettono le loro giovani vite inesperte sulla linea del fuoco, per la libertà. Sono una nuova generazione come eravamo noi ma molto diversa dalla nostra. Noi eravamo la generazione della telefonia via cavo, della radio e dei piccoli televisori in bianco e nero. Loro sono la generazione di internet, dei satelliti, dei viaggi su Marte, di Chatgpt e di TikTok. Vogliono raggiungere tutto rapidamente, alla velocità di una ricerca su internet. Ma nella realtà purtroppo non è possibile. Sono un po’ geloso di loro.

Cosa pensare degli interventi del figlio dello Scià e di Trump?

Sono molto arrabbiato, sono persone sconsiderate e pericolose. Il figlio dello Scià vive negli Stati Uniti e invoca la distruzione: “Bruciate tutto! Sto arrivando. Il caro Trump verrà con me. Ci sostiene”. Questo è profondamente doloroso per me. Non è così facile distruggere il regime iraniano. E sarebbe una vergogna per il popolo iraniano se Trump dovesse “liberare” l’Iran. Gli iraniani sono un popolo molto orgoglioso. In quel Paese antico è successo di tutto. Abbiamo visto passare sulla nostra amata terra i nemici più pericolosi della storia fin dai tempi di Alessandro Magno e di Gengis Khan. Penso che le proteste in Iran oggi siano state – e siano tuttora – un altro grande passo verso la libertà, che il popolo iraniano conquisterà con le proprie mani.

Questo movimento è diverso dalle precedenti ondate di protesta?

Sì è molto diverso. Il regime ha capito che è estremamente pericoloso per la propria sopravvivenza ed è andato all’attacco: molte persone sono state uccise. Questo è accaduto anche perché Trump e il figlio dello Scià hanno abusato delle proteste del popolo iraniano e hanno dato false speranze. Hanno detto che sarebbero arrivati “stanotte”, che avrebbero distrutto completamente il regime iraniano. Tanti giovani ci hanno creduto. A causa di quella falsa speranza, si sono precipitati. E il regime li ha uccisi. Migliaia

Quando la guerra si insinua nei sogni

La guerra non è solo distruzione fisica. Non è solo ferite, ustioni, macerie, città rase al suolo. La guerra è anche altro. È come la polvere che si solleva dopo l’esplosione di una bomba: una nube sottile che, ricadendo, filtra dappertutto.

Entra nelle fessure, negli interstizi più nascosti, si deposita sugli oggetti, sui corpi, sugli spazi vitali. E, lentamente, si insinua anche nella vita psichica di chi è esposto alla violenza in modo continuo. Questa polvere entra nei sogni. Nei sogni di chi vive la guerra giorno dopo giorno, senza tregua. In Dreaming of War, una raccolta di testimonianze scritte durante la guerra in Ucraina, compaiono sogni che non seguono il ritmo abituale della narrazione onirica. Non sono sogni privi di elaborazione, ma sogni in cui il lavoro onirico è continuamente interrotto e disturbato dall’irruzione della realtà. In uno di essi, una donna si trova circondata da una miriade di piccoli animali che corrono ovunque, così numerosi da provocarle panico. Ha la sensazione che le stiano salendo addosso, che la stiano invadendo. Prova a fuggire. Il sogno non arriva a una conclusione: viene spezzato dal suono della sirena antiaerea. In questa scena i contorni si perdono: gli animali diventano sempre più piccoli, sempre meno distinguibili, fino a trasformarsi in una presenza diffusa, difficile da evitare. Non c’è un oggetto minaccioso unico, ma una molteplicità minuta che invade lo spazio. Non è l’esplosione improvvisa a imporre la paura, ma ciò che resta dopo, ciò che si deposita lentamente e si infiltra ovunque. In un altro sogno, una giovane donna cammina per la città mentre il sangue le scorre dalle vene tagliate. Lascia tracce ovunque: sull’asfalto, sulle tazze, sui cuscini. Nessuno sembra accorgersene. «Solo io sento questo sangue», scrive. Qui il sogno non racconta un evento traumatico, ma una condizione: una ferita che non si chiude, che sanguina nel tempo. Non c’è un gesto conclusivo, non c’è un atto che chiuda la scena: la sofferenza resta aperta, invisibile agli altri, ma continuamente presente per chi la vive. Questi sogni non sono immagini costruite a posteriori. Sono frammenti di esperienza notturna che mostrano una mente senza possibilità di tregua. La violenza non appare come un episodio isolato, ma come una presenza che satura lo spazio psichico. Nei sogni entra come un’invasione e resta come una ferita che non riesce a rimarginarsi. Colpisce soprattutto la forma di questi sogni. Le

Taiwan, isolata in un mare di guai

La situazione nelle acque del Mare cinese orientale è nuovamente critica dal punto di vista diplomatico e di sicurezza a causa dell’improvvido comportamento del governo nazionalista del Giappone e dell’aggressività di Trump e della sua amministrazione. Il colpo di scena dell’attacco statunitense al Venezuela ha peraltro fornito un probabile, disastroso, punto di svolta per l’intera questione. La cessione di armamento annunciata in dicembre dagli Usa a Taiwan e l’accordo sulla cooperazione nelle tecnologie avanzate (annunciato a metà gennaio) sono poi il contesto nel quale un’azione di occupazione dell’isola da parte della Cina potrebbe trovare la sua collocazione. La vicenda di Taiwan, annosa e profondamente dibattuta, ha superato ormai quattro importanti crisi e una serie innumerevole di innalzamenti di tensione che minano di fatto la sicurezza del Pacifico.

La prima crisi fu quella decisiva a imporre il passo che avrebbe accompagnato la questione fino ad oggi: gli Stati uniti, a seguito di questa, con un atto di decisa ingerenza, promossero nel 1954 una cooperazione difensiva con il governo dell’isola. Taiwan, che il governo cinese considera tutt’oggi provincia ribelle, apparteneva alla Cina già prima del 1895 (a seguito della guerra sino-giapponese l’isola fu poi ceduta al Giappone che la mantenne sino al termine della Seconda guerra mondiale) e fu infine occupata dal governo nazionalista vinto da Mao Zedong. Jiang Jieshi (Chiang Kai-shek) dopo le devastanti sconfitte del 1949 si diede alla fuga per salvare la sua pelle e quella dei funzionari a lui più vicini (compreso il figlio) e abbandonò il continente in mano alle Armate del Partito comunista cinese, riparando nell’isola. La soluzione

Cina – Usa: La sfida del XXI secolo si gioca sul mare

È da qualche anno che ci siamo abituati a considerare gli Stati Uniti, e in generale tutto l’Occidente, ormai prossimi alla fine. A prescindere da che cosa si intenda per Occidente (ognuno ne custodisce una propria versione personale), secondo tale tesi la supremazia globale sarebbe sul punto di passare dagli Usa e alleati a qualche altro attore localizzabile in un punto indefinito tra Pechino e Nuova Delhi. E assolutamente non trascurabili sono le motivazioni addotte a favore del Secolo Asiatico. In primis la demografia, che fa del continente asiatico il contenitore di oltre la metà degli esseri umani a oggi viventi. Poi il trend di sviluppo economico che negli ultimi decenni ha prodotto risultati incredibili. Ma non è tutto, la crisi economica del 2008, nata negli Stati Uniti e propagatasi ai Paesi europei, ha mostrato le debolezze dell’Occidente e di quanto gli è più caro: il sistema capitalistico. La guerra in Ucraina non avrebbe fatto altro che mettere in luce le divisioni che lacerano i due Occidenti, quello americano e quello europeo. Inoltre, il più o meno tacito sostegno occidentale a Israele nel corso della sua offensiva contro Hamas avrebbe posto su europei e americani un indelebile marchio di infamia e facilitato la diagnosi di coloro che intravvedono un avanzato stadio di demenza senile nei gangli del comando del numero uno: fisiologico preludio di morte. Tuttavia, benché ragionevoli siano le motivazioni che spingono a dichiarare la fine dell’egemonia americana, troppo spesso si rivelano affrettate. Il punto è che si tende a osservare la scacchiera delle relazioni globali considerando solo ciò che avviene sull’elemento terrestre. Trascurando il fatto che è su un altro elemento naturale che si decide il nostro destino: il mare.

Correva l’anno 1942, e un Carl Schmitt isolato nella Berlino in guerra dedica a sua figlia Anima un breve saggio intitolato Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo. Si tratta di una delle opere più celebri scritte da uno dei più controversi filosofi del XX secolo. La fama di Schmitt, illustre giurista e fiero sostenitore di Hitler sin dagli albori del nazismo, verrà consegnata all’oblio dopo la disfatta del terzo Reich, per poi venire inaspettatamente riesumata negli anni 90 da quel filone di estrema sinistra che all’epoca si dichiarava “no global”. Niente di cui preoccuparsi: tutta l’analisi dello spazio di Schmitt è una malcelata invettiva contro coloro che del mondo hanno un’immagine perfettamente globale, universale e priva di confini (in primis Regno Unito e Usa). Senza troppo dilungarci sul pensiero di Schmitt, quello che qui rileva è una frase presente in Terra e mare che suona più o meno così: l’uomo è abituato a guardare il mare dalla terra, molto

L’ambasciatrice Mona Abuamara: Come immagino lo Stato di Palestina

L’ambasciata di Palestina a Roma offre una splendida vista sulle terme di Caracalla. Un luogo ufficiale, che gode di uno status diplomatico anche se per l’ambasciatrice Mona Abuamara tra gli obiettivi principali c’è quello di poterla definire ambasciata dello Stato di Palestina. Abuamara, nonostante la giovane età, vanta un solido curriculum diplomatico. Da quando nel settembre scorso si è insediata a Roma è rappresentante permanente presso le agenzie delle Nazioni Unite Fao, Ifad e Wfp ed è stata anche capo delegazione palestinese in Canada.

Appartiene ad una generazione politica capace di unire il dovere di essere istituzione con la volontà pervicace di far sentire la voce di un popolo intero. «In attesa di un riconoscimento, intrattengo normali e costruttive relazioni diplomatiche col governo italiano e col ministero degli Affari esteri, alla pari di altri diplomatici», racconta. «C’è sempre stato un rapporto speciale fra i nostri due popoli. Abbiamo visto e sentito il sostegno nelle strade e l’Italia ha guidato le manifestazioni che ci sono state in tutta Europa per la causa palestinese e per la fine del genocidio». Mobilitazioni che hanno sorpreso anche gli altri Paesi europei. «Questo dice molto su quanto il vostro popolo ci porta nel cuore. Percepisco questo calore e sento che c’è uno spazio per parlare ed essere ascoltati. Anche a livello politico ci sono già state discussioni serie e approfondite su diversi temi. Abbiamo aperto vari file e ho incontrato rispetto. Mi auguro che questo nuovo anno porti più incontri, discussioni e cooperazione in grado di determinare cambiamenti concreti». Le chiediamo come riesca ad interagire con un governo di destra che si è dimostrato il più vicino alle politiche di Netanyahu. «La causa palestinese deve trovare un’unità di intenti. Noi dobbiamo andare al di là delle divisioni, non accentuarle. L’Italia ha un governo con cui vogliamo trattare. Non ignoriamo il sostegno di cui gode Israele. Quello che cerchiamo di fare è mostrare ciò che accade in Palestina bucando la nebbia della propaganda israeliana. Una posizione trasparente senza la quale verrebbe considerata unicamente quella di Israele. Facciamo luce sulla condizione del nostro popolo, su ciò che ci aspettiamo e di cui abbiamo bisogno dai nostri amici, in particolare dall’Italia, Paese che può compiere passi importanti per aiutarci a porre fine all’occupazione. Per questo il mio primo obiettivo è politico e non solo umanitario. Solo una soluzione

Ucraina, la guerra dei ladri d’infanzia

Una generazione sospesa, privata dell’educazione prima della pandemia e poi da una guerra che dura ormai da quattro anni, più a lungo della Prima guerra mondiale. Due eventi epocali che, sovrapposti, hanno inciso in modo profondo e irreversibile in Ucraina sulla vita dei bambini, da sempre, con le donne, le prime vittime dei conflitti.

Dalla fine di febbraio 2022 almeno 3.018 bambini sono stati uccisi o feriti – l’equivalente di 150 classi scolastiche -, 2,4 milioni necessitano di assistenza umanitaria e il 70% non ha accesso a beni e servizi essenziali. Almeno 19mila bambini, secondo stime del governo di Kyev, sono stati deportati in Russia dall’inizio del conflitto per essere sottoposti a “rieducazione”. L’istruzione primaria – il primo mattone su cui si costruisce il futuro – è oggi uno dei fronti meno visibili ma più devastati dalla guerra.

In Ucraina la scuola non è più soltanto un luogo di apprendimento. È diventata un bersaglio, un rifugio, talvolta un ricordo. I continui attacchi agli edifici scolastici e l’insicurezza diffusa hanno trasformato il recarsi a scuola in un rischio quotidiano. Eppure, proprio nei contesti di guerra, la scuola rappresenta molto più di un’aula: è uno spazio di protezione simbolica, una struttura di senso, l’ultima forma di quotidianità per bambini che hanno già perso tutto – casa, legami, stabilità emotiva. Dal 2022 un bambino su cinque ha perso un familiare o una persona cara.

L’uso intensivo di armi esplosive, anche nelle aree densamente popolate, ha avuto un impatto catastrofico sul sistema educativo. Migliaia di scuole, asili e strutture formative sono state danneggiate o distrutte, solo nell’ultimo anno se ne contano oltre 340. Mentre dall’inizio dell’invasione di Putin il numero totale delle scuole colpite sfiora le 2.800. Le strade per raggiungerle sono spesso disseminate di ordigni inesplosi e per molti genitori la scelta è drammatica ma inevitabile: tenere i figli a casa. Il numero di studenti che seguono lezioni in presenza è aumentato rispetto al 2022, ma resta largamente insufficiente.

Secondo l’Unicef almeno 4,6 milioni di bambini affrontano