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Melma del mattino: Iran

Da giorni rimbalza un refrain ripetuto allo sfinimento: la sinistra non difende l’Iran. Lo scrivono gli editorialisti di destra, lo mettono in prima pagina certi giornali al servizio del governo, lo ripetono compulsivamente i politici e i loro troll. Galeazzo Bignami, ad esempio, si domanda perché per l’Iran non siano in partenza nuove flotille, dimostrando poca attinenza con l’originalità e il senso della geografia. 

Il vizio molto provinciale di utilizzare la vita delle persone e i desideri di libertà dei popoli per regolare conti con gli avversari politici piace moltissimo ai meloniani, ai loro sgherri e a centristi di diverse salse. Ogni giorno un appello a presunti pezzi di sinistra. Ieri alle femministe, oggi ai pro-Pal, domani a chissà chi. L’importante, secondo loro, è dimostrare una presunta mollezza degli avversari politici che di volta in volta diventano amici di Hamas, poi di Maduro, poi di Putin e via così. 

Ci sarebbe da scommettere che gran parte dei bastonatori non sappiano nemmeno indicare l’Iran su una cartina geografica con il dito. Ma per loro non è importante: ciò che conta è avere imparato in fretta il posizionamento strumentale su ogni questione internazionale per accendere lo scontro.

Questa mattina a Palazzo Madama la commissione Esteri voterà una mozione contro il regime iraniano per censurare il governo degli ayatollah, esprimere massima solidarietà al popolo in lotta e chiedere al governo e all’Unione europea di attivare iniziative per fermare i massacri. Sapete chi la voterà? Tutti. 

E questo è tutto quello che c’è da dire sulla melma e sulla propaganda.  

Buon mercoledì.

Foto WC

Gambia c. Myanmar: un processo storico e il futuro del genocidio nel diritto internazionale

Il 12 gennaio 2026 si sono aperte davanti alla Corte internazionale di giustizia (CIG) le udienze di merito nel caso Gambia c. Myanmar, uno dei procedimenti più rilevanti nella storia recente del diritto internazionale. Non si tratta di un processo penale in senso classico, né di un giudizio su singole responsabilità individuali, ma di un accertamento della responsabilità di uno Stato per la violazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948. In questo senso, siamo di fronte a un vero e proprio “processo ai processi”: un banco di prova per la tenuta, l’evoluzione e l’effettività di uno dei pilastri dell’ordine giuridico internazionale del secondo dopoguerra.

Il percorso che ha condotto alle udienze odierne è stato lungo e segnato da snodi procedurali di grande rilievo. Nel novembre 2019 il Gambia, con il sostegno politico e finanziario dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, ha depositato il ricorso contro il Myanmar. La portata dell’atto è stata immediatamente evidente: uno Stato privo di qualsiasi legame territoriale diretto con i fatti denunciati si è fatto promotore dell’azione in virtù degli obblighi erga omnes partes derivanti dalla Convenzione sul genocidio. Il genocidio, in altri termini, viene riaffermato come offesa all’intera comunità degli Stati parti, e non come questione bilaterale o regionale.

Nel gennaio 2020 la Corte ha ordinato misure cautelari, imponendo al Myanmar di adottare tutte le misure in suo potere per prevenire atti rientranti nella definizione di genocidio e per preservare le prove. È stato un passaggio cruciale: pur senza anticipare il giudizio sul merito, la CIG ha riconosciuto la plausibilità delle accuse e l’urgenza della tutela. Nel luglio 2022 sono state respinte tutte le eccezioni preliminari sollevate dal Myanmar, che contestava in particolare la legittimazione del Gambia ad agire. La Corte ha così affermato in modo netto la propria giurisdizione e la natura collettiva degli obblighi previsti dalla Convenzione.

Tra il 2024 e il 2025 si è svolta un’intensa fase scritta, caratterizzata da un dato senza precedenti: l’intervento di undici Stati, tra cui Italia, Germania, Francia e Regno Unito, a sostegno dell’interpretazione della Convenzione proposta dal Gambia. Un segnale politico e giuridico di grande peso, che conferma come il procedimento sia percepito non solo come un contenzioso specifico, ma come un momento di chiarificazione generale sul significato e sull’applicazione del divieto di genocidio.

Con l’apertura delle udienze di merito nel gennaio 2026, la Corte entra ora nella fase più delicata. Per la prima volta verranno esaminate prove testimoniali – alcune in sessione chiusa per la protezione delle vittime – e perizie tecniche relative alle operazioni militari condotte nello Stato di Rakhine nel 2016-2017 contro la popolazione Rohingya. Il cuore del contenzioso ruota attorno a una questione giuridica nota ma irrisolta: l’accertamento dell’elemento soggettivo del genocidio, l’intent to destroy, ossia l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto in quanto tale.

In questo contesto è fondamentale distinguere tra la responsabilità internazionale dello Stato, oggetto del giudizio davanti alla CIG, e la responsabilità penale individuale, di competenza della Corte penale internazionale (CPI). Sebbene la definizione di genocidio sia testualmente identica, la loro applicazione diverge profondamente. Davanti alla CIG si valuta se uno Stato, attraverso i propri organi, abbia violato obblighi convenzionali; davanti alla CPI si giudicano individui, con conseguenze penali personali.

La tesi del Gambia è che l’intento genocidario possa essere inferito da uno schema di condotta complessivo: la sistematicità e la brutalità delle operazioni militari, la distruzione su larga scala dei villaggi, gli stupri di massa, i discorsi d’odio provenienti dalle autorità civili e militari, la negazione strutturale della cittadinanza e dei diritti fondamentali ai Rohingya. Non un singolo atto isolato, ma una politica coerente e protratta nel tempo.

Il precedente giurisprudenziale, tuttavia, è severo. Nei casi Bosnia c. Serbia e Croazia c. Serbia, la CIG ha adottato uno standard probatorio estremamente elevato, richiedendo che il genocidio fosse “l’unica inferenza ragionevole” possibile dai fatti accertati. Uno standard che, secondo molti giuristi, ha finito per svuotare di effettività la Convenzione del 1948, rendendo il genocidio un crimine giuridicamente quasi irraggiungibile. Non a caso, una delle grandi attese legate al caso Gambia c. Myanmar è la possibile “modernizzazione” di tale approccio, attraverso il riconoscimento che l’intento genocidario possa emergere da una combinazione di atti e politiche sistematiche.

Il procedimento assume così un valore che va ben oltre il caso Rohingya. È un laboratorio giuridico almeno per tre ragioni. In primo luogo, riafferma l’universalità dell’azione contro il genocidio: nessuna sovranità statale può schermare una violazione che riguarda l’intera comunità internazionale. In secondo luogo, mette in discussione lo standard probatorio finora adottato dalla Corte, aprendo la strada a una lettura più aderente alle forme contemporanee della violenza di massa. In terzo luogo, solleva il tema, sempre irrisolto, dell’esecuzione delle decisioni della CIG: la Corte non dispone di una “polizia internazionale”, ma una eventuale sentenza di condanna trasformerebbe definitivamente il regime birmano in un paria giuridico e politico, con effetti concreti su sanzioni, investimenti e riconoscimento diplomatico.

Non è un caso che questo procedimento venga osservato con estrema attenzione anche in relazione ad altri contenziosi in corso o potenziali, primo fra tutti Sudafrica c. Israele per i fatti della Striscia di Gaza. L’interpretazione che la CIG darà dell’intento genocidario, del ruolo delle misure cautelari e degli obblighi degli Stati parti della Convenzione è destinata a incidere direttamente su come il genocidio verrà invocato e giudicato in futuro.

La sentenza definitiva è attesa tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Qualunque ne sia l’esito, Gambia c. Myanmar segna già ora un passaggio storico: non solo per ciò che dice sul passato, ma per ciò che potrebbe dire, finalmente, sul futuro del diritto internazionale e sulla sua capacità di confrontarsi con i crimini più radicali del nostro tempo.

Foto wikicommons

È tutto solo, sempre, una vendetta

Ieri il Consiglio dei ministri ha deciso di commissariare Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna sul dimensionamento scolastico. Quattro Regioni governate dal centrosinistra. Tu guarda a volte il caso. Il pretesto è ovviamente amministrativo ma la vendetta è tutta politica. Il governo prende atto di un dissenso motivato, documentato, rivendicato pubblicamente, e sceglie di cancellarlo per decreto. Così anche la scuola diventa il terreno su cui esercitare l’autorità centrale, usando il Pnrr come giustificazione universale.

Il racconto ufficiale parla di scadenze mancate e di impegni europei da rispettare. Sullo sfondo restano i numeri contestati, gli studenti contati male, le aree interne trattate come un mero fastidio statistico. Le Regioni chiedono un riconteggio, una revisione, almeno un confronto sul merito. Niente da fare. La risposta è il commissario. La linea è chiara: i dati li decide il ministero, i territori li subiscono.

Eccoci quindi con  accorpamenti, autonomie cancellate, dirigenti sovraccarichi, scuole trasformate in appendici amministrative. La Cgil parla di miliardi sottratti all’istruzione pubblica. I presidenti regionali parlano di comunità colpite. E il governo? Il governo firma, per cancellare. 

C’è una costante in questa vicenda: la riduzione della politica a procedura e della procedura a comando. Quando una Regione governa secondo criteri diversi allora diventa immediatamente un problema da correggere. Quando difende la scuola come presidio sociale, viene accusata di rallentare il Paese. Il Pnrr, nato per colmare divari, alla fine è il bastone in mano al padrone. 

Il commissariamento ci dice come questo governo concepisce l’autonomia, il dissenso istituzionale, la leale collaborazione. Dice che la discussione è tollerata finché resta decorativa. Poi arriva l’atto “inevitabile”. E la scuola paga il conto.

Buon martedì. 

in foto il ministro Valditara, foto gov

Da Auschwitz a Gaza. La responsabilità della nostra memoria

In questi mesi si è rimessa in moto, in tutta Italia, quella grande organizzazione che è “Il Treno della Memoria” ed il suo pellegrinaggio laico, attraverso i luoghi che incarnano le ferite del Novecento inferte all’Europa, e che culmina ad Auschwitz, il monumento per eccellenza all’odio dell’uomo sull’uomo. Un viaggio della memoria strumentalizzato dalla ministra Roccella e dal governo Meloni, sull’onda dell’incapacità politica di posizioni chiare nel conflitto palestinese e di un’incontrollabile tensione negazionista. Il problema però è il prodotto di queste affermazioni, un dibattito che ha tentato di liquidare le atrocità di Gaza in una nuova reductio ad Hitlerum, la retorica dell’analogia assoluta: Israele viene assimilato al nazismo; Gaza a un nuovo ghetto; la Palestina intera ridotta alla violenza di Hamas. Condannare Israele potrebbe equivalere ad un nuovo antisemitismo, andare ad Auschwitz diventa divisivo e le celebrazioni per la “Giornata della Memoria” ormai prossima, fanno agitare sulla sedia amministratori e dirigenti scolastici. La “Giornata della Memoria” del 27 gennaio non è una sospensione rituale del tempo politico, ma il suo banco di prova più severo. Essa non ci chiede di ricordare soltanto ciò che è stato, ma di interrogarci su come quel passato continui a operare – spesso in modo distorto – nel presente. I nomi che tornano, come il Ghetto di Varsavia e Auschwitz, le leggi razziali ed i forni crematori, non sono icone immobili, ma dispositivi morali che obbligano al pensiero.

È proprio quando la storia viene mobilitata come arma politica – come accade nel conflitto che oppone Israele e Palestina e nella tragedia in corso a Gaza – quando i simboli diventano identitari e smettono di essere monito, che la memoria rischia di essere tradita nel suo significato più profondo. Il Ghetto di Varsavia è una figura del mondo. È il punto in cui la città, spazio della convivenza, viene rovesciata nel suo contrario, dove l’urbanità diventa tecnica di esclusione. Fu il laboratorio in cui il potere moderno imparò a ridurre una popolazione a residuo biologico: non era ancora lo sterminio, ma ne costituiva la grammatica. Il ghetto fu la soglia in cui la vita smetteva di essere diritto e diventava concessione. Quando Gaza viene evocata come simbolo, non è per sovrapposizione storica, intellettualmente irresponsabile, ma per analogia morale. Gaza è metafora tragica di uno spazio chiuso, dove una popolazione intera è esposta a una violenza ricorrente, privata della continuità dell’esistenza. Gaza è la normalizzazione dell’emergenza; non è lo sterminio programmato, ma è la precarietà strutturale della vita. Dal ghetto di Varsavia a Gaza, il filo che unisce non è l’identità delle tragedie, ma dello spazio che diventa destino, la responsabilità della memoria. Contro questa deriva, la lezione di Hannah Arendt resta decisiva. La banalità del male non ci parla di mostri eccezionali, ma della normalità con cui il male può amministrarsi quando il pensiero abdica e il linguaggio si svuota. Per questo la Shoah non è una metafora: è un limite storico che resiste a ogni banalizzazione analogica. Applicare questa consapevolezza al presente significa, anzitutto, distinguere. Distinguere tra Stato, governo, popolo e ideologia.

Lo Stato di Israele è un soggetto politico e giuridico; i suoi governi sono contingenti e storicamente responsabili; il popolo ebraico è una pluralità diasporica, irriducibile a qualsiasi Stato; il sionismo è un movimento politico nato in un’Europa antisemita, plurale nelle sue forme e non coincidente né con l’ebraismo né con l’insieme degli ebrei. Confondere questi livelli non è un errore ingenuo: è la riproduzione, in altra forma, della logica della colpa collettiva. È proprio per questo che le scelte scellerate di Israele, in quanto Stato – dall’occupazione prolungata alla gestione militarizzata della vita palestinese, fino alla devastazione sistemica di Gaza – devono poter essere giudicate senza esitazione. Non condannarle per timore di essere tacciati di antisemitismo, significa concedere alla memoria della Shoah una funzione impropria: quella di scudo preventivo contro ogni critica. Ma l’operazione inversa è altrettanto pericolosa: trasformare la memoria del genocidio in un atto d’accusa ontologico contro Israele, significa tradire la Shoah stessa, riducendola a strumento polemico. Qui emerge una delle aporie centrali del nostro tempo politico: Israele come presagio di un mondo occidentale in bancarotta.

Non perché Israele incarni un male assoluto, ma perché in esso si concentrano le contraddizioni di un Occidente che, dopo aver fondato il proprio ordine morale sulla memoria del genocidio degli ebrei, fatica oggi a tradurre quella memoria in giustizia universale. Il peso morale attribuito alla Shoah, finisce così per influenzare in modo sproporzionato le ricomposizioni politiche contemporanee, generando paralisi, doppi standard, silenzi colpevoli. La Palestina, a sua volta, rischia di essere risucchiata in una narrazione speculare: o vittima assoluta, o entità indistinta coincidente con Hamas. Anche qui la reductio ad Hitlerum opera come una macchina di semplificazione violenta, cancellando la società, la storia, la pluralità del dolore palestinese. In entrambi i casi, la memoria non libera: incatena. Condannare Israele non è antisemitismo; rifiutarsi di farlo per paura di esserlo è una forma di rinuncia al giudizio.

Ma allo stesso modo, accusare un intero popolo o dissolvere la Shoah in una metafora polemica è una forma di revisionismo morale. La memoria autentica non protegge né accusa in blocco: esige responsabilità senza essenzialismi. Per questo Auschwitz resta centrale, oggi più che mai. Non come luogo di proprietà identitaria, ma come spazio universale di interrogazione. Condannare i viaggi della memoria in nome del conflitto israelo-palestinese significa consegnare Auschwitz alla sua strumentalizzazione definitiva. Auschwitz non insegna chi è il nuovo Hitler; insegna a riconoscere le condizioni in cui il male smette di apparire eccezionale e diventa procedura, emergenza permanente, necessità storica. Tenere insieme Auschwitz e Gaza non significa sovrapporli, ma lasciarli in una tensione tragica e feconda. Il primo ci ricorda il limite invalicabile; la seconda ci interroga sulla nostra capacità di giudicare senza distruggere, di condannare senza essenzializzare, di ricordare senza rovesciare la memoria contro se stessa.

La Giornata della Memoria, allora, non è il giorno delle risposte, ma quello della responsabilità più ardua: pensare senza scorciatoie, distinguere senza assolvere, ricordare senza trasformare il passato in un’arma. Esercitare memoria che non giustifica, non assolve, non seleziona il dolore in base all’appartenenza; che, se è fedele a se stessa, non smette mai di inquietare il presente. In questo esercizio fragile – e mai concluso – risiede l’unica fedeltà possibile alla memoria.

Testo e foto Valentina Colli

Il Meridione dimenticato. Nei piani di governo della destra il Sud non esiste

Con la nuova legge di bilancio targata “Meloni” il prezzo che i cittadini hanno iniziato a pagare sin dai primi giorni del 2026 è fatto di tasse palesi ed occulte, tagli spaventosi al welfare e aumenti indiscriminati che contraddicono le tante promesse fatte in campagna elettorale dai Partiti al governo. Solo spiccioli per la sanità, scuola pubblica, salari e pensioni, ma soldi a pioggia per le armi.

L’insistenza sui crediti d’imposta, bonus, iperammortamenti e decontribuzioni è indicativo di un governo che premia solo chi è in grado d’investire, condannando così i più deboli, ed il Mezzogiorno in particolare, a restare dipendenti in modo strutturale da incentivi aleatori e temporanei. È la condanna all’irrilevanza della Questione Meridionale. Non si vuole politicamente gestire la risoluzione dei divari, ma li si tampona finché si può.Si procede così cripticamente alla frammentazione definitiva del blocco sociale meridionale, premiando solo settori ristretti, cioè il bacino elettorale del governo: imprese, quei pochi territori già connessi logisticamente e settori già integrati nel sistema economico globale. Nessuna programmazione per fare uscire dall’irrilevanza economica e sociale le aree interne e montane e i giovani disoccupati, destinati ad un destino di emigrazione. Non parliamo poi di politica industriale che semplicemente non c’è. Il possibile sviluppo del Sud, a cui in teoria dovevano essere destinati larga parte dei fondi Pnrr, semplicemente non interessa. Questo è solo l’antipasto di quello che ben presto arriverà con l’Autonomia differenziata. Non è presa in alcun modo in considerazione l’ipotesi di “accendere il secondo motore del Paese”. Viene sempre e solo “prima il Nord” in una visione discriminatoria tipica della destra leghista.E così mentre aumentano le preoccupazioni di una guerra che si fa sempre più possibile, con l’Esercito Italiano composto per il 72% da meridionali, il Mezzogiorno risulta nella Legge di Bilancio del tutto marginale, ignorato. Prima spremuto, poi illuso ed ora gettato via. Nulla di nuovo sotto il sole. Anzi, parafrasando il titolo del celebre romanzo di Erich Maria Remarque dove il protagonista dopo incredibili peripezie e sofferenze muore in trincea nell’indifferenza generale, potremmo dire “niente di nuovo sul fronte meridionale”.

Forse anche perché il Mezzogiorno da tempo è all’opposizione di questa destra. Infatti molti dimenticano che nelle elezioni politiche 2022 solo 19 elettori meridionali su 100 hanno votato per la coalizione politica di destra attualmente al governo (30 su 100 al Centro-Nord). Una percentuale bassissima, che non ha precedenti in passato. Infatti i cittadini del Mezzogiorno, in larga maggioranza, non sono saliti sul carro del sicuro vincitore, smentendo i preconcetti dominanti sul cosiddetto “voto di scambio”. E questo lo si vede bene a posteriori dai provvedimenti, tutti contro il Sud, del governo Meloni.D’altra parte, come ho già illustrato su Left , i cittadini del Mezzogiorno sono persino scippati del diritto di voto e rappresentanza, per cui inutile stupirsi.Nel Mezzogiorno FdI è dietro al Pd e l’opposizione unita supera le destre. Non a caso il Sud è da tempo partigiano della Costituzione, anche perché questa, nella sua prima parte che parla di diritti sociali, attende ancora la sua piena applicazione. Il rischio ora è che con l’Autonomia differenziata salti definitivamente anche il patto di cittadinanza.È questa esclusione preventiva del Mezzogiorno, in una visione asfittica e provinciale, che ha marginalizzato da sempre l’Italia nel suo insieme come uno stereotipato Sud. D’altra parte tutta Italia è Sud, Sud d’Europa.

È questo il risultato della crisi politica, culturale, morale ed economica che ha investito il Paese, ed il Mezzogiorno in particolare, negli ultimi trent’anni e che ne sta rendendo sempre più incerto il suo cammino democratico. È da sottolineare che già prima di arrivare all’ultima manovra di bilancio il Mezzogiorno, negli ultimi mesi ha subito numerosi “scippi”. Ne ricordo per brevità solo alcuni: dalla drastica riduzione dei Fondi di coesione europei, da riconvertirsi in acquisto di armi, alla farsa del Ponte sullo Stretto usato come arma di distrazione di massa in vista delle recenti elezioni regionali al Sud, con il governo che ha dapprima dirottato 3,7 miliardi del Fondo infrastrutturale per Calabria e Sicilia verso la mega-opera bloccando i fondi Pnrr già stanziati per il rinnovo, ampliamento e messa in sicurezza di infrastrutture regionali e provinciali nel Mezzogiorno (strade, ferrovie) per 120.000 km di viabilità, per poi, un mese fa, grazie al supporto del Ministro leghista Giorgetti, spostare con un emendamento alla Manovra di Bilancio 3,5 miliardi di fondi programmati per il Ponte a favore (per l’85% dell’intera cifra come afferma Cgil Sicilia) degli imprenditori del Nord e di pochi altri capitoli di spesa che con il Sud nulla c’entrano, chiudendo così l’ennesimo giro di fondi dal Sud al Nord della storia. Mentre per il nuovo anno è già in cantiere l’ennesima proposta monoculare di Calderoli con le nuove regole per la “montagna” scritte appositamente per colpire i comuni appenninici del Centro-Sud a vantaggio dei soli Comuni alpini. E così il Mezzogiorno, di cui non conviene a nessuno parlare, è totalmente scomparso dall’orizzonte politico di fine anno, dimenticato persino nei discorsi. Ignorato con fastidio.

Ma vediamo brevemente cosa ancora contiene, o meglio sottrae, questa Manovra di Bilancio nei confronti del Sud:

  • Fondi Sviluppo e Coesione: il governo sottrae al previsto “tesoretto” 500 milioni in tre anni. Il governo prima ha ritardato gli accordi con le Regioni, a partire da Puglia e Campania governate dal centrosinistra, e ora utilizza quanto sottratto dal fondo in questione come bancomat per altri territori.
  • Taglio di 15 milioni per il completamento della linea metro tra Napoli e Afragola, come sempre accampando scuse e chiacchiere varie.
  • Decontribuzione Sud, indebolita dalle scelte della Finanziaria, riuscendo a fare infuriare persino Confindustria. Una stangata contro uno strumento fondamentale per trattenere i giovani al Sud, a proposito di fuga di “cervelli” per i quali il governo nulla propone e fa.
  • Zes che non solo non è stata potenziata, ma centralizzata. Altro che il dinamismo dei territori. Altro che autonomia. Quando si tratta di Mezzogiorno si centralizza a Roma!

In questo scenario desolante giungono le parole della Segretaria Pd Schlein che subito dopo le elezioni regionali del mese scorso con le vittorie del centrosinistra in Campania e Puglia, evidentemente ben conoscendo i dati di cui sopra relativi alle politiche 2022, ha dichiarato che: “Il riscatto parte dal Sud e nel 2027 ci farà vincere contro il governo più antimeridionalista della storia, che vuole spaccare l’Italia con l’autonomia differenziata”.Non rimane ora che dar seguito a queste parole con una coalizione ampia e con visione meridionalista, perché, a proposito delle politiche 2027, il Sud, con ogni probabilità, deciderà chi vincerà. Non soltanto nel suo perimetro ma in tutto il Paese.

Foto Gov

Milano-Cortina 2026: un morto sotto zero

C’è un Paese che si racconta efficiente, moderno, pronto a ospitare il mondo sotto i riflettori delle Olimpiadi. Poi c’è Pietro Zantonini, 55 anni, morto di freddo durante un turno di vigilanza notturna in un cantiere olimpico a Cortina. Mentre la retorica correva più veloce delle ruspe, lui era chiuso in un gabbiotto grande quanto un bagno chimico, con una stufetta come unica difesa da –15 gradi, costretto a ronde esterne ogni due ore. Lavorava con un contratto a termine, lontano da casa, perché quel salario serviva a tenere in piedi una famiglia. Questo è il punto di partenza. Tutto il resto è contorno. 

Si dirà che le cause vanno accertate, che c’è un’autopsia, che la magistratura farà il suo corso. Vero. Ma intanto un uomo è morto sul lavoro, in condizioni che chiunque definirebbe proibitive. Turni notturni di dodici ore, gelo costante, subappalti, vigilanza esternalizzata, responsabilità che si disperdono lungo la filiera fino a diventare un’ombra. Le Olimpiadi promettono eccellenza, ma si reggono su lavoratori invisibili, compressi tra scadenze e risparmi, dove la sicurezza diventa una voce da minimizzare.

Il fratello lo dice senza retorica: “Era lì per mantenere la famiglia”. È la frase che inchioda tutti. Perché racconta un sistema che normalizza l’eccezione, che trasforma il rischio in routine, che accetta il freddo estremo come dettaglio logistico. E quando arriva il comunicato di cordoglio, puntualissimo, scopri che il cantiere “non è di competenza”. Nessuno è mai competente quando il prezzo è una vita.

Milano-Cortina 2026 dovrebbe essere una vetrina. Oggi è uno specchio. Dentro si vede un Paese che applaude i grandi eventi e chiude gli occhi sulle condizioni di chi li rende possibili. Pietro Zantonini è morto lavorando. Tutto il resto è una giustificazione che non scalda.

Buon lunedì.

Foto WM

La moralità al posto del diritto

Dice Donald Trump che l’unico limite al suo potere è la propria moralità. Lo afferma mentre rivendica un’azione militare priva di autorizzazione del Congresso e mentre liquida il diritto internazionale come un orpello. La frase arriva dopo il blitz in Venezuela e mentre il Senato americano tenta, in modo simbolico, di rimettere un argine ai poteri di guerra della Casa Bianca. Il punto politico sta tutto lì: la legge arretra, la coscienza del capo avanza.

È una torsione del linguaggio familiare anche qui da noi, anche in Italia. Matteo Salvini parla spesso “da padre” quando giustifica scelte pubbliche. Giorgia Meloni rivendica decisioni prese “da madre” o in nome del “buon senso”. Il meccanismo resta identico: la legittimità smette di discendere da regole verificabili e viene ancorata a una qualità personale, presentata come naturale, immediata, indiscutibile.

Ovvio che in questo schema il diritto diventa un impaccio tecnico, qualcosa da aggirare quando rallenta l’azione. Il controllo parlamentare appare come un fastidio. I giudici come un ostacolo ideologico. Al loro posto si insedia un criterio emotivo, cucito addosso al leader, che si propone come bussola morale della comunità. Chi contesta quella bussola viene descritto come distante dalla realtà, ostile alla “gente”, prigioniero di cavilli.

Trump esplicita ciò che altrove resta implicito. Salvini e Meloni lo declinano in forma domestica, rassicurante, quotidiana. Cambiano i toni, resta la sostanza. Quando il limite coincide con la coscienza di chi governa, il limite perde consistenza pubblica. Quando la legge cede il passo al “buon senso” del potere, la politica entra in una zona grigia dove tutto diventa possibile e dove la forza trova sempre una giustificazione morale pronta all’uso.

Buon venerdì. 

 

Foto Gov

Bowie e il desiderio dell’altro da sé

Nel piccolo romanzo di formazione musicale che è stata la mia adolescenza negli anni Novanta, Bowie è apparso a Wembley nel 1992 – già icona, già imbalsamato in una fronte troppo alta, capelli cotonati – al Freddie Mercury Tribute. Lì con Annie Lennox aveva cantato “Under Pressure”, di cui noi neonati al rock scoprimmo che non era solo un pezzo dei Queen, ma anche suo. Poi, dopo una versione furiosa di “All the Young Dudes” col palco zeppo di stelle di vent’anni di storia, e una didascalica di “Heroes” – in cui stava col dito alzato a mimare le parole -, Bowie aveva zittito la folla recitando il padre nostro. In ginocchio avanti a tutti.

Tre anni dopo era riapparso in un’edizione completamente diversa: il video di “The Heart’s Filthy Lesson” venne inserito tra le rotazioni di Mtv, che all’epoca funzionava da vangelo per teenager. In quella veste, Bowie appariva inquietante in tutto, e soprattutto era decisamente un altro. Musicalmente, e nell’immagine. Nel nuovo album non c’era nulla che assomigliasse al Bowie di Wembley. 1.Outside rappresentava un universo disturbato: Bowie impersonava un detective che indagava su spaventosi delitti fatti a regola d’arte, sacrifici umani in cui le vittime lasciavano audio a futura memoria. Era impossibile mettere insieme i due Bowie, il crooner maestro di cerimonie di un rock dei tempi andati, e quell’interprete di un industrial rock striato di psicosi fatte ritmo e vigorosi tratti jazz. I passi successivi furono tormentati: il remix fenomenale di “Hello Spaceboy” coi Pet Shop Boys (“questo caos mi sta uccidendo”), infine un album con basi drum ‘n’ bass, e un singolo ancora più strano, “Little Wonder”, con un video – i video contavano tantissimo – in cui dialogava coi suoi avatar giovanili pescando occhi da tazzine di caffè, in un montaggio agitato che restituiva l’accelerazione schizofrenica della dance underground di quegli anni. Con quel brano nel 1997 Bowie si esibì addirittura a Sanremo, nello sconcerto generale di un’impossibile aderenza al nazionalpopolare. Non riuscivo, da adolescente, a seguire Bowie. Non riuscivo a desiderarlo, non mi faceva abituare, né affezionare. Venne in concerto all’Olimpico di Roma: ma qualcosa lo infastidì, dopo un’ora sola se ne andò senza più tornare, tra i fischi dei desideranti. Approfondendo la sua storia, scoprii che quel Bowie cinquantenne schivo con la cresta rossa, quel Bowie era solo l’ennesimo capitolo di una mutazione mai finita. Che ogni sua novità veniva presto dimenticata: lui agiva in anticipo – precorreva i tempi e i loro ritmi. Era un mutante – e io mi ero perso decine di passaggi. Potevo ricostruirli, ma intanto lui continuava a cambiare, secondo una dialettica di semplicità e

Elda Alvigini e l’arte di essere inutilmentefiga

«Inutilmentefiga? Sì e, mi raccomando: tutto attaccato». Parola a Elda Alvigini, la popolare attrice di serie molto seguite come i Cesaroni, fine attrice comica a teatro e protagonista di tanti film d’autore esordisce come romanziera. Da poco è uscito il suo Inutilmentefiga (il titolo richiama la sua fortunata piéce teatrale), edito da Santelli. L’abbiamo incontrata in occasione della presentazione del libro alla biblioteca Moby Dick a Roma, nel quartiere della Garbatella.

Elda, partirei proprio dal titolo: Inutilmentefiga, un neologismo coniato da te e a cui tieni moltissimo in quanto “parola-stato” che ha una forte valenza identitaria, e da cui ti senti rappresentata…
Sì, assolutamente. È una definizione a cui tengo molto. Sono una cultrice del linguaggio e penso che parole e suoni abbiano una forza straordinaria, per questo ho deliberatamente scelto di scrivere Inutilmentefiga tutto attaccato e di usare la G al posto della C, nel secondo lemma. Con la G, oltre a far ridere, è più morbido e allude precisamente a quello che vorrei indicare: non tanto un dato esteriore, quanto una qualità interna, un modo di essere. Definizione che ho coniato nel corso degli anni proprio perché le persone, dall’esterno, percepiscono in modo parziale la realtà di un individuo e la mia, tra viaggi, eventi stellati, riprese e foto shooting sembra sempre fighissima. Figa sì, ma per l’appunto solo in apparenza perché poi magari, tanto nella vita privata, quanto in quella lavorativa, non sempre sono riuscita a raggiungere gli obiettivi che mi ero prefissa, com’è anche umano e normale che sia. Quindi, di fronte a commenti come “Beata te Elda, tu si che sei figa” io rispondevo ironizzando e mettendo l’avverbio “inutilmente” davanti. E da lì, pensando sempre le due parole unite.

Insomma, Inutilmentefiga come una qualità interna?
Sì, per me è un modo di definire l’identità con tutte le sue contraddizioni. Chiaramente non solo la mia e non solo quella femminile, penso che siano diverse le persone che si possono rispecchiare in questa definizione. Del resto, “Inutilmentefiga” si riferisce a quella condizione per cui, anche avendo tutte le carte in regola, le cose non riescono, quindi uno si sente un po’ inutilmentefigo, pensando alle energie spese invano.

Entrando nel merito del libro, com’è nata l’esigenza di passare alla scrittura e, soprattutto, alla scrittura di un romanzo?
L’esigenza di scrivere il libro è nata sia perché avevo voglia di condividere questo sentirmi inutilmentefiga; sia perché, in una società che ci chiede di essere sempre perfetti, basta poco per sentirsi manchevoli, no? Poi c’è stata anche una necessità pratica, legata al mondo del cinema e della televisione; su questo tema avevo già scritto la serie e due versioni del film, poi amici illuminati mi hanno fatto

Elisa Dossi: Quando l’amicizia tra donne riscrive la storia

«In Italia dai primi del Novecento a oggi i rapporti tra donne hanno attraversato le trasformazioni di un Paese in continua evoluzione, si sono intrecciati con storie di resistenza e di lotta condivisa. Il libro Amiche. Undici storie di legami e sorellanza, edito da Il Mulino propone un percorso che attraversa l’Italia dal 1926 fino ai tempi più recenti. Le autrici (E. Di Caro, C. Di San Marzano, E. Dossi, D. Maraini, S. Porrino, L. L. Sabbadini, F. Sancin, M. Serri, C. Valerio) fanno parte del collettivo Controparola, nato nel 1992 per iniziativa di Dacia Maraini: «Abbiamo fondato l’associazione per favorire l’incontro e la solidarietà tra donne che lavorano nello stesso campo, la letteratura. Vogliamo praticare il confronto e l’amicizia. L’abbiamo fatto lavorando insieme e pubblicando diversi libri sul rapporto delle donne con la storia, con le professioni, con la cultura e con la famiglia».

Con il suo ultimo progetto editoriale Controparola ha voluto dare rilievo proprio alla profondità delle relazioni femminili, ogni capitolo di Amiche racconta infatti un’amicizia tra donne che hanno segnato l’evoluzione del nostro Paese, figure che hanno saputo innovare politica, arte e letteratura, spettacolo ed editoria.

Tra le donne raccontate in questa raccolta introdotta da Dacia Maraini troviamo Grazia Deledda e Biancofiore, Maria Montessori e Annie Besant, Ada Gobetti e Bianca Guidetti Serra, Carla Lonzi e Carla Accardi, Elvira Sellerio e Luisa Adorno, Dacia Maraini e Piera degli Esposti ma anche Fausta Cialente e Sibilla Aleramo, Rossana Rossanda e Luciana Castellina, Gae Aulenti e Rosellina Archinto, Raffaella Carrà e Alessandra De Stefano, Chiara Valerio e Michela Murgia.

Ciascun capitolo punta a raccontare non solo un’amicizia al femminile, ma il contesto, le tensioni, i cambiamenti che quel legame ha attraversato. I rapporti si definiscono come spazio di emancipazione, confronto e crescita, ma non vengono raccontati in modo edulcorato. Le relazioni non sono perfette, anzi non mancano conflitti, distanze, scelte dolorose.

La sorellanza qui non è semplicemente metafora ma pratica di alleanza, solidarietà, condivisione. Tra i rapporti d’amicizia raccontati nella raccolta colpisce quello raccontato da Linda Laura Sabbadini e Mirella Serri tra Carla Lonzi e Carla Accardi: un’amicizia fatta di affinità, confronti serrati, ma anche momenti di rottura che avrebbe segnato il femminismo italiano radicale, mettendo in discussione il