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Oltre la patrimoniale, una riforma radicale

Si è riacceso il dibattito sulla cosiddetta patrimoniale. Non è certo un tema nuovo, giacché da anni ciclicamente riemerge e polarizza l’agenda politica. Lo spunto per il recente confronto viene dalla proposta di contributo di solidarietà della Cgil, visto come uno strumento per ridurre la disuguaglianza presente nel nostro Paese. Ma prima di venire all’Italia, quali sono i Paesi che dispongono già di una tassa sulla ricchezza? Quali sono le idee sul tema più recenti che hanno infiammato il dibattito in Europa? E qual è il modo per rendere la proposta politicamente più solida?

Oggi solo tre Paesi prevedono una tassa che potremmo definire compiutamente patrimoniale: Norvegia, Spagna e Svizzera. In Norvegia è previsto un prelievo dell’1% per chi possiede oltre 146.000 euro che diventa 1,1% per ricchezze superiori a 1,75 milioni di euro. In Spagna, al netto di alcune eccezioni locali, l’imposta varia dallo 0,16% al 3,5% in base al patrimonio e alle leggi delle comunità autonome, e perlopiù riguarda soggetti con disponibilità superiori a 700.000 euro. Inoltre, a partire dal 2022 il governo spagnolo ha introdotto un contributo progressivo di solidarietà con un’aliquota variabile (1,7%-3,5%) per persone in possesso di patrimoni superiori a 3 milioni di euro. Infine, in Svizzera ci sono diverse imposte progressive a livello cantonale, con aliquote massime intorno al 4,5% ed esenzioni variabili.

A livello europeo, nel 2023 Oxfam e altri soggetti hanno avviato la campagna Tax the rich che si è posta come obiettivo (fallito) di raccogliere un milione di firme necessarie perché l’iniziativa di cittadini costringesse la Commissione a elaborare una direttiva con cui introdurre un’imposta patrimoniale a livello europeo.

In Francia il dibattito si è incentrato sulla cosiddetta tassa Zucman, approvata dall’Assemblea nazionale nel febbraio 2025 ma bocciata dal Senato nel giugno 2025, per essere inserita in un altro emendamento – bocciato questa volta già dall’Assemblea nazionale – alla legge di bilancio 2026 francese. Tale proposta prevede un’imposta annuale ordinaria del 2% per i redditi superiori a 100 milioni di euro.

In Italia, tra il 2022 e il 2024, il partito Alleanza verdi e sinistra (Avs) ha caldeggiato un contributo di solidarietà sotto forma di una tassa variabile dallo 0,5% al 1,5% sui grandi patrimoni a partire dai 5 milioni di euro. La proposta di Avs più recente, presentata da Tino Magni al Senato come emendamento alla legge di bilancio 2026, riprende l’idea di qualche settimana fa della Cgil: 1,3% di imposta straordinaria sulla ricchezza netta superiore ai 2 milioni di euro. Secondo il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, il prelievo dell’1,5% riguarderebbe 500mila cittadini e cittadine e «permetterebbe di incassare circa 26 miliardi di euro, risorse da destinare alla sanità, per garantire cure e ridurre le liste d’attesa, ma anche alla scuola, alla non autosufficienza e alla casa». Come era largamente prevedibile, la proposta della Cgil ha suscitato reazioni molto polarizzate, dall’ovvio pieno sostegno di Avs alla reazione negativa di Giorgia Meloni su X: «Le patrimoniali ricompaiono ciclicamente nelle proposte della sinistra. È rassicurante sapere che, con la destra al governo, non vedranno mai la luce». Elly Schlein si è detta favorevole ma solo se l’imposta venisse introdotta a livello europeo (cosa altamente improbabile, dato il sistema decisionale Ue e anche visto

Donald Sassoon: La faida tra capitalismi genera mostri

Professor Sassoon, gli Usa, ma anche l’Europa e la Gran Bretagna sono diventati complici del primo sterminio di massa del secondo millennio. Quali sviluppi ci saranno di fronte a un tale baratro?
I giornalisti mi chiedono sempre quello che succederà ed io rispondo sempre nello stesso modo. Cioè che io faccio lo storico, un mestiere esercitato da studiosi che guardano indietro nel tempo, a quello che è successo nel passato. E non siamo nemmeno tutti d’accordo nella lettura dei fatti. Ad esempio litighiamo ancora sulle cause della prima guerra mondiale.

Perché oggi il capitalismo ha perduto il suo potere di seduzione, tanto da involvere in un conflitto globale sempre più incombente e in una corsa al riarmo?
Lei parla di capitalismo, come facciamo un po’ tutti, nel senso che lo intendiamo come una cosa unica. Il capitalismo al contrario, è un fenomeno complesso, pieno di contraddizioni, di dinamismo e non credo che i sondaggi ci dicano che la gente sia sempre meno pro capitalista. Nella realtà dei fatti, però la gente continua a consumare e a far parte del sistema capitalista; può anche non essere d’accordo su molte delle cose che succedono, ma non è necessariamente colpa del capitalismo. La colpa è di alcuni settori del capitalismo.

Vale a dire?
Oggi assistiamo a una specie di micro conflitto tra una parte del capitalismo nordamericano e una parte dei settori del capitalismo cinese, mentre l’Europa rimane divisa, come sempre, senza avere un’idea che la unisca, un’idea chiave. A parlare per giunta è anche uno che viene da un Paese, che purtroppo ha lasciato l’Unione europea e che pertanto si trova anche meno libero di prima, perché deve fare di tutto per abbracciare Donald Trump, anche se l’attuale presidente Usa ha un indice di popolarità in Gran Bretagna decisamente basso. Così le contraddizioni sono

Donald Trump e il realismo flessibile

America First che per due campagne elettorali ha fatto la fortuna di Trump diventa architettura globale. Così si potrebbe sintetizzare il documento sulla Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti (National security strategy-Nss) elaborato da Washington. La Casa bianca non si limita ad aggiornare priorità o linguaggi: rompe apertamente con il sistema multilaterale del dopoguerra e propone un ordine fondato sulla sovranità assoluta degli Stati, su accordi transazionali e su un realismo senza cornici normative.

Al centro c’è il rifiuto del globalismo, accusato di aver “incatenato” la politica Usa a istituzioni internazionali incapaci di difendere gli interessi nazionali. La cooperazione non è più vincolo, ma scelta reversibile. Gli impegni multilaterali diventano strumenti utili solo finché coincidono con le priorità degli Stati Uniti. Ne derivano due effetti immediati: l’erosione della fiducia nel principio pacta sunt servanda e la marginalizzazione dei diritti umani come bussola della politica estera. Con il nuovo Flexible Realism, Washington dichiara di voler commerciare con qualsiasi Paese senza più legare l’accesso ai mercati a riforme democratiche. Sul piano della sicurezza, la Nss adotta una visione classica di balance of power: gli Stati Uniti non rivendicano la supremazia globale, ma si impegnano a impedire che altri la conquistino. Le alleanze, però, cambiano natura. Non comunità di valori, bensì strumenti di compensazione strategica. È in questa logica che nasce l’Hague commitment che chiede ai Paesi Nato di portare la spesa militare dal 2 al 5% del Pil. Un onere che rischia di aprire fratture profonde nel blocco occidentale.

La Nss rilancia anche una versione aggiornata della Dottrina Monroe, trasformata nel Trump Corollary: nessuna potenza extra-emisferica dovrà mettere piede nel continente americano. È un messaggio diretto a Cina e Russia, ma anche un segnale di ritorno a un’egemonia regionale esplicita. Sul fronte geoeconomico, la Nss abbandona senza esitazioni il libero scambio: tariffe come arma strategica, reindustrializzazione interna, protezione delle filiere critiche, rifiuto degli obiettivi climatici globali e rilancio dell’Energy Dominance. La competizione economica entra così

Chi è Nick Fuentes, l’astro nascente della destra Usa più estremista di Charlie Kirk

«Hitler era straordinario. Hitler aveva ragione e l’Olocausto non è mai successo». Queste sono alcune delle dichiarazioni che Nick Fuentes, giovane attivista e stella emergente della destra ultra radicale statunitense, ha fatto durante una diretta streaming nel suo show. Le sue parole catturano immediatamente il colore della sua ideologia: antisemitismo, negazionismo dell’Olocausto, suprematismo bianco e una visione del mondo che riporta agli anni 20 del secolo scorso. Nato il 18 agosto 1998 a La Grange Park, un sobborgo di Chicago, Illinois, è cresciuto in una famiglia cattolica con origini miste: italiane, irlandese e messicana. Fuentes non è solo un nome nell’ecosistema politico statunitense, in lui si concentra il tentativo esplicito di rendere accettabili nel dibattito interno conservatore idee che un tempo erano marginali o addirittura inaccettabili pure per la destra d’oltreoceano.

La sua intervista con Tucker Carlson – commentatore politico di Fox News e figura di riferimento per la destra e il movimento Maga – ha aperto un acceso dibattito, mettendo in luce la frattura interna tra tre aree: i conservatori tradizionali, che ne condannano l’estremismo; chi difende la libertà di parola anche per posizioni apertamente bigotte, in linea con la tradizione libertaria nordamericana; e le componenti più radicali, come i nazionalisti cristiani, che rilanciano i suoi slogan del tipo: «Dobbiamo essere di destra. Dobbiamo essere cristiani e in un certo senso, dobbiamo anche essere pro-bianchi». Ma il contesto si è ulteriormente e rapidamente modificato dopo la recente morte di Charlie Kirk, fondatore di Turning Point Usa e figura centrale per il conservatorismo giovanile. Kirk è stato ucciso a 33 anni da Tyler Robinson, un giovane di 22 anni dello Utah, in circostanze ancora tutte da chiarire. Charlie Kirk aveva spesso espresso opinioni al limite della teoria cospirazionista su immigrazione e identità nazionale.

In un intervento, Kirk disse: «La strategia del grande ricambio è in pieno svolgimento ogni singolo giorno al nostro confine meridionale». Con questa dichiarazione, si riferiva alla cosiddetta teoria del “Great Replacement”, un’idea cospirazionista secondo cui élite politiche e culturali orchestrerebbero l’immigrazione di massa per sostituire le popolazioni bianche autoctone, minacciando la loro identità culturale, politica e demografica. In due parole: sostituzione etnica. Come riportato dal Washington Post e dall’Encyclopedia Britannica, sebbene la teoria non abbia basi fattuali, Kirk l’aveva utilizzata per costruire un senso di urgenza e per legittimare politiche restrittive sull’immigrazione, presentandola come una minaccia concreta alla sopravvivenza della civiltà statunitense tradizionale. In questo modo, le sue dichiarazioni non restavano solo una retorica politica, ma contribuivano a diffondere e normalizzare narrative cospirazioniste tra giovani conservatori e seguaci di Turning Point Usa. Parallelamente,

Mamdani. Un mandato che ha radici socialiste profonde

Francesca M. è una cittadina italiana nel comitato politico nazionale dei Democratic socialists of america (Dsa), l’organizzazione che da decenni rappresenta la parte più progressista del mondo politico statunitense (il nome è incompleto per motivi di sicurezza, ndr). La vittoria del loro candidato Zhoran Mamdani, eletto sindaco di New York, è un risultato che ha avuto risonanza mondiale. Ma Mamdani non è un caso isolato. Dsa si va rafforzando, contendendosi con i candidati democratici più moderati, alcuni ruoli apicali, hanno portato volti importanti nel Parlamento federale e negli organismi dei singoli Stati permeando parte del mondo politico. I socialisti democratici Usa sono una realtà eterogenea, presente in tutti i 50 Stati dell’Unione, quindi partiamo da quanto accaduto a New York per tentare di comprendere una realtà molto diversa da quella europea.

Francesca M. ci offre alcune chiavi di lettura, partendo dalle loro modalità di lavoro politico: «Le nostre campagne elettorali si basano sulla mobilitazione di volontari che vanno porta a porta a distribuire materiale e parlano alle persone dei nostri candidati, allestiscono banchetti, contattano telefonicamente le liste di iscritti al voto. Proviamo, più o meno con successo, a contrastare il controllo della politica da parte delle classi dominanti e dei loro interessi economici». Dsa, sottolinea la nostra interlocutrice, non può competere in termini di fondi con l’establishment dei due partiti, ma conta sull’auto-organizzazione della base di supporto di ogni candidato, facilitata dall’esperienza dei militanti. La campagna elettorale di Mamdani è stata uno degli “esperimenti” più riusciti di questo modello, già sviluppato e consolidato. «Abbiamo mobilitato fino a centomila volontari, in grande maggioranza non membri di Dsa, anche grazie al carisma e alle qualità del candidato. Quando abbiamo iniziato, già con le primarie, nessuno prevedeva che la sua popolarità sarebbe esplosa al punto di battere Andrew Cuomo».

Colpisce questo modo di operare, un tempo anche della sinistra italiana, fondato sulla pluralità: «Dsa – prosegue Francesca M. – è un’organizzazione socialista “multi-tendenza”, nata negli anni Ottanta, dalla fusione di diverse organizzazioni storiche intenzionate ad unificare alcune ali della sinistra tradizionale e della nuova sinistra che ha raggiunto il suo picco, con 10mila iscritti, a metà negli anni Novanta ma restando di nicchia. La forma attuale nasce nel 2016 con la grande popolarità conquistata da Bernie Sanders, che ha riportato il termine “socialismo democratico” a milioni di persone. La sinistra “culturale” o intellettuale, dalla rivista Jacobin alle forze migliori del movimento sindacale, hanno trovato in Dsa lo spazio in cui costruire un’infrastruttura organizzativa in grado di raccogliere la spinta di Sanders».

I Dsa hanno attraversato fasi di crescita e riflusso. Erano 6mila nel 2015, 21.mila nel 2017 e oggi siamo in 92mila. È poi cambiata la sua composizione demografica e politica, l’età media era nel 2015 di 68 anni, nel 2021 di 33. «Prima l’impostazione era social democratica e anche sionista, oggi al suo interno convivono tendenze diverse, inclusi anarchici e comunisti di vario tipo e componenti più moderate. C’è stata un’evoluzione anche rispetto alla posizione sulla Palestina e dal 2017 noi supportiamo la campagna Bds (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni)».

Non c’è quindi un unico approccio teorico: progetti, parole chiave e strategie variano in base ai territori o della tendenza politica. A livello nazionale come in molte sezioni locali, coesistono progetti diversi, a volte in tensione fra loro. Vale per le campagne elettorali come per la partecipazione a movimenti sociali, nel lavoro sindacale, ambientalista o per il diritto all’aborto e il mutualismo. «Partecipiamo alle elezioni ma consideriamo i problemi quotidiani, come il costo degli affitti, le condizioni lavorative, la perdita di diritti civili, non questioni individuali ma in quanto problemi politici da contrastare organizzandoci». Questo è un po’ il filo conduttore, quello delle campagne di massa basate su istanze materiali come il disinvestimento dall’economia di guerra, cercando di ottenere vittorie concrete attraverso cui portare un’idea di socialismo alle persone, basata sull’auto organizzazione della classe lavoratrice. «Per noi è importante tanto la crescita di Dsa quanto quella di organizzazioni esterne, dalle associazioni di inquilini, dei sindacati, di migranti, dell’autodifesa dagli agenti dell’Ice (la polizia federale anti immigrati, ndr) che con i rimpatri forzosi terrorizzano i cittadini». In tal senso, osserva Francesca M., Dsa è diversa sia da correnti di sinistra “orizzontaliste”, che rifiutano l’organizzazione formale, che da chi ha approcci più ortodossi e forma quadri.

«Diamo molto valore all’unità preservando il carattere di “multi-tendenza”. Abbiamo spaccature e contraddizioni interne – si dibatte molto in merito alla possibilità se sia realizzabile una via democratica al socialismo negli Usa o nel rapporto col Partito democratico – ma l’adesione ad una determinata corrente di pensiero non è un prerequisito per la partecipazione e questo è positivo, permette anche a chi è acerbo di crescere nell’organizzazione». In un Paese così grande è importante anche realizzare una propria forma organizzativa: «Oggi abbiamo almeno 200 sezioni locali di dimensioni variabili. A New York siamo più di 11mila, in altre città poche decine di persone, guidate di solito da un comitato direttivo, e che operano in diversi gruppi di lavoro tematici. Si tratta di volontariato, solo in un paio di sezioni più grandi abbiamo assunto un funzionario per svolgere mansioni amministrative».

A livello nazionale c’è un comitato politico di 27 persone (tra queste Francesca M., ndr), elette dai delegati locali durante il Congresso che si svolge ogni due anni. E poi varie commissioni che dirigono campagne e progetti a seconda dell’area di lavoro; due posti su 27 sono riservati ai co-segretari della sezione giovanile (Young democratic socialists of America, o Ydsa) eletti dai giovani. Per assumere ogni ruolo si deve essere eletti democraticamente e chiunque può iscriversi, versando una quota che permette alla macchina dei Dsa di funzionare in maniera indipendente e non grazie a donazioni di fondazioni o privati. «Per poter essere candidati e ricevere il nostro endorsment va compilato un questionario in cui si descrive la propria piattaforma, le posizioni politiche, l’impegno a lavorare con l’organizzazione. Poi si partecipa ad un forum di discussione e ci si presenta ai membri della sezione rispondendo alle domande. Alla fine sono gli iscritti a decidere se sostenere o meno la candidatura proposta. In caso di decisione positiva, chi si è candidato conterà sul supporto dell’organizzazione e dei volontari esterni».

I Dsa potrebbero aver innescato una spinta al mutamento necessaria negli Usa, proprio ora che, come in Europa, sembra prevalere un combinato disposto fra oscurantismo religioso, suprematismo coloniale e declino culturale, in un contesto di impoverimento. Chiudiamo la nostra conversazione con Francesca M. cercando conferma in questa speranza: «Negli ultimi 10 anni e non solo grazie a Dsa, la parola “socialismo” è stata sdoganata al punto che nel 2025, per la prima volta, il 66% degli elettori democratici ha un’opinione positiva di questo termine. Credono meno nel capitalismo. Una trasformazione politica significativa in un Paese reduce da decadi di maccartismo e di propaganda contro Cuba, la Cina, il Venezuela, ancora usati come spauracchi per ostacolare ogni proposta economica progressista. Recentemente ho partecipato ad un incontro con un candidato al Congresso che chiede l’appoggio Dsa alla mia sezione locale, per la sua campagna. Lui ha dichiarato che, senza aver cambiato i propri valori, oggi si definisce apertamente socialista grazie allo spazio che abbiamo aperto negli ultimi anni». Una trasformazione importante è avvenuta poi all’interno della sinistra che è riuscita a superare l’annichilimento e il disfattismo che hanno dominato il periodo dell’egemonia neoliberale a partire dagli anni 90. Si sono creati sindacati in multinazionali come Starbucks e Amazon, dopo decenni, United automobile workers (Uaw), il sindacato del settore automobilistico, è penetrato in nuovi stabilimenti nel Sud del paese finora senza rappresentanza. Sta accadendo che dopo vittorie solo simboliche, il movimento Bds ha costretto le prime municipalità e alcune università a non realizzare più investimenti con compagnie israeliane o coinvolte nella guerra.

«Abbiamo ottenuto vittorie elettorali e superato l’immobilismo da “fine della Storia” e ricominciato ad organizzarci con l’idea di vincere. Non ci facciamo illusioni. Il declino dell’egemonia globale degli Usa si esprime con tendenze sempre più violente, a livello internazionale ma anche interno. Si aggrediscono donne, migranti e minoranze che avanzano rivendicazioni. L’ideologia della classe di coloni che ha conquistato la terra con la forza e lo sterminio degli indigeni si ripropone in diverse forme. Per privilegiare la classe dominante, si attuano deportazioni di massa e si instaura un regime fondato sulla vigilanza».

La società Usa è in gran parte impoverita, inquinata, con problemi di salute fisica e mentale dilagante e, tranne alcune bolle urbane come New York, è caratterizzata dalla frammentazione basata su divisioni etniche. «Noi siamo cresciuti ma Dsa è ancora una organizzazione relativamente piccola. Dovremmo quadruplicare gli iscritti per arrivare ai livelli del Partito socialista d’America del 1912. Non abbiamo ancora le forze per invertire la tendenza reazionaria della società americana che, temo, continuerà ad aggravarsi. Ma continueremo a cercare di crescere, ottenere piccole vittorie in grado di mostrare che un altro mondo è possibile, attraversando insieme, con un salvagente, la crisi in corso».

Identikit di un politico creator

Zohran Mamdani aveva iniziato il suo 2025 tuffandosi in un fiume Hudson gelato per lanciare la sua proposta di “congelare” il prezzo degli affitti di New York. Il 2026, invece, è iniziato giurando come sindaco della Grande mela. Per la prima volta nella sua storia, la città simbolo degli Stati Uniti (e del capitalismo mondiale) viene governata da un esponente politico dichiaratamente socialista e musulmano.

Quello appena trascorso è stato un anno davvero clamoroso per Mamdani: è passato dall’essere uno dei candidati marginali alle primarie democratiche, inserito nei sondaggi nella categoria “altro”, a primo cittadino di New York, conosciuto dovunque e oggetto di analisi e di interesse in tutto il mondo.

Zohran Mamdani ha presentato un programma molto attento alle esigenze dei newyorkesi, raccontandolo passo passo attraverso i social in modo diretto, efficace e talvolta divertente. Ha trovato un modo comprensibile e senza filtri per spiegare a tutti la politica. Non si è semplicemente adeguato al linguaggio dei social media, non li ha usati come un megafono o una bacheca, ma li ha capiti profondamente, anche perché essendo un millennial è cresciuto usando queste piattaforme da utente prima ancora che da creator. A differenza di politici più avanti con gli anni che si avvalgono di un grande lavoro dietro le quinte per la pubblicazione dei contenuti social, il neo sindaco di New York è parte integrante del processo creativo che sta alla base dei suoi contenuti, lui per primo sa come veicolare il messaggio in maniera più chiara e immediata possibile. Questo è stato il vero salto di qualità, la caratteristica distintiva di una campagna elettorale che resterà nella storia della comunicazione politica, come nel 2008 lo era stata quella di Barack Obama.

Le piattaforme social non sono state solo uno strumento fondamentale per veicolare il suo messaggio, ma anche determinante nel reclutare volontari, raccogliere donazioni e generare entusiasmo tra i suoi sostenitori.

Zohran Mamdani non è più solamente il politico “classico” a cui siamo stati abituati fino ad ora: è un politico-creator. Ha saputo

La grande Mela si tinge di rosso

Con l’entrata in carica di Zohran Mamdani al municipio di New York, avvenuta l’1 gennaio, i Democratici hanno messo al sicuro la loro prima, autentica e significativa vittoria del primo anno di questa presidenza Trump. L’insediamento di un sindaco apertamente socialista, millennial, dichiaratamente filopalestinese, di religione islamica e di origini straniere rappresenta quanto di più lontano possa esserci dalle politiche portate avanti da Donald Trump nel primo anno alla Casa Bianca di questo suo secondo atto presidenziale.

Quello a cui stiamo assistendo con il Tycoon è più che altro uno sgretolamento del modello politico e culturale nordamericano che avevamo conosciuto a partire dallo scoppio della guerra fredda: da Paese dei sogni e delle promesse, dove tutti sono (più o meno) bene accolti, a strade pattugliate dall’Ice, la polizia dell’immigrazione, che arresta persone presunte immigrate illegalmente in circostanze che somigliano piuttosto a degli agguati sul posto di lavoro o nei pressi della scuola dei figli. Il soft power, quella specie di egemonia culturale statunitense che tanto ha conquistato l’Occidente finora, sta perdendo sempre più mordente. Ora gli Stati Uniti vengono visti più come un Paese dal capitalismo sfrenato, dove lo sfruttamento è onnipresente e le disuguaglianze sono ormai alle stelle. Quel modello da imitare, quel misto di «libertà personale e apertura verso il mondo», come scrive Stephen Marche sul New York Times, sembra ormai appartenere al passato degli Stati Uniti. E la colpa è anche dei Democratici.

La sonora sconfitta di Kamala Harris alle elezioni presidenziali del 2024 ha fatto sprofondare il Partito democratico in un silenzio e in un immobilismo disarmante. Per mesi non si è sentito nemmeno un fiato se non dal candidato vicepresidente Tim Walz, che si è detto addolorato per la situazione in cui versano gli Usa, considerandola anche colpa sua e della sua incapacità di vincere le elezioni al fianco di Harris. Per il resto, la filosofia del “fingersi morti” proposta dallo storico consulente Dem James Carville sembra aver preso il sopravvento, ma non

Fascismo made in Usa

disegno di Marilena Nardi

Il fascismo, lo sappiamo, è un’invenzione italiana. Fu Mussolini nel 1919 a fondare i fasci di combattimento, con i reduci delusi della prima guerra mondiale, che poi si trasformò in partito nazionale fascista. La parola deriva da fasces che erano il simbolo del potere esercitato dai consoli romani. Simbolo che rappresentava come il potere aveva la facoltà di esercitarsi in forma violenta tramite fustigazioni (le verghe) o condanne a morte (l’ascia). Mussolini, già membro del partito socialista e direttore dell’Avanti!  fu espulso dal partito quando divenne interventista durante la prima guerra mondiale.

Evidentemente smise di credere ad un’ideale di società pacifica, fatta di lotta per l’equità sociale contro le terribili disuguaglianze emerse con la rivoluzione industriale e di solidarietà tra lavoratori e non per la sopraffazione dell’uno sull’altro, del mors tua-vita mea.

Qualcosa deve essere cambiato in lui e nell’idea dei rapporti tra gli uomini se decise che fosse la violenza e il potere che deriva della paura, il mezzo con il quale realizzare la “società ideale”. Il fascismo faceva della violenza fisica più brutale e terribile l’elemento distintivo e celebrato della propria politica. Un’esaltazione della fisicità contrapposta a tutto ciò che è pensiero, tutto ciò che non è violenza, potremmo dire a tutto ciò che è gioco e stare insieme. Il simbolismo del regime era pacchiano e volgare, era uno scopiazzare con poca o nessuna fantasia i simboli del potere della Roma antica, evidentemente con l’idea palese che fosse necessario tornare a quel mondo antico e perduto, a quel dominio imperiale così vasto e a quella società considerata evidentemente come un ideale assoluto da ricostruire. Lo slogan di Trump anzitempo, “Fare l’Italia grande di nuovo” così come era ai tempi dei Romani, con questa idea che nel passato c’è sempre di meglio che nel presente o nel futuro. Il fascismo fu violenza e sopraffazione, nient’altro. E poi fu la guerra, pensata come breve e vittoriosa senza difficoltà. Il fascismo fu sconfitto dalla Resistenza dei partigiani e dagli alleati inglesi e americani. Gli americani furono trascinati a intervenire nel conflitto mondiale dall’attacco di Pearl Harbour.

Fino ad allora avevano sì finanziato e rifornito le potenze europee che si opponevano a Hitler e Mussolini, ma non avevano intenzione di intervenire. Anche allora erano più che altro concentrati nel limitare la potenza del Giappone ai quali avevano imposto sanzioni economiche e un embargo totale sul petrolio. Ma c’è un particolare che spesso non viene messo in evidenza e cioè che quegli aiuti erano nell’ambito del Lend & Lease act del 1941. Si trattava in realtà di prestiti, in danaro o beni, che gli Usa concedevano ai Paesi belligeranti. Prestiti che furono in parte restituiti e in parte estinti in cambio della stabile presenza americana nei Paesi che divennero alleati nella Guerra fredda. Non si trattava quindi di aiutare i Paesi “amici” contro regimi che dovevano essere sconfitti per ragioni ideologiche. Le ragioni erano prima economiche e poi semplicemente per ragioni di scontro territoriale visto che il Giappone aveva attaccato gli Usa.

Il dominio americano si è modificato nel dopoguerra. All’Hard power militare, reso “definitivo” dalla bomba atomica usata due volte sul Giappone, si è affiancato un soft power che ha proposto nel corso di 80 anni, la società americana e i suoi ideali come la società perfetta e il cosiddetto sogno americano come la realizzazione massima cui si possa aspirare. Il suo modello economico e l’enorme sviluppo industriale e tecnologico, reso possibile anche dai tanti scienziati e intellettuali fuggiti dall’Europa nazifascista (cfr. Pietro Greco, La scienza e l’Europa, Asino d’oro), sono diventati prevalenti nel mondo intero che si è adeguato a questo dominio, lasciandosi incantare dalle canzoncine della Coca Cola e dall’immaginario di cartapesta hollywoodiano.

I media, sempre più potenti, avevano il compito di ipnotizzare la popolazione mondiale.

Nessuno doveva mai pensare di poter fare qualcosa di meglio e di più grande e potente di ciò che è possibile fare negli Stati Uniti. Nessuno doveva pensare che fosse possibile immaginare un altro modo di vivere e di realizzare la propria vita che non sia finalizzato ad un consumo. Nessuno doveva pensare che fosse possibile pensare qualcosa di meglio che non sia assimilabile al mainstream stabilito dalla “cultura” nordamericana.

Nessuno doveva pensare che fosse possibile vivere cercando una possibilità di esistenza senza la competizione con gli altri. Il cinema e poi la televisione, e da ultimo le grandi società tecnologiche che hanno sfruttato il world wide web, invenzione peraltro europea, hanno rinforzato questa idea di supremazia, hanno martellato per decenni le nostre menti con una immagine di Stati Uniti d’America come supereroe del mondo.

La seconda elezione di Trump ha reso manifeste tante posizioni estremiste e fasciste che, io penso, erano già presenti nella società americana fin dalla sua origine. Non so dire da dove derivi questo pensiero. Ma credo che sia un’impostazione culturale intrinseca. Non dobbiamo infatti mai dimenticare che gli Stati Uniti sono nati sul genocidio dei nativi americani. I tanti film western, i mitici film di John Ford e di tanta altra cinematografia, hanno celebrato la costruzione della nazione americana come “conquista del west”, come liberazione dai nativi, descritti come selvaggi e violenti, meritevoli solo di essere eliminati. Ci sono voluti secoli prima che questa realtà venisse ricordata e raccontata anche se molto probabilmente edulcorata rispetto alla realtà vera di un genocidio. Trump e i suoi accoliti rappresentano un movimento politico che ha deciso di non giocare più a carte coperte. Dicono chiaramente di voler dominare il mondo, culturalmente, economicamente, politicamente e militarmente.

Non si vergognano di dire che sono razzisti, di dire che i bianchi (maschi) americani sono razza superiore che ha il diritto di dominare il mondo e che tutti i non-americani se ne devono andare e non sono benvenuti. Non ci sono mediazioni possibili con loro. Dobbiamo sperare che negli Stati Uniti, malgrado una cultura e una storia così pesante, sia ancora possibile opporsi. E l’elezione di Mamdani a New York è certamente un segnale in questa direzione. Così come lo sono le tante espressioni culturali alternative alla cultura dominante e che a ben guardare sono sempre nate proprio da ciò che spaventa di più questi fascisti del nuovo millennio, ovvero quella multiculturalità che è ormai prevalente in tutto il mondo, anche grazie a quegli strumenti usati per il controllo culturale, come i social network. Quello che queste persone pericolose non vedono e non sanno è che gli esseri umani non sono come pensano loro. Gli esseri umani NON sono naturalmente violenti, anche se possono diventarlo. Gli esseri umani cercano spontaneamente la socialità e il rapporto con gli altri diversi da sé. L’ideale di società proposto dagli Usa non è affatto una società ideale perché sottende un’idea di essere umano sbagliata. Quello a cui dobbiamo opporci è proprio questo, l’idea di essere umano che queste persone pericolose propongono: loro vogliono che tutti pensino e siano convinti di essere naturalmente violenti, vogliono che tutti pensino che sia meglio una società repressiva e che sia meglio non avere a che fare con chi non ha il nostro colore di pelle. Vogliono che ognuno debba badare a se stesso e chi non ce la fa non debba essere aiutato e debba morire perché così si seleziona la razza superiore. Vogliono convincerci ad essere razzisti, vogliono convincerci a rimanere da soli a non avere nessuna idea né speranza di un futuro migliore per gli altri e anche per noi.

Il lavoro è culturale: dobbiamo opporci e liberarci da queste idee distruttive.

In apertura, disegno di Marilena Nardi

Su la testa!

illustrazione di Laura Trivelloni

L’anno che si è appena aperto è pieno di sfide e di occasioni per un Paese migliore e per la sinistra, se poco poco volesse rialzare la testa. Il bilancio del governo Meloni è disastroso: viviamo in un Paese con meno diritti e più povero, come certificano i dati Istat e del Censis. Ma tanti cittadini italiani, come abbiamo visto anche alle ultime elezioni regionali, disertano le urne. E questo è il fatto politico più preoccupante. Intanto però cresce la protesta dei movimenti pro Pal, che ha riempito le piazze ma che rischia di disperdersi senza una sponda e una traduzione politica. Quali partiti di sinistra stanno rispondendo dando loro voce e rappresentanza?

E più ampiamente, come i partiti di sinistra intendono contrastare la propaganda di governo, facendo opposizione serrata, ma anche proponendo una visione radicalmente alternativa, idee nuove, costruendo una prospettiva? Ci sarebbe ampio margine. Il tratto distintivo del governo Meloni non è stata la capacità di governare i problemi, bensì l’abilità di negarli, spostando continuamente l’attenzione altrove, il più delle volte su questioni marginali come quella della cosiddetta “famiglia nel bosco”. Ma torniamo ai temi che ci riguardano tutti. La prima grande ferita riguarda il lavoro. Salari tra i più bassi in Europa, precarietà, lavoro povero, part-time involontari, sfruttamento diffuso, come denuncia su questo numero il segretario della Flai Cgil Giovanni Mininni. Il governo invece di lavorare a una politica industriale capace di creare occupazione stabile e di qualità ha scelto la strada degli incentivi alle imprese senza contropartite strutturali. Inoltre il potere d’acquisto delle famiglie è in continua erosione e l’inflazione colpisce in modo selettivo i redditi più bassi. Come avevamo previsto la retorica del “prima gli italiani” non ha prodotto alcuna redistribuzione verso chi lavora: ha solo allargato le disuguaglianze, già ampliate enormemente negli ultimi vent’anni.

E mentre cresce la spesa per le armi non si fermano i tagli alla sanità e alla scuola pubblica, a tutto vantaggio dei privati e delle paritarie cattoliche. Ormai sono sei milioni i cittadini che rinunciano a curarsi, in primis per ragioni economiche. Viene meno il diritto alla salute psicofisica come principio costituzionale, proprio quando esplode la richiesta di benessere mentale da parte delle generazioni più giovani. Perché la sinistra non fa una battaglia unendosi almeno su questo grande tema? Perché non partire da qui, da ciò che tocca la vita concreta delle persone per ricostruire fiducia?

Ci sarebbero ampi margini per recuperare consenso. E ancora. Perché non spezzare le catene del razzismo con politiche di immigrazione, degne di questo nome? L’Italia è da tempo in un inverno demografico, perché non aprire canali legali di immigrazione? La gestione dei flussi migratori da parte del governo Meloni è stata un disastro, un coacervo di contraddizioni. Dalla violenta politica dei porti chiusi che nega i diritti umani (e per fortuna impossibile da realizzare) all’apertura a 450mila migranti con il decreto flussi che per la destra devono essere solo braccia da sfruttare. Niente ricongiungimenti familiari, niente integrazione.

Serve un radicale cambio di paradigma culturale, basato sul rifiuto del disumano, e sulla consapevolezza che l’immigrazione è una opportunità di crescita, anche culturale, per la società. Serve una sinistra che metta in campo idee nuove, rifiutando l’ideologia liberista (secondo cui la società non esiste), improntata sul vita mea mors tua, sulla legge della forza, della sopraffazione, dell’esclusione. Non è questa la verità umana. È una falsa antropologia basata sull’idea del peccato originale, sul razzismo, sull’inferiorità della donna, sullo sfruttamento, tanto utile al capitale. La moderna antropologia fondata sulla conoscenza scientifica della realtà umana ci dice altro, parla di nascita umana uguale per tutti, di naturale socialità umana, di violenza come malattia e non come destino iscritto nel nostro Dna. Da qui la sinistra dovrebbe partire per costruire politiche che non rispondano “solo” ai bisogni ma anche ad esigenze più profonde che ci spingono a realizzarci nel rapporto con gli altri, a trasformare noi stessi e la società in cui viviamo.

Serve un salto di qualità nella visione del futuro, come suggeriscono i movimenti giovanili, dai Fridays for future alle reti degli studenti, ai pro Pal. In un mondo ferito dalle guerre, dall’imperialismo di Putin, Trump e Netanyahu, i Gen Z hanno acceso un faro. Ne abbiamo tracciato un ritratto sul numero scorso, con un’ampia e articolata inchiesta. Su questo primo numero del 2026 continuiamo la nostra ricerca, questa volta andando Oltreoceano per vedere come, dopo l’elezione a sindaco di New York di Zhoran Mamdani (che a gennaio si è insediato ufficialmente), si stia allargando il fronte socialista democratico. In un Paese dove la parola “socialista” era fino a poco fa una bestemmia desta molto interesse l’allargamento di quell’area soprattutto fra i giovani. Anche se si tratta di un fenomeno minoritario e soprattutto legato a grandi metropoli culturali come New York, è un segnale incoraggiante, carico di significato politico. I Democratic socialists of America, come racconta su Left Francesca M., cittadina italiana nel comitato politico nazionale dell’organizzazione, hanno costruito un modello fondato sull’auto-organizzazione, sul lavoro porta a porta, sulla mobilitazione di massa. La campagna di Mamdani ha coinvolto fino a 100mila volontari, dimostrando che si può sfidare l’establishment anche senza i suoi capitali. Dsa è oggi una realtà multi-tendenza, presente in tutti i 50 Stati dell’Unione, con 92mila iscritti, un’età media decisamente bassa e una forte connessione con il mondo sindacale, ambientalista e dei movimenti per i diritti. Nuovi politici socialisti stanno emergendo, accanto al veterano e resistente Bernie Sanders. Molte sono donne. Oltre alla già popolare Alexandria Ocasio Cortez, spicca il profilo della neo sindaca di Seattle, Katie Wilson. Attivista e organizzatrice della Transit riders union, come Mamdani ha impostato il programma sui trasporti pubblici e gratuiti, l’accessibilità abitativa e i diritti dei lavoratori.

Ma potremmo parlare anche di Eileen Higgings, neo sindaca di Miami che pur non essendo dell’area socialista incarna una versione dinamica e riformista dei Dem. Negli Stati Uniti, nonostante il peso del maccartismo e di decenni di propaganda neoliberalista si è aperto un varco. Per la prima volta, stando ai sondaggi, il 66% degli elettori democratici ha un’opinione positiva del termine “socialismo”.

Sono nati nuovi sindacati in colossi come Amazon e Starbucks, il movimento Bds ha ottenuto vittorie concrete, alcune università e municipalità hanno interrotto investimenti legati all’economia di guerra. Non è una rivoluzione, ma la fine dell’idea che non ci sia alternativa al trumpismo. Forse è da qui che anche la sinistra italiana dovrebbe ripartire: dalla capacità di nominare il conflitto sociale, di organizzare la speranza, di tornare a credere che vincere non sia una parola fuori tempo massimo. Non per imitare modelli altrui, ma per ricordare a se stessa che senza visione, senza radicamento sociale, senza coraggio, la politica resta solo amministrazione dell’esistente.
E l’esistente, oggi, non è neutro: è profondamente ingiusto.

In apertura, illustrazione di Laura Trivelloni

Come il Messico di Claudia Sheinbaum si oppone al neocolonialismo di Trump

Nel lessico geopolitico di Donald Trump il Messico occupa da tempo una posizione singolare: non è un nemico esterno, non è un alleato docile, non è un Paese “di serie B”. È piuttosto una presenza ingombrante e una prossimità inevitabile. Una frontiera che non si lascia disciplinare. All’inizio del 2026, il rapporto tra Washington e Città del Messico appare come una miscela instabile di interdipendenza economica e tensione strategica, aggravata dal ritorno esplicito della dottrina del “dominio americano” nell’emisfero occidentale.

La questione della sicurezza domina la scena. Dopo l’operazione militare statunitense in Venezuela, culminata con la cattura di Nicolás Maduro, Trump ha rilanciato un messaggio ormai rodato: se gli Stati non controllano il proprio territorio, gli Stati Uniti si riservano il diritto di intervenire. I cartelli messicani, indicati come responsabili di un flusso ininterrotto di fentanyl verso il mercato nordamericano, diventano così il bersaglio retorico perfetto. L’ipotesi di un intervento diretto, compreso l’invio di truppe oltreconfine, viene agitata come strumento di pressione politica, più che come piano operativo immediato.

La risposta della presidente Claudia Sheinbaum si colloca entro una tradizione giuridico-diplomatica ben precisa. Il principio di non intervento, pilastro del costituzionalismo messicano e della sua politica estera novecentesca, viene riaffermato con fermezza. La condanna dell’azione statunitense in Venezuela si accompagna a una linea più pragmatica: cooperazione senza subordinazione. Arresti mirati, estradizioni selettive, rafforzamento delle strutture di sicurezza interne servono anche a dimostrare che la sovranità non coincide con l’inerzia. L’economia resta il vero collante del rapporto bilaterale.

Nel 2026 entra nel vivo la prima revisione formale dell’Usmca, l’accordo che ha sostituito il Nafta. Per Washington è l’occasione di forzare nuovamente la mano, puntando a condizioni più vantaggiose e lasciando sul tavolo la minaccia di dazi o di una frammentazione dell’intesa trilaterale in accordi bilaterali. Il Messico, diventato negli ultimi anni un nodo cruciale delle catene produttive nordamericane grazie al “nearshoring” (delocalizzazione produttiva verso Paesi geograficamente prossimi), sa di giocare una partita delicata: difendere l’accesso al mercato statunitense senza accettare un ruolo subalterno.

Anche i gesti simbolici contano. L’ordine esecutivo con cui Trump ha proposto di rinominare il Golfo del Messico in “Golfo d’America” ha il sapore della provocazione politica più che dell’atto giuridico. Allo stesso modo, le critiche statunitensi ai rapporti commerciali messicani con Paesi considerati “ostili”, come Cuba, rientrano in una logica di allineamento forzato che mal si concilia con l’autonomia diplomatica rivendicata da Città del Messico. Sul fronte migratorio, il confine resta una linea di frizione permanente. La minaccia di misure tariffarie continua a essere usata come leva per ottenere una maggiore collaborazione messicana nel contenimento dei flussi e nell’accettazione dei rimpatri.

Il Messico finisce così per svolgere, ancora una volta, il ruolo di Paese cuscinetto: partner indispensabile, esposto però ai costi politici e sociali delle politiche migratorie statunitensi. In questo scenario teso, la diplomazia degli eventi offre momenti di unità necessaria. I Mondiali di calcio del 2026, ospitati congiuntamente da Messico, Stati Uniti e Canada, funzionano come una tregua simbolica. La partecipazione di Sheinbaum al sorteggio dei gruppi a Washington, con un incontro a margine con Trump e il premier canadese Mark Carney, servirà a proiettare un’immagine di cooperazione regionale, almeno sul piano della rappresentazione.

Dietro la retorica, il Messico resta un attore tutt’altro che marginale anche sul piano militare. Nel 2026 è classificato come trentaduesima potenza militare globale e seconda in America Latina dopo il Brasile. La sua struttura di difesa è pensata quasi esclusivamente per la sicurezza interna: oltre 400.000 effettivi attivi, una Guardia Nazionale di circa 120.000 unità, una dotazione significativa di mezzi terrestri leggeri e una marina orientata al pattugliamento costiero. La forza aerea privilegia trasporto e supporto tattico, senza una reale capacità di superiorità aerea. I programmi di modernizzazione per il periodo 2025–2030 riflettono queste priorità. Investimenti nello sviluppo nazionale di droni, rafforzamento dei dispositivi di sicurezza in vista dei grandi eventi internazionali, estensione del ruolo delle forze armate in ambiti civili dopo la riforma costituzionale del 2024: infrastrutture, porti, dogane. Una militarizzazione funzionale dello Stato, più che una proiezione di potenza esterna. Le limitazioni restano evidenti.

L’assenza di carri armati pesanti, caccia avanzati e sottomarini, insieme a un bilancio della difesa relativamente contenuto, segna il confine delle ambizioni strategiche messicane. Il Messico non è una potenza offensiva, né aspira a esserlo. È però uno Stato demograficamente forte, economicamente integrato e geopoliticamente esposto. Ed è proprio questa combinazione a renderlo una spina nel fianco di Washington: troppo grande per essere ignorato, troppo vicino per essere trattato come un problema lontano, troppo sovrano per accettare una tutela esplicita. Sotto il cielo carico del 2026, il Messico cammina su una linea sottile, cercando di difendere la propria autonomia senza spezzare il legame vitale con il vicino più ingombrante del mondo.
Foto di Max Böhme su Unsplash