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Il soffitto di cemento dell’architettura

La storia dell’architettura, quella che si legge sui libri e si insegna nelle università, è un racconto costruito per sottrazione. Un’opera collettiva di cancellazione e di esclusione. Non è il risultato di dimenticanze, ma di un meccanismo selettivo che ha deciso chi meritava di entrare nella storia e chi restarne ai margini. Un processo che riguardava la legittimità stessa di chi poteva definirsi architetto – e che, nella pratica, ha significato l’esclusione sistematica delle donne. Oggi le donne rappresentano il 45,3% degli iscritti all’Albo (Cnappc, 2024). Una parità numerica quasi raggiunta. Ma questa presenza, così evidente nella base, evapora ai vertici: nelle presidenze degli Ordini, nelle firme dei grandi progetti, nelle giurie dei concorsi. È il paradosso dell’“effetto imbuto”: il sistema trattiene le donne nei suoi ranghi medi ma non le promuove, le tiene fuori dai ruoli decisionali e dal riconoscimento simbolico. Accoglie, ma non riconosce.

Il problema, dunque, si è spostato. La partita non si gioca più sulla linea di partenza, dove oggi la presenza è quasi paritaria, ma sul traguardo: chi vince i concorsi, chi siede nei consigli, chi detta la linea culturale, chi orienta le scelte.

L’esclusione delle donne dal racconto ufficiale non è accidentale. È un metodo, una strategia. Prende forma in quella che la politica tedesca Ursula Muscheler definisce «la strategia dell’ostruzionismo silenzioso». Non è un divieto esplicito, ma un insieme di deviazioni, lentezze, reindirizzamenti. Ce lo ha mostrato la storia non edulcorata della scuola del Bauhaus, spesso celebrata come avanguardia democratica. Nel 1919, il suo fondatore Walter Gropius dichiarava pubblicamente l’uguaglianza tra i sessi. Ma quando le iscrizioni femminili superarono quelle maschili, si istituzionalizzò una doppia soglia di accesso: alle donne sarebbe stato richiesto un talento “straordinario”, agli uomini ne sarebbe bastato uno “ordinario”. Una disparità che si tradusse in uno strisciante reindirizzamento, molte studentesse furono avviate ai laboratori tessili o di rilegatura, presentati come “più adatti” al loro sesso. Pochissime riuscirono ad accedere al corso di architettura. La lezione è una: il potere, quando vuole escludere, non chiude la porta. La sposta: rallenta, scoraggia, disorienta. Questa strategia – un secolo dopo – non ha perso vigore. Si è solo istituzionalizzata. Lo

Quando le donne progettano, il futuro cambia prospettiva

«Quando lo staffiere mi ha aperto la portiera e ho appoggiato la scarpetta sul predellino, il mormorio si è spento bruscamente, e sul cantiere è sceso un silenzio sconcertato. I muratori non mi avevano ancora mai vista. Circolavano le ipotesi più strampalate sul mio conto. La sola parola architettrice li faceva sognare. Sorridevo al pensiero che mi credessero giovane e bella. Il velo che mi copriva il viso ha impedito loro di verificarlo. Possiamo cominciare, signora? Mi ha chiesto il capo cantiere, avvicinandosi. Aspettiamo forse un altro architetto, Mastro Beragiola? Ho risposto, col tono fatuo che ho sempre dovuto usare con lui… Si è stupito che fossi io a porgergli la prima pietra: il rito prevede che sia l’architetto del futuro edificio. L’abate non doveva avergli parlato di me». Così Plautilla, la nostra progenitrice che la scrittrice Melania Mazzucco ci ha fatto conoscere e amare con il suo romanzo L’architettrice (Einaudi), descrive il suo arrivo e poi l’inizio dei lavori nel luogo dove si sarebbe realizzato il suo progetto detto il Vascello.

Chi di noi, signore architette, leggendo queste righe non ha ricordato un suo vissuto? Simile, o uguale, o assimilabile, nel senso e nel significato. Perché la donna sarebbe il sesso debole e la cultura ha costruito, su una diversità meramente biologica, un ordine sociale e dei confini (quasi) invalicabili anche se assolutamente fittizi; delle gerarchie (quasi) inviolabili.

È del gennaio 2001 una puntata della trasmissione Rai1 mattina dedicata a “Professioni: le donne come gli uomini”, alla quale a una donna architetto fu richiesto di partecipare. Invitate: una pilota di linea, una autista di autobus e una architetta, direttore di cantieri. Evidentemente era quella l’attività che più colpiva i conduttori e ideatori della trasmissione; interessava la gerarchia, la dinamica di rapporto tra chi comandava e chi eseguiva. «Architetto… mi corregga se sbaglio… direttore di cantiere vuol dire che sotto di lei ci sono anche cento uomini?». E ancora «Avere un capo donna crea ancora oggi dei disagi? Ci sono dei momenti di scontro?». E ancora: «Il suo è un lavoro con scadenze e ritmi lavorativi molto serrati. Si riesce a trovare un equilibrio con le esigenze della famiglia?».

Insomma, secondo il pensiero comune, la donna che comanda deve incontrare necessariamente difficoltà e di conseguenza viene meno al suo ruolo storico e biologico: accudire la famiglia. La trasmissione, in diretta, vide un confronto verbale tra la conduttrice e l’architetta. La prima cercava di evidenziare problemi e ottenere lamentele, notizie che “bucassero” lo schermo, la seconda resisteva parlando di

L’arte di Franz Wanner e l’economia del disumano

L’ombra lunga della storia non si ferma alle porte dei campi di sterminio, ma si allunga, più subdola e meno raccontata, fino ai meccanismi di produzione, all’economia di guerra e al lavoro coatto imposto dal Terzo Reich. A questa “presenza sospesa”, a questo capitolo rimosso della storia europea, dedica la sua prima personale italiana l’artista tedesco Franz Wanner. L’esposizione svela i costi “occulti” e permanenti di ogni conflitto, e soprattutto i meccanismi di rimozione collettiva e aziendale che li hanno coperti per decenni, mettendo in discussione la narrazione autoassolutoria della Germania post-bellica.

La visione del Terzo Reich non era solo quella di conquistare l’Europa, ma di creare un “Reich Millenario” attraverso il progetto delirante del Lebensraum (Spazio Vitale) da popolare con la “razza superiore” e sostenere con la schiavizzazione sistematica dei popoli slavi. Il lavoro coatto non fu un mero strumento logistico di guerra, ma l’architrave di un progetto socio-economico: manodopera illimitata, gratuita e sacrificabile per finanziare l’espansionismo. La beffa più atroce di questa dottrina si condensa nella frase «Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi), cinicamente posta all’ingresso di campi di concentramento come Auschwitz e Dachau, espressione di un’ideologia che disumanizzava la vittima prima di deciderne l’eliminazione fisica o lo sfruttamento.

L’approfondimento di questo tema, a lungo marginale, è stato fondamentale per la storiografia recente, grazie al lavoro di studiosi come Ulrich Herbert, che ha analizzato l’organizzazione dello sfruttamento, e Mark Spoerer, che ne ha quantificato la portata economica. Il lavoro di Wanner si inserisce in questo filone, sfidando frontalmente la menzogna nazista e i successivi “vuoti nella memoria collettiva”.

Il concetto di utilizzare il lavoro forzato di una popolazione soggiogata o “nemica di classe” per la costruzione della potenza statale non è, tristemente, un’esclusiva nazista. Trova infatti inquietanti consonanze con il “sistema del Gulag” staliniano e con

Vercors 1944: quando la Republique resistente fu lasciata senza soccorsi

C’è un toponimo che ricorre per ben tre volte negli atti del processo di Norimberga, di cui una con la grafia errata (“Vassieuz”) e due con quella corretta: Vassieux. È uno dei cinque comuni in tutta la Francia insigniti del rango di “Compagnon de la Liberation”. Un paesino nel cuore dell’altopiano del Vercors, nelle vicinanze di Grenoble, al centro di una piana smeraldina dove l’aria conserva oggi forse la stessa freschezza e gli stessi profumi che doveva avere nel luglio del 1944, quando fu raso al suolo dalla furia nazista. “Distrutto al 97%”, secondo le stime ufficiali. L’eccidio di Vassieux fu uno dei peggiori della storia della Resistenza francese: solo nel piccolo villaggio si contarono 83 vittime fra i combattenti e 72 tra i civili, tutti della stessa famiglia, i Blanc. Ma fra il giugno e l’agosto del 1944 i morti, in tutto il Vercors, furono ben 840, di cui 200 civili. Oggi il Vercors è un paradiso per turisti disposti alla sobrietà e inclini alla lentezza, in cui l’amore tragico dei caduti per il proprio Paese trasuda dalle mille lapidi, cimiteri, memoriali e dalle rovine, spesso lasciate intatte, di interi villaggi. Dichiarato Parco nel 1970, ha saputo conservare il fascino indomito della sua natura selvaggia, frequentata da campeggiatori e amanti della montagna più nuda e pura, al riparo dalla cementificazione, dallo sfruttamento e dal commercio intensivo. Gli alberghi sono pochi e così i negozi, le vie di accesso sono ridotte a sottili strisce d’asfalto che si inerpicano fra gole e strapiombi mozzafiato. È forse così che doveva apparire anche in piena Seconda guerra mondiale, quando l’alpinista Pierre Dalloz, grande amico degli scrittori combattenti Antoine de Saint-Exupéry e Jean Prévost, confida a quest’ultimo che il Vercors è “un’isola sulla terraferma, protetta su tutti i lati da una grande muraglia cinese, che potrebbe essere usata per scatenare sulla regione migliaia di paracadutisti”.

Siamo nel 1941, la Francia è divisa in due: a nord la zona invasa e occupata dalla Germania nazista, a sud lo stato fantoccio della Repubblica collaborazionista di Vichy, che include anche il Vercors e l’intera regione Rodano-Alpi. A novembre 1942, a causa della scarsa convinzione da parte delle forze armate di Vichy nel difendere le colonie del Nord Africa dagli anglo-americani, Hitler decide però l’occupazione diretta anche della Francia del Sud. Per farlo si avvale della collaborazione dell’Italia fascista, che prende il controllo della Corsica e della Regione Rodano-Alpi. Si espande così, fino a comprendere anche il Vercors, la striscia sud-orientale di Francia già assegnata all’Italia come premio di guerra dopo la vile e opportunistica aggressione del giugno 1940. È dunque sotto l’Italia fascista che nasce il primo germe della Resistenza francese sull’altopiano. Ma

Gramsci e Bogdanov, gli eretici del pensiero rivoluzionario

Noemi Ghetti, senza alcun dubbio, tra i più originali interpreti di Gramsci, giunge al suoquarto volume su temi gramsciani, dopo Gramsci nel cieco carcere degli eretici (L’Asino d’oro, 2014), La cartolina di Gramsci. A Mosca, tra politica e amori, 1922-1924 e Gramsci e le donne. Gli affetti, gli amori, le idee (entrambi per Donzelli, 2016 e 2020), oltre a numerosi saggi su riviste specialistiche. In quest’ultima avventura si è associata ad Andreas Iacarella, giovane studioso di storia contemporanea, già noto soprattutto per i suoi lavori sui movimenti giovanili degli anni 70 e per quelli su Ernesto de Martino, e a Örsan Senalp, tra i più importanti studiosi di Bogdanov nel panorama internazionale.

Nella premessa i tre autori parlano di «un andamento rapsodico» del loro lavoro «simile a quei mosaici che nelle fabbriche sovietiche del Novecento celebravano il lavoro collettivo. O a un grande puzzle, il gioco delle mappe a tessere lignee da ricomporre a poco a poco, in voga dalla fine dell’Ottocento».  L’immagine restituisce un aspetto importante del lavoro. Il libro è composto da tre saggi distinti, costruiti autonomamente uno dall’altro. Succede che una medesima citazione compaia in più di un saggio. Ma si tratta di un pregio, che consente al lettore di tornare sul punto sotto un altro profilo, e immergersi in una trama di nessi entro la quale i tre autori, senza apparente coordinamento, marciano spontaneamente nella stessa direzione.      

Il tema comune ai tre saggi che compongono il volume Bogdanov, Gramsci e l’altra rivoluzione. Cultura, organizzazione, egemonia (Donzelli) è il rapporto tra Bogdanov e Gramsci, nel pensiero e nella contingenza storica. Ricordiamo incidentalmente come Aleksandr Bogdanov (1873-1928) sia stato una figura di primo piano non solo nella storia della Russia, e delle rivoluzioni novecentesche che quel Paese ha conosciuto, ma anche tra i pensatori più originali e fecondi dei primi decenni del 900. Tra i compagni di Lenin a lui più vicino nella fondazione della frazione bolscevica e nella rivoluzione del 1905, se ne stacca negli anni successivi per un dissenso profondo sia rispetto all’interpretazione di Marx e del marxismo, sia alle vie da seguire nel processo rivoluzionario. Lenin nel 1909 pubblica un libro, Materialismo ed empiriocriticismo, che, in nome del materialismo dialettico, bersaglia Bogdanov di accuse di distorcere il marxismo in una visione idealista a tinte religiose. Niente di più lontano dal pensiero di Bogdanov, che

Come capire i bambini e il loro mondo

In un Paese che teme i propri giovani, insegnare psicologia nelle scuole superiori è un dovere, un atto di resistenza per far continuare ragazzi e ragazze a cercare, a scoprire, a crescere. Il nuovo libro di Fulvia Cigala Fulgosi e Dorina Di Sabatino Psicologia dello sviluppo infantile (Aracne ed.) offre una serie di preziosi strumenti per imparare a farlo. L’idea del volume, raccontano le autrici, risale agli anni 90, quando Dorina Di Sabatino, insegnante di psicologia in un liceo delle Scienze umane, si trovava spesso a criticare la frammentazione e la poca chiarezza dei testi scolastici a disposizione. Su suggerimento del preside, iniziò a collaborare con Fulvia Cigala Fulgosi, dando vita a un lavoro trentennale che ha portato a un testo attuale, coerente, accessibile e scientificamente rigoroso. Vedremo di seguito come le autrici, accompagnando il lettore attraverso i diversi capitoli del libro, propongano una visione integrata in cui il bambino, che ha la propria identità fin dalla nascita che deve solo crescere e rafforzarsi, è l’attore principale del proprio sviluppo.

Una visione integrata dello sviluppo
Nel primo capitolo del libro – che è stato presentato a Roma alla Casa del Municipio a cura de La Scuola che verrà – si delineano le principali fasi dello sviluppo infantile concentrandosi su una visione integrata, ovvero considerando l’unità psicofisica del bambino e l’intima interdipendenza tra dimensione fisiologica, cognitiva, affettiva e sociale nella formazione dell’identità. Particolare attenzione è dedicata ai legami affettivi instaurati nella prima infanzia, sottolineando come l’armonia tra corpo e mente emerga attraverso queste relazioni umane. Vengono inoltre presentate in sintesi le caratteristiche fondamentali delle diverse funzioni della mente che contribuiscono all’evoluzione del bambino, soffermandosi anche su aspetti spesso trascurati ma cruciali per la formazione della personalità, come il sogno, la creatività e la sessualità. Un particolare rilievo viene poi attribuito, in un capitolo dedicato, al processo di socializzazione, esaminando le dinamiche interpersonali che caratterizzano la vita di gruppo e gli atteggiamenti sociali alla base di fenomeni oggi diffusi e preoccupanti, come conformismo, pregiudizio, razzismo e violenza. Questi fattori

L’amore al tempo delle app di incontri

Nel mio lavoro clinico mi trovo spesso, insieme ai pazienti, a esplorare i nuclei profondi che attraversano le relazioni e la possibilità di costruire rapporti affettivi significativi. Questa esperienza professionale mi ha costretta a confrontarmi con un terreno per me inizialmente estraneo: il mondo delle app di incontri.

Da “boomer” con una relazione da quasi vent’anni, senza esperienza diretta né delle app né delle dinamiche affettive mediate dal digitale, mi sono resa conto dell’importanza di non restarne fuori. Il rapporto con i pazienti mi ha spinta a guardare più da vicino questo fenomeno che ormai attraversa la vita di molti.

E allora ho iniziato a chiedermi: in un contesto globale segnato dall’accelerazione, dalle performance e dalla mercificazione delle relazioni e dei legami, che posto occupano le app di incontri? Sono la punta inquietante di un sistema dei consumi che ha trovato nelle app un nuovo mercato fruttuoso o rappresentano una nuova possibilità di relazionarsi, un’apertura resa possibile dalla tecnologia?

Qualunque sia la risposta, una cosa è certa: le app di incontri sono ormai parte della nostra realtà sociale. Dieci anni fa lo swipe non esisteva; oggi quasi 330 milioni di persone aprono ogni giorno una app per cercare cose diverse: compagnia, relazioni affettive, conferme identitarie, distrazione, o semplicemente un gesto in cui riconoscersi. Tinder, Bumble, Hinge e molte altre, ognuna riflette bisogni, linguaggi e immaginari diversi. È una rivoluzione silenziosa che non riguarda solo la tecnologia, ma il modo in cui vengono vissute e reinterpretate le relazioni e gli incontri sentimentali. Le app non sono più un fenomeno marginale: sono diventate un laboratorio relazionale globale che attraversa tutte le generazioni, un luogo in cui desideri, aspettative e fragilità si intrecciano dando forma a nuove modalità di incontrarsi e amarsi.


Gli aspetti positivi

In mezzo a luci e ombre, c’è un elemento che merita altrettanta attenzione: gli aspetti positivi. Nonostante il rumore di fallimenti, frustrazioni e dinamiche problematiche (che affronteremo più avanti), clinica e ricerca mostrano un quadro più complesso e spesso sorprendentemente favorevole.

La letteratura più recente evidenzia che le app di incontri possono diventare spazi fecondi, nei quali nascono legami solidi, soddisfacenti e duraturi; inoltre, non emergono differenze significative nella qualità e nella stabilità delle relazioni tra coppie nate online e offline. Molte

Colpevoli di dissenso, morti di repressione

Nella notte tra il 6 e il 7 novembre del 1944 Giorgio Mesiti, ex partigiano comunista, assieme ad altri suoi compagni stava tracciando una scritta murale in via Ravenna a Roma, «Abbasso la monarchia sanguinaria», quando una pattuglia di polizia intervenne chiedendo i documenti di identità e cercando di condurre al commissariato Mesiti; al suo rifiuto un agente estrasse la pistola e, dell’intero caricatore che esplose, un “colpo di rimbalzo” – questa la versione ufficiale – ferì mortalmente alla schiena l’ex partigiano.

Fu il primo di una lunga lista che ha insanguinato le strade e le piazze di Roma e del Lazio dall’indomani della liberazione della Capitale fino al 1977.

Di questo, di questi caduti, si è parlato in un convegno organizzato dall’Istituto di ricerca economico storico e sociale (Iress) del Lazio in collaborazione con l’associazione Proteo fare sapere e con il patrocinio dell’Università Roma Tre proprio il 7 novembre, giorno dell’anniversario della morte di Mesiti. In una gremita aula magna di Architettura, presso l’ex Mattatoio di Testaccio, sono stati presentati i primi risultati, relativi a Roma e al Lazio, di una ricerca storica più ampia condotta dall’Iress e che riguarda «i caduti nelle lotte popolari».

Sono state ricostruite queste storie, i contesti, gli sviluppi giudiziari, le biografie, le tracce eventuali nella memoria collettiva. Dal 15enne Guglielmo Petacco, giovane comunista ucciso a Pietralata, a Giuseppe Tanas, operaio edile disoccupato, ucciso a Primavalle nel dicembre del 1946 mentre lottava per il lavoro, a Filippo Ghionna, quadro comunista della Snia Viscosa, ucciso il 14 luglio 1948 a Largo Chigi durante le proteste popolari contro l’attentato a Palmiro Togliatti.

Scorrono così le immagini della nostra storia, dal dopoguerra alla guerra fredda, la polizia di Scelba, le lotte operaie e sindacali, il governo Tambroni, le mobilitazioni per il Vietnam, la lotta per la casa e i movimenti degli anni Settanta. Ne emerge il quadro di una democrazia conflittuale dove i diritti, le libertà, i miglioramenti nelle condizioni di vita sono stati conquistati a prezzo di dure lotte, di lunghi scioperi, di vaste mobilitazioni popolari e anche, e possiamo dirlo a ragion storica veduta, senza retorica, al prezzo del sangue di questi caduti.

La ricerca presentata ha riguardato anche coloro che sono caduti a seguito di interventi repressivi preventivi (retate, rastrellamenti, perquisizioni) ed è stata estesa anche a quelle vittime che persero la vita durante le lotte popolari, anche

Lo chiamavano “decreto sicurezza”

Il “decreto sicurezza” è stato sempre presentato dal governo Meloni come una “risposta forte” ai problemi del Paese. Ma chi guarda la realtà senza filtri propagandistici capisce che non nasce da un’urgenza reale, bensì dall’esigenza politica del governo di mostrarsi muscolare. Non c’era alcuna emergenza tale da giustificare un decreto: nessuna ondata di violenza straordinaria o minaccia improvvisa, nessun allarme che imponesse di scavalcare il Parlamento. C’era solo la necessità di costruire l’immagine di un potere che “ristabilisce l’ordine” colpendo chi vive in occupazioni, chi scende in piazza, chi difende diritti e dignità. Al contempo, si rafforza enormemente il potere esecutivo, soprattutto in tema di ordine pubblico. La destra mostra la sua natura reattiva verso ogni forma di dissenso organizzato e ripropone una visione gerarchica della vita sociale: libertà come concessioni, non diritti. L’obiettivo non è solo colpire gli ultimi, ma produrre una società silenziata, timorosa, facilmente controllabile.

Un testo omnibus che colpisce i più fragili
La legge 80/2025 accorpa norme eterogenee – sgomberi, reati contro pubblici ufficiali, proteste, carcere, immigrazione – in un miscuglio che ha un solo scopo: ridurre gli spazi di libertà colpendo chi vive nelle fratture sociali del Paese. È un testo omnibus pensato per limitare il dissenso, travestito da tutela della sicurezza. Uno dei punti più duri è l’attacco alle occupazioni abitative: sgomberi e sfratti rapidissimi, pene più alte per chi resiste, nessuna distinzione tra nuclei familiari, lavoratori poveri o studenti. Si vuole cancellare ogni forma di autorganizzazione degli spazi abbandonati e riconsegnarli al mercato immobiliare. Il decreto colpisce anche la protesta: blocchi stradali, picchetti, cortei spontanei e perfino resistenze passive in carcere vengono trattati come minacce gravi. Si punisce qualsiasi forma di conflitto sociale capace di incidere davvero. Il governo vuole piazze quiete, non partecipate. Dall’entrata in vigore, gli sgomberi sono aumentati e si sono velocizzati. Quartieri popolari, edifici occupati, spazi sociali e sfratti a famiglie senza alternative sono trattati come problemi di ordine pubblico. L’intervento è rapido, spesso violento, e quasi mai accompagnato da soluzioni abitative. Il messaggio è chiaro: prima sgomberiamo, poi – forse – ci occuperemo delle persone.

Il paradosso delle recenti mobilitazioni
Negli ultimi mesi si è aperto un paradosso evidente. Lo Stato ha applicato per anni con rigore l’intero arsenale dei pacchetti sicurezza, restringendo lo spazio pubblico fino a trasformare il conflitto sociale in un problema da neutralizzare. Eppure, mentre crescono le mobilitazioni contro il genocidio in Palestina, lo scenario sembra cambiato. Cortei non preavvisati, occupazioni universitarie, blocchi di stazioni e porti riescono a imporsi nonostante cariche e violenze poliziesche (a Bologna, il 2 ottobre scorso, una ragazza ha perso un occhio per un

Giovanni Mininni (Flai Cgil): Il mancato superamento di ghetti agricoli è una scelta politica inaccettabile

Andare nei campi, fin dall’alba. Cercare di instaurare un rapporto con i lavoratori agricoli che spesso sono immigrati, senza diritti. Fare informazione. È un lavoro capillare quello che sta svolgendo sul territorio la Flai Cgil con le sue Brigate del lavoro. Un impegno sindacale nato dalla consapevolezza che i nuovi lavoratori sfruttati non sanno neanche dei Caf e dei presidi sindacali sparsi sul territorio. Di questo e tanto altro parliamo con il segretario generale Flai Cgil, Giovanni Mininni.

Segretario Mininni, come si muovono le Brigate del lavoro Flai Cgil?
Che fotografia restituisce oggi questa presenza diretta nelle campagne italiane?
Restituisce una fotografia molto concreta e, per certi versi, impietosa del modello agricolo italiano. Le Brigate del lavoro nascono proprio con questo obiettivo: andare fisicamente nei territori, scegliere insieme alle strutture regionali dove intervenire e accendere i riflettori, anche su aree che vengono percepite come “tranquille”, lontane dall’idea dello sfruttamento. Purtroppo scopriamo sempre che qualcosa non va. A volte si tratta di situazioni estreme più spesso lo sfruttamento è diffuso e strutturale. Non riguarda solo i lavoratori migranti: in alcune zone coinvolge ancora lavoratori italiani in primis donne. Il lavoro delle Brigate produce vertenze, crea pressione sulle aziende e attiva un circuito virtuoso di attenzione istituzionale.

Funziona il meccanismo per attivare controlli e regolarizzazione?
Sì, quando non ci si limita a fare i controlli “da Roma”. Noi andiamo sul territorio e costruiamo iniziative locali che coinvolgono sindaci, ispettorato del lavoro, Inps, Inail, prefetture. Stimoliamo l’attenzione anche dei media locali riuscendo a mettere intorno a un tavolo chi deve controllare e chi deve garantire diritti. Si crea un circuito positivo, capillare: aumentano i controlli mirati e molte persone vengono finalmente messe in regola. È faticoso, ma è l’unico modo per far uscire l’illegalità dall’invisibilità.

Vi state occupando anche del tema della sanità e dell’accesso alle cure, attraverso la collaborazione con Mediterranea. In che modo?
Con l’ong Mediterranea abbiamo avviato l’esperienza delle cliniche mobili. A Bari siamo stati al Centro di prima accoglienza e anche in una piazza, partendo dall’ampio contesto legato alla tradizione bracciantile. E lì abbiamo visto una cosa che dice molto del Paese: non si sono avvicinati solo migranti che non possono permettersi l’assistenza sanitaria, ma anche italiani, donne e uomini italiani che venivano a farsi visitare. È il segno che fasce popolari sempre più ampie rinunciano a curarsi, perché il sistema sanitario non risponde più come dovrebbe. Le Brigate del lavoro ti fanno toccare con mano anche questo: sfruttamento e impoverimento vanno insieme.

Un lavoro che, in Calabria come in altre regioni, ha riportato al centro la questione dei ghetti agricoli. L’ultima volta che ci siamo sentiti stavate spingendo per il superamento dei ghetti come quello di San Ferdinando, a che punto siamo?
Purtroppo i ghetti non sono una parentesi emergenziale. Sono diventati insediamenti stabili, quasi normalizzati. Lo vediamo nel foggiano, in Calabria, in Sicilia e in altre parti d’Italia. La cosa più grave è che negli ultimi anni c’è stata un’occasione storica per affrontare questo nodo: 200 milioni di euro destinati al superamento dei ghetti, come quello