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Effetto Caracas sull’America latina

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha segnato il passaggio da una timida influenza diplomatica a quella che gli analisti definiscono “Dottrina Donroe”: una versione muscolare della Dottrina Monroe che mira all’espulsione sistematica della presenza cinese e russa dall’emisfero occidentale. E All’inizio del 2026, l’America Latina ha cessato di essere un terreno di cooperazione multilaterale per trasformarsi nel principale teatro di attrito della “Guerra Fredda 2.0 tra Washington e Pechino.

In questo contesto, la distinzione tra sicurezza nazionale e diritto individuale al possesso di armi è svanita, fondendosi in un’unica agenda sovranista guidata dall’asse della destra continentale. Il fulcro di questo mutamento è l’evento tellurico del 3 gennaio 2026: l’operazione “Absolute resolve”. Il sequestro di Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi a Caracas, e il suo immediato trasferimento in un carcere di New York con accuse di narcotraffico, ha infranto il tabù dell’intervento diretto. Dal punto di vista geopolitico, il “vuoto di potere” a Caracas ha costretto gli attori regionali a una scelta di campo obbligata. Il Venezuela, per anni porta d’accesso di Pechino e Mosca nel Caribe, è ora in una “fase di transizione” presidiata dal Pentagono. Questo “cigno nero” ha inviato un messaggio inequivocabile ai governi della regione: l’allineamento con la Casa Bianca di Donald Trump non è più una libera scelta diplomatica, ma una condizione brutale di sopravvivenza politica. Per leader come Milei, il riconoscimento di Washington rappresenta l’unico scudo contro il collasso interno, trasformando la sovranità nazionale in un tributo necessario per restare al potere.

Buenos Aires, avamposto della Nato nel Cono Sur

L’Argentina di Javier Milei rappresenta l’esempio più avanzato di questo riallineamento. Buenos Aires ha smantellato i legami infrastrutturali con Pechino (dalle dighe in Patagonia alla stazione spaziale di Neuquén) per integrarsi nel sistema di difesa statunitense. L’autorizzazione di una base logistica americana nella Terra del Fuoco è una mossa di rilevanza storica che garantisce agli Usa il controllo sulle rotte interoceaniche e una proiezione strategica verso l’Antartide, neutralizzando le ambizioni cinesi nel monitoraggio satellitare dell’emisfero Sud. Coerentemente con la visione libertaria, Milei ha rotto

Il capitalismo contro se stesso

Questo è un libro che racconta molte verità, tutte un po’ oscurate nel dibattito pubblico. La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza) di Alessandro Volpi narra le vicende e i protagonisti dello scontro durissimo che sta avendo luogo nel capitalismo contemporaneo, divampato in modo dirompente dopo la seconda elezione di Donald Trump, che va ben oltre i confini degli Stati Uniti, coinvolgendo il sistema capitalistico di tutto l’Occidente. È una ricostruzione avvincente, in cui si mostra come due fronti opposti del capitalismo finanziario stiano «venendo alle mani»: quello che tradizionalmente gestisce il risparmio privato e controlla molte grandi società globali, a cominciare dalle big tech, che è in buoni rapporti con governi e banche centrali, al cui apice si trovano oggi le Big Three – Black Rock, Vanguard e State Street – e quella dei capitalisti più di frangia, gestori di hedge fund, «scommettitori d’assalto», sostenitori del private equity e fautori delle criptovalute – come Peter Thiel e Paul Atkins – che ha deciso di “puntare” su Trump e sulle destre estreme in Europa, storicamente fuori dall’establishment. Questo capitalismo, che vede negli alti tassi e nelle regole applicate al risparmio privato un limite alla possibilità di speculazioni, che non sopporta le norme stringenti sulle criptovalute e che vorrebbe così mano libera sui mercati, ha trovato in Trump un campione. Costui, infatti, assieme ai suoi uomini chiave, è ben conscio che la scommessa si gioca tutta sulla gigantesca bolla finanziaria che si è gonfiata e che non deve scoppiare per non travolgere l’economia statunitense ma la vuole sfruttare per rilanciare la sua leadership “monarchica” e autoritaria. E non è un caso che tanto Trump che i suoi “alleati” europei convergano su posizioni politiche di destra, anche perché tanto le Big Three che il grande capitalismo americano sono tradizionalmente sostenitori dei democratici Usa e dei partiti liberal-democratici in Europa, ovvero all’establishment economico-politico occidentale. Anche la seconda

Francesco Vignarca: Quel risiko glaciale tra Usa ed Europa

Nella narrazione sulla sicurezza nazionale costruita da Donald Trump in poco più di un anno di presidenza, c’è un’immagine di potenza (ambita) che ricorre sovente, quella di una cupola di protezione totale attorno agli Stati Uniti: il “Golden dome”. Non è il nome di un programma formalizzato con linee di bilancio e capitolati, ma una metafora strategica che sintetizza la visione sovranista, suprematista e guerrafondaia della seconda presidenza made in Trump: tutelare gli Stati Uniti con un sistema integrato di deterrenza, sorveglianza e difesa missilistica capace di neutralizzare attacchi provenienti dall’esterno. In questo disegno, volto a espandere oltre l’influenza geopolitica Usa anche i confini, rientrano le minacce al Canada, al Messico, alla Colombia ma anche l’aggressione al Venezuela per accaparrarsi le risorse petrolifere del Paese latinoamericano, sottraendole al contempo a Russia e Cina. E, come sappiamo, ce n’è anche per l’Europa, giacché nelle mire del capo dei Maga, la grande isola artica della Groenlandia assume un ruolo chiave, al punto da essere indicata dallo stesso Trump come “fondamentale”.

Mentre scriviamo è altissima la tensione diplomatica tra Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca, di cui l’isola fa parte come territorio autonomo, con l’ombrello della Nato – di cui Usa e Danimarca fanno parte – sullo sfondo, e lo è altrettanto il rischio di escalation politica e militare nell’Artico. Copenhagen e Nuuk auspicano la de-escalation e invitano al dialogo; Washington rilancia apertamente l’ipotesi di annessione. Il 15 gennaio, per fare un esempio, Trump ha scritto: «La Nato dovrebbe aprire la strada in modo che possiamo ottenerla. Se non lo facciamo, la Russia o la Cina lo faranno». E ha aggiunto senza tanti giri di parole: «La Nato diventerà ancora più formidabile ed efficace con la Groenlandia in mano agli Stati Uniti. Meno di questo è inaccettabile». In risposta il presidente francese Macron (altro Paese Nato) è stato meno diplomatico della omologa danese: «Non sottovalutiamo le dichiarazioni sulla Groenlandia. Se la sovranità di un Paese europeo e alleato fosse compromessa, le ripercussioni sarebbero senza precedenti».

A prescindere da come evolverà la situazione, il “caso Groenlandia” ci sembra l’emblema di una situazione confusa ma anche delicatissima senza precedenti non solo a livello geopolitico. Abbiamo rivolto alcune domande a Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo per provare a orientarci. «Per prima cosa – racconta Vignarca – bisogna considerare

Come la guerra ha smesso di essere tabù

Il modo in cui le società occidentali affrontano il tema della guerra è cambiato profondamente nell’arco degli ultimi trent’anni. Dopo la caduta del muro di Berlino, che segnò simbolicamente la conclusione della guerra fredda, intere generazioni avevano rigettato l’idea stessa di guerra, come un tabù ormai superato. Oggi questa prospettiva non regge più, e l’eventualità di un conflitto è gradualmente riaffiorata nel dibattito pubblico. Schematicamente il passaggio dalla guerra come tabù alla guerra come possibilità è avvenuto in quattro tappe.

1989-1999: Il mondo unipolare e la retorica della pace

La caduta del muro di Berlino fu seguita da un’ondata di ottimismo. Francis Fukuyama nel suo saggio La fine della storia e l’ultimo uomo (1992; nuova edizione Utet, 2023) ipotizzò che la democrazia liberale avesse vinto la competizione ideologica del XX secolo. In Europa, la dissoluzione dell’Urss sembrò confermare l’idea che il conflitto tra nazioni fosse destinato a diventare un ricordo del passato. Anche quando le potenze occidentali ricorrevano alla forza, come accadde in Bosnia, Kosovo e in Somalia, si evitava scrupolosamente l’utilizzo del termine “guerra”. Si preferivano formule come «operazione di pace», «intervento umanitario», «missione di stabilizzazione». Nel 1999 Mary Kaldor, nel suo libro Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale (Carocci, 2001) descrisse queste dinamiche come il fenomeno delle “nuove guerre” spesso giustificate attraverso il linguaggio dell’umanitarismo o dell’ordine pubblico internazionale.

2001-2014: La globalizzazione del rischio

Gli attentati dell’11 settembre 2001 produssero una svolta tanto drammatica quanto repentina. La «guerra al terrorismo» inaugurò una retorica del conflitto permanente, in cui la sicurezza veniva ridefinita come contrasto a un rischio globale, diffuso e difficilmente identificabile. La prevenzione prese

Riarmo e distrazione di massa

La nenia sul riarmo, amplificata dalla creazione ad hoc di uno o più nemici esterni e dalla promessa di raggiungere il 5% di spesa sul Pil, può essere considerata la classica strategia capitalistico-militarista, funzionale a innestare un nuovo processo di accumulazione del capitale a favore di una ristretta cerchia di élite.

Il ricorso alla produzione di armi per rivitalizzare l’accumulazione capitalista non è certo nuovo nella storia. La nascita del capitalismo industriale in Italia deve molto allo stimolo esterno delle spese belliche, incoraggiate dallo Stato. Altri casi noti possono essere il piano di riarmo tedesco a seguito della salita al potere del nazionalsocialismo nel 1933 – che porterà l’Europa e il mondo verso la seconda guerra mondiale -, oppure il piano di spesa militare ad opera degli Stati Uniti di Reagan negli anni Ottanta, o di Bush all’inizio del nuovo secolo con conseguente invasione di Afghanistan e Iraq.

Questi ultimi due casi sono l’esempio più calzante del tentativo di rilanciare i profitti sotto l’ombrello del “keynesismo militare”, agendo al contempo attraverso una riduzione della pressione fiscale a favore dei grandi patrimoni e dei redditi da capitale.

Con le dovute cautele, il tentativo di aumentare le spese militari può essere letto attraverso lo stesso paradigma del passato, ovvero come il tentativo finale di rilanciare il profitto per i pochi capitalisti che controllano il mondo produttivo ed azionario. Rispetto al passato, tuttavia, oggi la componente finanziaria non può essere omessa. Se in passato l’aumento della spesa militare gonfiava i profitti e funzionava da volano per la crescita del settore industriale, oggi alimenta in primis una nuova bolla speculativa, volto ad aumentare i rendimenti degli azionisti e dei grandi fondi di investimento. Oggi la questione sembra essere prima finanziaria e poi industriale, ma in entrambi i casi sono le forze del capitale a trarne il vantaggio maggiore.

Tuttavia, la spesa in armamenti, per quanto sia considerata di per sé “improduttiva”, comporta un grande vantaggio per le élite che ne controllano il settore. La guerra è un grande business per questi gruppi sociali. Abbiamo

La grande menzogna

Il guaio è che in Europa la guerra è diventata la nota di fondo, il rumore costante, la ragione di chiacchiere e proclami da fare quotidianamente ovunque: al bar, nei parlamenti, in famiglia. È questo uno dei veri problemi del nostro tempo: considerare la guerra non più un’eccezione ma l’inevitabile normalità. Questa follia, la vediamo su social, televisioni e media in genere. In tanti raccontano la guerra come se rappresentasse la vita normale: è un rumore di fondo costante, un suono che entra nelle case e nei notiziari come una consuetudine inquietante. Il palazzo sventrato a Kharkiv, in Ucraina, le montagne di morti e i milioni di sfollati di Gaza, il tono minaccioso di Trump che sequestra un altro presidente, Maduro, e minaccia l’Europa, vengono raccontati come ovvietà. Ovvietà dimostrate dai numeri: secondo la Nato, nel 2024, ben 23 Paesi dell’Alleanza hanno raggiunto o superato il 2% del Pil in spesa militare. A raggiungere quella cifra erano solo sei del 2021. Tutto sembra normale ed è qui che si svela la menzogna. Perché rispetto alla guerra e alla scelta di militarizzare la quotidianità, i cittadini sono in gran parte fermi, dubbiosi, perplessi. E si arriva così – sempre grazie ai dati – a scoprire il vero, grande problema di questa fase della nostra storia: lo scollamento politico. L’Europa, oggi, è un continente in cui i più o meno democratici governi – e dobbiamo aggiungere una buona fetta delle cosiddette opposizioni – decidono in nome della sicurezza senza tenere minimamente conto dell’opinione dei cittadini. E lo fanno dispiegando grandi risorse per piegare l’informazione, manipolarla ed orientarla nella direzione della guerra, proprio mentre la società si domanda se quella sicurezza e quella militarizzazione siano davvero le priorità.

I dati, dicevo, vediamoli. Secondo

Giordano Bruno, il rogo e il tempo dell’utopia

Il 17 febbraio del 1600 in Campo dei Fiori a Roma moriva Giordano Bruno, bruciato vivo sul rogo dopo otto lunghi anni di prigionia, torture e interrogatori. La Chiesa e il papa, Clemente VIII, vollero dare un messaggio esemplare al mondo intero e a tutti coloro che osassero discostarsi dall’ortodossia e dal dogma. Si era infatti nell’anno del Giubileo, dopo che l’Europa era stata divisa dalla riforma protestante di Lutero, e la comunità cristiana doveva mostrarsi compatta e irremovibile di fronte a chi osava proporre un pensiero diverso. Mai più dissidenti, mai più voci fuori dal coro: il potere, religioso e politico insieme, ricorreva, come spesso nella storia, alla repressione violenta e disumana dei soggetti eretici e ribelli. Troppo rivoluzionaria la filosofia di colui che vivificava la materia di una forma e di un’energia che tutto pervadevano rendendo ogni essere vivente degno di vivere e di essere studiato, ipotizzando una natura animata da una forza divina immanente che poteva essere conosciuta e anche plasmata dal filosofo-mago per gli scopi degli esseri umani che, finalmente, si ponevano di fronte al mondo in un atteggiamento attivo e trasformativo e non più passivo e contemplativo, come li aveva voluti la teologia cristiana e medioevale.

La mano e l’occhio, oltre all’intelletto, divengono gli strumenti principali della conoscenza filosofica, una conoscenza che si mette “a caccia” della verità nella “selva”, nell’ombra – «L’ombra non è tenebra, ma è un vestigio della tenebra nella luce, o un vestigio della luce nella tenebra…» -, nei bassifondi della società, e non nell’alto dei cieli, per trasformare e plasmare il mondo circostante e renderlo più vivibile per tutti gli esseri umani che lo abitano, senza distinzioni tra nobili e contadini, ma adesso tutti uguali, in un universo che, essendo infinito, non ha più un centro.

L’idea dell’infinito è un’intuizione cui Bruno giunge con il solo pensiero – Galileo verrà dieci anni dopo e, puntando il cannocchiale verso l’alto, confermerà le ipotesi bruniane – e il solo ragionamento: se la causa (Dio) è infinita, altrettanto infinito deve essere il suo effetto (l’universo).

Fin dai tempi degli antichi greci – Pitagora, Parmenide, Aristotele per citarne alcuni – l’infinito era stato un pensiero non sopportabile dalla mente dell’uomo che aveva bisogno di immaginare il cosmo chiuso, delimitato dalla calotta rassicurante delle stelle fisse. Bruno ha il coraggio di

Il Viminale riscopre la colpa per prossimità

Se l’infantile e sbagliato assioma di Matteo Piantedosi sui manifestanti di Torino avesse un benché minimo fondamento il mondo sarebbe semplicissimo da leggere, quasi comodo. Dice il ministro dell’Interno che sfilare nelle strade della città per contestare e ribellarsi al governo liberticida di cui fa parte significhi “essere scudo dei violenti”, e quindi pari a loro. 

Teniamo la lente in mano. Quindi chi sta in un partito che ha fatto scomparire 49 milioni di euro sarebbe scudo e connivente dei ladri. Chi è tesserato per un partito con condannati per mafia in via definitiva sarebbe un copri-picciotti con il colletto bianco. Chi siede in un Consiglio dei ministri con un’accusata di truffa allo Stato sarebbe un nemico della Patria. Chi sta in un partito fondato da un pregiudicato per frode fiscale e un condannato per mafia sarebbe un pericolo per la democrazia. 

Anzi, a ben vedere, chi stringe le mani (e addirittura si fotografa) con un presidente ricercato dalla Corte penale internazionale sarebbe corresponsabile di un genocidio. Chi accetta di ospitare i gaglioffi americani dell’ICE sarebbe un coimputato, seppur morale, per l’omicidio di due cittadini americani. E poi ancora: chi scrive su un giornale fondato da un agente infiltrato e prezzolato della CIA sarebbe corresponsabile di guerra ibrida. Chi governa con l’appoggio di qualche sgangherata truppa fascista sarebbe lo scudo dell’occupazione abusiva di un palazzo storico romano. E così via, all’infinito, tutti dentro una merda che potrebbe spandersi in lungo e largo in tutti i campi, in tutto il Paese. 

Buon giovedì. 

La grammatica non è una caserma: contro la scuola dell’obbedienza

“La cultura della regola inizia dallo studio della grammatica: è importante trasmettere all’allievo il valore della correttezza linguistica e formale”. Le parole pronunciate dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara sono espressione di un senso comune molto diffuso nel nostro Paese, e non solo a destra: qualche anno fa, per fare un esempio, più di seicento docenti universitari – molti dei quali progressisti – firmarono un appello che chiedeva di reintrodurre nei curricula scolastici i compiti proverbialmente più aridi e noiosi della tradizione educativa novecentesca, come il dettato ortografico.

I ragazzi, secondo questa visione neo-autoritaria della scuola, devono imparare a seguire le regole, a «rigar dritto»: e dato che non abbiamo più il servizio militare obbligatorio, che per decenni aveva trasmesso alle giovani generazioni il senso della disciplina, spetta agli insegnanti farsi carico di questa educazione alla docilità. La cosiddetta «grammatica», da questo punto di vista, è una palestra ideale: perché insegnare grammatica significa impartire ordini e imporre divieti, prescrivere cosa è «corretto» e cosa non si può dire. È un’ottima «ginnastica di obbedienza», come l’ha definita Giulia Addazi citando De Andrè.

Il libro di Giuseppe Faso Le regole non piovono dal cielo. Grammatiche immaginarie, Pungitopo ed., Gioiosa Marea (Messina)  smonta una per una simili leggende neo-autoritarie, a partire da quelle che riguardano le «regole grammaticali». Come sanno bene i linguisti, la «grammatica» non è l’insieme delle norme che definiscono il «parlare corretto», ma è l’osservazione delle regolarità nell’attività linguistica dei parlanti, con giochi di relazioni, accordi, restrizioni e obblighi tutti acquisiti nella pratica quotidiana e applicati inconsciamente.

A scuola abbiamo imparato che il pronome «lui» non può mai essere soggetto, e che dunque si deve dire «egli è partito» e non «lui è partito». Il problema è che, nella vita reale, nessuno pronuncerebbe mai una frase del genere. E a dir la verità non si esprimono così neppure i grandi autori della letteratura italiana: «nella riscrittura del suo romanzo», dice Giuseppe Faso, «Manzoni corregge sistematicamente la maggior parte di egli soggetto, a volte sopprimendo il pronome e basta, ma quasi sempre sostituendolo con lui».

In realtà la grammatica vera, quella praticata dai parlanti e studiata e analizzata dai linguisti, non ha nulla a che fare con prescrizioni di questo tipo. E le «regole grammaticali» non sono norme o comandi imposti da un’autorità; sono il modo in cui i parlanti assecondano in modo spontaneo l’ordine immanente alla lingua. Non diremmo mai «io vado a casa non», perché tutti sentiamo che la forma normale è «io non vado a casa»: lo sentiamo perché padroneggiamo la grammatica, l’abbiamo introiettata da quando abbiamo iniziato a parlare; e sull’orecchio che ci aiuta a muoverci nella grammatica il libro dice cose belle e persuasive.

Insegnare grammatica, allora, non significa imporre una lunga lista di divieti (non dire «a me mi», non usare «lui» come soggetto, e così via), ma sollecitare una riflessione sulle regole che presiedono ai nostri enunciati, o – come dice Faso – sulle «regolarità» del nostro modo di parlare. Perché la lingua è fatta di questo: di regolarità da osservare e analizzare, non di regole intese come norme a cui conformarsi passivamente.

Il libro racconta una serie di episodi tratti dall’esperienza vissuta (l’autore ha insegnato per decenni nelle scuole, e lavora nel campo della facilitazione linguistica per stranieri immigrati), da cui emerge la straordinaria capacità dei bambini – e più in generale degli apprendenti – di ragionare sui meccanismi della lingua.

In uno di questi episodi, una classe di scuola elementare è chiamata a discutere su una fiaba che comincia con il consueto «c’era un volta un re/che disse alla regina». Perché, chiede l’insegnante, si dice «un re» e non «il re»? «Perché», dicono i bambini, «all’inizio non sapevamo di cosa parlava la fiaba, e ci vuole un». «”Un”», dice un altro bambino, «fa esistere cose che prima non esistevano». Spiegazione grammaticalmente perfetta, chiosa Giuseppe Faso. E perché il re parla «alla regina» e non «a una regina»? Risponde Alice, 9 anni: «Perché altrimenti il re sarebbe poligamo». A partire da episodi di questo tipo, Faso mostra che i parlanti dispongono di una «competenza inconscia, profonda, cui non corrisponde nessuna conoscenza o prescrizione imparata a scuola». Un buon insegnante è chiamato dunque a far emergere questa competenza, sollecitando negli allievi una riflessione collettiva e piacevole sulla lingua che adoperiamo ogni giorno.

Non si tratta di contrapporre l’uso quotidiano alle norme grammaticali, né di esaltare il sapere «intuitivo» dei parlanti a detrimento della conoscenza scientifica dei linguisti: saperi che comunque sono assai più vicini di quanto non sembri. L’approccio suggerito da Giuseppe Faso non ha nulla a che fare con quello che potremmo definire uno «spontaneismo educativo». Per osservare efficacemente con gli allievi i dati linguistici anzi, l’insegnante deve assumere un ruolo esplorativo simile a quello degli allievi. Deve lavorare di più, non di meno, e diversamente. E questo è il primo motivo della scomoda utilità di questo libro: l’altro è il mettere allo scoperto il ridicolo di tante costrizioni inutili.

Soprattutto, il docente deve essere persuaso che le regole non «piovono dal cielo», come recita il titolo del libro: non vengono dall’alto, e soprattutto non chiedono cieca obbedienza. Ci sollecitano, al contrario, a interrogarle, a metterle in questione, a capirle con uno sguardo insieme curioso e critico. Ci chiedono di essere degli «osservatori» (o delle «osservatrici») e non a comportarci da “osservanti” ossequiosi/e. Tutto il contrario di una «ginnastica d’obbedienza».

Per approfondire: il libro di Left “Lotta di Classe”

Il libro di Giuseppe Faso sarà presentato il 5 febbraio alla Sala Alpi dell’Arci nazionale. Partecipano con l’autore Giuseppe Faso, Filippo Miraglia, Grazia Naletto e Sergio Bontempelli

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Cinque minuti di propaganda: Vespa cancella i fatti e distribuisce colpe

Quei cinque minuti dicono molto più di quanto sembrino. Dicono cosa diventa il servizio pubblico quando smette di fare domande e comincia a distribuire colpe. A “Cinque minuti”, Bruno Vespa trasforma un’intervista ad Angelo Bonelli in un processo sommario: la violenza di Torino diventa una clava retorica, la complessità scompare, la distinzione tra chi manifesta e chi devasta viene azzerata.

Lo segnala con parole nette Roberto Natale, consigliere Rai, parlando di “livorosa faziosità” e di assenza totale di volontà nel ricostruire i fatti nel loro svolgimento reale. È un’accusa pesante perché chiama in causa il cuore del mandato del servizio pubblico: informare, contestualizzare, evitare scorciatoie. Qui accade l’opposto. Si insinua una corresponsabilità politica per semplice contiguità, si forza il nesso tra libertà di manifestare e violenza, si alza la voce per chiudere il campo.

Il risultato è una narrazione che oscura la realtà. A Torino decine di migliaia di persone hanno manifestato pacificamente; alcune migliaia si sono infiltrate e hanno provocato violenze da condannare. Quel dato sparisce. Resta l’equazione utile a chi governa e prepara nuove strette sul diritto di dissentire. Quando il conduttore si fa megafono di quella linea, il danno supera il singolo format: scredita la Rai e allontana pubblico verso altre fonti, come avverte Natale.

Non è una questione di toni o di stili televisivi. È una questione di metodo e responsabilità. In cinque minuti si può scegliere di fare giornalismo o propaganda. Qui la scelta è stata evidente. E il servizio pubblico, ancora una volta, paga il prezzo di una scorciatoia che scambia il contraddittorio con l’accusa.

Buon mercoledì.