Home Blog Pagina 21

Acca Larentia. Ogni anno, tutti gli anni, sempre di più

Come ogni anno, come ogni 7 gennaio, anche ieri ad Acca Larentia è andato in scena il rigurgito fascista che insozza questo tempo e questo Paese. Di anno in anno – e sarà sempre peggio – l’adunata di nostalgici fascisti farà sempre meno rumore. Merito dell’assuefazione, l’arma più potente di ogni declino politico e morale. 

Gli ingredienti del fetido menù sono sempre gli stessi: il “presente” urlato, il braccio teso, il nero vomitato per le strade di Roma. A inspessire la boria c’è anche la consapevolezza dei fascisti di avere punti di riferimento nei ruoli apicali del Paese.  Ieri erano presenti alla manifestazione il presidente della Commissione Cultura della Camera ed eseponente di Fratelli d’Italia Federico Mollicone e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca oltre al vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, la vicepresidente della Regione Lazio Roberta Angelilli, il senatore di Fdi Andrea De Priamo.

Ogni anno, sempre di più, la morte di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, appartenenti al Fronte della Gioventù, e di Stefano Recchioni serve per puntellare la storia e rivendicare il diritto di esibizione. Il mazzo di fiori dell’organizzazione neonazista Veneto Fronte Skinheads accanto alla corona del Comune di Roma è un’immagine che parla da sola. 

Ogni anno la soglia del ridicolo si sposta. Ieri ci siamo sorbiti Mollicone mentre ci insegnava che la croce celtica non è un simbolo nazista ma un simbolo religioso. E poi ha dato degli «analfabeti» ai giornalisti presenti. Ogni anno, tutti gli anni, sempre di più.  

Buon giovedì. 

A Gaza anche la celiachia diventa uno strumento di tortura

Alaa pesa 39 kg ed è una delle 1.300 persone celiache che a Gaza non riescono a nutrirsi in sicurezza. Intanto un camion di alimenti senza glutine inviato dall’Aic (Associazione italiana celiachia) è bloccato al confine. Da qualche settimana i mercati a Gaza sono tornati affollati, si stanno riempiendo con i prodotti di sempre e alcuni volontari hanno ripreso a sfornare pane più volte nell’arco della stessa giornata. Ma i profumi che in molti accendono il ricordo di momenti sereni sono solo un’illusione effimera di una normalità ancora lontana e l’ennesima sofferenza inflitta a chi, con quel cibo, non può sfamarsi. È così per Alaa, una ventenne celiaca che oggi è arrivata ad una soglia di peso ben oltre il limite della malnutrizione. La celiachia sarebbe una condizione tutto sommato semplice da gestire in presenza di prodotti senza glutine, ma a Gaza da più di due anni le forniture sono state intermittenti o sospese completamente per mesi interi.

Così, nel bel mezzo della carestia, circa 1.300 celiaci diagnosticati nella Striscia hanno vissuto con la costante paura di nutrirsi e di ingerire ciò che faticosamente riuscivano a procurarsi e a portare nei loro piatti, perché il 90% del cibo disponibile conteneva glutine. La celiachia non è un’allergia, ma una malattia autoimmune cronica: l’assunzione prolungata di glutine provoca malassorbimento e può portare a gravi casi di malnutrizione. Secondo i dati diffusi dal Palestinian Centre for Human Rights, a maggio 2025 almeno 42 pazienti celiaci avevano sviluppato una grave forma di malnutrizione e complicazioni potenzialmente letali, mentre altri 72 soffrivano di malnutrizione moderata. Ad essere più colpiti sono i bambini sotto i 5 anni di età.

Questa sensazione di vulnerabilità estrema Alaa la conosce bene. Ha scoperto di essere celiaca a 12 anni, nel 2017. Stava imparando a convivere con la malattia quando la guerra ha trasformato una condizione gestibile in una condanna quotidiana. Oltre a temere i bombardamenti e la carestia imposta da Israele, ha dovuto lottare e continua a farlo ogni giorno per avere accesso all’unico cibo sicuro. Studia inglese all’Università Islamica di Gaza e vive in un campo a Khan Younis, nel sud della Striscia, insieme a sua madre (celiaca anche lei) e a suo nonno. La loro casa è stata bombardata. Suo padre, unica fonte di reddito della famiglia, è stato ucciso durante la guerra. Adesso fanno affidamento su una tenda che si è allagata più volte nelle ultime settimane e tre sacchi di farina senza glutine, distribuiti qualche settimana fa da un’associazione locale, dopo quasi un anno di attesa.  «La partita distribuita il 16 novembre è stata l’unica a superare il confine nell’ultimo anno. – racconta Alaa – È una quantità pensata per durare nei prossimi mesi, perché nemmeno le associazioni riescono a garantire che ne arriverà dell’altra. E infatti, da allora non è entrato più nulla».

L’organizzazione umanitaria Ard el-Insan, specializzata nel trattamento della malnutrizione infantile e nella cura dei pazienti celiaci di tutte le età, in più occasioni ha denunciato come i controlli sull’ingresso degli aiuti continuino a rappresentare l’ostacolo principale al loro operato. L’assenza prolungata di cibo idoneo, diventata una minaccia concreta per la vita di migliaia di pazienti, ha portato anche alla protesta. L’8 ottobre, a Khan Younis, un gruppo di celiaci si è radunato per chiedere l’apertura dei valichi e l’ingresso ininterrotto di alimenti senza glutine, ma non è servito a molto.Per quasi un anno, i celiaci non hanno ricevuto forniture regolari di alimenti, in particolare farina senza glutine. La conseguenza è stata una sofferenza prolungata e silenziosa. Molti hanno iniziato ad abbandonare la dieta per necessità, sviluppando effetti collaterali seri.

«Ci sono stati giorni in cui ci siamo completamente astenuti dal mangiare per evitare di star male. Altre volte è capitato di non riuscire a rispettare la dieta, ma ne risento ancora oggi», racconta Alaa. Due anni fa è nata la Palestinian Celiacs Association, iniziativa per ora informale creata dal basso che cerca di far valere le istanze dei celiaci presenti nella Striscia. Alaa fa anche parte di un gruppo WhatsApp, uno spazio di mutuo aiuto in cui si condividono ricette economiche, informazioni sulla disponibilità dei prodotti e supporto per chi ha ricevuto una diagnosi recente. Nel tentativo di adattarsi, alcune famiglie hanno provato a produrre delle alternative sicure. «Abbiamo fatto il pane con farina di riso e lenticchie, ma il sapore era inaccettabile e la consistenza troppo secca, inadatta al consumo per lunghi periodi di tempo». Negli ultimi due anni a Gaza la dieta senza glutine si è ridotta all’essenziale. «Spesso desideravo riso con verdure o riso e tonno, poi mi rendevo conto di non avere soldi e finivo per cucinare altro», ricorda Alaa.

«La mujaddara (piatto tipico palestinese a base di riso e lenticchie) è stata la nostra fedele alleata. L’abbiamo mangiata quasi ogni giorno». Durante il periodo più duro della carestia, qualsiasi genere alimentare era venduto a prezzi esorbitanti. Anche frutta e verdura erano inaccessibili e in alcuni momenti il pollo importato da Israele ha raggiunto i 100 euro al chilo, pur arrivando in condizioni tali da non essere destinato al consumo umano. Anche se nelle ultime settimane i costi di alcuni prodotti generici sono diminuiti, per molte famiglie il problema non è il rincaro ma l’assenza totale di risorse economiche. In ogni caso, a Gaza continuano a non entrare alimenti specifici destinati ai celiaci e diversi pazienti versano ancora in condizioni di salute molto critiche.

Dall’Italia è partito un camion di aiuti inviato dall’Associazione Italiana Celiachia, giunto quasi a destinazione grazie alla collaborazione dell’Associazione Celiachia della Giordania. Da settimane, però, il carico è fermo al valico di Al Zarqa, perché Israele non ne consente l’ingresso nei territori palestinesi né la successiva distribuzione da parte di associazioni e volontari locali. L’AIC ha lanciato un appello per chiedere alle istituzioni italiane la creazione di corridoi umanitari in grado di garantire il passaggio sicuro degli alimenti e l’evacuazione all’estero dei pazienti in gravi condizioni di malnutrizione che necessitano di cure urgenti per sopravvivere.

In attesa che questo primo carico ottenga le autorizzazioni per entrare nella Striscia di Gaza, altri pallet di alimenti senza glutine salvavita sarebbero già pronti a partire.La celiachia a Gaza non può essere trattata come un problema secondario. È parte integrante della condizione di fame imposta dal blocco israeliano che, anche dopo il cessate il fuoco, continua a utilizzare la privazione di cibo come strumento di pressione, negando anche a chi soffre di patologie croniche il diritto all’alimentazione e, dunque, alla vita.Il dolore e la frustrazione di Alaa, come quelli di molti altri palestinesi, ricordano che due anni di carestia e distruzione non si cancellano con un cessate il fuoco fragile, né con un piano di pace privo di giustizia, responsabilità e aiuti concreti.

Con i sacchi di farina senza glutine ricevuti a novembre, Alaa sta pensando di cominciare a preparare dei dolci da vendere nel campo, vicino alla sua tenda, per sostenersi. Senza un reddito e in assenza di aiuti, acquistare cibo senza glutine per sé e sua madre, medicine, coperte o altri beni di prima necessità, resta quasi impossibile. Vorrebbe lavorare con un’organizzazione umanitaria, per questo continua a studiare, spesso restando sveglia fino a notte fonda, quando internet funziona meglio. A volte prepara biscotti ripieni di datteri, mentre cerca di convincersi che con tutta la sofferenza accumulata in questi anni abbia già “guadagnato un posto in paradiso”.

 

Foto di Jorge Fernández Salas su Unsplash

Se l’Italia si mette al servizio di chi calpesta il diritto internazionale

È giusto importante scrivere dell’aggressione statunitense in termini di Diritto e di politica internazionale pura, perché per ambedue i campi si tratta di uno spartiacque. Ma è giusto farlo anche dal punto di vista delle immagini e dell’impatto geopolitico di queste immagini. Gli Stati Uniti sono il Paese che ha più volte e con più disprezzo calpestato il Diritto internazionale a partire dal 1945. Questa volta, in Venezuela, è bene notarlo, lo hanno fatto con un’estrema sfrontatezza e hanno utilizzato questo atto di arroganza per giustificare i futuri. Si tratta di un diabolico atto di violenza autoreferenziale. Con questo atto si mette la parola fine sul “senso” del Diritto internazionale e sulla sua malconcia immagine. Il mondo è cambiato.

Ma questo show, questo grottesco Grand-Guignol dell’arroganza spregiudicata e dello spregiudicato sprezzo del Diritto deve essere esaminato sino in fondo e soprattutto nelle sue immagini più spettacolari per essere compreso.Una di queste immagini è una premessa. Il Ministro degli esteri di uno dei migliori alleati degli Stati Uniti (l’Italia) che qualche tempo fa ha pronunciato una frase chiara e netta: “Il Diritto internazionale conta fino a un certo punto”. Questa frase è il programma di ciò che ci attende. Da ora in poi il Diritto internazionale non conta più. Se non conta più niente il Diritto internazionale però conta la forza, e l’Italia, sicuro, non è fra i più forti. E questo Paese non riuscirà a colmare un tale gap militare neanche trasformando la propria economia in economia di guerra per i prossimi 50 anni e neanche azzerando le spese per sanità, istruzione e formazione. Il Diritto internazionale basato sugli equilibri sottili e a volte nevrotici, diciamocelo, delle Nazioni Unite era servito a salvare una manciata di volte il mondo dalla guerra. Se, come dice Tajani, questo conta fino ad un certo punto, prepariamoci alla guerra, anzi, alle guerre. Un’altra immagine è l’arrivo di Maduro accerchiato da poliziotti a New York, come un capo-mafia in una scena grottesca. Il messaggio per i Capi di Stato è chiaro. Se obbedisci all’interesse economico statunitense puoi andare bene, se non obbedisci questo è ciò che ti aspetta. Trump e Marco Rubio lo hanno detto: si prepari Cuba intanto. Trump, come ci ricorda anche la BBC, ha affermato che le compagnie americane adesso entreranno in controllo del petrolio venezuelano (è questo il motivo della rimozione di Maduro).

Per quanto concerne poi i successori dei rimossi ci si deve pensare, intanto hanno arrestato i capi, poi vedranno che fare, lo ha espressamente detto Rubio: «È una politica in divenire». A questa esposizione pessimista si può certo obiettare che gli USA lo hanno sempre fatto, gettando il Sud est asiatico nel caos con l’attacco al Vietnam o disintegrando l’Afghanistan e l’Iraq per poi restituire il primo ai talebani e regalando il Medio Oriente al sedicente Stato islamico (nel secondo caso), ad esempio. Questo è chiarito nelle prime righe di questo contributo, tuttavia la novità che dovrebbe spaventare è che da ora in poi è tutto fatto in maniera sfrontata e tutto utilizzato come monito. E anche il fatto di decapitare Paesi e solo dopo pensare a chi metterne a capo, meccanismo che qui in occidente si liquida spesso con regime change, è fatto apertamente e, anzi, serve ad ammonire eventuali disallineati.

Insomma, il modus operandi è quello di un’organizzazione criminale.Un’altra immagine che dovrebbe spaventare è la reazione europea: Kaja Kallas nel comunicato ufficiale come Alta rappresentante si preoccupa di condannare Maduro ma non spende una parola sul modo in cui l’azione diretta è avvenuta. Il fatto che l’Unione europea liquidi con un freddo comunicato stampa di condanna a Maduro l’arresto e la deportazione di Maduro stesso è la pietra tombale su un progetto di transizione democratica che l’Unione aveva intrapreso inviando persino alcune missioni di osservazione elettorale (tre missioni che in pochi adesso si ricordano). Forse questo è il segno dei tempi. Ma se questo è il segno dei tempi è anche il segno che la Groenlandia deve prepararsi a diventare americana, in fretta, molto in fretta. Poi vanno valutate e meditate le immagini di chi una reazione ce l’ha avuta, non come l’Unione europea. La Russia, tramite Medvedev ha dichiarato che l’aggressione di Trump è certamente illegittima ma coerente dal punto di vista dell’interesse USA dal punto di vista internazionale. Teniamo a mente questa immagine adesso, e teniamo a mente la parola coerente. La Russia farà qualcosa di molto coerente con il suo interesse in Ucraina e forse anche nei Paesi baltici molto presto, dal momento che “il Diritto internazionale conta fino a un certo punto”.

Poi la Cina, la cui diplomazia è sempre molto sottile e di gran lunga più professionale e preparata di quella europea. L’immagine della Cina è quella di una moneta (con due facce): testa, un comunicato ben preciso che appare sulla stragrande maggioranza dei canali ufficiali e che richiama alla Carta delle Nazioni Unite, croce l’ingiunzione del Ministro degli esteri cinese (apparsa sul sito del Ministero degli esteri e su fonti Reuters) che chiede il rilascio di Maduro e la soluzione diplomatica della controversia. Una dichiarazione politica e una dichiarazione tecnica diplomatica, precise nette e informate, a differenza della confusione fatta da molti Paesi europei come l’Italia, dove la Presidenza del consiglio dei ministri si è lanciata in comunicati imbarazzanti di appoggio diplomatico incondizionato a Trump. La Cina emerge come un Paese responsabile e organizzato, un Paese che dovrà condurre la politica internazionale in un mondo dove il Diritto internazionale, in passato tanto caro agli occidentali, “conterà fino a un certo punto”. Maduro, vale la pena di chiarirlo, è certamente colpevole. È colpevole dal punto di vista politico per aver negato al Paese una transizione di élites, per aver stabilito un regime e, con ogni evidenza, per averlo organizzato in maniera criminale. Maduro è probabilmente colpevole di reati anche legati al crimine internazionale.

I complici degli Stati Uniti però, più che gli Stati Uniti, sono colpevoli di affossare il Diritto internazionale al solo fine di supportare l’interesse dell’élite al potere negli USA (e non l’interesse nazionale degli USA stessi) e di consegnare il mondo in mano alla geopolitica della forza. Seppellire il Diritto internazionale e dare campo al puro interesse geopolitico delle élites forti può portare probabilmente a catastrofi internazionali e certamente ad una logica degli equilibri del più forte sul più debole. Questa verrà messa in atto da parte di tutti però, non solo degli Stati Uniti e dei loro alleati. Infine un’immagine forse un po’ grottesca e forse un po’ ilare, che però preferisco non commentare. L’ambasciatore italiano a Caracas che non afferma altro (o poco più) che: “Suggeriamo di evitare assembramenti e spostamenti non necessari, ma si può uscire di casa”. Più o meno come diceva il TG alla fine del Covid… E poi il sito dell’Ambasciata italiana a Caracas che è il riferimento dei nostri connazionali in Venezuela, il cui ultimo post (al 5 gennaio) è dell’11 dicembre e ci parla del modello culturale della cucina italiana. Ecco: il grottesco è anche questo.

Foto Gov

Che gliene fotte, a Trump

Tutto nel giro di poche ore. Ieri negli Usa si celebrava l’anniversario dell’assalto dei trumpiani a Capitol Hill: cinque anni fa lo sconfitto Donald Trump sguinzagliava i suoi seguaci per provare a rovesciare il risultato delle democratiche elezioni statunitensi. Cinque anni dopo quel cencio imperialista e psicopatico vorrebbe insegnare al mondo cosa sia la democrazia, con il diritto internazionale impiastricciato sotto le sue suole.

È il nuovo mondo, quello dell’imperialismo cleptocratico che scalda i cuori dei cialtroni innamorati della forza. E nell’anniversario di Capitol Hill il Dipartimento di giustizia americano registra una clamorosa marcia indietro sulla dubbia accusa nei confronti del leader venezuelano Nicolás Maduro che l’amministrazione Trump aveva promosso lo scorso anno per preparare il terreno per rimuoverlo dal potere: guidare un cartello della droga chiamato Cartel de los Soles.

Tutta feccia buona per la propaganda. Ora il “cartello di Maduro” per cui si sono strappati le vesti Meloni e i suoi compari è diventato un “sistema di patronato” e una “cultura della corruzione” alimentata dal denaro della droga. A loro interesserà pochissimo: essere ignoranti in diritto consente illimitata felicità ignorante. Interesserà poco anche a coloro che intravedevano María Corina Machado alla guida del Venezuela: alla Casa Bianca la fresca vincitrice del Nobel per la pace “non gode di sufficiente rispetto” per guidare il Paese. Carta straccia anche le previsioni di qualche liberale nostrano. Parlando ai deputati repubblicani al Kennedy Center, Donald Trump ha annunciato che incontrerà presto le compagnie petrolifere. Questo conta, solo questo. Che gliene fotte del ripristino della democrazia e del diritto.

Buon mercoledì.

Foto WP

Il neocolonialismo ha cambiato nome, non la sostanza

Neocolonialisti, nient’altro. Non c’è differenza tra Donald Trump, Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin. Neocon che costruiscono la propria carriera sulla demolizione del diritto internazionale perché quest’ultimo avrebbe dovuto essere l’unico intralcio a una visione della forza come bussola della politica estera ed economica del proprio Paese.

Tutti e tre intendono il mondo come un piatto ricco da agguantare pezzo per pezzo. Il premier israeliano fagocita per cancellare, il russo usa l’invasione come merce di scambio e l’inquilino della Casa Bianca è un rabdomante di petrolio e di terre rare.

La vera differenza tra le tre metastasi di questo tempo incerto sta nell’accoglienza delle loro azioni criminali. Putin è considerato dall’Italia e **dall’**Europa un criminale da sconfiggere per disfarsene. In quel caso il diritto internazionale viene sventolato come stella cometa da seguire a ogni costo. Netanyahu è maledetto per l’evidenza della sua fame genocidiaria. La sensazione è che se fosse stato solo un po’ più furbo, solo un po’ più cauto, l’Ue e il governo italiano non avrebbero nemmeno dovuto fingere di imbarazzarsi per il genocidio.

Trump invece è addirittura adulato. Circolano in questi giorni sui giornali italiani svalvolate ipotesi di lotta al narcotraffico. A Giorgia Meloni nessuno ha mai raccontato che Trump è lo stesso che un mese fa ha graziato l’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere per traffico di droga: aveva portato 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti.

Altri sottolineano come conti il fine e non il mezzo e che l’avere tolto di torno l’autocrate Maduro sia l’unica cosa che conta. Il fine giustifica i mezzi, dicono, dimenticando che la politica invece sta tutta lì: perseguire gli obiettivi nel rispetto della legge.

«State difendendo Maduro!», titolano certi giornalacci. No, vi sbagliate: ci fate schifo, semplicemente.

Buon lunedì.

Foto di Pau Casals su Unsplash

Politica e sentimento a sinistra. Una storia da ricostruire

Quello che ci propone Stefano Pivato nel libro Alla riscossa! Emozioni e politica nell’Italia contemporanea, (Il Mulino), è un viaggio appassionante. Una narrazione scorrevole tra «colori che fanno rumore», simboli, canti e liturgie laiche; il termine a quo è il 1789: è infatti durante la Rivoluzione francese, che si mettono a punto «miti, simboli e atti liturgici» volti a «far leva sulle emozioni» spingendo così «la gente comune» a «partecipare attivamente alle religioni laiche che si affermano nel corso dell’Ottocento».

A quella francese segue la “rivoluzione dei popoli”, ossia quell’ondata di agitazioni di stampo liberale e democratico che a partire dal 1848 si diffuse in Europa contro i regimi assolutisti e che ripropose, con le dovute variazioni, molti dei rituali e delle simbologie affermatisi durante la Rivoluzione del 1789.

In generale, la rivoluzione è stata una costante mondiale nella storia del Novecento, come osservava Eric Hobsbawm nel capitolo del suo Secolo breve dedicato alla Rivoluzione russa, che anche Pivato riprende nella sua introduzione.

Il 1917 rappresenta, nel calendario della storia dell’umanità (almeno per l’età moderna e contemporanea), uno tra gli eventi di maggiore rilievo, dotato di una potenza, anche simbolica, che mai nessun fatto storico ebbe prima di allora: il 14 luglio è il solo possibile termine di paragone con il 7 novembre, ma la seconda data ha raggiunto un risultato che la Rivoluzione francese non riuscì ad ottenere. Se è vero che anche alla Rivoluzione bolscevica è seguito un periodo di terrore, Stalin, se pure ad altissimo prezzo (a partire dalla distruzione sistematica dei suoi oppositori interni), trionfò e sconfisse l’hitlerismo, rimanendo icona tanto del “socialismo reale” quanto della lotta vittoriosa contro il nazifascismo. E quella memoria fu conservata per decenni al punto che quando il 5 marzo 1953 Radio Mosca trasmise la notizia della sua morte, le cronache registrarono, specie tra i lavoratori e i militanti che avevano identificato in lui la causa del loro riscatto, scene di autentico smarrimento.

Il movimento socialista (e in seguito quello comunista) si servirono sapientemente delle nuove modalità di comunicazione politica attivate a partire dalla Rivoluzione francese: l’esigenza di coinvolgere e “politicizzare” persone che si collocavano tra gli strati sociali meno istruiti, rendeva indifferibile quella necessità.

Si trattava, anche per il Pci di Togliatti, di tradurre il grande lascito simbolico della Rivoluzione di Ottobre nel contesto completamente diverso della Repubblica, sulla quale aveva preso una posizione nettissima, chiarendo che il Partito “nuovo” in costruzione, doveva darsi obiettivi di «democrazia avanzata» e «progressiva».

Fondamentale diventava quindi la messa a punto di una cultura politica diffusa, pregnante e intensa che consentisse di condividere in modo effettivo (e affettivo), valori e pratiche nel nome di un ideale comune, facendoli penetrare nel tessuto del Partito, e facendoli diventare senso comune tra i militanti. Le emozioni diventavano strumenti per la «realizzazione di un progetto perché sono in grado di suscitare un sentimento di amore nei conforti di una causa e di un obiettivo». La vita di partito diventava un tutt’uno con la vita privata. Così era nei momenti di entusiastica partecipazione alle molteplici iniziative: dalla diffusione del giornale ai cortei del Primo Maggio, alle Feste dell’Unità e così era nei momenti difficili. Le feste dell’Unità riproponevano una pratica tramandata dalla Rivoluzione francese ma affermatasi in Italia durante il Risorgimento, quella dei «banchetti patriottici»: condividere il cibo e consumarlo in compagnia, «esprime una volontà solidaristica che sta alla base del partito di riferimento».

L’esito dell’“operazione” togliattiana è raccontato nel paragrafo dedicato ai funerali di Togliatti e Berlinguer, che si collocano a distanza esatta di venti anni l’uno dall’altro: il 1964 per il primo e il 1984 per il secondo e che vedono migliaia e migliaia di militanti partecipare a questo rito collettivo. Il tratto comune è il «richiamo ai militanti al senso di appartenenza, la definizione dei valori centrali della cultura rappresentata dai due defunti e la compostezza dei partecipanti», che sembrano costituire «una metafora della presenza comunista nella realtà italiana».

La trasformazione del funerale in manifestazione politica risale, in Italia, agli anni Settanta dell’Ottocento, quando il corpo del leader defunto si trasforma in un messaggio ai posteri grazie alla «potenza […] della lingua del carisma». In occasione della morte del leader radicale Felice Cavallotti, ucciso in un duello il 6 marzo 1898, «il funerale civile riafferma il suo valore di testimonianza delle idealità politiche e al tempo stesso assurge a rappresentazione di una delle più caratteristiche espressioni della politicizzazione di massa». In quella stessa fase si afferma anche un’usanza che diventerà «parte centrale delle esequie laiche, ossia “l’accompagno”, il corteo che scorta il defunto dalla camera ardente al cimitero». Ad esso si aggiungono l’esibizione dei simboli, delle bandiere, la scelta dei canti che hanno rappresentato la fede politica del defunto, l’orazione funebre, la presenza della banda. In effetti, il funerale e la cura dei morti ebbero grande rilevanza anche nel periodo della Resistenza: partecipare a un funerale, portare un fiore sulla tomba di un partigiano non aveva solo una valenza simbolica, ma diventava un gesto politico a tutti gli effetti. E un gesto politico divenne anche l’episodio che ebbe luogo a Livorno nell’estate del 1922: in quel caso i funerali delle vittime di un incidente sul lavoro si trasformarono in una dimostrazione contro il fascismo.

Anche l’abbigliamento, diventa veicolo di riconoscimento e di affermazione di una certa ideologia. Dal berretto frigio della Rivoluzione francese, fino all’eskimo, il giaccone iconico del 1968, passando dal rigoroso blu che caratterizzava l’abbigliamento degli uomini della Costituente e che trasmetteva «un senso di rispettabilità e discrezione», alle magliette a strisce prêt a porter che avevano riempito gli scaffali dei grandi magazzini alla fine degli anni Cinquanta.

Nel capitolo VI è ripercorsa la nascita del calendario civile e la diffusione di alcuni nomi. In particolare in Italia, dove il processo di politicizzazione si afferma nell’alveo di una cultura contadina fortemente segnata dall’esperienza religiosa, il «nome ideologico» gode di una particolare fortuna. Durante la Resistenza molti partigiani ricamavano sui loro fazzoletti i nomi di battaglia, da Dinamite a Rolando, anche in barba alla legge fascista del marzo del 1928 che aveva previsto la revisione anagrafica di tutti i nomi considerati «sovversivi». Anche quel semplice gesto diventava un’affermazione della riconquistata libertà.

Benché il colore dominante sulla scena politica del secolo scorso sembri essere il rosso (come conferma l’immagine di copertina che riprende il dipinto di Jules Adler, Lo sciopero, 1899), anche il nero del fascismo, che volle collegarlo «alla memoria del combattentismo […] e allo sprezzo del pericolo», il bianco scelto dalla Dc per evocare la purezza e il blu, «che comunica calma», hanno avuto un ruolo fondamentale nella definizione della politica italiana contemporanea.

In anni più recenti, i movimenti che hanno fatto il loro ingresso nell’agone politico, si sono dovuti accontentare dei pochi colori ancora disponibili (a partire dal popolo viola della piazza romana del 2009 del «No Berlusconi day» fino al giallo del Movimento 5 Stelle), ma nella maggior parte dei casi «il nuovo cromatismo che affolla le piazze dopo la scomparsa dei partiti (dalla bandiera della pace all’arancione dei vari movimenti) sembra voler denunciare le insufficienze della sinistra prendendone le distanze». Di più: i movimenti di protesta che si manifestano negli anni Duemila (dai girotondi alle sardine) non ostentano alcun colore, ma affidano la loro visibilità alle agenzie comunicative, confermando così, ancora una volta, la fine del Novecento così come lo abbiamo conosciuto.

 

L’autrice: Francesca Chiarotto è ricercatrice al dipartimento di Giurisprudenza e scienze politiche economiche e sociali dell’Università del Piemonte Orientale

 

Foto di Bart Ros su Unsplash

Venezuela. La guerra di Trump al diritto internazionale

Il diritto internazionale della Carta delle Nazioni Unite sta attraversando una fase di trasformazione che non può più essere letta come una semplice crisi di applicazione. Non si tratta di violazioni episodiche, né di deviazioni patologiche di un sistema altrimenti funzionante, ma di un processo strutturale di ridefinizione dell’uso della forza, che avviene attraverso prassi reiterate, tollerate e progressivamente normalizzate. Il risultato è uno slittamento dell’ordine giuridico internazionale da un sistema fondato sul divieto dell’uso della forza a un sistema nel quale la forza viene giuridicamente “addomesticata” tramite giustificazioni formali.

La recente operazione militare statunitense in Venezuela si colloca, sotto questo profilo, in una linea di continuità con l’“operazione militare speciale” della Federazione russa in Ucraina e con l’intervento armato israeliano nella Striscia di Gaza. In tutti questi casi si evita accuratamente la qualificazione giuridica di guerra, ormai divenuta politicamente e giuridicamente ingombrante, preferendo categorie più elastiche: conflitto armato non internazionale, operazione di sicurezza, azione di autodifesa, intervento mirato. Il lessico cambia, ma la sostanza resta: uso della forza armata contro un altro soggetto statale o su un territorio la cui sovranità è internazionalmente riconosciuta.

Il nodo centrale è l’erosione dell’articolo 2, paragrafo 4, della Carta ONU, formalmente intatto ma sostanzialmente svuotato. Il divieto dell’uso della forza, concepito come norma cardine dell’ordine internazionale post-1945, viene progressivamente aggirato attraverso un’estensione indebita delle eccezioni ammesse, a partire dall’autodifesa di cui all’articolo 51. La nozione di autodifesa, originariamente pensata come risposta necessaria e proporzionata a un attacco armato in atto, viene trasformata in autodifesa preventiva, permanente, estesa, talvolta addirittura indeterminata nel tempo e nello spazio.

Parallelamente, concetti del diritto internazionale classico vengono piegati a funzioni giustificative che non reggono a un’analisi rigorosa. L’autodeterminazione dei popoli, principio nato per accompagnare i processi di decolonizzazione, viene invocata per legittimare secessioni eterodirette, annessioni di fatto o interventi armati sotto pretesti etnici e culturali. La tutela delle popolazioni civili o delle minoranze nazionali viene separata dai meccanismi multilaterali di protezione e ricondotta a iniziative unilaterali di potenze armate.

La Russia giustifica l’invasione dell’Ucraina come atto di protezione delle popolazioni russofone del Donbass; Israele rivendica un diritto di autodifesa che tende a configurarsi come permanente e non territorialmente circoscritto; gli Stati Uniti intervengono militarmente in nome della sicurezza globale e della lotta a minacce transnazionali, come il narcotraffico; la Cina rivendica Taiwan in nome del principio della riunificazione nazionale, presentata come dato storico e giuridico preesistente all’ordine internazionale vigente. In tutti i casi, la giustificazione giuridica appare costruita ex post per adattare l’azione militare a un quadro normativo che viene formalmente rispettato e sostanzialmente svuotato.

Questo insieme di prassi produce effetti che vanno oltre il singolo caso. La reiterazione di comportamenti simili, accompagnata da una retorica giuridica coerente e dalla sostanziale impotenza degli organi collettivi di sicurezza, contribuisce alla formazione di una nuova consuetudine internazionale, o quantomeno di una nuova opinio juris deformata, nella quale l’uso della forza non è più eccezione ma opzione. La giurisprudenza della Corte internazionale di giustizia resta formalmente ancorata ai principi della Carta, ma il suo peso sistemico risulta sempre più marginale rispetto alla realtà delle relazioni di potenza.

Si assiste così alla nascita di un nuovo ordine globale non codificato, fondato non sulla legalità condivisa ma sulla capacità degli attori più forti di imporre la propria interpretazione delle norme. Il diritto internazionale non scompare: cambia funzione. Da limite al potere diventa strumento di legittimazione del potere stesso, linguaggio tecnico attraverso cui la forza viene resa presentabile, giustificabile, accettabile.

La Carta ONU resta il testo di riferimento, ma viene progressivamente svuotata dall’interno. Non è l’atto di morte del diritto internazionale, bensì la sua metamorfosi in un diritto della forza, nel quale ciò che conta non è più la conformità alla norma, ma la credibilità dell’argomentazione giuridica che accompagna l’uso delle armi.

Foto di Bernd 📷 Dittrich su Unsplash

 

I rischi che corre il mondo dopo l’attacco di Trump al Venezuela

La presenza della più grande nave da guerra del Pianeta Terra nelle acque del Mar dei Caraibi non era solo un deterrente. Era il segnale di una operazione dal profilo evidentemente bellico, non di contrasto al narcotraffico internazionale. L’attacco al territorio venezuelano, annunciato come missione contro i narcos, solleva questioni di legittimità che richiedono chiarezza immediata. Finora erano state distrutte circa venti imbarcazioni con oltre 70 persone a bordo. La Casa Bianca afferma che si trattava di narcos con carichi di cocaina diretti negli USA, ma non ha mai fornito prove dettagliate oltre i filmati dei missili che colpivano ed facevano esplodere i natanti. Questo tipo di evidenza visiva non sostituisce affatto un dossier investigativo che comprovi la natura e la destinazione dei carichi, né giustifica, da sola, un’aggressione su larga scala. Le caratteristiche delle forze impiegate e la rapidità dell’intervento su un territorio sovrano evidenziano invece una vera invasione. Assetti militari e modalità operative non possono essere in alcun modo riconducibili a un’operazione antidroga. Non sorprende quindi che siano emerse in passato simulazioni della CIA riguardo operazioni in territorio venezuelano. Alla base dell’iniziativa bellica c’è l’obiettivo politico di rimuovere il governo di Caracas. Meno del 3% della cocaina che arriva negli USA proviene dal Venezuela. Il Paese è pressoché irrilevante nella produzione di droghe sintetiche come il fentanyl. Il pretesto antidroga, dunque, non regge sul piano pratico. L’intento vero è il cambio di regime volto a sostituire Maduro con una nuova leadership favorevole agli interessi statunitensi. Il presidente venezuelano e sua moglie sono stati sequestrati e deportati. In questo scenario Corina Machado è già indicata come possibile figura di transizione. Le implicazioni geopolitiche di questa invasione sono profonde. Gli alleati di Maduro adottano per ora atteggiamenti controllati. Pechino e Mosca osservano con attenzione gli sviluppi, valutando la propria risposta in termini strategici e di influenza regionale. La domanda se la Cina possa replicare tattiche analoghe – ad esempio, aumentando la pressione su Taiwan in risposta a queste mosse statunitensi – non è banale. Attori regionali come il colombiano Gustavo Petro condannano l’operazione, ma la loro capacità di incidere sullo scacchiere internazionale rimane limitata. Ciò non significa che gli effetti siano trascurabili. L’imprevedibilità politica di Trump e le «nuove regole» della geopolitica che egli rappresenta possono trasformare una crisi locale in un conflitto di più ampia portata che coinvolga Russia, Cina e i loro interessi nelle rispettive aree di pertinenza. È ora essenziale chiedere verifiche indipendenti, trasparenza su prove eventualmente fornite e un confronto multilaterale che eviti l’escalation. La Comunità Internazionale deve valutare con rigore l’intervento militare che è stato condotto in palese violazione del diritto internazionale, perché da questa fase possono dipendere stabilità regionale, equilibri globali e la vita di migliaia di civili. Non possiamo accettare pretesti vaghi per giustificare azioni il cui vero obiettivo è la riorganizzazione politica di uno Stato sovrano. La prudenza, la verifica e la diplomazia devono prevalere sull’impulso alla forza. Il rischio è quello di un’umanità in perenne conflitto e la sua possibile estinzione.

L’autore: Vincenzo Musacchio è giurista, criminologo, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark. È inoltre ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra. È stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto

Aumenti scritti in piccolo, famiglie spremute in grande

Nel 2026 il carrello della spesa, il pieno di carburante, la polizza auto e perfino il pacchetto di sigarette costeranno di più. Non c’è stata una crisi improvvisa e nemmeno uno shock esterno. Accade per una scelta politica precisa: rinviare oggi, scaricare domani. La legge di Bilancio ha scritto aumenti ordinari, automatici, programmati. Invisibili singolarmente, pesanti quando si sommano.

Il gasolio salirà per la rimodulazione delle accise, colpendo pendolari e lavoratori che già pagano il prezzo più alto della mobilità. Le autostrade adegueranno i pedaggi, con rincari diffusi e qualche punta più alta sulle tratte strategiche. Le assicurazioni aumenteranno attraverso la tassazione sulle garanzie accessorie, trasformando una tutela in un lusso mascherato. Il fumo e le sigarette elettroniche diventeranno più care per scelta fiscale, mentre lo Stato incasserà e si dirà virtuoso.

Il filo che lega tutto è la prevedibilità. Nulla è emergenziale. Tutto era noto, tutto è stato rinviato. Il governo ha scelto di non dire la verità oggi per evitare il costo politico, caricando il conto sul 2026. È una strategia che protegge i saldi di bilancio e lascia scoperti i bilanci familiari. I redditi restano fermi, le tariffe salgono. La propaganda parla di stabilità, la realtà consegna un’inflazione quotidiana, fatta di centesimi che diventano euro.

Così l’anno nuovo si aprirà con una certezza: pagheranno sempre gli stessi. Senza annunci roboanti, senza titoli allarmistici. Solo con una normalità più cara. E con un governo che potrà dire di non avere aumentato nulla, mentre avrà aumentato quasi tutto.

Buon venerdì.

Foto Gov

L’Italia nel limbo

Nel memoir di Giuliano Pavone, la perdita di senso individuale e collettivo, fra riflessioni sulla scrittura e uno sguardo sulla parabola socioeconomica italiana. Ecco la genesi del libro nel racconto dell’autore

Ogni decennio ha avuto una sua luce. Quella degli anni Sessanta era esangue e artificiosa, come di una pellicola in bianco e nero che qualcuno si è messo a colorare. La luce dei Settanta, invece, era tagliente e contrastata, a effetto stencil, piena di ombre, di vuoto-pieno, di zone indefinite. Quella degli Ottanta: rotonda e circonfusa. Dorata e colante. Flou.

Poi i decenni sono finiti, o almeno si sono fatti meno comprensibili. E non solo da un punto di vista fotografico. I fatti, il tempo, i simboli hanno smesso di irreggimentarsi, di mettersi in fila indiana, iniziando invece a sparpagliarsi, come canzoni ascoltate online in modalità random, libere e sperse, improvvisamente affrancate dalla sequenza da album.

Storia di una dissolvenza
Quella che racconto in Limbo. La vita che torna da me (Laurana) è la storia di una dissolvenza, di una perdita di senso. Il punto di partenza è il tentativo di rispondere a due domande: da dove arrivano le idee di uno scrittore? Cos’è una storia prima di diventare tale? La riflessione sul processo creativo si tinge inevitabilmente di autobiografia, perché la materia dello scrivere non può che essere costituita da ricordi: persone ed episodi, ma soprattutto tempi e luoghi che tornano in mente alla rinfusa, in modo quasi onirico. Ma l’esperienza individuale si mischia con quella collettiva, e quindi la riflessione diventa anche politica.

Un futuro ucciso in culla
L’idea di un passato più univoco, non necessariamente migliore ma di sicuro più leggibile del presente, può dipendere da motivi generazionali, e quindi soggettivi, ma anche dall’oggettivo e graduale sfilacciamento a cui abbiamo assistito in tutti i campi, dal mercato del lavoro fino all’intrattenimento tv. Quando mio padre metteva su famiglia, l’Italia era composta in gran parte da lavoratori dipendenti, il cui status socioeconomico era facilmente deducibile dalle tre cifre del modello Fiat che possedevano. Erano gli anni Sessanta, quelli del boom: “un’alba della civiltà in cui non si aveva paura del futuro, a tal punto da ucciderlo in culla, quel futuro, bloccargli lo sviluppo a suon di debito pubblico e speculazione edilizia”. Il sogno di un progresso senza intoppi sfumò, in parte perché fu tradito successivamente e in parte perché già dall’inizio celava in sé i germi della decadenza. Posso ben dirlo io, da tarantino, perché la mia città – pur avendo avuto una storia del tutto peculiare – è per certi versi la metafora della parabola economica e sociale del nostro Paese: “Inurbamento centripeto: la città attira uomini e sputa fuori cemento. Taranto si espande, ed espandendosi si sgonfia. Mantiene al suo interno spazi vuoti, bolle di nulla, lotti rugginosi e scalcinati infestati di sterpi secche”.

Quel che resta dell’industria
Ed ecco che i luoghi che mi vengono a trovare sono soprattutto città industriali, o postindustriali. C’è Napoli Est, dove sembra che tutto sia già successo: “una sala macchine della nave Napoli, attraversata da cinghie di trasmissione, come un sottocoperta in cui è negata la vista del mare, che è proprio lì accanto ma rimane nascosto”. Ci sono Ivrea (“Penombra sul sogno illuminato, una patina di disillusione ammanta il quartiere modello”), Trieste (“Una time capsule del 1973. Boiserie, sgabelli pesanti, le sedute imbottite e coperte di finta pelle marrone”) e Milano (“Emergono, come nebbia bassa, scuole prefabbricate nei parchi, biblioteche a mattoncini, orologi in cima ai pali che segnano l’ora elettrica. Decoro comunale. Echi di afflati comunitari”).  C’è, poi, anche Consonno, “la Las Vegas Brianzola”, bizzarro simbolo della grandeur arrogante e provinciale di alcuni capitani d’industria, che dopo un fugace periodo d’oro decadde inevitabilmente, trasformandosi in una città fantasma: “Consonno ora è solo silenzio stralunato, scoria non biodegradabile di un immaginario scaduto. Ruggine, rampicanti e muffa invadono un segnale stradale spezzando in due il toponimo. Con sonno”.

La bandiera rossa
Così, al termine di un viaggio fra tempi e luoghi diversi, e subito prima che la storia smetta di vivere solo nella mia testa e si faccia libro, mi viene da tornare nella Taranto della mia infanzia, quella dei Settanta. Un decennio insieme vitalissimo e terribile in cui la mia città viveva un bacato miracolo economico fuori tempo massimo. E in cui a me, bambino inconsapevole, capitava di sentire, mentre ero a cena con la mia famiglia, i comunisti in strada che marciavano e cantavano Bandiera rossa.  “E allora io la immagino, la bandiera rossa, la immagino solo per quello che è, come mai più potrò fare dopo: semplicemente un pezzo di stoffa di un colore intenso attaccato a un’asta. Rimaniamo a tavola, io e miei genitori, con loro due che si scambiano sguardi pieni di allusioni silenti, mentre sotto una finestra la lotta di classe attraversa la città operaia. Il battere ritmato di passi, le voci s’ingrossano, si fanno rotonde, ci scuotono, mi strappano un sorriso, poi si affievoliscono fino a dissolversi”.

L’autore: Giuliano Pavone è autore di oltre venti libri, fra cui le commedie L’eroe dei due mari (2010) e 13 sotto il lenzuolo (2012), entrambe pubblicate da Marsilio. Per Laurana Editore ha già scritto il romanzo letterario Gli scorpioni (2022) e la storia di formazione Per diventare Eduardo (2024). Limbo. La vita che torna da me è stato pubblicato in paginescure, la nuova collana di novelle di Laurana: fiction che attraversa tematiche urgenti con sguardo critico alla ricerca di nuove sensibilità.