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Registro elettronico e Spid: la scuola per i genitori, non per gli studenti

Come è noto, il ddl Semplificazioni convertito in legge il 18 dicembre scorso ha introdotto nuove modalità di accesso al registro elettronico: Spid o Cie sono diventati obbligatori e, nel primo ciclo di istruzione, la consultazione è riservata ai soli genitori.
Al netto delle polemiche sull’opportunità di vincolare l’accesso al registro elettronico a un servizio a pagamento come lo Spid, questa modifica che investe il rapporto scuola-famiglia comunica qualcosa di chiaro: il registro elettronico è uno strumento pensato per i genitori, non per gli studenti. La cosa è singolare, considerando che proprio questi ultimi dovrebbero essere la ragion d’essere dell’istituzione scolastica e il centro di qualsiasi riforma che la investa. Eppure, già prima di quest’ultimo decreto, il registro elettronico aveva mostrato come la comunicazione scuola-famiglia, animata dal lodevole intento di far lavorare di concerto i due ambienti educativi, abbia finito per dimenticare quelli che avrebbero dovuto esserne i soggetti principali: i ragazzi.
Il registro elettronico sembra nascere dalla necessità dei genitori di controllare passo passo non solo il rendimento scolastico dei figli – per il quale sarebbero sufficienti colloqui e riunioni semestrali – ma la totalità della loro vita scolastica. Questo approccio tradisce una scarsa fiducia riposta negli educatori, dei quali si ritiene di dover esaminare costantemente l’operato, e finisce per invadere lo spazio scolastico che dovrebbe essere quello dell’autonomia degli studenti.
Gli insegnanti – sottoposti allo sguardo di genitori che sempre più spesso se ne sentono clienti, pronti a lamentare che la classe sia troppo indietro di storia o corra troppo in matematica – si riducono così a meri calcolatori di medie. La ricerca dell’oggettività ha cancellato il dato umano. Non conta più se quel 6 rappresenta una conquista per chi partiva da una grave insufficienza o una caduta per chi stava andando meglio; se dietro a un voto c’è una situazione familiare difficile o un ragazzo che, se spronato, potrebbe fare molto di più. Il registro elettronico non fa distinzioni: una sufficienza è una sufficienza è una sufficienza.
Un app sul telefono può così illudere un genitore di sapere cosa succede in classe come e meglio del figlio, come e meglio del professore. L’insufficienza in matematica dipende senz’altro dal fatto che l’argomento è stato spiegato troppo di recente; il tema di italiano e il compito di inglese sono troppo vicini; il carico di lavoro non è ben calibrato. Non solo: se gli interlocutori principali non sono più i ragazzi, ma adulti ipercritici alla ricerca del meglio per i figli, la didattica rischia di piegarsi al racconto che se ne può fare, costruendo lezioni teoricamente affascinanti ma che non rispondono alle esigenze della classe.
Queste osservazioni rischiano di essere lette come parte della consueta contrapposizione tra genitori e insegnanti, ma il punto non è la buona o cattiva fede dei singoli, bensì l’effetto strutturale di uno strumento che incentiva l’intervento costante e anticipato degli adulti nella vita scolastica.
C’è tuttavia un’altra, più sottovalutata, misura in cui gli studenti si trovano sfrattati dall’ambiente scolastico: il registro elettronico nelle mani dei genitori li deresponsabilizza, togliendo loro uno spazio di autonomia che è anche uno spazio educativo informale. Le difficoltà quotidiane, i piccoli conflitti, gli inciampi sono momenti di crescita di cui i ragazzi rischiano di essere privati: il tentativo di recuperare un’insufficienza prima dei colloqui, la scelta del momento giusto per comunicare un brutto voto, il ritardo perché ci si è attardati a parlare con un amico sono tutte esperienze formative, pur non essendo sussumibili sotto un numero sul registro.
Il registro elettronico si traduce così in uno strumento non di trasparenza ma di controllo. Una scuola che mette al centro il controllo rassicura gli adulti, ma non educa i ragazzi. L’autonomia non è un premio da concedere alla fine del percorso, ma una competenza che si costruisce nel tempo, anche attraverso errori e contraddizioni. Toglierla in nome della trasparenza significa confondere l’educazione con la sorveglianza.

Prima è toccato ai giudici “di sinistra”, poi ai giornalisti, agli artisti, ai manifestanti, agli studenti. Ora agli insegnanti. Schedateci tutti

«Il prof ha staccato la foto della Meloni appesa vicino al crocifisso» è una delle tante «gravissime» denunce uscite dal questionario per “schedare” i docenti di sinistra – in questo caso di una scuola di Modena – realizzato da Azione studentesca, l’organizzazione di estrema destra legata a Fratelli d’Italia.
I riverberi del questionario diffuso da Azione studentesca in numerose scuole italiane continuano a serpeggiare, nonostante le molteplici dichiarazioni tese a ridimensionarne il significato.
A Settimo Torinese una Rsu segnala un episodio altrettanto indicativo: alcuni ragazzi della scuola media hanno chiesto ai loro insegnanti: “Prof, lei è di destra o di sinistra?”. Alla risposta “di sinistra”, hanno replicato: “Io la stimavo, ma ora mi è scaduta”.
Insomma, prima erano i giudici di sinistra, poi i giornalisti, poi ancora gli artisti. Ora tocca ai professori.
Ed è bastato un volantino affisso su un muro scolastico, un QR code apparentemente innocuo, un questionario compilabile in pochi minuti: così la scuola, che per definizione è “di tutti”, viene progressivamente rivendicata come spazio di parte.
È quanto accaduto ad Alba, sempre in Piemonte, dove nelle scuole superiori sono comparsi striscioni di Azione studentesca con la scritta “La scuola è nostra”; e a Forlì, dove una circolare del 12 gennaio ha invitato alla compilazione del questionario, salvo poi rettificarne il contenuto.
Formalmente, il documento non viola la privacy di studenti e insegnanti. Nella sostanza, però, si configura come un vero e proprio trabocchetto, capace di indurre gli studenti meno accorti a diffondere dati sensibili, come hanno denunciato anche alcuni studenti di Cesena che si sono ritrovati il link nelle chat WhatsApp.
Da destra si obietta che nessuna lista di proscrizione sarebbe stata redatta, che nessun nome sarebbe stato raccolto, che l’anonimato neutralizzerebbe ogni rischio.
Ma è proprio qui che il problema si sposta dal piano amministrativo a quello culturale. Le liste di proscrizione non iniziano mai come elenchi nominativi: iniziano come categorie, come campi semantici entro cui collocare comportamenti ritenuti devianti.
Ridurre l’episodio a una polemica contingente significherebbe eluderne la portata più profonda.
Ciò che dovrebbe interrogare la coscienza civile non è soltanto il contenuto dell’iniziativa, ma il dispositivo simbolico che essa attiva.
È il lessico implicito che questo gesto mobilita a doverci allarmare: segnalare, catalogare, distinguere. Parole che appartengono a una grammatica che la storia europea ha già scritto, e di cui conosciamo bene gli esiti.
Ignorare questo atto rischia di apparire come una forma di tolleranza verso pratiche incompatibili con lo Stato di diritto e con la funzione pubblica della scuola.
Per questo la Flc-Cgil ha chiamato alla mobilitazione social l’intera comunità educante, lanciando l’hashtag #schedatecitutti, perché su questa vicenda occorre, letteralmente, metterci la faccia.
Il problema, però, non è solo il volantino di Azione studentesca, ma un contesto più ampio fatto di attacchi reiterati della politica alla libertà di insegnamento.
Il liceo classico “Marco Polo” di Venezia è stato oggetto di un’interrogazione parlamentare per aver organizzato attività di approfondimento sul conflitto israelo-palestinese.
A dicembre, diverse scuole toscane sono state ispezionate dal Mim di Valditara per aver partecipato a un webinar con Francesca Albanese nell’ambito del progetto “Docenti per Gaza”.
A Roma, una lista extraparlamentare di estrema destra ha impedito un dibattito sul Venezuela organizzato dagli studenti del liceo Plinio.
Si aggiungono la circolare riservata dell’Ufficio scolastico regionale del Lazio che tentava di limitare la libertà degli organi collegiali e la recente richiesta immotivata di segnalazione degli studenti palestinesi.
La linea ministeriale si è attestata sulla difesa del diritto degli studenti a evidenziare criticità, sottolineando l’assenza di schedature formali grazie all’anonimato. Questa lettura garantista non ha però sedato il malcontento delle organizzazioni di categoria.
L’Associazione nazionale presidi e la Flc-Cgil hanno ribadito che la valutazione dell’operato dei docenti deve seguire canali istituzionali e statutari, non piattaforme gestite da movimenti politici.
Il confine tra libertà di insegnamento e indottrinamento resta sottile e conteso: se per la maggioranza di governo è necessario tutelare gli studenti da visioni partigiane, per il mondo della scuola il rischio è quello di trasformare l’aula in un luogo di sospetto reciproco.
In questo scenario si inserisce il documento di solidarietà sottoscritto da 305 operatori del settore, tra docenti universitari, insegnanti e personale Ata, che respinge l’equazione secondo cui parlare di antifascismo equivalga a fare politica di parte.
La “fondazione Nova Civitas”, in Sicilia, invece difende l’iniziativa di Azione studentescarichiamando l’egemonia culturale gramsciana come prova di un presunto piano sistematico di indottrinamento.
Ma ridurre una categoria interpretativa a spiegazione totale equivale a trasformarla in una teoria del complotto. Gramsci descriveva un processo storico aperto e conflittuale, che si esercita nello spazio pubblico attraverso il consenso, non una pratica clandestina di occupazione ideologica. Se l’egemonia fosse davvero così totale, viene da chiedersi perché oggi avrebbe bisogno di essere denunciata tramite questionari anonimi.
Non si tratta di negare ai giovani il diritto di dissentire. La scuola deve essere anche il luogo della contestazione. Ma educare alla democrazia significa educare alla responsabilità del giudizio: distinguere tra una denuncia circostanziata e una segnalazione ideologica, tra la parola che si assume il rischio del confronto e l’anonimato che lo dissolve.
Una democrazia matura non teme il dissenso; teme la sua degenerazione in meccanismo di sorveglianza. Non è il questionario in sé a doverci inquietare, ma l’idea che lo rende possibile: l’idea che il pensiero critico possa essere schedato e l’autorità educativa controllata non attraverso il confronto, ma attraverso la segnalazione.
Quando questo accade a scuola, il danno è doppio. Perché non si limita a comprimere una libertà: insegna a farlo.

L’autrice: Valentina Colli è insegnante

Foto di Yuki Ho su Unsplash

Scudo penale, che fine fa lo stato di diritto?

La proposta di uno “scudo penale” per le forze dell’ordine inserita nel nuovo Decreto Sicurezza solleva questioni costituzionali e generali di grande rilievo, perché interviene su un delicato equilibrio tra potere coercitivo dello Stato e garanzie individuali. L’idea di escludere l’iscrizione automatica nel registro degli indagati quando ricorrono possibili cause di giustificazione rischia di trasformare una valutazione giudiziaria – che dovrebbe essere imparziale e tecnica – in una decisione amministrativa preventiva, sottraendo al pubblico ministero un controllo essenziale sulla legalità dell’uso della forza.

Ancora più problematica è l’ipotesi di subordinare l’azione penale all’autorizzazione del Ministro competente: ciò incrina il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale e introduce una pericolosa dipendenza politica dell’accertamento dei reati commessi nell’esercizio di pubbliche funzioni. Anche la limitazione della responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave, mutuata impropriamente dallo scudo sanitario, appare giuridicamente discutibile, perché l’uso legittimo della forza non è una prestazione tecnica ma l’esercizio di un potere potenzialmente lesivo di diritti fondamentali.

In uno Stato di diritto, proprio chi incarna l’autorità deve essere più – e non meno – esposto al controllo giudiziario: diversamente, il rischio non è solo l’impunità, ma la trasformazione della forza pubblica da garanzia per i cittadini a fonte di paura istituzionale. Il rischio è di vedere affermarsi una polizia sempre più autonoma dal controllo giudiziario, vicina nella logica a modelli di “enforcement speciale” estranei alla tradizione dello Stato costituzionale.

Foto di Marioluca Bariona

 

 

 

Mille morti senza nome: il Mediterraneo come discarica politica

Il ciclone Harry ha fatto quello che le politiche europee cercano da anni: cancellare le persone senza lasciare traccia. Almeno mille, dicono oggi le ong, mentre il conteggio ufficiale si ferma a 380 dispersi. La differenza tra questi numeri è lo spazio in cui prospera l’irresponsabilità istituzionale. In quei giorni, dal litorale tunisino sono partiti almeno ventinove barchini, molti in ferro, spinti in mare durante una tempesta annunciata. Due soli sono arrivati o sono riusciti a tornare indietro. Gli altri sono diventati silenzio.

Le testimonianze raccolte da Refugees in Libya parlano di partenze forzate, di trafficanti che accelerano, di raid della Guardia nazionale tunisina negli accampamenti intorno a Sfax. Una pressione che spinge verso il mare anche quando il mare è una condanna. I racconti coincidono: barche spezzate, scafi capovolti, corpi tra le onde. Un ragazzo della Sierra Leone, Ramadan Konte, è rimasto aggrappato per ore a un relitto. Attorno a lui, decine di cadaveri. Su quella barca c’erano suo fratello, sua cognata, suo nipote. Nessuno è sopravvissuto.

Malta ha recuperato dodici corpi. Uno è stato riportato a terra dalla Ocean Viking per garantirgli un nome, almeno una sepoltura. Tutto il resto è rimasto in mare. Italia e Malta- denunciano Mediterranea e le altre ong – hanno taciuto. Nessuna operazione di ricerca su larga scala, nessuna assunzione di responsabilità, nessuna parola pubblica mentre le famiglie aspettano notizie sulle due sponde del Mediterraneo.

Ma la strage non è un evento naturale. È il prodotto di scelte precise: esternalizzare le frontiere, delegare a Paesi terzi la gestione della violenza, trasformare il soccorso in un fastidio politico. Il mare, ancora una volta, viene usato come strumento di governo. E i morti diventano un dettaglio contabile.

Buon martedì. 

foto wik

Schedatura degli insegnanti: L’antifascismo fa scuola

La schedatura degli insegnanti mostra un vulnus nelle strategie comunicative della estrema destra, poiché al di là dell’iniziativa tanto inquietante, quanto evanescente, ne mette a nudo non solo la pulsione autoritaria del tutto obsoleta, ma anche la sciatteria con cui continua a reiterare i vecchi paradigmi di un passato anche recente, che, nella criminalizzazione di ogni sguardo critico ed emancipatorio, ha il proprio perno .

“Odio gli indifferenti…l’indifferenza è il perso morto della Storia” così scriveva Antonio Gramsci nel febbraio del fatidico 1917. Proprio per liberarsi da quel gravame che soffoca le coscienze civili e spegne il potenziale trasfigurante dell’agire collettivo, il mandato costituzionale che viene assegnato alla scuola deve nutrirsi di un paradigma imprescindibile: l’antifascismo. Ciò significa che dovere prioritario degli insegnanti è quello di costruire dei processi formativi, tesi a sviluppare una consapevolezza democratica in tutti gli studenti. A tale scopo ovviamente non può ottemperare la semplice propaganda, poiché essa funzionava in maniera perfetta nella costruzione del consenso in quei contesti in cui il proprio riferimento erano le masse, da addomesticare sollecitandone l’omologazione ai valori conculcati e l’adesione alle virtù salvifiche del Padre. Sono ancora questi i parametri di riferimento di Azione Studentesca?

Nel contesto attuale viceversa, che vede la società naufragare nella frammentazione autoreferenziale di un io sfrenato e compulsivamente digitalizzato, “le attività manipolative traggono vantaggio dall’effetto scotoma, che induce gli individui a riconoscere e ad optare esclusivamente per quello che vogliono vedere e sentirsi dire”, come spiega Massimiliano Panarari nell’introduzione al breve saggio di Denis McQuail.

Quindi la provocazione sciatta lanciata da Azione studentesca è miope sotto tutti i punti di vista, perché rimuove consapevolmente quei modelli su cui proprio una destra rabbiosa ed identitaria costruisce il consenso, né comprende quali linguaggi sono messi in campo dalle pratiche educative della scuola pubblica.

L’isolamento e la diffidenza nei confronti dello spazio politico sono stati quei meccanismi, indotti dal dispiegarsi totalizzante del neoliberismo, che hanno escluso dall’immaginario dei giovani ogni credibile traiettoria di fiducia aperta al futuro, ogni progettualità di intervento vocato al cambiamento dell’immarcescibile presente. Le mobilitazioni oceaniche per la Palestina, però hanno infranto finalmente questo scollamento tra nuda vita giovanile ed impegno politico generazionale. Ciò ha prodotto, in chi muove le leve, assegnando alla paura ed alla rassegnazione il proprio compito disciplinare, un grande spiazzamento. Bisognava ricorrere ai ripari, colpendo in prima istanza la scuola, il complesso collettore delle moltitudini, il solo ganglio sociale in grado di intercettare i desideri personali, i vissuti molteplici e di declinarli alla luce del pensiero critico, del confronto arricchente dell’alterità, della libertà di opinione, della prassi collaborativa, della crescita civile. È proprio lì che sta nascendo o quanto meno si preserva il luogo dell’umanizzazione. Occorre pertanto preservarne la funzione, proteggendo da ogni sciacallaggio morale quella dinamica vitale che vede nell’insegnare la possibilità di aprire una faglia all’imprevisto, in grado realmente di nutrire un nuovo cammino.

L’autore: Marco Cosentina è docente in una scuola superiore di Reggio Emilia

Foto di Jim Petkiewicz su Unsplash

Giulio Regeni: quando lo Stato sceglie il silenzio

«Che cosa ti hanno fatto? Mamma e papà sono qua». Sono queste le parole di Paola Deffendi, mamma di Giulio Regeni il ricercatore italiano di 28 anni che il 3 febbraio 2016 è stato ucciso al Cairo, dopo aver visto il corpo del figlio martoriato, adagiato su una barella. E la sua immagine felice in una foto il giorno del suo compleanno, 10 giorni prima del suo assassinio, è oscurata da quella del suo volto “piccolo, piccolo” come è stato restituito dall’Egitto. «Io su quel viso, sempre solare, ho visto il male, tutto il male del mondo», dice la madre.

La storia del documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti, nelle sale cinematografiche il 2, 3 e 4 febbraio, è importante per la storia, la testimonianza, la verità processuale, ma anche per tutte quelle volte che non abbiamo saputo proteggere la democrazia e i figli della democrazia.

Nel film è forte il rapporto tra verità giudiziaria e diritti umani, ma il nostro Paese, così racconta l’opera di Manetti, ha latitato, lasciando soli, in numerose occasioni, l’avvocata dei diritti umani, Alessandra Ballerini, e la famiglia. Loro sì, mai in silenzio, mai in disparte, nel giusto per la difesa del diritto nonostante i depistaggi e i silenzi istituzionali. Ed è anche questo uno dei messaggi del documentario, vista la dinamica autoritaria dell’oggi, con le notizie allarmanti che giungono dagli Usa, mentre vediamo anche intorno a noi i tratti essenziali della democrazia costituzionale, erosi dal neoliberismo senza perimetro e picconati dall’autoritarismo. 

Perché è in quelle immagini, in quei racconti di torture, in quella morte, in quella giovane vita spezzata che dobbiamo trovare il senso più profondo per difendere quello che abbiamo oggi e che non è mai scontato: la democrazia. 

Claudio Regeni, padre di Giulio

Il documentario ricostruisce, grazie al contributo della famiglia Regeni e dell’avvocata Ballerini, le tappe del sequestro, delle torture e dell’uccisione del ricercatore italiano. La narrazione si sviluppa attraverso il processo e le deposizioni dei testimoni a giudizio, dando voce ai protagonisti della vicenda e facendo emergere responsabilità, omissioni e verità negate. Per la prima volta sono i genitori di Giulio insieme all’avvocata, che li ha affiancati nel lungo percorso giudiziario che nel 2023, a otto anni dalla scomparsa di Giulio e portato a processo quattro agenti della National Security egiziana, a raccontare in prima persona questa vicenda. Un padre e una madre che, nella loro ricerca di verità, hanno sfidato il governo egiziano.

«Il 25 gennaio intorno alle 23.30 ho ricevuto un messaggio da un professore italiano al Cairo, Gennaro Gervaso, che mi segnala la sparizione di un suo amico e collaboratore Giulio Regeni», racconta Maurizio Massari, ex ambasciatore italiano al Cairo. Qualche giorno dopo anche i genitori vengono informati della sparizione. Viene però consigliato dalla Farnesina, di mantenere il silenzio, di attendere discretamente, di non rendere pubblica la notizia, anche se i genitori vengono invitati ad andare al Cairo. «Una procedura di sicurezza del Governo italiano, una modalità di azione. Ecco, noi abbiamo pensato che fosse uno standard dell’ambasciata», spiegano i genitori di Giulio.

Paola e Claudio Regeni arrivano il 30 gennaio a casa di Giulio. Nei giorni di permanenza al Cairo visitano la casa, i luoghi da lui frequentati. Incontrano la ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi (lì Al Cairo per un incontro di Stato con il presidente Al Sisi) che li informa del ritrovamento del corpo, appena trovato. Il corpo ha segni di tortura evidenti, tagli, ematomi di colori diversi ovunque, dita delle mani fratturate, denti rotti, bruciature di sigarette dappertutto e segni fatti con oggetti contundenti sulla schiena. Ci sono lividi dovuti a calci e segni del trascinamento del corpo, ammanettamento di polsi e caviglie, le ferite provocate da un pettine chiodato passato sul cuoio cappelluto e sul viso e bastonate sotto i piedi che hanno causato fratture multiple. Giulio non è morto per le torture, anzi è stato lasciato in vita per lungo tempo, è morto per una torsione del collo.  Il 31 gennaio si dà la notizia pubblica della sparizione. «Quello che è successo a Giulio – dice l’avvocata Alessandra Ballerini – non era mai capitato a nessun civile da dopo la guerra civile del 2011». 

Alessandra Ballerini, avvocata di Giulio

Inizia ad essere orchestrata una narrazione forviante, falsa e costruita ad hoc. «Giulio non era un giornalista, non è mai stato un attivista, tanto meno una spia, era semplicemente un ricercatore dell’Università di Cambridge, una delle Università più prestigiose al mondo», racconta la madre. Il perché Giulio era attenzionato dai servizi di sicurezza, perché era seguito, fotografato all’assemblea sindacale, il perché avevano perquisito casa sua, il perché lo avevano video-registrato, questo perché diventa un tormento. «Questo perché – racconta Ballerini – è una parte della tortura». 

La risposta è semplice e sta in tutti i regimi autoritari: paranoici, dove la vita vale zero. I regimi funzionano così. E succede che i ministri mentono e lo fanno pubblicamente, accusano senza processo. Questo è quello che differenzia una democrazia da un regime autoritario. Non manca il solito cortocircuito causato dagli interessi economici. I più potenti quelli dell’Eni. Attore molto importante in Egitto, in quanto la società ha diritti per poter estrarre idrocarburi, gas, petrolio e ha scoperto il giacimento offshore di Zohr, considerato la più grande riserva di gas naturale del Mediterraneo. I rapporti tra Claudio Descalzi, ceo di Eni, e il presidente Al Sisi, non hanno bisogno di intermediari, sono diretti. Grazie a questo importante documento, oggi possiamo chiamare le cose con il loro nome, dare il giusto posto ai fatti, parlare di verità e dare la legittima memoria a Giulio. E anche per tutte le persone e i movimenti che credono nei diritti civili e nella democrazia e continuano a lottare e a difenderli. Il riscatto di Giulio è anche il loro riscatto. 

Il film, scritto con Emanuele Cava e Matteo Billi, prodotto da Agnese Ricchi e Mario Mazzarotto per Ganesh Produzioni e da Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango, è da non perdere e si propone come un contributo fondamentale in attesa della sentenza attesa entro la fine del 2026. I quattro agenti della sicurezza nazionale egiziana accusati del rapimento, della tortura e dell’omicidio non sono mai stati formalmente informati della loro accusa. A causa della mancanza di collaborazione da parte delle autorità egiziane, la loro identificazione non ha potuto essere completata, ma il processo in Italia è ripreso a seguito di una decisione cruciale della Corte Costituzionale italiana nel settembre 2023, che ha stabilito la legittimità di un processo in assenza degli imputati (in contumacia) in casi come questo.

La piazza, la melma, il potere

foto di Marioluca Bariona

Facciamola fuori subito: nessuno difende il pestaggio del poliziotto a Torino. La melma che sta sulle prime pagine di alcuni pessimi giornali e sulle bocche di certi aizzatori politici immagina difese che non esistono per estrarre un’inesistente realtà dagli intestini del Paese e poi agitarla come clava. Su questo non vale la pena spendere nemmeno queste righe.

Ma quella melma non seppellirà la pacifica protesta di cinquantamila persone, ora sporcate dalla propaganda di qualche giornale che vende una decina di copie. Quella melma non nasconde le manganellate che hanno spaccato le facce di cittadini, non distrae dai fumogeni lanciati ad altezza uomo. Quella melma non seppellisce nemmeno la repressione che da tempo ha trasformato Torino in un avamposto di gestione autoritaria del dissenso. Una città su cui piovono sequestri, perquisizioni, daspo, arresti di persone incensurate che si sgretolano in archiviazioni e assoluzioni.

Quella melma non nobilita una presidente del Consiglio che convoca i giornalisti solo per le foto posate con il poliziotto ferito, di fretta e furia per arrivare in tempo prima delle sue dimissioni dall’ospedale. Quella melma non cancella l’imbarazzo per un governo che si precipita a Torino dopo avere indugiato su Niscemi. Quella melma non ha niente a che vedere con l’Ice e la postura da scendiletto di questo governo attaccato alla sottana di Trump. Quella melma sta biecamente usando il poliziotto ferito per stringere ancora di più il pugno. E si marcerà contro l’autoritarismo con la bava alla bocca. Si protesterà, ancora. Perché questo è solo il primo capitolo di una repressione che quelli vorrebbero fare diventare sistema.

Buon lunedì. 

Foto di Marioluca Bariona

Roma studia anche di notte: aprire le biblioteche è una scelta democratica

Roma è una delle principali città universitarie del Paese. Ospita grandi atenei pubblici, numerosi istituti privati, centri di ricerca e accademie. Ogni giorno migliaia di persone studiano, lavorano, si formano, preparano esami e concorsi. Eppure l’accesso allo studio resta spesso complicato, soprattutto fuori dagli orari tradizionali.
Molte biblioteche comunali, infatti, chiudono nel tardo pomeriggio o restano chiuse nel fine settimana. Proprio nei momenti in cui studenti lavoratori, giovani precari e cittadini con meno spazi a disposizione avrebbero maggiore bisogno di luoghi tranquilli e accessibili per studiare e concentrarsi.
Le biblioteche pubbliche non sono soltanto luoghi di prestito librario. Sono spazi di studio, inclusione, socialità e cittadinanza attiva. Rappresentano un presidio culturale fondamentale, soprattutto in una città complessa come Roma. Limitarne l’accesso significa ridurne il ruolo pubblico e sociale.
Da questa consapevolezza nasce la petizione “Roma studia anche di notte”, promossa da attivisti, professori universitari e studenti. L’obiettivo è chiedere a Roma Capitale di avviare una sperimentazione temporanea, graduale e basata sui dati, per ampliare gli orari di apertura delle biblioteche comunali.
La proposta è articolata su due direttrici principali: l’apertura nel fine settimana di un numero selezionato di biblioteche, scelte tra le più frequentate o collocate in zone strategiche della città, anche a rotazione tra i municipi; e l’estensione dell’orario serale, fino alle 22 o alle 24, in alcune biblioteche pilota. Una sperimentazione utile a valutare affluenza, costi, sostenibilità organizzativa e impatto sociale.
In molte città italiane ed europee, progetti simili sono già stati avviati con risultati positivi. Non si tratta quindi di una proposta eccezionale, ma di un modello già sperimentato altrove. Un fatto confermato anche dalle adesioni raccolte dalla petizione, tra cui quella di Giorgio Parisi, Premio Nobel per la Fisica, che rafforza il valore culturale dell’iniziativa.
La questione, però, va oltre Roma. Riguarda il modello di città che vogliamo. Una città che investe nello studio è una città che riduce le disuguaglianze, che offre alternative alla solitudine e all’esclusione, che riconosce il valore del tempo delle persone. Aprire le biblioteche la sera e nel weekend non è solo una scelta organizzativa: è una scelta politica, culturale, profondamente democratica.
In un’epoca segnata da precarietà, crisi del welfare e impoverimento degli spazi pubblici, le biblioteche possono tornare a essere luoghi di resistenza civile e di costruzione collettiva del sapere. Ma solo se vengono messe davvero nelle condizioni di svolgere questo ruolo. Roma ha oggi l’occasione di sperimentare, misurare e decidere. Tenere le biblioteche aperte significa, in fondo, tenere aperta la città.

L’autore: Giacomo Pellini è giornalista ed esperto dei temi dell’ambiente e del clima. È autore del libro Contro i mercanti del clima, edito da Left

firma la petizione qui

Olimpiadi invernali. Milano contro la presenza dell’Ice

Duemila persone in piazza XXV Aprile a Milano contro la presenza per le Olimpiadi dell’Ice, l’Agenzia federale Usa a contrasto dell’immigrazione illegale. Alla manifestazione hanno aderito tutti i partiti del centrosinistra, da Azione a Rifondazione, ma anche Arci, Anpi, Cgil, i Sentinelli e tantissimi milanesi di tutte le età. Durante il presidio, poi diventato corteo diretto in via Cairoli, si sono lette le lettere dei famigliari dell’infermiere Alex Jeffrey Pretti e della compagna di Renée Nicole Good. Durante la protesta sono stati usati fischietti, come fanno gli “osservatori” a Minneapolis per segnalare la presenza di agenti Ice. Dalle centinaia presenti all’inizio del presidio alle 14.30, i manifestanti sono diventati col passare delle ore diverse migliaia.
In testa il camion della Cgil con un manifesto con scritto “Ice no grazie”, moltissimi i cartelli esibiti dai manifestanti.
“Diffondete la verità di nostro figlio”, dicono i genitori di Pretti. “Se avete incontrato mia moglie, Renée Nicole Good, sapete che la prima cosa evidente è che lei era gentile”, scrive la moglie. “La gentilezza scintillava, Renée era fatta di sole e viveva secondo una convinzione fondamentale: nel mondo esiste la gentilezza e noi dobbiamo fare tutto il possibile per trovarla dove risiede e coltivarla. Ci siamo trasferiti per un futuro migliore, abbiamo scelto il Minnesota come nostra casa, quello che abbiamo trovato qui è una comunità vibrante e accogliente. Abbiamo fatto amicizia e diffuso gioia. Qui a Minneapolis ci prendiamo cura gli uni degli altri. Qui avevo finalmente trovato pace e un porto sicuro, che mi è stato tolto per sempre. Stiamo crescendo nostro figlio affinché sappia che non importa da dove vieni, perché tutti meritiamo compassione e gentilezza”.

I 71mila uccisi di Gaza: prima «inventati», ora utilizzati

L’ammissione passa da una riga di agenzia e vale più di mille smentite. Il 30 gennaio 2026 Rainews, citando il Times of Israel, scrive che l’Idf conferma il bilancio del ministero della Sanità di Gaza: 71.667 gazawi uccisi dal 7 ottobre 2023. Per mesi Israele aveva bollato quelle cifre come gonfiate e utili a Hamas. Oggi le usa come base di lavoro e studia la quota tra civili e miliziani.

Quando il fatto sfonda, la propaganda arretra e si ricompone. Dalla tesi “i numeri sono falsi” si passa al bisturi: contabilità per categorie, morte “diretta” contro morte “indiretta”. L’agenzia AGI, sempre il 29 gennaio, riferisce che un alto funzionario della sicurezza citato dal Times of Israel parla di statistiche “manipolate” perché includerebbero persone con gravi patologie pregresse. AGI riporta pure il dato del ministero di Gaza: almeno 440 morti per malnutrizione e fame. L’agenzia di stampa Nova riporta la risposta: Israele sostiene che a Gaza nessun abitante della Striscia sia morto di fame.

Conviene ricordare la linea usata durante la guerra: cifre definite “esagerate”, respinte per due anni, salvo poi ammettere che in passato le stesse Idf le consideravano affidabili. Restano in circolo anche le certezze comode: prima del cessate il fuoco dell’ottobre 2025 le Idf dichiaravano 22.000 combattenti uccisi e 1.600 uomini armati durante l’attacco in Israele e un rapporto di due o tre civili per ogni “terrorista”, insieme alla formula “scudi umani”. Il totale ora accettato resta lì, pesante, e inchioda chi ha spostato il racconto invece dei fatti: una bugia cade, un’altra prende posto. Settantunmila persone e passa. Con il dubbio che “accettare” quei settantunmila morti significhi che in realtà siano molti di più. 

Buon venerdì.

Foto WC