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Record di querele temerarie, Palazzo Chigi sceglie il silenzio

L’Italia torna in testa alla classifica europea delle querele temerarie contro giornalisti e testate e il governo reagisce dicendo che il problema, in fondo, non esiste. Ventuno casi censiti nel 2024 dalla Coalizione europea contro le SLAPP, più di qualunque altro Paese. Per il secondo anno consecutivo. Un primato stabile, consolidato, che resiste anche ai criteri più restrittivi adottati dal monitoraggio europeo. Eppure, davanti a questi numeri, Palazzo Chigi sceglie la negazione.

Giorgia Meloni già tempo fa ha liquidato la questione con una formula rassicurante: una normativa ad hoc “non serve”. L’Italia, secondo la presidente del Consiglio, dispone già degli strumenti per sanzionare l’abuso del processo. La direttiva europea anti-SLAPP verrà recepita entro maggio 2026 e tanto dovrebbe bastare. Il resto, implicitamente, è rumore.

I dati raccontano altro. La direttiva Ue riguarda quasi esclusivamente i casi transfrontalieri. Oltre il novanta per cento delle azioni intimidatorie contro giornalisti censite in Europa nasce e muore dentro i confini nazionali. È lì che si consuma l’effetto più efficace delle querele temerarie: il costo legale preventivo, l’asimmetria di risorse, il tempo sottratto al lavoro, la pressione che induce al silenzio prima ancora di arrivare a una sentenza. CASE registra solo i procedimenti formalizzati, lascia fuori le minacce legali che ottengono lo stesso risultato senza passare da un tribunale. Il quadro reale è più ampio del campione.

In Italia la pressione contro la libertà d’espressione e il diritto-dovere di informare assume forme sempre più sofisticate. Alla diffamazione si affiancano privacy, dati personali, richieste cautelari, strumenti procedurali usati come leve di logoramento. Il merito dell’interesse pubblico scivola sullo sfondo, sostituito dalla gestione del rischio. È una dinamica strutturale, segnalata anno dopo anno, che rende il “già sanzioniamo” una frase priva di riscontro empirico.

Quindi mentre il Consiglio d’Europa e la Commissione Ue invitano gli Stati ad agire anche sulle SLAPP domestiche, il governo italiano si rifugia nel minimo indispensabile, trattando una patologia sistemica come un dettaglio tecnico. Il risultato è certificato dai numeri: l’Italia guida l’Europa nella capacità di intimidire la partecipazione pubblica attraverso il diritto.

Questo è il punto che i dati inchiodano. Dire che va tutto bene non ferma le querele contro i giornalisti. Serve solo a normalizzarle.

Buon giovedì.

Foto di Andrii Babarytskyi su Unsplash

Può mai esservi consenso alla violenza?

Nessuno che abbia un’esperienza di almeno qualche anno in ambito psichiatrico e psicoterpeutico può ignorare le dimensioni del dramma che è la violenza sessuale, in particolare quella agita troppo spesso da familiari o amici di famiglia su bambini o ragazzi appena pre-adolescenti. È impressionante la frequenza dei racconti di abusi subiti, storie che riemergono dal silenzio, dall’annullamento, dalla perdita di senso e di speranza. Tengo a precisare che per abusi intendo tutte le forme dii violenza di tipo sessuale, dalla cosiddetta molestia fino allo stupro che andrebbero considerati un’unica scala di reati, come accade in Spagna. Le conseguenze di questi reati possono essere drammatiche, e i loro effetti perdurano per anni o per tutta la vita, se non si trova il coraggio di ribellarsi a questo che alla vittima appare come un destino.

Dal 1996 non è stata mai rivisitata la legge che qui da noi in Italia aveva finalmente compiuto la rivoluzione che trasformò lo stupro da reato contro la morale in reato contro la persona. E nemmeno lo scorso 25 novembre, dopo l’approvazione alla Camera del disegno di legge (c.d. ddl stupri) che introduceva le modifiche all’articolo 609 bis del codice penale in materia di violenza sessuale necessarie secondo la Convenzione di Istanbul (la quale nel suo articolo 36 richiede che gli Stati parte prevedano l’incriminazione penale di molteplici atti sessuali non consensuali), abbiamo potuto festeggiare il grande passo di civiltà che solleva finalmente le vittime dall’onere della prova. A sorpresa – ma per chi?- il 22 gennaio u.s. l’accordo bipartisan è stato violato, con una sterzata che riporta indietro a una concezione violenta della sessualità e suggerisce a tutti noi, grandi e piccoli, di prepararci a difenderci da assalti, minacce, intimidazioni o anche solo – si fa per dire – a respingere con forza e chiarezza atti o richieste di prestazioni che non vogliamo. Siamo tornati cioè dalla proposizione – iniziale e incerta, ma sostenuta dal cambiamento culturale degli ultimi decenni, grazie alle lotte dei movimenti femminili – della sessualità come rapporto tra esseri umani che sottintende un implicito consenso che solo la sensibilità può avvertire attimo dopo attimo, all’atavica idea dell’impulso bestiale al quale dobbiamo resistere, manifestando un esplicito dissenso che non ci salverà dall’aggressione, né tanto meno ci metterà al riparo da sconcezze come quelle che spesso sentiamo nelle aule di tribunale, dove la vittima deve dimostrare di non avere provocato il pover’uomo, lo stupratore, scatenando i suoi irrefrenabili istinti animali salvo poi sottrarsi o vendicarsi. Eppure il disegno di legge approvato dalla Camera puntava proprio a modificare questa mentalità che fra l’altro «non tiene in alcun conto il dissenso della vittima che, nella maggior parte dei casi, non è in condizione di reagire (…): basti pensare alle vittime giovanissime, alle bambine e ai bambini, alle persone con disabilità o in situazioni di incapacità determinata da alcol e droghe». Il dissenso di chi non sa o non può manifestarlo, il dissenso di chi mai dovrebbe trovarsi a combattere per sopravvivere alla violenza, delle vittime inermi che sono statisticamente le più numerose, com’è dimostrato dai dati che rilevano che la violenza contro donne e minori portatori di handicap è la più frequente.

Quando poi si parla di violenza sessuale sui bambini, si deve avere chiaro che davvero vediamo solo la punta di un iceberg che alimenta la malattia mentale di tanti che arrivano confusi, persi, disperati, nei reparti e negli studi di psicoterapia. Spesso non sanno nemmeno cosa è accaduto, si sono difesi dal dolore insopportabile con annullamenti che cancellano anche il ricordo cosciente o con la dissociazione che che silenzia il corpo negando la violenza, o hanno vissuto nel tormento del senso di colpa che una cultura violenta, omertosa, complice provoca in loro: dalla pederastia dell’antica Grecia alla freudiana giustificazione ‘teorica’ della pedofilia (il bambino “perverso-polimorfo”), alla proposta di riconoscere libertà sessuale al bambino “consenziente” di Foucault in Francia e di Vendola, negli anni 80, qui da noi. La cultura, la società, la famiglia colpevoli e omertose. Di abusi sui bambini non si deve parlare, i pranzi di famiglia continuano a svolgersi secondo la liturgia anche quando tutti sanno, e bambini e ragazzi impazziscono, restando soli con un segreto che li condanna a essere segnati a vita. Ma l’annullamento cede, prima o poi, il freddo vetro che nella scissione separa la coscienza dall’inconscio si incrina, e rinasce una speranza di cura e di lotta contro la violenza.

Una lotta che deve partire dall’elaborazione della propria storia personale per arrivare alla dimensione sociale e politica della questione. Non sorprende che dopo l’inganno della legge sul femminicidio, un dispositivo forcaiolo e propagandistico, il governo abbia gettato la maschera sul tema della violenza sessuale, per la quale vengono proposti addirittura sconti di pena. Non sorprende che sia stata cancellata dal ddl stupri la parola “consenso” e si pretenda che a dimostrare il dissenso sia la vittima, che è per definizione in una condizione di minorità che le impedisce di reagire, se non con la difesa dell’anestesia, il cosiddetto freezing, e la paralisi (anche detta tanatosi) grazie alla quale le vittime a volte sopravvivono fingendosi morte, come Donatella Colasanti, che salvò la vita ma fu rivittimizzata dalle istituzioni a tal punto che la sorella di Rosaria Lopez è arrivata a dire in una recente intervista che è stata una fortuna che Rosaria sia morta nel massacro del Circeo, perché avrebbe avuto una vita di tormenti e sofferenze.

Continueremo a leggere di interrogatori umilianti e sentenze assurde come quella che nel 2016 in Spagna scatenò un’insurrezione. Uno stupro di gruppo avvenuto a Pamplona, noto come “La Manada”, uno dei più discussi nel Paese per come si risolse a livello giudiziario: fu accolta dai giudici la lettura degli avvocati dei cinque imputati secondo cui le riprese video che mostravano la ragazza immobile durante lo stupro erano la dimostrazione del suo consenso. La sentenza fu poi ribaltata dal Tribunale supremo, e nel 2022 è stata approvata la legge del Solo sì es sì, ovvero la norma che impone all’imputato l’onere della prova del consenso della vittima. Le maggiori critiche alla legge del “Solo sì es sì” riguardano la dimostrabilità del consenso in aula. Per questo, la dottrina spagnola stabilisce una serie di procedure e indagini che vanno dalla deposizione della vittima con ricostruzione dei fatti, agli esami medici e psicologici, oltre a interrogatori specializzati volti a verificare se sussistano determinati requisiti, quali la credibilità e l’assenza di moventi come la vendetta.

Il pregiudizio nei confronti della vittima come si vede è duro a morire. Il vero problema è il riconoscimento della violenza, e non può trovare soluzioni tecniche, come quelle proposte dai diversi modelli di diritto penale; consensuale puro, che definisce violento ogni atto sessuale compiuto senza “consenso libero, preventivo e revocabile”, adottato dalla Spagna e più recentemente dalla Francia sull’onda del caso Pelicot; consensuale limitato, che si focalizza sul dissenso e ritiene necessaria una manifesta volontà contraria della persona che subisce violenza, dimostrabile in tribunale, quello tedesco al quale si ispira la modifica apportata dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno; infine il modello vincolato, il più diffuso, non attribuisce al consenso un ruolo centrale, ma si basa sul fatto che le aggressioni sessuali, per essere perseguite, debbano avere certe caratteristiche, violenza, minaccia, costrizione e perciò ignora gli abusi che si verificano senza violenza manifesta. Per assurdo quest’ultimo modello potrebbe essere il migliore, se solo contemplasse la violenza invisibile, che invisibile spesso è solo per chi non vuole vedere. Nessun modello attuale tutela veramente le vittime, perché il vero problema è il riconoscimento della violenza come tale.

Il paradosso denunciato dalle manifestazioni di piazza del 2016 in Spagna sta nella perversione di negare la violenza anche quando è evidente come in uno stupro di gruppo, fenomeno peraltro in spaventoso aumento tra i giovani nel nostro paese e non solo. Eppure la violenza è riconoscibilissima: il violento individua le sue vittime tra le persone vulnerabili, per una fragilità, per la situazione in cui le trova, ad esempio la solitudine, o per la condizione di isolamento e di sudditanza a cui le riduce. La violenza presuppone una sproporzione di forze, altrimenti, logicamente, non potrebbe darsi. Il profilo psicologico del violento è ben noto, che lo si definisca di volta in volta narcisista maligno, schizoide o psicopatico. Le conseguenze della violenza sono diagnosticabili con estrema facilità, purché si abbia una formazione personale e un minimo di preparazione e cercarne i segni e i sintomi, fisici e psichici, a sviluppare il sospetto che una persona che presenta certi segni possa aver subito una violenza, anche quando non ne parla: questo vale per il personale sanitario e giudiziario, ma non solo, vale per tutti gli esseri umani.

Perché la lotta contro la violenza riguarda tutti noi, e nessuno può vincerla da solo. Finché le vittime dovranno temere di non essere riconosciute, non chiederanno aiuto, perché non c’è niente di più doloroso che aver subito una violenza ed essere violentati ancora e ancora da chi non capisce, non vuole vedere, da chi è complice di un sistema violento. Un sistema che diffonde una pedagogia nera (la Schwarze Pädagogik di Katharina Rutschky (1941-2010),) dai chiari disvalori: la vendetta, l’esaltazione della violenza come prestanza fisica, il ripudio della fragilità come debolezza, l’esibizione della ricchezza materiale come forza.
L’Italia ha visto rare sollevazioni popolari di protesta contro sentenze che negano gravemente la violenza di cui abbiamo saputo dai media, e sono certamente una piccola parte delle tante, troppe, di cui sanno solo le vittime e gli addetti ai lavori. Forse – e lo speriamo vivamente – questa legge che pretende di ripotarrci indietro ai processi per stupro del secolo scorso, questa legge fascista che protegge gli uomini violenti risveglierà la rivoluzione femminista dal torpore del compromesso politico.

L’autrice: Barbara Pelletti è psichiatra e psicoterapeuta, presidente dell’associazione Cassandra

Foto di Butuza Gabriel su Unsplash

 

Ice, Olimpiadi e servilismo: cronaca di una confusione annunciata

Piccolo manuale di istruzioni su come trasformare una vicenda tecnica in un disastro politico. Accade quando chi governa parla senza sapere, corregge senza spiegare, e infine minimizza mentre i fatti lo smentiscono. La storia di Ice a Milano, nel perimetro delle Olimpiadi, è tutta qui: una catena di dichiarazioni contraddittorie che racconta un potere incapace di tenere il filo della propria comunicazione. Sullo sfondo rimangono i nazistelli al guinzaglio di Trump. 

Prima la presenza viene trattata come routine, poi diventa un fraintendimento, poi ancora subito dopo una “voce priva di conferme”. Mentre Piantedosi e Fontana si contraddicono a vicenda dagli Stati Uniti arriva la conferma formale. A quel punto parte la tragicomica retromarcia: e via con gli incontri istituzionali e le rassicurazioni tardive. Il risultato? Una sequenza che inchioda il governo alla sua vera fragilità: balbettare ogni volta di fronte agli Usa di Trump. 

Il problema non è la cooperazione di sicurezza, pratica consolidata in ogni grande evento. Il vero problema è la gestione pubblica di quella cooperazione. Ogni volta che il lessico scivola nei paragoni estremi e si invocano spettri per rassicurare, si ottiene l’effetto opposto: si alza la temperatura e si sposta il discorso dal merito al simbolo. Così Ice diventa una parola tossica perché nessuno ha fissato subito i confini, le competenze, la catena di comando che resta italiana.

Intanto le istituzioni si smentiscono a vicenda. Regione, Viminale, Comune parlano lingue diverse. E così la sicurezza dei Giochi passa in secondo piano rispetto allo spettacolo di un potere che appare disallineato. In questo vuoto, la notizia vera arriva dall’estero, mentre qui si inseguono titoli e rettifiche.

Questo è il veleno che resta: un governo che pretende autorevolezza internazionale e mostra improvvisazione domestica. I fascistelli di Trump saranno a Milano. Poi c’è la figuraccia internazionale: le Olimpiadi chiedono affidabilità e l’Italia, in questa storia, ha offerto solo confusione. E la confusione, quando riguarda la sicurezza, è già una responsabilità politica.

Buon mercoledì.

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Quando il fucile punta “noi”, l’ipocrisia crolla

Esattamente quale sarebbe la novità? Due carabinieri italiani sono stati minacciati da un colono israeliano. I militari, in servizio presso il Consolato di Gerusalemme, “sono stati fatti inginocchiare sotto il tiro di un fucile mitragliatore e interrogati”, spiegano fonti del governo Meloni, mentre svolgevano un sopralluogo nei pressi di Ramallah, capitale dell’Autorità nazionale palestinese. Il colono li ha minacciati nonostante viaggiassero su un’auto diplomatica: stavano lavorando per preparare la visita degli ambasciatori dell’Ue in Cisgiordania.

E qual è la novità? Lì dove Israele si mangia le terre e le case e le vite dei coloni devono inginocchiarsi tutti: devono mostrare documenti perché non esiste spazio libero, devono difendere  la famiglia e le case perché nessuna legge li protegge, nessuna comunità internazionale se ne interessa, se non per qualche nota diplomatica di ammonimento al governo di Israele. 

Qual è la novità? I territori occupati sono praterie per la violenza israeliana. Anzi, qualcuno potrebbe ricordare a Tajani e compagnia cantante che anche gli attivisti della Global Sumud Flotilla vennero fatti inginocchiare, con armi puntate alla testa e frasi minacciose. Se lo ricorda ministro? 

La vera novità è che l’ipocrisia di alcuni politici, di alcuni giornali e di alcuni poco arguti commentatori alla fine viene a galla: basta passare dal “loro” al “noi” ed ecco che avviene il tilt. 

Ben svegliati, si potrebbe dire. Ora, cari ministri al governo, mi raccomando: fate entrare gli sgherri dell’Ice per le Olimpiadi e poi pronti a stupirvi di nuovo.

Buon martedì. 

 

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Dove sono adesso quelli che ridevano, anzi si sbellicavano?

Dove sono adesso quelli che ridevano, anzi si sbellicavano, quando si scriveva del ritorno del fascismo, dello stesso autoritarismo, della violenza come forma di comando istituzionalizzata? Adesso, ora, dove sono?

Dove sono quelli, che cosa dicono di fronte all’esecuzione con pistola alla nuca di Alex Pretti, infermiere armato di telefono davanti agli scagnozzi fascisti dell’Ice, braccio armato dello psicopatico nazista Donald Trump? Che ne dicono delle squadracce nere che hanno minacciato a Minneapolis i giornalisti italiani della Rai Laura Cappon e Daniele Babbo?
Ad esempio, che ne dice il ministro, fino a un certo punto, Antonio Tajani, il monarchico che rassicurava tutti che «non c’è nessun pericolo per la democrazia con Donald Trump» e che ora si ripulisce i polsini da liberale prendendo le distanze dal suo pari Matteo Salvini, che incontra un altro fascista?

Dove sono certi liberali italiani (quelli che insegnavano agli antifascisti come essere antifascisti mentre tubano con i fascisti per ottenere un posticino) che interpretavano le elezioni americane con la posa di certi thé con le amiche delle cinque mentre irridevano gli allarmi?

Stanno lì, dove sono sempre stati, nelle file dei fiancheggiatori e dei cretini. Sono lì a spiegare che il premio Nobel che Giorgia Meloni vorrebbe per Trump è solo “una boutade”. Sono lì a dirci che «Salvini non conta nulla», da vicepresidente del Consiglio. Dicono che i decreti sicurezza italiani sono solo “riorganizzazione dell’ordine pubblico”. Dicono: «Ma figurati se questa destra filo-Trumpiana vuole assoggettare la magistratura». Non c’è scritto da nessuna parte, dicono. C’è anche il bollino su Facebook.

Buon lunedì.

Perché gli omicidi di Pretti e di Good compiuti dall’Ice ci riguardano

Negli ultimi venti giorni Minneapolis è diventata un terreno di scontro tra comunità locali e forze federali statunitensi incaricate dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione. Il 24 gennaio un uomo di 37 anni, Alex Pretti, è stato ucciso da agenti federali durante un’operazione nel quadrante sud della città. Secondo la versione ufficiale del Dipartimento della Sicurezza Interna, Pretti si sarebbe avvicinato ai membri della U.S. Border Patrol armato di una pistola e avrebbe opposto resistenza, inducendo un agente a sparare in “legittima difesa”. Ma filmati verificati mostrano Pretti con un telefono in mano mentre aiuta persone colpite da gas spray, prima di essere spinto a terra da più agenti e colpito da numerosi proiettili: una dinamica che contraddice in modo significativo l’interpretazione ufficiale dei fatti.

E’ la seconda uccisione compiuta dall’Ice in poche settimane, dopo quella di Renee Good, 37 anni, madre di tre figli, colpita il 7 gennaio da un agente dell’Ice durante un controllo federale. Secondo l’esame autoptico e diverse testimonianze, Good è stata raggiunta da tre colpi, tra cui uno alla testa, mentre si trovava in auto; la versione di un tentativo di speronamento diffusa dall’amministrazione è contestata da video e testimoni oculari.

In mezzo a questi casi, anche minorenni sono stati fermati e trasferiti in centri di detenzione a centinaia di chilometri di distanza insieme ai genitori, durante operazioni mirate alla cattura di adulti. La foto di un bambino di cinque anni, identificato come Liam, con zainetto e giubbotto, ha suscitato indignazione internazionale. Le autorità federali sostengono che lasciarlo solo non fosse sicuro; critici, famiglie e associazioni per i diritti civili definiscono invece questa pratica inutile e profondamente traumatica.

Si tratta di eventi che si inseriscono in un contesto più ampio di progressiva militarizzazione e uso estensivo della forza da parte dell’Ice e di altre agenzie federali: arresti di massa, utilizzo di spray al peperoncino contro manifestanti e residenti, operazioni condotte con modalità tipiche dell’ordine pubblico più che dell’amministrazione civile. Numerose sono state le critiche avanzate da organizzazioni come l’American Civil Liberties Union (Aclu, che ha chiesto il ritiro immediato degli agenti e l’apertura di indagini trasparenti sulle tecniche di intervento adottate.

Episodi che non possono essere liquidati come anomalie isolate. Da mesi, inchieste giornalistiche – in particolare di ProPublica, ma anche di altre importanti testate statunitensi – documentano l’esistenza di una pratica sistemica fatta di abusi, arresti arbitrari, uso eccessivo della forza, opacità procedurale e grave carenza di accountability all’interno delle agenzie federali per l’immigrazione, Ice in primis. Detenzioni prive di adeguate garanzie, persone trasferite per migliaia di chilometri senza reali possibilità di difesa, famiglie separate, minori coinvolti in operazioni che nulla hanno a che vedere con la tutela dell’infanzia: un sistema che nel tempo si è spostato da una logica amministrativa a una logica apertamente securitaria e repressiva.

E allora la domanda non è solo cosa stia accadendo a Minneapolis. La domanda vera è: ci riguarda? Sì, ci riguarda eccome. Ci riguarda perché qui non è in gioco soltanto la politica migratoria statunitense, ma un modello di governo della sicurezza che può essere esportato ovunque: forze dotate di poteri ampi, controlli deboli, uso della forza normalizzato, emergenza permanente elevata a giustificazione politica. Ci riguarda perché tocca il nodo universale del rapporto tra Stato e cittadino, tra autorità e diritti, tra legalità formale e giustizia sostanziale. Ci riguarda perché mostra cosa accade quando la gestione della complessità sociale viene ridotta a un problema di ordine pubblico.

Minneapolis non è lontana. Non è un’anomalia americana. È un paradigma che ci interroga su quale idea di sicurezza vogliamo costruire: una sicurezza fondata sulla forza, sulla paura e sulla repressione, oppure una sicurezza fondata sul diritto, sulla proporzionalità e sulla dignità delle persone. Ed è per questo che sì, ci riguarda. Non per solidarietà emotiva, ma per responsabilità politica e civile. Perché ciò che oggi viene normalizzato lì, domani può diventare prassi ovunque.

 

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Trump, la distopia al potere

La distopia, contrariamente all’utopia, indica la prefigurazione e/o la rappresentazione di uno stato di cose future – ravvisabili da tendenze avvertite nel presente, di sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi. Come spiegano gli autori di Distopia americana. L’impatto della presidenza Trump sul sistema politico statunitense (Mimesis), Fabio Armao e Davide Pellegrino (docenti all’Università di Torino, rispettivamente di Relazioni internazionali e Sociologia dei fenomeni politici), nel nuovo millennio, il totalitarismo orwelliano «cupo e opprimente», ha lasciato spazio a quello descritto da Aldous Huxley in New Brave World (1932), nel quale il “Grande Fratello” non è più percepito come “nemico”, bensì come oracolo da adorare e da interrogare estasiati «in attesa che pronunci il suo verbo»; nella nuova realtà – l’“era digitale” – in cui la verità è «affogata in un mare di irrilevanza» anche grazie alla facilità con cui si producono e si diffondono disinformazione e misinformazione, la politica è ridotta a farsa, a «burlesque» e i cittadini accettano di buon grado di essere retrocessi «a mera audience».
Mentre in alcuni Paesi prevale ancora la distopia “vecchio stile”, che si caratterizza soprattutto per la limitazione dei movimenti e della libertà di espressione, negli Stati Uniti si sta imponendo, soprattutto nell’era di Trump, questa nuova distopia farsesca, che tuttavia presenta molti elementi in comune con la distopia “old school”, a partire «dal perseguimento sistematico della diseguaglianza» fino all’«asservimento delle masse agli interessi finanziari di un’élite sempre più ristretta di magnati» che prefigura «un conflitto di classe tra megaricchi e ultrapoveri destinato a coinvolgere l’intero pianeta e a riprodursi in tutti i Paesi, a prescindere dai loro regimi».
In un percorso che si snoda attraverso sei capitoli e che parte dal “Nuovo secolo americano” sono indagate le evoluzioni dei partiti politici americani che si spiegano anche attraverso le modifiche introdotte alle spese per le campagne elettorali mettendo in luce l’ascesa di Trump nel Partito repubblicano, che configura una forma di democrazia a «base clanica» con potenziali derive mafiose e la messa in mora delle logiche democratiche tipiche del Novecento.
L’era del trionfo del trumpismo, è caratterizzata, tra l’altro, dall’aumento delle narrazioni cospirazioniste (tra le più diffuse, birther, death panels, QAnon, Stop the Steal), che si affermano come «strumenti di mobilitazione e di appartenenza, rafforzando il legame personale con il leader e indebolendo il ruolo rappresentativo dei partiti e la stabilità delle istituzioni democratiche». Tale tendenza è favorita dall’affermarsi dei social media, che non inducono «automaticamente a credere nei complotti» ma accentuano l’attivazione di tale effetto «soprattutto tra chi ha già una predisposizione alla mentalità cospirativa». Attraverso l’analisi di numerose ricerche, si conferma che, benché «il livello medio di chi crede veramente nei complotti sia rimasto stabile «nel periodo 1966-2020», una non trascurabile percentuale del campione di intervistati «ha manifestato adesione alla teoria cospirazionista QAnon, molto diffusa nella componente dell’elettorato conservatore del Partito repubblicano più vicino a Trump».
Secondo questa narrazione, nata sul web nel 2017 «un’élite segreta di pedofili satanisti controllerebbe la politica e i media statunitensi». Proprio Trump sarebbe colui che «segretamente ha assunto il compito di contrastare tali cospiratori». La propensione cospirazionista ben si attanaglia con l’effetto crescente della «polarizzazione “affettiva”» (manifestatasi con la campagna presidenziale del 2008 vinta da Obama e indagata in particolare nel capitolo quinto), che riprendendo il costrutto dell’antitesi “amico-nemico” concettualizzato da Carl Schmitt nei primi anni Trenta, rappresenta «la tendenza degli elettori a provare sentimenti positivi (di simpatia e di riconoscimento di superiorità, anche antropologica) per coloro che appartengono al proprio schieramento politico … e, all’opposto, profonda ostilità verso chi appartiene al partito avversario», minando le vecchie logiche politiche alla base delle competizioni elettorali tipiche del Novecento, caratterizzate dai valori ideologici incarnati dal partito. Tale effetto è accentuato dalle echo chambers generate dai social media, che consentono l’attivazione del «meccanismo psicologico» che induce le persone a «trovare informazioni che possano confermare le proprie convinzioni iniziali» ignorando o sminuendo, al contempo, quelle «contrarie alle proprie idee preesistenti».
Nel partito repubblicano statunitense di oggi – «esito di un processo carsico in atto già da tempo … , in particolare nell’evoluzione della sua componente più conservatrice» «le trovate narrative» del Tycoon – che possono essere efficacemente indagate attraverso la lente della “finzione collettiva” rappresentata dal Keyfabe del wrestling professionistico – sono «diventate l’unico vero punto di riferimento per l’identità e le strategie politiche dei repubblicani», in una «combinazione di populismo, polarizzazione e dominio dell’agenda mediatica inaugurata da Trump».
Il combinato disposto di questi fattori, che si inseriscono in una congiuntura storica caratterizzata dal trionfo del capitalismo nella sua forma più devastante, il neoliberismo e dalla «politica ridotta a un ruolo ancillare», lascia così spazio alle «oikocrazie del nuovo millennio», ossia a gruppi che agiscono come clan, finanziati da corporation multinazionali (vedi ad es. il non casuale connubio del presidente statunitense con l’imprenditore più ricco del mondo, Elon Musk). L’ascesa di Trump – secondo gli autori – non può essere considerata «un incidente di percorso» imprevedibile, ma «rappresenta il punto di arrivo di un mutamento strutturale del sistema politico statunitense». Trump si è reso il «migliore interprete di un’ondata neoconservatrice dilagante nel Paese», vendendo «una delle massime e più ciniche espressioni dell’élite imprenditoriale…nell’incarnazione stessa dell’anima Maga degli Stati Uniti».
Si tratta ora di capire la «tenuta» del suo consenso e del gruppo di potere che lo sorregge, che per essere mantenuto dovrà «far convergere il sostegno popolare verso altre figure», quali, per esempio, il vicepresidente Vance. L’altra questione, che ci riguarda particolarmente da vicino e con cui gli autori chiudono il libro, è l’eventualità che il modello trumpiano possa affermarsi anche in Europa, dove si stanno affermando movimenti di estrema destra, sovranisti e populisti, con «seguaci e gli emuli, più o meno caricaturali, del presidente americano». Da questa parte dell’Oceano «la clanizzazione della politica e lo sviluppo del capitalismo clientelare, la struttura dei partiti e i costi della politica» non si sono ancora imposti con tale «maturità» il che lascia sperare che «la democrazia europea possa ancora rivelarsi un antidoto alla distopia americana».

 

Foto di Jon Tyson su Unsplash

Dentro la luce di Beato Angelico

La tavolozza di colori brillanti, la luce tersa e leggera, gli sfondi dorati e le ali degli angeli che si aprono come arcobaleni di fronte a una madonna ragazzina, immagine longilinea di una fanciulla appena sbocciata. Un volto femminile dolcissimo – sempre lo stesso – luminoso, ritorna in tutte le opere di Beato Angelico, in Annunciazioni e Madonne col bambino. Più in là sfilano eleganti figure di santi ammantati di rosso, di blu e di viola come il folgorante san Nicola dalla pelle nera. E poi quel volto del Cristo come Re dei re dagli occhi di brace, rossi di dolore, che ci appare come il volto sofferente di un naufrago.

Le 140 opere di Beato Angelico, eccezionalmente radunate per l’omonima mostra fiorentina aperta fino al 25 gennaio (catalogo Marsilio Arte), sono tutte di argomento religioso ma ci parlano profondamente di umanità e appaiono come una celebrazione della vita. Attraversando le sale dell’esposizione in Palazzo Strozzi a Firenze dedicata a questo protagonista del Quattrocento gli occhi si riempiono di luce.

In quanto predicatore domenicano immaginiamo che concepisse le sue tele come prediche visive, ma nel tripudio di colori la sua arte è più forte del dogma.

La cristallina chiarezza ci appare più come chiarezza di pensiero che come astrazione metafisica. Il percorso di opere squadernate nelle sale rinascimentali – molte delle quali provenienti da musei stranieri e riunite qui insieme per la prima volta – ci parlano con una sinfonia di timbri, colori che trasmettono emozioni. La sua Pala di San Marco (1438-42), ricostruita per questa occasione (era stata smembrata in 18 pezzi poi rivenduti) ora si può apprezzare – letteralmente – in tutto il suo splendore. Visitando la mostra in Palazzo Strozzi, che poi prosegue al Museo di San Marco, risuonano svalutanti le parole di Vasari

Quando i riformisti parlano di antisemitismo, parlano d’altro

C’è un dettaglio che racconta meglio di mille analisi lo stato del Partito democratico: chi ha imposto il tema dell’antisemitismo come clava politica oggi rifiuta di firmare il disegno di legge del proprio partito. I senatori riformisti, gli stessi che hanno sostenuto il ddl di Graziano Delrio, si sfilano dal testo redatto da Andrea Giorgis perché troppo poco punitivo, troppo largo, troppo vicino a un’idea di antidiscriminazione che esca dal recinto identitario.

Il ddl Giorgis è un compromesso debole, certo. Ma è un compromesso politico, non una resa ideologica. Prova a evitare l’eccezionalismo penale, allarga la tutela ad altre forme di odio, tenta di tenere insieme un partito già ferito su questo tema. Proprio per questo diventa indigesto a chi ha costruito l’offensiva sull’antisemitismo come strumento di delimitazione interna.

Delrio e l’area di Sinistra per Israele continuano a pretendere l’adozione integrale della definizione dell’IHRA, nonostante le critiche esplicite di giuristi e intellettuali ebrei che ne segnalano l’ambiguità e i rischi per la libertà di critica politica. Una scelta che dice tutto sulla natura dell’operazione: a loro non interessa coprire un eventuale vuoto normativa (che non c’è). Vogliono un segnale politico rivolto contro una base che su Gaza ha parlato troppo e troppo chiaramente.

Il punto, però, resta a monte. Una nuova legge contro l’odio verbale, mentre esiste già la legge Mancino, rischia di essere simbolica, selettiva, inutile. Se applicata a una sola comunità, rischia persino di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato. Una riflessione elementare, che evidentemente non interessa ai sostenitori del ddl Delrio. L’urgenza sembra un’altra: affossare il campo largo e regolare i conti interni. Il resto è retorica di copertura.

Buon venerdì.

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Iran, la rivoluzione è contro la teocrazia

Foto di Renato Ferrantini dalla manifestazione di Roma del 16 gennaio 2026

Parlare oggi di Iran significa misurarsi con una parola che il sistema di potere vorrebbe svuotare di significato: rivoluzione. Per continuare a chiamare “rivoluzione” quella del 1979 che, imprigionata nella retorica della fondazione antioccidentale e guidata dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini, impose la teocrazia, neutralizzando subito ogni opposizione con epurazioni, arresti, esecuzioni. Da allora, gesti di repulsa al regime non sono mai mancati. Piccoli semi che hanno fruttificato nella rivoluzione in atto.

Iniziata il 28 dicembre 2025 come rivolta contro l’inflazione galoppante, il carovita e la disoccupazione, si è rapidamente trasformata in rivoluzione di popolo contro l’asfissiante totalitarismo che, eretto sull’identificazione del cittadino col credente, impone il suo ordine morale a partire dal controllo dei corpi. Ma quando il corpo rifiuta di obbedire: donne che si tolgono il velo e coinvolgono nel loro grido di liberazione anche tanti uomini, sono una soggettività politica. Una aberrazione per la teocrazia. Infatti, la rivoluzione in corso non chiede riforme, ma mette in discussione il principio stesso di legittimità del potere religioso fattosi stato.

È una rivoluzione radicale, sviluppatasi dall’esperienza dell’oppressione vissuta e che adesso lotta per riappropriarsi del proprio “habeas corpus”: fondamento di tutti i diritti civili, per l’autodeterminazione e la libertà di ciascuno e di tutti. Gli ayatollah con la parola rivoluzione devono fare i conti, di fronte alle migliaia di migliaia di corpi che come un fiume in piena si irradiano per le strade nonostante la ferocia più feroce del regime che fa strame del suo popolo. Si moltiplicano i manifestanti uccisi, mentre quel che resta del regime si accanisce finanche sui cadaveri, chiedendone il riscatto ai loro famigliari: pagare il costo dei proiettili che sono stati utilizzati per ucciderli.

La rivoluzione non ha ancora vinto. Ma aver posto al centro il valore della dignità umana non è cosa dappoco. Perché la dignità è incompatibile con la teocrazia che vuole cieca obbedienza in nome di un Dio che parlerebbe nel così detto libro sacro: univoca legge al di là di ogni storicizzazione. Non sappiamo ancora quali sviluppi avrà la rivoluzione iraniana anti-teocratica. Ma certamente la sua forza di resistenza spinge alla più profonda riflessione che una società possa porsi: per chi e per che cosa vale la pena vivere e lottare!

La rivoluzione in atto non è una fiammata improvvisa, ma un lavoro di scavo dove le stesse idee si fanno corpo e pretendono spazio oltre la teocrazia. Perché lì dove il dissenso è peccato, il corpo è colpa, la libertà è l’obbedienza alla norma a una dimensione, si pretendono individui a una dimensione. Lì le donne che decidono da sole sono un pericolo! Così pure chi ama fuori norma! E guai a voler uscire dal gregge dei conformisti! Ma il conformismo inizia dalle parole che incasellano e ingabbiano. E la rivoluzione è parola scomoda soprattutto se non promette paradisi, ma diritti e doveri in quel legame di cittadinanza democratica, inconciliabile con ogni sogno teocratico.

Vale anche per casa nostra dove non mancano gli ossequi al Vaticano e persiste l’antistorico Concordato con annessi e connessi privilegi alla chiesa cattolica, di cui lo stato italiano è – per inciso – il più grande benefattore politico ed economico.

L’autrice: Maria Mantello è saggista e presidente dell’Associazione nazionale del libero pensiero Giordano Bruno