Le parole, i libri, l’impegno della reporter assassinata nel 2006 oggi sono attuali più che mai, dopo l’aggressione di Putin all’Ucraina che richiama alla memoria quella contro la Cecenia, per i cui diritti
la giornalista si spese fino all’ultimo

Non è stata né la prima giornalista né l’ultima uccisa in nome di verità e libertà, eppure oggi si ricorda soprattutto lei come simbolo dei tanti (troppi) colleghi morti sul campo.
Non era bella, ma tutti abbiamo in mente il suo aspetto: i capelli grigi, gli occhialini in metallo, lo sguardo mobile.
Chi l’ha conosciuta non la ricorda come una presenza carismatica, ma nonostante ciò, quando parlava dei temi che le stavano a cuore, incarnava una passione difficile da dimenticare. In patria la chiamavano “la pazza di Mosca”, mentre all’estero era ricoperta di onori, premi, offerte di lavoro.
Nei suoi articoli pubblicati dal periodico Novaja gazeta raccontava gli orrori, i soprusi e gli eccidi di una guerra terribile ma, a cambiare “Cecenia” con “Ucraina”, la sostanza resta, dolorosamente, la stessa.

Nel 2001, Anna Politkovskaja viene arrestata e sfiora la morte. Nel 2004 tentano di avvelenarla. «Ogni volta che esce un articolo, vengo convocata in procura in mezzo ai delinquenti. Loro sono lì per rapine e stupri, io per… giornalismo!». Ogni settimana le arrivano 10-15 minacce di morte. Da un certo punto in poi, tutti iniziano a profetizzare: «Ti uccideranno». E lei a rispondere: «Lo so». Anna potrebbe andarsene e rifarsi una vita all’estero. E invece resta. Guarda in faccia il suo nemico. Affronta il suo destino.
Sono tanti i motivi per cui, a quasi 16 anni dal suo omicidio, Anna Politkovskaja è più attuale che mai.

La guerra (ehm, operazione speciale…) scatenata da Vladimir Putin contro l’Ucraina ha riportato di attualità le sue parole che, rilette oggi, appaiono drammaticamente profetiche. A marzo, Adelphi ha ripubblicato La Russia di Putin, subito diventato un bestseller. «Perché ce l’ho con Putin?» si (e ci) chiede Anna. «Per una faciloneria che è peggio del latrocinio. Per il cinismo. Per il razzismo. Per una guerra che non ha fine. Per i cadaveri dei morti innocenti».
Più di recente, sono tornati in libreria sempre per Adelphi Diario russo e Per questo, altre raccolte degli articoli di Anna. Va detto che i suoi libri sono usciti solo all’estero, dove le sono valsi premi e plausi, ma mai in patria. Anche in questo caso, le sue parole ci appaiono illuminanti: «Mi dicono spesso che sono pessimista, che non credo nella forza della gente, che ce l’ho con Putin e non vedo altro. Vedo tutto, io. È questo il mio problema».
Mi sono avvicinata a lei nel 2016, nel decennale della sua uccisione. L’ho raccontata ai lettori più giovani nel romanzo Il sogno di Anna (Feltrinelli), esplorando soprattutto la…

L’intervista prosegue su Left del 15-21 luglio 2022 

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