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Board of Peace a Gaza: mimare la pace per negare i diritti umani e il diritto internazionale

Il cosiddetto Board of Peace per Gaza viene presentato come una proposta di gestione “temporanea” del conflitto e della ricostruzione della Striscia, attraverso un organismo internazionale o para-internazionale incaricato di amministrare il territorio, garantire sicurezza e avviare una transizione politica. Nella versione fatta circolare nell’area trumpiana, il Board si configura come una sorta di autorità esterna, sostenuta politicamente e militarmente dagli Stati Uniti e da alcuni alleati, con poteri ampi: controllo del territorio, gestione delle risorse, supervisione della sicurezza, fino alla riorganizzazione delle istituzioni locali. L’argomento dichiarato è quello classico: Gaza sarebbe incapace di autogovernarsi, prigioniera di attori “terroristici”, e dunque bisognosa di una tutela straordinaria per il bene dei civili e della stabilità regionale.

Il problema è che questa costruzione, già fragile sul piano politico, è giuridicamente debolissima. Dal punto di vista del diritto internazionale pubblico, il primo nodo è la violazione del principio di autodeterminazione dei popoli, che non è una formula retorica ma una norma cardine dell’ordinamento internazionale contemporaneo, sancita dalla Carta delle Nazioni Unite (art. 1, par. 2), dai Patti ONU del 1966 e ribadita in una sterminata giurisprudenza e prassi. Gaza, al netto della sua tragica frammentazione e della condizione di occupazione di fatto, non è una terra nullius né un territorio privo di soggetto politico. Sostituire la volontà del popolo palestinese con un Board imposto dall’esterno equivale a negare in radice quel diritto, mascherando l’espropriazione politica sotto il linguaggio della tutela.

C’è poi il tema dell’occupazione e dell’amministrazione dei territori. Il diritto internazionale conosce forme di amministrazione internazionale (si pensi a Timor Est o al Kosovo), ma esse sono state costruite, almeno formalmente, all’interno di un quadro multilaterale legittimato dal Consiglio di Sicurezza ONU, con un mandato definito, temporaneo e orientato all’autodeterminazione finale. La proposta trumpiana, invece, nasce e vive fuori da questo perimetro: non prevede un mandato ONU, non è il frutto di una decisione collettiva della comunità internazionale e non indica un percorso credibile verso la restituzione della sovranità. In altre parole, non è “international administration”, ma una forma di amministrazione eterodiretta, politicamente unilaterale e giuridicamente opaca.

Ancora più grave è la rimozione del contesto giuridico esistente. Gaza non è un problema “neutro” di sicurezza o governance, ma un territorio coinvolto in un conflitto armato prolungato, con accuse gravi e documentate di crimini di guerra e, secondo molti, di crimini contro l’umanità e genocidio compiuti dall’esercito israeliano. Proporre un Board of Peace senza affrontare il nodo della responsabilità internazionale significa operare una rimozione consapevole del diritto penale internazionale: si congela il diritto per sostituirlo con una soluzione amministrativa, come se la pace potesse essere costruita sospendendo la giustizia. È un rovesciamento pericoloso: non la pace come esito del diritto, ma la pace come pretesto per metterlo tra parentesi.

Se ci spostiamo sul piano del diritto costituzionale italiano, le criticità non diminuiscono, anzi. L’articolo 11 della Costituzione è spesso citato in modo rituale, ma qui entra in gioco nella sua sostanza: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità con gli altri Stati e per la pace e la giustizia fra le Nazioni. Appoggiare o partecipare a un Board imposto da una potenza egemone, privo di base ONU e funzionale alla gestione politica di un territorio occupato, difficilmente può essere ricondotto a una “limitazione di sovranità in condizioni di parità”. Si tratterebbe piuttosto di una adesione a una architettura di potere asimmetrica, che usa il lessico della pace per consolidare rapporti di forza.

C’è anche un profilo costituzionale più sottile ma decisivo: l’idea che la pace possa essere garantita sospendendo o aggirando il diritto è radicalmente incompatibile con una Costituzione che fonda la Repubblica sul principio di legalità, sul rispetto dei diritti fondamentali e sulla centralità della persona. Una soluzione come il Board of Peace per Gaza presuppone, implicitamente, che i diritti collettivi e individuali dei palestinesi possano essere temporaneamente compressi o messi “in gestione” da altri, in attesa di tempi migliori. È una logica emergenziale che il nostro ordinamento conosce bene e guarda con sospetto, perché storicamente è sempre lì che il diritto smette di essere limite e diventa strumento.

In definitiva, il Board of Peace per Gaza non è debole solo perché politicamente controverso, ma perché giuridicamente fondato su una rimozione: quella del diritto internazionale come sistema di regole vincolanti e non come repertorio opzionale. È una proposta che “parla” di pace ma pensa in termini di amministrazione, che evoca la sicurezza ma cancella la responsabilità, che promette transizione ma nega l’autodeterminazione. E proprio per questo, più che una soluzione, assomiglia a un precedente pericoloso: l’idea che, quando il diritto diventa scomodo, lo si possa mettere in pausa in nome di una pace decisa altrove.

foto Gaza wikipediacom

Non il Nobel: un Tso

Settantadue minuti. Tanto è durato l’intervento di Donald Trump a Davos. Un tempo sufficiente per un discorso. O per una diagnosi.

In settantadue minuti Trump ha confuso la Groenlandia con l’Islanda mentre spiegava perché vuole comprarla, come si fa con una multiproprietà mal riuscita. Ha minacciato un alleato NATO, la Danimarca, spiegando che il “no” verrà ricordato. Linguaggio da riscossore, contesto da forum economico globale.

Ha definito la Groenlandia “un pezzo di ghiaccio” necessario alla pace mondiale, ha rivendicato contemporaneamente il 100% di sangue scozzese e il 100% di sangue tedesco, ha raccontato una restituzione americana della Groenlandia alla Danimarca che non è mai esistita, ha sostenuto che la Cina non abbia pale eoliche mentre domina il mercato mondiale dell’eolico.

Ha annunciato un’invasione petrolifera del Venezuela smentita dagli stessi amministratori delegati delle compagnie citate. Ha dichiarato che negli Stati Uniti “praticamente non c’è inflazione” mentre i dati ufficiali dicono altro. Ha insultato in diretta il presidente della Federal Reserve, trasformando Davos in una riunione di condominio.

Ha raccontato di dazi imposti per ripicca personale, ha attribuito il crollo dei mercati all’Islanda, 380 mila abitanti, colpevole ideale. Ha rivendicato che gli Stati Uniti paghino “il 100% della NATO”, cifra inventata. Ha ribattezzato l’Azerbaigian come fosse un cocktail sbagliato.

Un flusso continuo di affermazioni false, numeri inventati, geografia a caso, minacce politiche e rancori personali esibiti come dottrina economica.

Settantadue minuti senza correttori, senza argini, senza nemmeno la pretesa di sembrare credibile. Il mondo ha ascoltato in silenzio. Una volta, per molto meno, si parlava di inidoneità. Oggi si applaude educatamente e si prende appunti.

Non per capire cosa farà Trump. Per capire quanto ancora può dire prima che qualcuno trovi il coraggio di chiedere il TSO.

Buon giovedì. 

 

Foto di Rod Long su Unsplash

L’umanità sotto accusa: se l’Europa processa chi soccorre

Il 15 gennaio si è concluso a Metilene, in Grecia, quello che Amnesty International ha definito uno dei più grandi casi di criminalizzazione della solidarietà. Ventiquattro attivisti erano accusati dalle autorità greche di diversi reati, dal favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, all’appartenenza a un’organizzazione criminale, fino al riciclaggio di denaro in conseguenza dell’attività di ricerca e soccorso delle persone migranti svolta tra il 2017 e 2018 nell’isola di Lesbo, come volontari per l’ong Erci (Emergency Response Centre International). Tra loro Sean Binder, arrestato nel 2018 insieme alla nuotatrice siriana Sarah Mardini e rimasto in carcere per oltre tre mesi prima di essere rilasciato su cauzione in attesa di processo. Dopo otto anni di procedimento, tutti gli imputati sono stati assolti: “il loro obiettivo non era commettere un reato, ma fornire aiuti umanitari”, ha dichiarato Vassilis Papathanassiou, presidente del tribunale penale di Mitilene. In caso di condanna rischiavano fino a 20 anni di carcere.

L’assoluzione è indubbiamente una notizia positiva, ma lascia aperta una questione centrale: il prezzo di un processo durato quasi un decennio, che Human Rights Watch ha definito un vero e proprio “calvario giudiziario” e che ha avuto un effetto paralizzante sulle persone coinvolte e sulla società civile. Il caso di Sean Binder, oggetto in questi anni di una campagna di Amnesty International per l’archiviazione delle accuse, è rappresentativo della pressione giudiziaria sulla società civile impegnata nell’assistenza alle persone migranti. Da tempo Amnesty International denuncia una strategia diffusa di criminalizzazione della solidarietà: secondo l’ong Picum, con sede a Bruxelles, solo nel 2024 altre 124 persone hanno dovuto affrontare procedimenti giudiziari simili in Europa. Ne parliamo con Serena Chiodo, Referente Campagne e Ricerca Migrazione per Amnesty International Italia.

Il processo si è concluso con un’assoluzione piena, ma ha inciso profondamente sul contesto di Lesbo. In che modo?
Il processo si è finalmente chiuso nel migliore dei modi, ma anche nell’unico modo possibile. Soccorrere una persona che sta naufragando o che è in pericolo di vita costituisce un dovere sancito dal diritto internazionale, oltre ad essere prima di tutto una responsabilità umana. Eppure l’entità delle accuse, gli arresti, i tempi giudiziari che per anni hanno bloccato la vita di Sean e degli altri imputati hanno chiaramente avuto l’effetto di rallentare il lavoro della società civile di Lesbo e di quanti fino a quel momento, sull’isola, si erano impegnati a vario titolo in forme di solidarietà con le persone migranti. La Ong con cui si era attivato Sean Binder, per esempio, ha cessato del tutto le sue attività nel 2018

Le accuse rivolte a Sean Binder ricorrono in altri processi in tutta Europa, qual è l’analisi di Amnesty International in proposito?
Da circa dieci anni in Europa si assiste a una sistematica criminalizzazione della solidarietà verso le persone migranti. Ong e singoli cittadini vengono indagati con accuse generiche che colpiscono tanto le attività di ricerca e soccorso in mare quanto gesti quotidiani di assistenza come l’offrire cibo, coperte o ospitalità. Sono procedimenti costruiti su impianti accusatori deboli e nessun processo è mai arrivato a condanna, ma nel frattempo le navi di soccorso restano ferme e le attività sospese. Il prezzo più alto lo pagano le migliaia di persone migranti private di assistenza e di interventi di salvataggio che possono fare la differenza tra la vita e la morte. L’investimento di risorse pubbliche in procedimenti giudiziari di questo tipo evidenzia una precisa scelta politica: il sanzionamento delle attività umanitarie come strumento di deterrenza in materia migratoria. A questa strategia giudiziaria si affianca una campagna di delegittimazione pubblica, alimentata da espressioni come taxi del mare e da accuse infondate di collusione con i trafficanti di esseri umani.

L’uso strumentale del reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare colpisce anche le persone migranti, come?
Le colpisce in modo ancora più duro, poiché nella grande maggioranza dei casi comporta la detenzione preventiva, che raramente viene applicata nei processi a cittadini europei. Fermate al momento dello sbarco o subito dopo, le persone migranti restano a lungo senza informazioni chiare sui reati contestati — talvolta nemmeno comprensibili dal punto di vista linguistico. L’accusa è quasi sempre quella di aver guidato un veicolo o una barca, o di aver gestito i passeggeri. Risulta invece si tratti prevalentemente di passeggeri come gli altri, che magari hanno distribuito cibo e acqua, consultato mappe, o assistito chi rischiava di cadere in mare. Vorrei inoltre sottolineare che il reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, così come previsto dall’ordinamento italiano, non è allineato al Protocollo delle Nazioni Unite sul traffico di esseri umani, che riconosce come l’uso di rotte irregolari sia spesso l’unica possibilità in assenza di canali di ingresso sicuri. Per l’ONU il reato si configura unicamente in presenza di un profitto, mentre in Italia lo scopo di lucro è considerato solo un’aggravante. Amnesty International chiede da tempo una modifica della norma, affinché sia conforme agli standard internazionali e tuteli sia le persone migranti sia chi presta loro aiuto.

Di quali strumenti si sta dotando l’Unione Europea per la gestione dei flussi migratori?
Purtroppo se da un lato si rafforza la criminalizzazione della solidarietà, dall’altro vengono smantellate le strategie istituzionali di ricerca e soccorso, irrigidite le procedure di accoglienza ed esternalizzate le frontiere. Dopo l’operazione Mare Nostrum, avviata nel 2013 dal governo italiano in seguito alla strage di Lampedusa e durata meno di un anno, non sono più state attivate missioni di soccorso coordinate a livello europeo e oggi la rotta del Mediterraneo centrale è la più mortale al mondo. Il nuovo Patto Ue su Migrazione e Asilo, che entrerà in vigore nel giugno 2026, inasprisce ulteriormente misure già esistenti, puntando su accordi con Paesi terzi come Libia e Tunisia, dove le violazioni dei diritti umani sono ampiamente documentate, per fermare le partenze verso l’Europa. Il Patto rafforza inoltre il ricorso alla detenzione amministrativa, estendendo tempi e luoghi di trattenimento anche fuori dai confini europei, come previsto dal protocollo Italia-Albania. Complessivamente, le politiche istituzionali hanno progressivamente ridotto diritti e tutele, sia lungo le rotte migratorie sia nei sistemi di accoglienza.

In Italia, il governo Meloni ha annunciato nei giorni scorsi un nuovo pacchetto sicurezza che prevede un’ulteriore stretta su migranti e Ong. In attesa dei testi definitivi, quali effetti vi aspettate?
La prospettiva sembra essere quella di una nuova riduzione dei diritti e di una crescente repressione del dissenso per tutti. Ancora una volta, a pagare il prezzo più alto rischiano di essere le persone più vulnerabili, tra cui i migranti. Con il rafforzamento di un sistema che trasforma irregolarità amministrative in fattispecie penali, si conferma l’idea già presente che possa esistere un ordine giuridico ad hoc, concetto che ci preoccupa profondamente e che respingiamo con forza.

Immagine dal profilo Instagram della Ong Erci (Emergency Rescue Center International)

Dalla Casa Bianca al caos climatico: un anno di demolizioni firmate Trump

Un anno basta per misurare gli effetti di una guerra dichiarata senza bisogno di bombe. Dal 20 gennaio 2025, giorno dell’insediamento di Donald Trump, la crisi climatica è diventata un bersaglio politico interno e internazionale. Il ritiro dagli accordi multilaterali è stato solo il gesto più visibile. Il resto è avvenuto sotto traccia, tra tagli, smantellamenti e silenzi amministrativi.

In dodici mesi gli Stati Uniti hanno progressivamente disarmato se stessi. Università e agenzie federali ridotte, programmi cancellati, dati rimossi. Climate.gov oscurato. L’Agenzia per la protezione ambientale privata di strumenti su aria, acqua e resilienza. La National Oceanic and Atmospheric Administration, snodo globale per il monitoraggio climatico e meteorologico, svuotata di personale e competenze: secondo il Guardian la sola Noaa ha perso l’equivalente di 27.000 anni di esperienza accumulata. Un patrimonio dissolto senza bisogno di voti parlamentari.

Gli effetti hanno superato il perimetro ideologico. Meno prevenzione significa più morti. Gli incendi in California hanno trovato squadre sotto organico, stipendi ridotti, attività di prevenzione calate del 38 per cento secondo Grassroots Wildland Firefighters. La FEMA, agenzia chiave per la risposta ai disastri, è entrata nella stagione degli uragani senza leadership e senza un piano operativo. In Texas, dopo l’esondazione del Guadalupe, sono servite 72 ore per autorizzare i soccorsi federali: 135 morti. In Alaska una tempesta catastrofica è arrivata senza preavviso adeguato perché le sonde erano state smantellate.

La guerra al clima ha avuto anche una proiezione esterna. Con il memorandum del 7 gennaio, Washington ha disposto l’uscita da oltre sessanta organismi internazionali legati a clima, energia e ambiente, dall’UNFCCC all’IPCC, accusati di “radicalismo”. La National Security Strategy di dicembre li ha liquidati come investimenti improduttivi.

Il riscaldamento globale, però, resta. Cresce mentre si smette di studiarlo. E ogni struttura demolita oggi è una capacità di risposta in meno domani. Demolire è rapido. Ricostruire richiede tempo, competenze e fiducia. Tre risorse che questo anno di guerra ha sistematicamente eroso.

Buon mercoledì.

Foto WP

La pace per Gaza? Trump, Blair, Putin e perfino Netanyahu

Il Board of Peace per Gaza viene annunciato a Washington e raccontato come struttura di transizione. A presiederlo è Donald Trump, che nel suo primo mandato ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele, ha interrotto i finanziamenti statunitensi all’UNRWA e ha escluso i palestinesi da ogni canale negoziale formale. Con lui siede Jared Kushner, autore degli Accordi di Abramo e promotore di una normalizzazione regionale senza Stato palestinese, oggi gestore di un fondo privato sostenuto da capitali sovrani del Golfo.

Nel board compare Tony Blair, capo del governo britannico durante l’intervento militare in Iraq del 2003; nel 2016 l’Iraq Inquiry presieduta da John Chilcot ha stabilito che l’intelligence sulle armi di distruzione di massa fu presentata con una certezza non giustificata e che le alternative pacifiche non erano state esaurite, rilievi riconosciuti dallo stesso Blair. La gestione economica è affidata a Marc Rowan, amministratore delegato di Apollo Global Management, fondo specializzato in acquisizioni e ristrutturazioni di asset in contesti di crisi.

Tra gli invitati politici è indicato Vladimir Putin, colpito da un mandato di arresto internazionale emesso nel marzo 2023 dalla Corte penale internazionale per la deportazione illegale di minori ucraini. Resta centrale Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, destinatario di una richiesta di arresto della CPI per crimini di guerra e crimini contro l’umanità legati alle operazioni militari a Gaza.

Nei documenti di presentazione del board non compaiono rappresentanti eletti di Gaza, né membri dell’Autorità nazionale palestinese, né esponenti della società civile palestinese. Gaza è indicata come territorio di intervento. L’elenco dei nomi è pubblico. I precedenti anche.

Buon martedì.

Immagine IA

Armi ovunque, difesa da nessuna parte

Ricapitoliamo. L’Unione europea che vuole armarsi fino ai denti perché vuole potersi difendere dai satrapi del mondo ha come nemico principale non quello di Mosca ma quello di Washington, che vuole mangiarsi un pezzo di Europa. 

Quella di Trump non è una guerra ibrida, i suoi fiancheggiatori non vengono additati come nemici della patria. Anzi, gli amici dell’imperialista a stelle strisce sono considerati fondamentali (va letto scandendo tutte le sillabe) a Bruxelles. Benissimo. 

L’autocrate dell’America del Nord vorrebbe prendersi la Groenlandia con gli unici strumenti che sa usare per fare politica: i soldi e le armi. Poiché è un inetto nelle relazioni internazionali sta pensando di oliare la sua follia punendo chiunque sia ostile al suo desiderio. Ovvero vuole punire con dazi l’Unione europea. 

Sarebbe naturale credere che almeno ci potrebbero tornare utili tutte queste armi. I bellicisti vogliono convincerci da mesi che avere i magazzini pieni di missili ci metta al riparo da qualsivoglia matto. È il potere della deterrenza, dicono. Solo che qui il potere della deterrenza conta come il due di picche, quando la briscola è cuori. 

Allora verrebbe da pensare che ci difenderà la Nato, quella stessa Nato che impone di svuotare scuole, sanità, pensioni e welfare per avere tutti il nostro caccia bombardiere di cittadinanza. Ma il capo della Nato è il nostro potenziale conquistatore. Quindi niente. 

Non avremmo potuto scrivere un copione migliore per evidenziare la cretineria di certe scelte. Sta tutto qui, sotto i nostri occhi. 

Buon lunedì.

Foto di Chip Vincent su Unsplash

Atomica: la bomba, lo Stato e la responsabilità rimossa

foto dello spettacolo Atomica, courtesy ufficio stampa

Muta Imago e la regista Claudia Sorace hanno portato in scena all’Arena del sole (Bologna) il 16 e il 17 gennaio, Atomica, uno spettacolo intenso e doloroso, il dramma storico e morale di Claude Eatherly, il pilota dell’aereo meteorologico che diede il via libera allo sgancio della bomba atomica su Hiroshima – un uomo schiacciato dal peso insopportabile della responsabilità morale e rinchiuso in un ospedale psichiatrico, al quale il filosofo tedesco Günther Anders, che vide in lui non un malato terminale, ma l’incarnazione della crisi etica dell’era atomica, indirizzò alcune lettere, dando vita a un epistolario pubblicato nel 1961 (Burning Conscience. The Case of the Hiroshima Pilot) grazie all’interessamento dello stesso Anders e che divenne un testo fondamentale del nascente movimento pacifista negli Usa.

Questo dialogo epistolare, un ponte tra il dramma personale e la riflessione filosofica sulla tecnica e l’obsolescenza dell’uomo di fronte al suo stesso potere distruttivo, è il motore che Muta Imago trasforma in azione scenica.

L’attenzione della regia di Claudia Sorace si concentra in modo quasi ossessivo sulla fisicità e sui movimenti scenici dei due attori, Alessandro Berti (Eatherly) e Gabriele Portoghese (Anders). La rappresentazione della follia di Eatherly è il frutto di un meticoloso studio dei movimenti tipici dei pazienti psichiatrici: i gesti sono “manierati”, ripetitivi e frammentati.

A rendere questa condizione ancora più palpabile e inquietante è la scenografia essenziale e al contempo claustrofobica. Lo spazio scenico non è neutro, ma è esso stesso una proiezione della mente disintegrata del protagonista. L’ambiente ristretto, amplificato da un uso sapiente di luci e ombre, funge da camera di decompressione psichica, dove la fredda, quasi algida, razionalità del filosofo si scontra col disordine fisico ed esistenziale.

La drammaturgia a cura di Riccardo Fazi mette evidenzia la gestione politica del “caso Eatherly” da parte dell’amministrazione statunitense. Il soldato in congedo, l’uomo che ha riconosciuto la propria colpa e che non è riuscito a convivere con l’atto compiuto, si trasforma rapidamente in un personaggio scomodo per le autorità, la prova vivente della natura disumana e criminale della decisione di sganciare la bomba atomica. La scelta di rinchiuderlo in manicomio e di relegare la sua crisi a una dimensione puramente psichiatrica è anche una mossa cinica per delegittimare la sua testimonianza. Definire Eatherly “pazzo” e destinarlo a morire in manicomio rappresenta un espediente per sollevare lo Stato dalla responsabilità di un crimine contro l’umanità, trasformando una colpa collettiva in una semplice patologia individuale. La sua follia diventa, paradossalmente, l’arma politica utilizzata per salvare la coscienza morale della nazione.

Questa riflessione travalica il confine storico del 1945. Atomica costringe lo spettatore a confrontarsi con le conseguenze distruttive di tutte le guerre sulla psiche. Non solo la tragedia dei civili, ma anche quella dei militari, appesantita dal senso di colpa e dalla responsabilità operativa. La guerra moderna, sempre più mediata dalla tecnologia, si sostanzia in un meccanismo di distruzione sistematica che devasta la psiche dell’esecutore quanto il corpo della vittima.

Ed è proprio qui che l’ironia amara dello spettacolo colpisce più forte: nell’era dei droni e della guerra vista come un videogioco ad alta risoluzione, la distanza fisica e tecnologica dall’atto di uccidere dovrebbe teoricamente eliminare la responsabilità morale. Eppure, la follia di Eatherly – la sua incapacità di ignorare il peso della propria azione – ci rammenta che il trauma psichico, lungi dall’essere un errore di sistema, è in realtà un “danno collaterale” non negoziabile e che persino dietro un joystick, l’uomo non è del tutto “obsoleto” alla coscienza.

Con una scenografia essenziale e un uso sapiente delle luci, Muta Imago realizza uno spettacolo potente, un’indagine sulla coscienza e l’etica nell’era del potere assoluto. La precisione registica nel lavorare sui corpi attoriali e la profondità del materiale di partenza rendono Atomica una visione necessaria.

Massacro di manifestanti in Iran, Amnesty international chiede un’azione diplomatica globale

foto di Renato Ferrantini
Amnesty International ha denunciato che, sulla base di video verificati e di informazioni attendibili provenienti da testimoni oculari, sono in corso in Iran uccisioni illegali di massa di dimensioni senza precedenti, mentre prosegue la chiusura di internet imposta dalle autorità l’8 gennaio allo scopo di nascondere i propri crimini.
Amnesty sollecita gli stati membri delle Nazioni Unite a riconoscere che la perdurante impunità di sistema per i crimini commessi dalle forze di sicurezza iraniane nelle attuali e nelle precedenti proteste ha rafforzato le condotte criminali delle autorità iraniane. Dal 28 dicembre, la crescente repressione mortale delle proteste per lo più pacifiche ha causato perdite di vite umane senza precedenti: le stesse autorità hanno ammesso un totale di 2000 morti.
Gli stati membri delle Nazioni Unite devono agire subito e in modo coordinato per impedire un ulteriore spargimento di sangue, anche attraverso la convocazione di riunioni e sessioni straordinarie del Consiglio dei diritti umani e del Consiglio di sicurezza. Per dare il segnale che l’era dell’impunità deve finire e per scongiurare altri massacri, gli stati membri devono prendere in considerazione l’istituzione di meccanismi di giustizia internazionale per avviare rapidamente indagini e processi nei confronti dei responsabili di crimini di diritto internazionale e di gravi violazioni dei diritti umani.
Infine, sottolinea Amnesty International, è necessario che il Consiglio di sicurezza deferisca la situazione dell’Iran alla Corte penale internazionale. “Questa spirale di bagni di sangue e impunità deve finire. La dimensione e la gravità dell’attuale repressione e delle uccisioni sono senza precedenti persino se comparata alle gravi violazioni dei diritti umani e ai crimini di diritto internazionale commessi dalle autorità iraniane nelle varie precedenti proteste”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.
“Mentre ampi settori della società iraniana riempivano le strade sfidando i proiettili, la Guida suprema iraniana e le forze di sicurezza hanno lanciato la loro peggiore campagna repressiva. Hanno intenzionalmente ucciso in massa persone che stavano chiedendo cambiamenti fondamentali e la transizione dal sistema della Repubblica islamica a una forma di governo che rispettasse i diritti umani e la dignità. La comunità internazionale deve assumere urgenti iniziative diplomatiche per proteggere i manifestanti da ulteriori massacri e porre fine all’impunità che sta guidando la politica di stato dei massacri”, ha aggiunto Callamard.

Manifestazione indetta da Amnesty a Roma, foto di Renato Ferrantini

Secondo le prove raccolte da Amnesty International, le forze di sicurezza posizionate in strada e sui tetti di abitazioni private, di moschee e di stazioni di polizia hanno ripetutamente aperto il fuoco con fucili e pistole armate di pallini di metallo, colpendo manifestanti inermi spesso alla testa o al torace. Le strutture sanitarie sono stracolme di persone ferite mentre famiglie disperate cercano i loro cari tra i sacchi per cadaveri che riempiono gli obitori o vedono corpi impilati uno sopra all’altro sui rimorchi dei camion, nei congelatori o nei magazzini.
Amnesty International ha analizzato decine di video e di fotografie riferiti alla repressione delle proteste a partire dall’8 gennaio e realizzati in dieci città delle province di Alborz, Gilan, Kermanshah, Razavi Khorasan, Sistan e Balucistan e Teheran. L’organizzazione per i diritti umani ha anche consultato un medico forense indipendente mostrandogli video e fotografie di persone uccise o ferite.
Persone che difendono i diritti umani e giornalisti hanno condiviso con Amnesty International screenshot di messaggi testuali e vocali inviati da 38 persone di 16 città situate in nove province. Inoltre, l’organizzazione ha parlato con tre fonti ben informate in Iran (un operatore sanitario e due manifestanti) e con altre 16 fonti ben informate all’estero, tra le quali familiari di vittime, difensori dei diritti umani, giornalisti e testimoni oculari che hanno lasciato l’Iran il 12 gennaio.
Sulla base di queste prove, Amnesty International ha concluso che dalla sera dell’8 gennaio c’è stata un’escalation coordinata su scala nazionale dell’uso illegale della forza contro manifestanti pacifici e persone che stavano unicamente assistendo alle proteste.
Secondo i video verificati e le testimonianze oculari raccolte, le forze di sicurezza responsabili della repressione mortale comprendono i Guardiani della rivoluzione e i loro battaglioni basij così come varie divisioni delle forze di polizia note con l’acronimo persiano Faraja nonché agenti in borghese.
I video verificati evidenziano persone ferite in modo grave e in alcuni casi mortale causati da colpi d’arma da fuoco alla testa, occhi compresi, persone che giacciono esanimi lungo le strade e persone trascinate via mentre in sottofondo si sentono spari. Altri video mostrano persone perdere copiosamente sangue o prive di vita all’interno degli ospedali. In diversi video le persone che effettuano le riprese dicono che sono state uccise delle persone.
Almeno due video mostrano le forze di sicurezza scagliarsi e sparare contro persone che non rappresentavano alcuna minaccia.
Un giornalista di Teheran ha detto ad Amnesty International: “Fate sapere al mondo che in Iran vengono commessi crimini indicibili. Fate sapere al mondo che se non farà nulla, loro [le autorità] trasformeranno il paese in un cimitero”. La continua chiusura di internet sta fortemente impedendo alle vittime, ai giornalisti e alle organizzazioni per i diritti umani di svolgere ricerche e interviste approfondite sulle violazioni dei diritti umani, col conseguente rischio che le prove di queste ultime vengano perse. Amnesty International ha reiterato la sua richiesta al Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il massimo organo iraniano per la sicurezza interna, a ordinare immediatamente alle forze di sicurezza di porre fine all’uso illegale delle armi da fuoco e a ripristinare subito il pieno accesso a internet.
È più che giunto il momento che gli stati e la comunità internazionale perseguano la giustizia internazionale e affrontino un’impunità di sistema che va avanti da decenni e che consente alle autorità iraniane di compiere crimini di diritto internazionale per sradicare il dissenso e di negare di aver commesso crimini contro l’umanità, confermati invece dalla Commissione delle Nazioni Unite di accertamento dei fatti in Iran.
Occorre un approccio giudiziario internazionale che comprenda un’indagine della Corte penale internazionale dopo il deferimento a essa della situazione in Iran da parte del Consiglio di sicurezza, così come l’istituzione di ulteriori meccanismi di giustizia internazionale e risposte giudiziarie a livello nazionale attraverso l’esercizio del principio della giurisdizione universale.
La provincia di Teheran
Dai video verificati e dalle testimonianze oculari è emerso che le forze di sicurezza hanno commesso uccisioni illegali e di massa nella provincia di Teheran.
Il 10 gennaio hanno iniziato a emergere sconvolgenti immagini di una camera mortuaria improvvisata in un fabbricato annesso alla sede dell’Organizzazione di medicina legale (un istituto di medicina forense statale) di Kahrizak, nei presso di Tehran, e della camera mortuaria ufficiale stracolma di corpi. Cinque video girati in quest’ultima struttura mostrano famiglie disperate mentre cercano di identificare i loro cari all’interno dei sacchi per cadaveri. Amnesty International ha analizzato i cinque video e dopo aver tenuto conto della possibile duplicazione delle immagini, ha contato almeno 205 distinti sacchi per cadaveri.
Uno dei cinque video, pubblicato l’11 gennaio, mostra uno schermo all’interno della struttura che mostra foto delle persone decedute con un contatore numerico in progressione. Questo sembra il sistema adottato dalle autorità per consentire alle famiglie di riconoscere i corpi dei loro cari. Il contatore arriva fino al numero 250.
Un resoconto diffuso il 13 gennaio dalla Bbc Persian comprende la testimonianza oculare di una persona di Kahzirak, che descrive quanto ha visto il 9 gennaio:
“[Le famiglie delle vittime] arrivavano nella sala delle autopsie dove i corpi stavano impilati uno sopra l’altro. Una stanza era così piena di cadaveri da non riuscire ad aprirne la porta. In una stanza a parte c’erano i corpi delle donne”.
Secondo le tre fonti ben informate consultate da Amnesty International, a Kahzirak oltre che a questo obitorio centrale le famiglie venivano mandate ai cimiteri e agli ospedali dove i corpi erano tenuti in celle frigorifere e in magazzini.
Un video condiviso con Amnesty International e girato al complesso cimiteriale di Behesht Zahra, a Teheran, mostra le famiglie in cerca dei loro cari tra sacchi per cadaveri all’esterno e dentro una serie di grandi sale interne. Non è chiaro quando il video sia stato girato ma il suo autore afferma che i corpi sono stati portati lì dopo la violenta repressione dell’8 e del 9 gennaio. Amnesty International ha analizzato il video e quattro fotografie che mostrano corpi all’interno di sacchi per cadaveri e ha contato almeno 120 di questi sacchi. L’organizzazione per i diritti umani ha parlato con un familiare di una vittima che il 9 gennaio si è recato all’obitorio per recuperare una salma e che ha descritto scene terrificanti dell’obitorio stracolmo di cadaveri.
Altri video girati nella provincia di Teheran mostrano altri aspetti della repressione mortale. Uno, girato il 9 gennaio, mostra 10-12 corpi all’interno dell’ospedale Alghadir, nella zona orientale di Teheran.
Un video pubblicato due giorni dopo e girato a Teheranpars, un sobborgo a un chilometro dall’ospedale Alghadir, mostra la repressione mortale in questa zona della capitale. Il testo impresso nel video afferma che risale all’8 gennaio ma Amnesty International non è stata in grado di confermare tale data. Due manifestanti in via Rashid 115 cercano di ripararsi dai continui colpi d’arma da fuoco. I due manifestanti non si vedono in volto ma uno dice all’altro, che sta filmando: “Butta via il telefono. Ti spareranno alle mani. Ci sono cecchini in mezzo a loro [alle forze di sicurezza] …”
Un video della durata di sei minuti girato sempre in via Rashid 115 a Teheranpars il 9 gennaio mostra le forze di sicurezza sparare dal tetto di una stazione di polizia mentre manifestanti e passanti stanno fuggendo.  Un testimone oculare del vicino quartiere di Narmak ha raccontato:  “Qui [le forze di sicurezza] hanno sparato e ucciso almeno cinque-sei persone di fronte a noi. Non usano più i pallini di metallo, ora sparano coi proiettili veri”.
Un altro testimone oculare ha dichiarato di aver visto molte persone con ferite da arma da fuoco venire portate all’ospedale di Labafinejad, nel nord-est di Teheran. Secondo informazioni ricevute da Amnesty International, operatori sanitari hanno riferito di una situazione simile in un ospedale di Shahr-e Qods, nella provincia di Teheran, e in un ospedale nei pressi del quartiere di Sadeghieh di Teheran. In una testimonianza inviata ad Amnesty International, un manifestante della città di Nassimshahr ha raccontato: “[Le forze di sicurezza sparavano incessantemente contro le persone che cercavano di fuggire. Hanno ucciso l’8 gennaio. Hanno sparato a chiunque il 9 gennaio e hanno ucciso persone. Ditelo al mondo intero. Ovunque sono posizionati agenti basij che sembrano dei ragazzini armati di kalashnikov”.
La provincia di Razavi Khorasan
Video verificati risalenti all’8 gennaio, uniti ai racconti di operatori sanitari e testimoni oculari, hanno portato alla conclusione che nella provincia di Razavi Khorasan le forze di sicurezza hanno sparato direttamente e senza preavviso contro manifestanti e passanti. In questa provincia c’è stato un alto numero di vittime. Un operatore sanitario della città di Mashhad, intervistato da Amnesty International, ha dichiarato: “La notte del 9 gennaio sono arrivati in un ospedale i corpi di 150 giovani manifestanti, poi sono stati trasferiti al cimitero Behesht Reza nei pressi di Mashhad. Una giovane donna è morta dentro l’ospedale e le forze di sicurezza hanno iniziato a dire che era stata uccisa dai rivoltosi. La famiglia ha negato. [Le autorità] hanno seppellito i corpi velocemente prima che venissero identificati e solo dopo hanno informato le famiglie”. In un video girato il 10 gennaio in viale Vakilabad, sempre a Mashhad, le forze di sicurezza sparano contro i manifestanti dall’alto, anche da una passerella. Un secondo video girato nella stessa zona lo stesso giorno mostra le forze di sicurezza inseguire manifestanti mentre si sentono suoni compatibili con colpi d’arma da fuoco. Tra gli agenti si vede una luce improvvisa accompagnata da un rumore molto forte: la persona che sta filmando afferma che le forze di polizia stanno sparando alla folla.
Un testimone oculare di Vakilabad ha raccontato:
“[Le forze di sicurezza] hanno lanciato gas lacrimogeni e granate stordenti direttamente contro di loro [i manifestanti]. Hanno sparato con proiettili veri ferendo diverse persone. Le persone sentivano come se a quel punto non avessero più nulla da perdere”.
Un altro operatore sanitario di Mashhad ha condiviso con Amnesty International questa testimonianza “Lavoro al pronto soccorso. Chiunque ci portassero aveva ferite gravissime da colpi d’arma da fuoco. Alcuni avevano la faccia e le mani piene di pallini di metallo. Era chiaro che [le forze di sicurezza] avevano sparato per uccidere. Queste persone senza cuore non hanno la minima pietà”.
La provincia di Alborz 
Video verificati e testimonianze oculari indicano che anche nella provincia di Alborz, a partire dall’8 gennaio, ci sono state uccisioni di massa.In un video verificato da Amnesty International si sentono colpi d’arma da fuoco mentre in un altro video girato a Karaj e pubblicato il 10 gennaio si vedono decine di uomini armati delle forze di sicurezza pattugliare le strade. Due video pubblicati il 9 gennaio mostrano uomini e donne esanimi sul pavimento di quello che sembra un ospedale. In uno dei due video la persona che sta filmando dice: “[Le forze di sicurezza hanno ucciso coi proiettili veri”. Nel testo impresso nel video si legge che le immagini provengono da Fardis e risalgono all’8 gennaio, ma Amnesty International non è stata in grado di confermarlo. Testimonianze oculari dalla provincia di Alborz hanno confermato la repressione mortale. Un operatore sanitario che lavora a Fardis ha descritto l’ingestibile afflusso di persone ferite e di cadaveri negli ospedali di Karaj:
“All’ospedale Soleimani, solo la notte [dell’8 gennaio] sono stati portati 87 cadaveri. All’ospedale Parsian c’erano 423 feriti. Era stracolmo di feriti”.
Provincia di Kermanshah
Testimonianze oculari e video verificati provenienti dalle città di Kermanshah, Eslam Abad-e Gharb e Gilan-e Gharb e risalenti all’8 e al 9 gennaio confermano nella provincia di Kermanshah lo stesso modello di uso illegale della forza, di armi da fuoco e di munizioni il cui uso è vietato nelle manifestazioni in quanto causano morte e ferimenti.
Diversi video verificati da Amnesty International, girati nella città di Kermanshah e pubblicati l’8 gennaio, mostrano agenti delle forze di sicurezza in uniforme e in borghese in viale Golha e nei paraggi mentre eseguono arresti violenti e hanno atteggiamenti minacciosi. In un video si sente il suono di un colpo d’arma da fuoco così come quello della ricarica dell’arma. Non si vede chi sia colpito. Nell’altro agenti in uniforme e in borghese pattugliano le strade della città con le armi in pugno e arrestano una persona.
Un ulteriore video pubblicato l’8 gennaio mostra scene di caos a Kermanshah, in cui manifestanti soccorrono due persone a terra mentre quella che sta filmando urla: “Hanno ucciso due persone”. In due video girati a Gilan-e Gharb, inviati ad Amnesty International da un difensore dei diritti umani, si sentono colpi d’arma da fuoco. In uno dei due, manifestanti fuggono tra gli spari.  Queste immagini sono state corroborate da testimonianze oculari. Amnesty International ha ricevuto quella di un manifestante ferito a Kermahshah: “Kermanshah sembra una zona di guerra, un campo pieno di proiettili. Gli agenti sono arrivati dalle vie laterali e hanno aperto il fuoco. Siamo corsi via ma continuavano a sparare. Mi hanno colpito con 20 pallini di metallo e mi sono rifugiato in un’abitazione. Le forze di sicurezza sparavano persino contro le abitazioni delle persone che ci avevano aperto le porte”. Le testimonianze oculari comprendono urgenti richieste di aiuto. Una persona di Gilane- Gharb ha detto: “La situazione è estremamente drammatica. Fate qualcosa: [le forze di sicurezza] sparano alla gente coi proiettili veri. Hanno scatenato la repressione contro il popolo. Mi appello alla vostra coscienza, fate qualcosa. Allertate le organizzazioni per i diritti umani”.
 foto dalla manifestazione di Roma di Renato Ferrantini

I custodi senza pudore: quando anche i garanti imparano l’arte dell’impunità

Se fanno così pure i garanti, allora il problema ha superato la soglia dell’ipocrisia istituzionale. Perché qui non si parla di un ministero politico, di un sottosegretario distratto o di un portaborse troppo zelante. Qui siamo nel cuore di un’autorità indipendente, nata per vigilare sugli abusi di potere e sulla correttezza dell’uso dei dati. E invece, secondo le carte dell’inchiesta della Procura di Roma, il Garante della Privacy avrebbe trasformato la propria autonomia in una zona franca.

Auto blu usate per spostamenti privati e politici, rimborsi per spese estranee al mandato, carte di credito personali alimentate con denaro pubblico, voli e benefit accumulati mentre i procedimenti scivolano verso sanzioni simboliche. Tutti i membri del collegio indagati, nessuna eccezione. Un sistema, non una svista. E quando emergono i conflitti di interesse, la fotografia si fa più nitida: tessere executive da migliaia di euro offerte da una compagnia aerea sottoposta alla vigilanza del Garante, studi legali incrociati, procedimenti istruiti e chiusi con estrema leggerezza.

Il punto politico è tutto qui. Se persino chi dovrebbe garantire indipendenza, rigore e distanza dal potere si muove con questa disinvoltura, allora il racconto sulla “tecnicalità” delle autorità indipendenti crolla. Non per un’inchiesta giornalistica, ma per i fatti contestati: viaggi, alberghi di lusso, spese personali, incontri istituzionali che sconfinano nel rapporto diretto con i vertici di partito. E sullo sfondo una riforma simbolica: l’abuso d’ufficio cancellato, proprio mentre gli inquirenti lo individuano come possibile reato.

C’è una costante che ritorna. La cultura dell’impunità precede sempre le leggi che la normalizzano. Prima si allargano le maglie, poi si cambia il codice. In mezzo restano le autorità che avrebbero dovuto vigilare e che invece finiscono per assomigliare troppo a ciò che avrebbero dovuto controllare.

Buon venerdì. 

Dallo Stato di diritto allo Stato di polizia, passo dopo passo

Non governano. Reagiscono. Ogni contestazione diventa un affronto personale, ogni dissenso una minaccia da neutralizzare. Il nuovo ddl Sicurezza, pronto al varo del governo Meloni, è il punto più avanzato di questa deriva: un impianto punitivo costruito per colpire chi manifesta, per allargare i poteri di polizia, per restringere diritti già fragili di migranti e minorenni.

Il cuore del testo sta nelle piazze. Daspo urbano applicabile anche a chi è solo denunciato, arresti in flagranza differita basati su immagini, perquisizioni preventive con definizioni vaghe come “oggetti atti ad offendere”. Dodici ore di trattenimento per chi “sospettato” di turbare una manifestazione. La protesta viene trattata come un problema di ordine pubblico, da gestire con strumenti eccezionali resi ordinari. Le multe arrivano fino a 20mila euro, i divieti di partecipazione alle manifestazioni possono scattare anche con sentenze non definitive. Il messaggio è chiaro: scendere in piazza costa.

A questo si aggiunge lo scudo penale. Un capovolgimento della procedura: prima la giustificazione, poi – eventualmente – l’indagine. Una tutela costruita per le forze dell’ordine, estesa formalmente a tutti per superare i dubbi di costituzionalità, che però introduce un principio pericoloso: l’eccezione preventiva alla responsabilità. Dopo il caso Ramy Elgaml, la fuga da un posto di blocco diventa reato fino a cinque anni di carcere. La risposta politica a una morte discussa è l’inasprimento penale, non il chiarimento dei fatti.

Il ddl stringe anche su migranti e Ong. Divieti di ingresso in acque territoriali fino a sei mesi per “pressione migratoria eccezionale”, trasferimenti verso Paesi terzi, limiti ai giudici per far funzionare i centri in Albania. Per i minorenni arrivano ammonimenti dai 12 anni e multe ai genitori. È un diritto penale simbolico, che accumula sanzioni per mostrare forza.

Questo governo non amministra conflitti sociali: li reprime. Non cerca consenso: lo impone. Ogni norma racconta la stessa ossessione: punire prima, spiegare poi. È così che l’autoritarismo smette di annunciarsi e comincia a funzionare.

Buon giovedì. 

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