Francesca M. è una cittadina italiana nel comitato politico nazionale dei Democratic socialists of america (Dsa), l’organizzazione che da decenni rappresenta la parte più progressista del mondo politico statunitense (il nome è incompleto per motivi di sicurezza, ndr). La vittoria del loro candidato Zhoran Mamdani, eletto sindaco di New York, è un risultato che ha avuto risonanza mondiale. Ma Mamdani non è un caso isolato. Dsa si va rafforzando, contendendosi con i candidati democratici più moderati, alcuni ruoli apicali, hanno portato volti importanti nel Parlamento federale e negli organismi dei singoli Stati permeando parte del mondo politico. I socialisti democratici Usa sono una realtà eterogenea, presente in tutti i 50 Stati dell’Unione, quindi partiamo da quanto accaduto a New York per tentare di comprendere una realtà molto diversa da quella europea.
Francesca M. ci offre alcune chiavi di lettura, partendo dalle loro modalità di lavoro politico: «Le nostre campagne elettorali si basano sulla mobilitazione di volontari che vanno porta a porta a distribuire materiale e parlano alle persone dei nostri candidati, allestiscono banchetti, contattano telefonicamente le liste di iscritti al voto. Proviamo, più o meno con successo, a contrastare il controllo della politica da parte delle classi dominanti e dei loro interessi economici». Dsa, sottolinea la nostra interlocutrice, non può competere in termini di fondi con l’establishment dei due partiti, ma conta sull’auto-organizzazione della base di supporto di ogni candidato, facilitata dall’esperienza dei militanti. La campagna elettorale di Mamdani è stata uno degli “esperimenti” più riusciti di questo modello, già sviluppato e consolidato. «Abbiamo mobilitato fino a centomila volontari, in grande maggioranza non membri di Dsa, anche grazie al carisma e alle qualità del candidato. Quando abbiamo iniziato, già con le primarie, nessuno prevedeva che la sua popolarità sarebbe esplosa al punto di battere Andrew Cuomo».
Colpisce questo modo di operare, un tempo anche della sinistra italiana, fondato sulla pluralità: «Dsa – prosegue Francesca M. – è un’organizzazione socialista “multi-tendenza”, nata negli anni Ottanta, dalla fusione di diverse organizzazioni storiche intenzionate ad unificare alcune ali della sinistra tradizionale e della nuova sinistra che ha raggiunto il suo picco, con 10mila iscritti, a metà negli anni Novanta ma restando di nicchia. La forma attuale nasce nel 2016 con la grande popolarità conquistata da Bernie Sanders, che ha riportato il termine “socialismo democratico” a milioni di persone. La sinistra “culturale” o intellettuale, dalla rivista Jacobin alle forze migliori del movimento sindacale, hanno trovato in Dsa lo spazio in cui costruire un’infrastruttura organizzativa in grado di raccogliere la spinta di Sanders».
I Dsa hanno attraversato fasi di crescita e riflusso. Erano 6mila nel 2015, 21.mila nel 2017 e oggi siamo in 92mila. È poi cambiata la sua composizione demografica e politica, l’età media era nel 2015 di 68 anni, nel 2021 di 33. «Prima l’impostazione era social democratica e anche sionista, oggi al suo interno convivono tendenze diverse, inclusi anarchici e comunisti di vario tipo e componenti più moderate. C’è stata un’evoluzione anche rispetto alla posizione sulla Palestina e dal 2017 noi supportiamo la campagna Bds (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni)».
Non c’è quindi un unico approccio teorico: progetti, parole chiave e strategie variano in base ai territori o della tendenza politica. A livello nazionale come in molte sezioni locali, coesistono progetti diversi, a volte in tensione fra loro. Vale per le campagne elettorali come per la partecipazione a movimenti sociali, nel lavoro sindacale, ambientalista o per il diritto all’aborto e il mutualismo. «Partecipiamo alle elezioni ma consideriamo i problemi quotidiani, come il costo degli affitti, le condizioni lavorative, la perdita di diritti civili, non questioni individuali ma in quanto problemi politici da contrastare organizzandoci». Questo è un po’ il filo conduttore, quello delle campagne di massa basate su istanze materiali come il disinvestimento dall’economia di guerra, cercando di ottenere vittorie concrete attraverso cui portare un’idea di socialismo alle persone, basata sull’auto organizzazione della classe lavoratrice. «Per noi è importante tanto la crescita di Dsa quanto quella di organizzazioni esterne, dalle associazioni di inquilini, dei sindacati, di migranti, dell’autodifesa dagli agenti dell’Ice (la polizia federale anti immigrati, ndr) che con i rimpatri forzosi terrorizzano i cittadini». In tal senso, osserva Francesca M., Dsa è diversa sia da correnti di sinistra “orizzontaliste”, che rifiutano l’organizzazione formale, che da chi ha approcci più ortodossi e forma quadri.
«Diamo molto valore all’unità preservando il carattere di “multi-tendenza”. Abbiamo spaccature e contraddizioni interne – si dibatte molto in merito alla possibilità se sia realizzabile una via democratica al socialismo negli Usa o nel rapporto col Partito democratico – ma l’adesione ad una determinata corrente di pensiero non è un prerequisito per la partecipazione e questo è positivo, permette anche a chi è acerbo di crescere nell’organizzazione». In un Paese così grande è importante anche realizzare una propria forma organizzativa: «Oggi abbiamo almeno 200 sezioni locali di dimensioni variabili. A New York siamo più di 11mila, in altre città poche decine di persone, guidate di solito da un comitato direttivo, e che operano in diversi gruppi di lavoro tematici. Si tratta di volontariato, solo in un paio di sezioni più grandi abbiamo assunto un funzionario per svolgere mansioni amministrative».
A livello nazionale c’è un comitato politico di 27 persone (tra queste Francesca M., ndr), elette dai delegati locali durante il Congresso che si svolge ogni due anni. E poi varie commissioni che dirigono campagne e progetti a seconda dell’area di lavoro; due posti su 27 sono riservati ai co-segretari della sezione giovanile (Young democratic socialists of America, o Ydsa) eletti dai giovani. Per assumere ogni ruolo si deve essere eletti democraticamente e chiunque può iscriversi, versando una quota che permette alla macchina dei Dsa di funzionare in maniera indipendente e non grazie a donazioni di fondazioni o privati. «Per poter essere candidati e ricevere il nostro endorsment va compilato un questionario in cui si descrive la propria piattaforma, le posizioni politiche, l’impegno a lavorare con l’organizzazione. Poi si partecipa ad un forum di discussione e ci si presenta ai membri della sezione rispondendo alle domande. Alla fine sono gli iscritti a decidere se sostenere o meno la candidatura proposta. In caso di decisione positiva, chi si è candidato conterà sul supporto dell’organizzazione e dei volontari esterni».
I Dsa potrebbero aver innescato una spinta al mutamento necessaria negli Usa, proprio ora che, come in Europa, sembra prevalere un combinato disposto fra oscurantismo religioso, suprematismo coloniale e declino culturale, in un contesto di impoverimento. Chiudiamo la nostra conversazione con Francesca M. cercando conferma in questa speranza: «Negli ultimi 10 anni e non solo grazie a Dsa, la parola “socialismo” è stata sdoganata al punto che nel 2025, per la prima volta, il 66% degli elettori democratici ha un’opinione positiva di questo termine. Credono meno nel capitalismo. Una trasformazione politica significativa in un Paese reduce da decadi di maccartismo e di propaganda contro Cuba, la Cina, il Venezuela, ancora usati come spauracchi per ostacolare ogni proposta economica progressista. Recentemente ho partecipato ad un incontro con un candidato al Congresso che chiede l’appoggio Dsa alla mia sezione locale, per la sua campagna. Lui ha dichiarato che, senza aver cambiato i propri valori, oggi si definisce apertamente socialista grazie allo spazio che abbiamo aperto negli ultimi anni». Una trasformazione importante è avvenuta poi all’interno della sinistra che è riuscita a superare l’annichilimento e il disfattismo che hanno dominato il periodo dell’egemonia neoliberale a partire dagli anni 90. Si sono creati sindacati in multinazionali come Starbucks e Amazon, dopo decenni, United automobile workers (Uaw), il sindacato del settore automobilistico, è penetrato in nuovi stabilimenti nel Sud del paese finora senza rappresentanza. Sta accadendo che dopo vittorie solo simboliche, il movimento Bds ha costretto le prime municipalità e alcune università a non realizzare più investimenti con compagnie israeliane o coinvolte nella guerra.
«Abbiamo ottenuto vittorie elettorali e superato l’immobilismo da “fine della Storia” e ricominciato ad organizzarci con l’idea di vincere. Non ci facciamo illusioni. Il declino dell’egemonia globale degli Usa si esprime con tendenze sempre più violente, a livello internazionale ma anche interno. Si aggrediscono donne, migranti e minoranze che avanzano rivendicazioni. L’ideologia della classe di coloni che ha conquistato la terra con la forza e lo sterminio degli indigeni si ripropone in diverse forme. Per privilegiare la classe dominante, si attuano deportazioni di massa e si instaura un regime fondato sulla vigilanza».
La società Usa è in gran parte impoverita, inquinata, con problemi di salute fisica e mentale dilagante e, tranne alcune bolle urbane come New York, è caratterizzata dalla frammentazione basata su divisioni etniche. «Noi siamo cresciuti ma Dsa è ancora una organizzazione relativamente piccola. Dovremmo quadruplicare gli iscritti per arrivare ai livelli del Partito socialista d’America del 1912. Non abbiamo ancora le forze per invertire la tendenza reazionaria della società americana che, temo, continuerà ad aggravarsi. Ma continueremo a cercare di crescere, ottenere piccole vittorie in grado di mostrare che un altro mondo è possibile, attraversando insieme, con un salvagente, la crisi in corso».