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Terrorista è chi il terrorista fa

Ad Hannoun ed altri 8 indagati si contesta il reato di cui all’art. 270 bis c.p. che punisce con la reclusione da 7 a 15 anni chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni terroristiche. Da quel che si sa Hannoun, ha sempre difeso in modo trasparente la legittima resistenza palestinese contro l’occupazione illegale e violenta di Israele e ha raccolto fondi da destinare a progetti umanitari, condannando al contempo qualsiasi atto di terrorismo. Con una notevole semplificazione si definisce Hamas organizzazione terroristica e su questa definizione si può, almeno in parte, convenire: contro una forza occupante (quale è Israele sotto il profilo del diritto internazionale), in linea di principio l’uso della violenza e’ legittimo in chiave difensiva, di resistenza, mai però per colpire civili inermi. Ma bisogna leggere anche l’art. 270 sexies del Codice Penale che ci indica la definizione giuridica delle condotte terroristiche, qualificando come tali quelle che “per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno ad un Paese o ad un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale, nonché le altre condotte definite terroristiche o commesse per finalità di terrorismo da convenzioni o altre norme di diritto internazionale vincolanti per l’Italia.” Ebbene la definizione del nostro codice penale descrive esattamente ciò che Israele ha fatto e sta facendo contro l’inerme popolo palestinese di Gaza (e della Cisgiordania): colpire indiscriminatamente civili e strutture civili come scuole, ospedali, campi profughi, mettere cariche esplosive nei cerca persone e farli esplodere anche in mano ai bambini sono atti di terrorismo. Eppure Netanyahu e il suo gabinetto di guerra hanno goduto sinora di una scandalosa impunità. A parte il mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale ma osteggiato da molti governi occidentali compreso il nostro. Scatta invece il carcere preventivo per chi ha pubblicamente difeso la legittima causa del popolo palestinese e raccolto fondi per alleviare le condizioni di sofferenza dei gazawi. Attendiamo gli sviluppi di questa indagine ma c’è da preoccuparsi. Andrea Maestri avvocato e attivista per i diritti umani

 

L’autore: Andrea Maestri è avvocato e attivista per i diritti umani. Per Left ha scritto i libri Il penultimo respiro di GazaFascismo e neofascismi, con Carlo Boldrini

 

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Buon 2026, dissenso

foto di Marioluca Bariona

Se sei contro la guerra sei un pacifinto. Capita di venire circondato, letteralmente e metaforicamente, da guerriglieri da divano oppure da zimbelli retorici rimasti allo slogan dei fiori e dei cannoni. Irresistibili anche i presunti competenti: stanno in partiti che non vota quasi nessuno, scrivono su giornali che non legge nessuno, si stimano tra loro come fedelissimi massoni in fila indiana e hanno coniato l’equazione “guerra uguale serietà”. Sono rottami smentiti dalla storia, fermi sulle stesse posizioni che da mesi vengono smentite alla luce dei fatti. 

Se sei schifato dalle azioni del governo di Israele sei un amico dei terroristi. Se lecchi il deretano di Netanyahu sei un campione di antisemitismo. Se invece lecchi quello di Putin allora lì no, sei un nemico dell’Occidente. Se chiedi un Paese meno diseguale sei un invidioso, se rivendichi la priorità della sanità pubblica su quella privata sei un illiberale, se chiedi la patrimoniale sei un sabotatore del Pil nazionale, se ritieni indispensabile un salario minimo legale sei un fottutto sindacalista. Ma attenzione: i sindacati non funzionano perché si occupano dei poveri – dicono loro – perdendo di vista i problemi reali, come la nuova acconciatura di Santanché o la temperatura del Prosecco alle prossime Olimpiadi. 

Se chiedi il rispetto della laicità sei un nemico di dio ma se chiedi il rispetto delle vite umane per mare e per terra sei un buonista nemico della patria. Se dissenti sei un nemico delle Forze dell’ordine, se chiedi il rispetto della legge sei un manettaro, e per fortuna c’è il referendum. 

Buon 2026, dissenso. Che l’anno nuovo ti preservi in questo Paese. 

Foto di Marioluca Bariona

La pace secondo Salvini: togliere un aggettivo

Fino a quanto possa essere grottesca la politica non lo possiamo sapere. È un confine insondabile poiché ogni volta si riesca a fare peggio del peggio precedente. Di sicuro la giornata di ieri ci ha restituito un passaggio che resterà nella memoria. 

Tema del giorno: gli aiuti all’Ucraina. Lì la questione è semplice, lineare. Il governo italiano, Meloni in primis, rivendica di essere un affidabile protagonista della linea Nato ed europea. La strategia delle armi è stata rivendicata dalla presidente del Consiglio sui tavoli internazionali ed è sostenuta ardentemente in patria dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Non staremo ora qui a discutere la squinternata strategia di attaccarsi alle braghe dei Trump o delle Kallas di turno. La scelta di campo è quella, legittimamente portata avanti e pubblicizzata. 

Peccato che il governo e la maggioranza professino una linea che non tiene tutti insieme. Matteo Salvini infatti da tempo rivendica uno scarto invocando una “pace” di cui conosce molto poco e molto male il significato. Salvini sa bene che una fetta del suo elettorato è infastidito dal prolungamento del conflitto e dal conseguente impegno economico. Anche questo è legittimo, è la democrazia. Non staremo qui a discutere l’antica abitudine di bollare come collaborazionisti tutti quelli che non sono d’accordo.

Le due posizioni così distanti ieri hanno fatto baruffa sul termine “militari” usato nel decreto. Badate bene: non hanno discusso della sostanza. Hanno duellato su una parola, come se fossero sceneggiatori intorno a un tavolo con la testa china su un copione. Il leghista Borghi ha esultato per essere riuscito a togliere “militari” dal titolo del decreto, nonostante rimanesse nel corpo. Poi l’aggettivo è ritornato, pure nel titolo. L’invio di armi non è mai stato in discussione. “Così si fa politica”, hanno detto dalla Lega. Contenti voi. 

Buon martedì. 

Working poor and be happy?

Un lavoratore ‘povero’ è un lavoratore ‘felice’? La domanda non è poi tanto oziosa visto che se la sono posta fior di economisti. Il lavoro povero, o “working poor”, si verifica quando una persona, pur avendo un’occupazione, non guadagna abbastanza da superare la soglia di povertà, secondo la definizione dell’Unione Europea. Questo fenomeno, in crescita, riguarda sia lavoratori dipendenti che autonomi, con contratti precari e mal pagati.

Nel periodo 2000-2023, i salari in Italia si sono contratti dell’8,1% a fronte di una crescita media delle retribuzioni in area euro del 5,3%. Il declino di lungo periodo dei salari reali e il deterioramento delle condizioni lavorative a cui abbiamo assistito in Italia negli ultimi decenni si configurano come una vera e propria emergenza sociale.

Questo il quadro negativo offerto e confermato dall’ultimo Rapporto mondiale sui salari dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), secondo cui i salari reali in Italia sono inferiori di 8,7 punti rispetto a quelli del 2008, il risultato peggiore dei Paesi del G20. Fasce sempre più ampie di popolazione e famiglie sono così spinte in una condizione di precarietà e incertezza sul futuro.

“Lavoro e salari in Italia. Cambiamenti nell’occupazione, precarietà, impoverimento”, a cura di Rinaldo Evangelista, professore di Politica economica all’Università di Camerino, e Lia Pacelli, professoressa di Economia politica all’Università di Torino (Carocci Editore), fornisce un quadro empiricamente e metodologicamente fondato, ma di facile comprensione, sui diversi elementi di fragilità della struttura occupazionale e delle condizioni del lavoro nel nostro Paese.

Il volume, uscito di recente, è parte del progetto “L’economia italiana negli anni venti. Declino, strutture produttive, disuguaglianze, transizioni” della Società italiana di Economia (SIE), a cui aderiscono oltre mille docenti universitari, economiste ed economisti. Il progetto intende diffondere – in modo divulgativo e accessibile – i risultati delle ultime ricerche, per offrire gli strumenti atti a comprendere i nodi dell’economia italiana di oggi, fornendo indicazioni per le strategie delle imprese, le politiche pubbliche e le iniziative sociali.

Il saggio è suddiviso in tre sezioni: la prima fornisce una lettura ‘strutturale’ delle determinanti dei bassi salari in Italia, notoriamente i più bassi d’Europa; la seconda esplora la composita area del lavoro povero nel nostro Paese; la terza prende in esame aspetti strutturali e il ruolo delle politiche pubbliche. Grazie ai contributi di ventidue tra i maggiori studiosi italiani, le cause dei bassi salari e della crescita del lavoro povero sono individuate in tre decenni di altrettanto bassa crescita economica e nella stagnazione della produttività, nelle fragilità della struttura produttiva italiana e negli effetti prodotti da una lunga stagione di deregolamentazione del mercato lavoro, nell’assenza di politiche industriali in grado di elevare la qualità delle produzioni e dei lavori disponibili.

Nei tredici capitoli in cui si articola, il volume cerca quindi di restituire la complessità dei problemi includendo nell’analisi la prospettiva di genere, la questione del salario minimo, la povertà delle famiglie e il punto di vista del sindacato. Quattro pezzi per niente facili da mettere insieme. Le dinamiche salariali vengono inoltre studiate in relazione alle cosiddette innovazioni verdi.

Ma quali sono le strade praticabili per invertire un percorso decisamente fallimentare? Al primo posto, secondo gli esperti, “occorre ridare slancio alla produttività”, connettendola ad un innalzamento della qualità e del contenuto di conoscenza delle produzioni; quindi va “ridotto il ‘nanismo’ e la forte frammentazione del tessuto produttivo”; infine, punto assai dolente, è necessario “avviare cambiamenti nel quadro politico-istituzionale in grado di restituire diritti, tutele, voce e forza contrattuale al mondo del lavoro”.

Ricordiamo che questa ricerca viene esplicitata nel terzo volume della collana ‘L’economia italiana negli anni venti’ della Società Italiana di Economia, edita da Carocci. I primi due, pubblicati nel ‘24, sono “L’industria italiana contemporanea. Tra declino e ristrutturazione”, a cura di Donato Iacobucci, professore all’Università Politecnica delle Marche e “I divari territoriali in Italia. Cause, effetti e politiche di contrasto”, a cura di Gianfranco Viesti, professore all’Università di Bari Aldo Moro, che è spesso intervenuto nell’acceso dibattito politico sul tema dell’autonomia differenziata. I cui esiti – a dir poco perniciosi per l’intero Paese – tardano tutt’oggi ad essere pienamente compresi da gran parte dei politici e dei cittadini.

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Davide Enia: «Il teatro nasce dal corpo. Anche per questo è un atto politico»

Davide Enia foto di Foschi83

Davide Enia è una figura centrale del teatro italiano contemporaneo: artista completo, unisce rigore narrativo e impegno etico, trasformando la scena in un luogo di forte emozione e riflessione civile. Con Autoritratto, Enia ha ricevuto due Premi Ubu 2025 – miglior attore/performer e miglior nuovo testo italiano –  lo scorso 15 dicembre all’Arena del Sole di Bologna. Lo spettacolo affronta il trauma delle stragi di mafia, facendo della memoria un atto critico e politico, interrogando il rapporto tra storia, responsabilità e comunità.

Davide, il tuo Autoritratto attraversa un trauma che è insieme personale e collettivo. Prima di diventare spettacolo, il testo ha preso la forma del libro. Quanto è stata urgente questa scrittura e in che modo la doppia natura – letteraria e scenica – ha inciso sulla costruzione del racconto teatrale?
La prima scrittura viene dal corpo. Inizio le prove raccontando direttamente, usando quindi i gesti, gli sguardi, il movimento delle mani per ampliare lo spettro del racconto, per creare una partitura ritmica ripetibile, per fare emergere il sentiero emotivo. La scrittura per il teatro trova compimento proprio nel tempo della sua rappresentazione, così il mio modo di lavorare si configura come una scrittura in presa diretta che, prova dopo prova, si va progressivamente disidratando, rendendo essenziali le parole, fissandosi nella mia carne, diventando memoria narrativa ed emotiva. Il testo così si forma, si scolpisce e viene infine depositato nello spazio della pagina.
Nei tuoi lavori il teatro è un atto di responsabilità, non solo di rappresentazione del dolore. Quanto è importante, per te, che un’opera come Autoritratto produca una presa di coscienza condivisa?
Il dispositivo teatro nasce, e poi perdura, come tentativo di dotarsi di una prospettiva durate una crisi del presente. L’incontro dei corpi, la vicinanza fisica, una comune ferita psichica: questa l’urgenza del teatro. Siccome è impossibile nominare la verità, è necessaria la mediazione artistica. Il duplice percorso, quello intimo e privato e quello collettivo e comunitario, sono le due mani con le quali il dispositivo teatro prova a suturare le ferite e a ricercare la gioia. Riconoscersi come parte di un insieme aiuta a ricalibrare l’entità del dolore, o l’ampiezza dell’emozione. È una risposta di cura alla violenza della guerra.
In Italia-Brasile 3 a 2 (2002, ripreso nel 2022), che ti valse il primo Premio Ubu nel 2003, il racconto sportivo diventa racconto di una comunità. Il lavoro sui personaggi è centrale: come hai costruito le singole voci sceniche per trasformare storie individuali in quel tessuto emotivo?
Per me un testo è una sinfonia, con ritmi, melodie, armonie che tornano, si nascondono, riaffiorano. Per creare questa polifonia è necessario ascoltare le voci delle assenze, nel caso in essere le persone che erano nel tinello palermitano dell’82. Alcuni di loro, i miei genitori, mio zio Beppe, le avevo chiarissime, altre erano una suggestione di allora, come Bruno Curcurù, carissimo amico di papà morto troppo giovane. Ma il tempo è un cerchio, e tornare indietro ai miei otto anni mi ha rimesso nella possibilità di dialogare con queste assenze che diventano presenza nella pratica della scena, affidandomi a loro, abbandonandomi a quello che mi dissero nel passato perché le loro parole tornassero, replica dopo replica, a rilucere nel presente. Questo lavoro sinfonico apre alla moltitudine della collettività, alla fine l’appartamento di casa dei miei a Palermo diventa ogni appartamento d’Italia, perché il vero legante di quella esperienza sta nella condivisione della gioia, nell’ansia comune vissuta durante la partita, nella potenza liberatrice della vittoria. Non dimentichiamo mai le due ali del teatro: una è la tragedia, l’altra è la commedia. Sforzarsi di essere felici è tanto importante quando affrontare i traumi.
Con L’abisso, Premio Ubu 2019, hai affrontato memoria, perdita e identità, mettendo al centro il Mediterraneo come spazio politico e umano. In Autoritratto, quali strumenti narrativi, ritmici o poetici hai ritrovato – o sentito il bisogno di reinventare – per confrontarti con il trauma legato a Cosa Nostra, senza ridurlo a racconto simbolico o consolatorio?
Il bisogno primario è quello della nominazione di ciò che ferisce e fa male. L’abisso è figlio della terapia, di quel particolare rimbalzo dialettico che ti insegna a dire le cose cercando di calibrarle sempre meglio, prendendo coscienza progressiva delle ferite, dei traumi, iniziando a riequilibrarsi. Ma è la parola lo spiraglio da cui filtra la luce. Sono o non sono odiati, nelle organizzazioni criminali, le persone che parlano? Per superare il trauma, individuale e collettivo, penso ai nostri palermitanissimi anni Ottanta, pieni di morti ammazzati per strada, e alle ferocissime bombe del ’92, credo sia necessaria una operazione di autoanalisi per iniziare a raccontare cosa si è provato, cosa si è visto, come ci si è sentiti. Questa è al contempo una operazione individuale di slatentizzazione del trauma e una operazione comunitaria e plurale di cicatrizzazione delle ferite. Certo, il Paese che abitiamo è maledetto dalla Madonna: non viene mai desecretato nulla, ancora oggi non abbiamo una verità su Ustica e il nostro presidente della Repubblica ancora non sa chi gli ha ammazzato il fratello, tre esempi per indicare come in Italia esista un problema sistemico e non ci sia nessuna volontà politica né di risolverlo, né di affrontarlo per davvero.
Parola, corpo, ritmo e dialetto sono certamente per te elementi fondanti. Pensi che il teatro possa essere anche una forma di educazione emotiva e politica, soprattutto per le nuove generazioni?
Il teatro è una palestra emotiva innanzitutto per chi lo pratica: entrare nella logica e nella pratica del rituale, apprendere la ripetizione, dimenticare se stessi e obliare il proprio presente per essere pienamente ciò che si mostra in scena. Incarnare il paradosso del totale abbandono e del pieno controllo, contemporaneamente. La dimensione più importante, a mio avviso, è l’incontro dei corpi, il trovarsi fisicamente a respirare in una stessa sala, o scantinato, o centro sociale, o stanza, non importa. Il teatro è dato dall’insieme di pubblico, spazio scenico, mediazione artistica e quell’indicibile mistero che, quando accade, ha un impatto nella carne: brividi, risate, emozione, eccitazione, dolore. Il dato da cui partire, quindi, è tutto legato all’elemento politico per eccellenza del contemporaneo: il corpo. Stando così le cose, portando quindi i corpi nei luoghi della rappresentazione, il teatro conferma la sua origine politica.
In questa prospettiva, quale ruolo può avere il teatro civile nel percorso formativo dei più giovani? Quanto è importante che la scuola lo riconosca come spazio creativo, critico e di costruzione della memoria?
I giovani credo debbano arrivare al teatro in santa pace, senza forzature. Se a me mi avessero costretto a scuola ad andare a teatro, avrei fatto come un pazzo, per una ansia di rivolta sicuramente stimmate di immaturità eppure presentissima. Piuttosto, le scuole dovrebbero fare leva su quelle persone che hanno per motivi imperscrutabili passione per il teatro, e cercare a poco a poco di coinvolgere altri ragazzi a partire dai loro racconti. È poi necessario che venga fin da subito riconosciuto come un lavoro, con ritmi, orari, pratiche precise e rigorose. Sarebbe altresì importante che in qualche modo ci fosse una sorta di corso per imparare e leggere gli spettacoli, capire il perché di alcuni segni sulla scena, che vanno dal vuoto al disegno delle luci, dallo stare dei corpi ai costumi. Questo credo che manchi, onestamente. Sul tema della memoria, invece, il discorso è più complesso. Il teatro non serve a mantenere la memoria, serve a dotarsi di una prospettiva. La memoria è una attività, spiace dirlo, sopravvalutata. È usata a singhiozzo, in maniera strumentale, si omette, si distorce, mentre si sta perpetrando un genocidio, è in nome dei torti subiti in passato che scoppiano le guerre, che continua ad alimentarsi la fiamma dell’odio. Ci sarebbe bisogno per davvero di una amnesia totale e completa dell’intero genere umano, per ripartire senza più memoria, in un presente scevro di rivendicazioni.
Essere palermitano attraversa profondamente il tuo immaginario. Raccontare la Sicilia e le sue ferite è per te un atto identitario, politico, o una necessità narrativa che continuerà a orientare il tuo lavoro futuro?
La Sicilia è per me la lingua della culla, è la costruzione simbolica, è il mio egoistico e autoreferenziale tentativo di comprensione del linguaggio che mi ha strutturato come persona, è la possibilità di continuare ad ascoltare tutte le mie assenze, e di cantare con loro.

Il mondo brucia. Chi contrasta la marea nera

La nostra inerzia evoca quell’uomo che cade dalla cima di un grattacielo e a ogni piano si conforta dicendo: “fin qui tutto bene” (Kassovitz). Il mondo in cui siamo cresciuti sta bruciando. Gli Stati Uniti sono nelle mani di un presidente nazionalista e xenofobo, determinato a smantellare le istituzioni pubbliche con foga seconda soltanto a quella del leader argentino Milei. Quel che resta del ciclo progressista in Sudamerica è sotto assedio. Se in Brasile difficilmente si farà argine agli eredi di Bolsonaro, Trump minaccia di attaccare il Venezuela pronunciando parole di fuoco anche nei confronti della Colombia di Petro. In Giappone è iniziato il nuovo corso di una leader di estrema destra, che ha già innalzato la tensione con il Red Mirror cinese. L’India è da tempo saldamente in mano ai nazionalisti Indù, come la Turchia in quelle dell’autocrate (Draghi) Erdogan.

Israele è uno Stato genocida, ma anche nel mondo arabo non son più i tempi di Arafat. In Europa dell’Est campeggia una Russia autoritaria ma operano con attivismo anche altri paesi solo formalmente democratici, costituiti dal mercato e dal culto della Nazione (Ungheria, Polonia, Ucraina etc..). Se guardiamo allo spazio UE la situazione non è più allegra: in Italia governa il postfascismo neoliberista (Enzo Traverso), in Francia e in Germania l’estrema destra è forte e già condiziona i governi moderati, come del resto in Olanda e Svezia e cresce nei paesi iberici. Nessuna iniziativa per difendere i Palestinesi e sanzionare i crimini dei suoi massacratori (negli Usa Kamala Harris non ha perso le elezioni anche per l’astensione di arabi e sinistra antisionista?). Ma a contrastare la marea nera oggi, a differenza degli anni trenta, non c’è l’America roosveltiana del New Deal, né l’unione Sovietica, né il movimento operaio.

Il neoliberismo ha generato involontariamente il suo Frankstein (Wendy Brown): un neopopulismo di destra senza i tratti specifici del fascismo solo perché è assente l’antagonista sociale. Morto definitivamente il liberal-progressismo, è tramontata l’idea di poter conciliare globalizzazione neoliberale e diritti umani. Il ritorno del neoliberalismo alle sue origini conservatrici e populiste, reaganiane e thatcheriane, è anche un contraccolpo nei confronti di un establishment solo a parole progressista ma nei fatti corresponsabile dell’impoverimento dei ceti medi in Occidente e dello sfruttamento di vaste aree del mondo.

Per questo motivo chi aspiri a sconfiggere Meloni deve accantonare qualsiasi tipo di ipotesi centrista, agitando invece quello che Etienne Balibar definisce un “contropopulismo”. Non basta dire no alla diseguaglianza: va spiegato chiaramente che le risorse da redistribuire e investire in beni comuni vanno reperite incrementando progressivamente il contributo fiscale di chi ha di più. Non si può esser vicini contemporaneamente alle lotte della GKN e a Confindustria. I media mainstream e i poteri forti si metteranno di traverso, ma la perdita del loro appoggio sarà compensata con il sostegno di una base popolare ingrossata dal recupero dell’astensionismo e persino di un elettorato passato a destra in cerca di protezione. Non basta dire: più sostenibilità ambientale. Bisogna entrare in conflitto con gli interessi che impediscono di porre un freno al riscaldamento climatico. Non basta dire: stop al genocidio, bisogna proporre concrete politiche di contrasto allo Stato israeliano e la rottura di ogni tipo di alleanza.

Non basta dire: pace. Bisogna dichiarare, per quanto le valutazioni sulle responsabilità della Russia siano varie, che non esiste alcun pericolo di invasione putiniana e che il piano di riarmo risponde all’esigenza di creare un regime di guerra volto, a livello geopolitico e (come ricorda Emiliano Brancaccio) economico, a sconfiggere la Cina e, su quello interno, a farla definitivamente finita con la democrazia sociale. Come un secolo fa, l’interventismo democratico rischia di essere l’utile idiota della reazione. Ma il contropopulismo di cui parliamo non è l’estremismo attribuito alla sinistra da Galli della Loggia: è la Costituzione repubblicana, quella che egli stesso e i suoi sodali dell’attuale governo, stanno, con ben poca moderazione, violando ogni giorno di più.

Hamas come pretesto, Gaza come alibi

Eccoci qui. Con due giorni di ritardo, come mi scrive, quasi accusa, qualcuno. Ma se non dovessi mai prendermi pause dalla merda sarei qui a scrivere ventiquattr’ore su ventiquattro, sempre in giro a parare gli schizzi a mani nude. La direzione nazionale antimafia, con perfetto tempismo sulla breccia politica, ha ordinato arresti di presunti affiliati ad Hamas. Soldi ai terroristi invece che agli affamati, agli orfani e ai bisognosi. Sarebbe vergognoso.

Dentro l’indagine c’è tutto quello che fa venire l’acquolina in bocca ai fiancheggiatori del genocidio: c’è un importante esponente della comunità palestinese in Italia, Mohamed Hannoun, che è il boccone perfetto per un po’ di islamofobia e per il percorso marcio di israelizzazione del nostro diritto.

I giornali di destra con la bava alla bocca che si accaniscono a trafugare foto per condannare, come se fosse Cassazione. Questi sono i cosiddetti garantisti, quelli di Ruby nipote di Mubarak, quelli di Berlusconi che pagava la mafia senza saperlo.
Peggio di loro sono i presunti esponenti di centrosinistra, vicepresidenti inclusi, che hanno stretto le mani ai barboncini del genocidio e ora si ergono a moralizzatori con qualche intervista a qualche quotidiano con più direttori che lettori, o a qualche sito aspirante gemello. Fantastici, quelli. Per loro il genocidio a Gaza è solo un ambito dialettico da attraversare per sembrare competenti. Il mondo è un carpet, nero, su cui sculettare per piacersi tra loro.


Dice quel ministro dell’Interno (che ha rinchiuso un antipatico islamico in un Cpr per calcolo politico) che questa è un’operazione che farà la storia. Non ha torto: scegliere i terroristi sulla base delle classificazioni di un governo come quello israeliano, zeppo di accusati di crimini internazionali, è già un bel capolavoro di servilismo. Avventarsi come sciacalli su presunte responsabilità personali per accusare milioni di persone del resto è la cifra di questo governo. 

Siamo tornati dalle vacanze. Eccoci qui. Buon lunedì.

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La semantica del manganello

Greta Thumberg

“Disperato gesto di un disoccupato. Si brucia vivo padre di cinque figli”. Una lezione di semantica applicata all’informazione. Ma mi pare evidente che la parola “disperato” è gonfia di valori polemici. Se poi me la unisce alla parola “disoccupato”, beh allora ci troviamo di fronte a una vera e propria provocazione, ma compiuta la quale tu prendi questo povero uomo di lettore e gli sbatti in faccia cinque orfani e un cadavere carbonizzato. No, dico, cosa vogliamo farne di questo povero uomo di lettore? Un nevrotico? Che dia fuoco a lui, al giornale, a tutto quanto?

La scena qui sopra è del film “Sbatti il morto in prima pagina”, diretto da Marco Bellocchio, uscito nel 1972. Questo povero uomo di lettore ieri è stato coperto da titoli che hanno raccontato come Greta Thunberg sia stata arrestata a Londra “durante una manifestazione pro-Pal”. È il titolo perfetto. C’è l’evocazione di sedicenti manifestazioni con il retrogusto di disordini e devastazioni e c’è la faccia di Thunberg che solletica i mostri da tastiera. Tutto a puntino. 

Peccato che Thunberg fosse semplicemente seduta sul marciapiede tenendo un cartello in mano: “I support the Palestine Action prisoners. I oppose genocide” (“Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio”). La polizia è intervenuta appellandosi al Terrorism Act britannico  che ha messo fuori legge il gruppo Palestine Action. 

L’arresto per opinione pericolosa è solo l’ultimo atto di un gorgo di autoritarismo repressivo che soffia sull’Europa. Qualcuno l’ha introiettato, il genocidio. 

Buon mercoledì. 

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La deterrenza che funziona sempre, soprattutto dopo

Lunedì Giorgia Meloni, dal Comando operativo di vertice interforze, ha legato per l’ennesima volta la pace alla deterrenza militare. Una forza «credibile», ha detto, serve a «tenere lontana la guerra». È la stessa formula che accompagna da mesi l’aumento delle spese per la difesa e il racconto di una sicurezza fondata sull’equilibrio armato. È la formula magica che piace all’Ue. 

Il problema è che la deterrenza, fuori dal linguaggio politico, è da tempo un concetto instabile. Richard Ned Lebow e Janice Gross Stein, in un saggio pubblicato su World Politics nell’aprile 1990, la definiscono una «variabile dipendente elusiva» e osservano che le analisi empiriche «dedicano attenzione insufficiente alla validità e all’affidabilità dei dati». Ne deriva, spiegano, una difficoltà strutturale nel dimostrare che l’assenza di un conflitto sia effettivamente causata dalla deterrenza.

Nello stesso anno, Paul Huth e Bruce Russett, sempre su World Politics, mettono in guardia da conclusioni automatiche. «Fra gli studiosi manca un consenso su come testare in modo sistematico le ipotesi sulla deterrenza», scrivono, mostrando come gli esiti delle crisi dipendano anche da fattori difficilmente controllabili: percezioni dei leader, credibilità politica, pressioni interne, possibilità di arretrare senza pagare costi simbolici eccessivi. E qui, sulla percezione e sulla credibilità dei leader non serve aggiungere altro. 

Anche il terreno spesso indicato come prova definitiva, quello nucleare, presenta crepe documentate. Nina Tannenwald, in un articolo pubblicato su International Organization nel 1999, ricostruisce l’emergere di «una proibizione normativa sull’uso delle armi nucleari», spiegando che il mancato impiego dal 1945 si lega anche a stigma morale e costi reputazionali. Attribuire il non-uso esclusivamente alla deterrenza militare, avverte, rischia di semplificare il quadro.

Una cautela simile emerge in ambiti istituzionali. Michael J. Mazarr, in uno studio del 2018 per la RAND Corporation, sottolinea che la deterrenza «dipende in modo decisivo dalla motivazione dell’aggressore» e opera in un contesto segnato da psicologia, errori di calcolo e politica interna. Trattarla come un meccanismo automatico, scrive, porta a sottovalutare la probabilità di fallimenti.

Insomma, la deterrenza è un argomento efficace nei discorsi pubblici, molto meno una garanzia. Funziona come titolo di apertura ma convince inevitabilmente con la possibilità di errore. E quando l’errore arriva, la spiegazione è già pronta.

Buon martedì.

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La manovra presenta il conto ai più stanchi

Il maxi-emendamento alla legge di bilancio parla, come nella smorfia napoletana. Non se ne conosce il numero corrispondente ma è chiesto il messaggio: fare cassa dove il costo politico sembra minore. A pagare, ancora una volta, sono i lavoratori che hanno iniziato presto e quelli impiegati nelle mansioni usuranti. Persone che hanno già consegnato allo Stato anni di vita, salute e contributi, e che ora si vedono presentare il conto finale come se fosse una voce residuale di bilancio.

Il governo ha scelto di intervenire sui requisiti di accesso alle pensioni anticipate, irrigidendo le condizioni e restringendo le platee. La misura viene raccontata come un “aggiustamento”, un allineamento necessario per la sostenibilità dei conti pubblici. Ma nei fatti. Sotto la coltre della propaganda, è una sottrazione secca di diritti maturati, costruiti su percorsi lavorativi segnati dalla fatica fisica, dalla discontinuità e spesso da salari bassi. Chi ha cominciato a lavorare da minorenne o appena maggiorenne scopre che quell’anticipo sulla vita adulta diventa ora un anticipo di sacrificio senza compensazione.

La logica del resto è sempre la stessa: si sposta l’onere su chi ha meno margini di difesa individuale e collettiva. I lavori usuranti, riconosciuti come tali da anni, vengono trattati come una variabile contabile da comprimere. La retorica del “premio al merito” e della “valorizzazione del lavoro” evapora davanti a un bilancio che chiede sacrifici selettivi. Non a caso il provvedimento arriva dopo settimane di confusione politica e smentite, dentro una maggioranza incapace di assumersi apertamente la responsabilità delle proprie scelte.

In questa manovra c’è una verità che il governo evita di nominare: il risanamento dei conti viene perseguito attraverso una redistribuzione al contrario. Si risparmia sulle schiene già piegate, si rinvia il problema strutturale del lavoro povero e discontinuo, si consolida l’idea che la fatica precoce sia una colpa da pagare due volte. La prima in fabbrica, in cantiere, in corsia. La seconda al momento di uscire, quando la pensione diventa un traguardo che arretra di nuovo.

Buon lunedì.  

 

Foto Gov