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Rothko e l’immagine della nascita

Non si dipinge per gli studenti di disegno o per gli storici ma per gli esseri umani, e la reazione in termini umani è la sola cosa che dà veramente soddisfazione».

Da questo passaggio tratto da un’intervista che Mark Rothko (1903-1970) rilasciò il 22 gennaio 1952, dopo il viaggio compiuto a Firenze, quando già aveva superato il periodo del surrealismo e della figurazione verso le distese del colore, traspare l’intenzione neppure tanto celata di una ricerca verso l’espressione del mondo umano e della sua verità. Una verità scomoda anche per l’artista, come per chiunque abbia avuto accesso a una conoscenza profonda e ribelle.

Mark Rothko – all’anagrafe della Russia zarista Markus Rothkowitz – arriva a Firenze, città di canoni estetici e linguistici, dove l’uomo è misura di tutte le cose.

Ricerca dell’immagine, quella data dall’incontro tra la luce e il colore, e questa intenzionalità nella terra cara all’Umanesimo porta ad aprire spazi non razionali, non prospettici ma interiori, che si creano nell’immediata interazione di rapporti, sentimenti, realtà profonde.

Per questo motivo aveva un grande interesse per Giotto che percepiva non come autore del tardo gotico ma come anticipatore del Quattrocento, con le sue rappresentazioni reali, autentiche e vibranti della persona. Non è un caso che nelle prime sale di Palazzo Strozzi (dove fino al 23 agosto si dipana con 70 opere la mostra Mark Rothko a Firenze. Differentemente da quelle della Fondazione Vuitton di Parigi che ospitava un’imponente retrospettiva, abbiamo ritrovato un rapporto più intimo con l’autore con il quale è naturale instaurare un contatto diretto e immersivo.

Ci soffermiamo davanti a Untitled, 1952 -1953: Rothko riesce attraverso il colore a creare forme in movimento che alludano alla continua trasformazione dell’emozione, al mutamento del sentire. Ci colpisce che non faccia mai uso della linea preferendo uno sfumato quasi leonardesco, creando velature cromatiche che si percepiscono instabili come frontiere mobili. Questo potrebbe rimandare al vissuto personale di migrante, come suggerisce la storica dell’arte Annie Cohen-Solal in Mark Rothko, riparare il mondo (Einaudi, vedi intervista a pag. 92, ndr) fuggitivo dalla Russia zarista e antisemita, e arrivato negli Stati Uniti di cui denunciava le politiche capitalistiche e xenofobe.

Dinanzi a No. 2 (Blue, Red and Green) siamo fortemente stimolati dal colore, elemento che Rothko di certo predilige alla linea ma senza essere contrario ad essa, e come la luminosità sia la qualità più coinvolgente e sensuale della sua pittura. Sembra a tratti di stare di fronte a una persona che ci parla con la sola forza della sua immagine interiore e ci racconta la dinamica del venire alla luce cioè la cesura, il passaggio irreversibile della nascita, dalla realtà biologica del liquido amniotico (il blu) a quella psichica (immagini di rosso e verde).

È stato Massimo Fagioli, l’autore di Istinto di morte e conoscenza e della Teoria della nascita a leggere le opere di Rothko come tentativi di rappresentare l’immagine della nascita attraverso il colore: così diceva e ne scriveva a più riprese sia negli articoli della sua rubrica Trasformazione su Left che nelle lezioni tenute all’Università di Chieti.

Le dieci sale rinascimentali lungo cui si snoda il percorso espositivo curato da Elena Guena e da Christopher Rothko ( figlio dell’artista, psicologo e autore di Mark Rothko, dentro l’opera, Marsilio) propongono variazioni sul tema, come fossero partiture musicali suonate con differenti strumenti: ecco Gray Orange Maroon, No. 8 (1960) che colpisce per la tensione e la saturazione dei colori.

La mostra in Palazzo Strozzi, diversamente da quella allestita nel Museo di San Marco (vedi box), non apre al solo dialogo diretto, per quanto profondo, di volta in volta con la singola opera, ma si impegna coerentemente con la storia dell’autore nel ricreare quegli spazi pittorico architettonici «breathingness» in cui l’esperienza, divenuta caleidoscopica e totalizzante, si respira nella complessità degli stimoli, superando la barriera del percepito.

Quando le opere sono vitali diventano porte su una dimensione interiore, immagini che sembrano non avere confini. Elaine de Kooning, con l’assenso di Rothko, parlava di finestre e facciate, a noi piace pensare che siano occhi.

Altre volte, come nel caso della serie di tele realizzate per il ristorante all’interno del Seagram Building di New York, l’effetto diventa volutamente claustrofobico. Ispirandosi alle finestre cieche del vestibolo della biblioteca Laurenziana di Firenze, progettata da Michelangelo (dove è allestita un’altra tranche dell’esposizione), opta per una tavolozza con colori cupi che rinchiude lo spettatore in una dimensione senza via d’uscita per la quale, per dirla con le parole dello stesso Rothko riportate nel catalogo Marsilio, non rimane che «sbattere la testa verso il muro».

Ciò sarebbe servito anche a mettere in crisi i ricchi avventori del locale: «Ho accettato quest’incarico come una sfida, armato d’intenzioni del tutto malevole. Spero tanto di riuscire a dipingere qualcosa che guasti l’appetito d’ogni figlio di puttana che entrerà in quella sala per mangiare».

Il rapporto di Rothko con i suoi committenti è risultato in più occasioni tribolato e logorante, come nel caso della Marlborough gallery che lo forzava a dipingere per esclusive ragioni commerciali e lo truffò. Forse anche per questo clima culturale in cui era immerso, a latere di uno stile di vita non sano e una condizione depressiva determinata dalla malattia che gli impediva di dipingere come avrebbe desiderato, l’autore negli ultimi tempi ha vissuto una profonda crisi personale che la mostra ripercorre fino nel suo approssimarsi alla prematura scomparsa. Untitled (Black and Gray) 1969 e gli altri elaborati su carta e acrilico si presentano spenti, evanescenti, l’ombra di quanto visto nel periodo classico.

«Rothko è giunto al colore senza linea e si è ucciso. Era il 1970… La ricreazione della prima immagine mentale è soltanto colore, dice Rothko. Ma tendere al colore puro senza linea ci fa morire». Le parole di Massimo Fagioli esprimono una riflessione molto profonda da parte di un autore che in tema di arte ha lungamente pensato e scritto. Riteniamo che in questo passaggio dell’articolo “Un ritorno all’immagine” pubblicato su Left il 9 novembre 2007 ci sia stata un’allusione anche a Picasso che in altri scritti Fagioli definiva un autore «di linea» e con questo intendendo come avesse mantenuto la capacità – differentemente da Rothko – in ogni momento della sua ricerca artistica di ricreare il rapporto con l’origine biologica del pensiero, propria dei primi istanti della nascita, superandone la fisiologica carenza.

In apertura, immagine dal catalogo della mostra Mark Rothko a Firenze

Il dialogo di Rothko con Beato Angelico
di Simona Maggiorelli

Non è una mera appendice della mostra Rothko a Firenze il percorso espositivo che si squaderna al Museo di San Marco. Anzi ne è parte integrante e molto originale. Qui incontriamo cinque intense opere di piccolo formato di Rothko nelle celle 1, 3, 4, 6 e 7, accanto agli affreschi dell’Angelico. Ed è sorprendente il dialogo fortissimo che si instaura fra dipinti creati a molti secoli di distanza. Alla luminosa e primaverile Annunciazione quattrocentesca dell’Angelico risponde una radiosa e cangiante opera di Rothko del 1954, in cui le figure dell’angelo e della Madonna sono trasformate in una presenza vibrante senza figura. Della scena raffigurata dal maestro fiorentino che Rothko tanto amava e che aveva studiato dal vivo resta solo il colore e la luce. Una luce tutt’altro che astratta, calda, coinvolgente che evoca una presenza viva.
Non tutti gli accostamenti suggeriti hanno la stessa forza emotiva, ma il confronto parte sempre da una misura vera: lo spazio raccolto della cella, la prossimità fisica, il tempo lento della contemplazione. La cosa più interessante è che Rothko, privato qui della monumentalità museale a cui siamo abituati, non perde intensità, anzi, la concentra. Davanti al Noli me tangere della cella 1, l’Untitled del 1958 non invade, non compete, ma trattiene lo sguardo in una sospensione che sembra proseguire il gesto dell’affresco. Nella cella 3, accanto all’Annunciazione con san Pietro martire, e nella cella 4, davanti alla Crocifissione, il rapporto funziona soprattutto per vibrazione cromatica non per analogia iconografica. Meno forte forse l’accostamento della Trasfigurazione con Getsemani del 1944: con un Rothko non ancora compiutamente astratto. L’artista lituano non “somiglia” all’Angelico, semmai gli resiste ricreandone diversamente l’incanto. Certo, un margine di artificio resta, e si avverte nell’insistenza, sulla parola «spiritualità». Ma sarebbe ingeneroso fermarsi lì.
Perché a San Marco il confronto non riduce Beato Angelico a scenografia per il contemporaneo, né trasforma Rothko in un mistico di maniera. Dimostra che tra due pittori distantissimi può esistere un legame forte basato sul messaggio universale dell’arte che non conosce confini, nemmeno temporali. Entrambi costruiscono immagini da abitare più che da decifrare. Entrambi chiedono allo spettatore non consumo, ma disponibilità. In questo senso la piccola costellazione di Rothko disseminata nelle celle domenicane è una mostra nella mostra, e forse la sua parte più necessaria. Meno spettacolare di Palazzo Strozzi, ma memorabile.

 

 

Più tasse per quasi tutti, il grande inganno

All’inizio degli anni Ottanta Margaret Thatcher e Ronald Reagan hanno ridotto al minimo le imposte ai ricchi, indebolendo il ruolo dello Stato e avviando la privatizzazione dei servizi pubblici, a partire dalla sanità. In Italia Berlusconi ha coniato l’espressione “mettere le mani nelle tasche degli italiani” per bollare d’infamia le attività del fisco, ma neppure i governi di centro-sinistra che sono seguiti hanno saputo rinunciare al mantra propagandistico della riduzione generalizzata delle tasse. È prevalsa l’idea che tagliando le tasse si aprisse una nuova stagione di benessere e di prosperità per tutti, e si è addirittura ipotizzato che la riduzione ai più ricchi avrebbe incrementato il gettito fiscale. Questa teoria, già priva di ogni fondamento scientifico, si è rivelata del tutto fallace ma, intanto, il diffuso sentire comune ha consentito di trasferire senza particolari opposizioni il peso del fisco dal profitto ai salari, dai proprietari di impresa ai lavoratori. Dal 1991 al 2023 la ricchezza posseduta dal 5% delle famiglie italiane più ricche è passata dal 27 al 48% del totale. Man mano che si sale nella scala sociale il prelievo fiscale è divenuto sempre più leggero e con meno Stato e più mercato la spesa pubblica è tutt’altro che diminuita. Ha anzi ormai sfondato il tetto dei mille miliardi di euro mentre le risorse destinate al servizio del debito, che ha superato i tremila miliardi, valgono quasi cento miliardi l’anno, più di quanto si spende oggi per la scuola. Lasciare alle destre

Riccardo Staglianò: Chi ha paura della patrimoniale

Nel suo nuovo libro Tassare i milionari (Einaudi), il giornalista e saggista Riccardo Staglianò riapre il dibattito sulla patrimoniale e sulle crescenti disuguaglianze economiche. Partendo da dati e ricerche internazionali, Staglianò sostiene che una tassa dall’1% al 3% sui grandi patrimoni riguarderebbe appena 50.000 persone in Italia, circa lo 0,1% della popolazione, ma potrebbe generare circa 13 miliardi di euro l’anno: l’equivalente, di fatto, di un’altra legge di bilancio. Risorse che, secondo l’autore, potrebbero essere utilizzate per rafforzare sanità, scuola, welfare e accompagnare la transizione ecologica. Lo abbiamo incontrato per analizzare con lui perché la patrimoniale resti ancora un tabù nel dibattito politico italiano, quali sono i principali miti che la circondano e quale narrazione potrebbe renderla più comprensibile all’opinione pubblica. «Io direi – osserva – che più che nell’opinione pubblica la patrimoniale susciti questa reazione nella classe politica. Lo dico perché ci sono prove in questo senso. Ancora di recente c’è stato un sondaggio commissionato da Oxfam Italia, l’organizzazione la cui proposta di patrimoniale io sostengo nel libro. In quel caso si parla di circa 50.000 persone, cioè coloro che hanno più di 5,4 milioni di patrimonio netto a cui si chiederebbe un contributo dell’1% (fino al 3% per chi ha ricchezze sopra i 20 milioni). Poi ovviamente esistono molte ipotesi diverse: si può mettere l’asticella anche più in alto. Ma questa mi sembra una proposta molto ragionevole perché riguarderebbe una percentuale microscopica della popolazione».

Un sondaggio di Oxfam Italia diceva che oltre il 70% degli italiani sarebbe favorevole a una patrimoniale.
Ce n’è poi un altro ancora più recente, di Isi, secondo cui addirittura l’83% degli italiani sarebbe favorevole.

Qui c’è un grande malinteso da parte della classe politica. I politici sono sempre alla ricerca di misure popolari, perché non vogliono essere puniti dall’elettorato. Eppure una misura che riguarderebbe soltanto lo 0,1% della popolazione e che avvantaggerebbe il 99,9% dovrebbe essere, in teoria, una delle più popolari possibili. Il motivo per cui alcuni cittadini sono ancora diffidenti è che la patrimoniale è

«Espulso dagli Usa in un Paese che non è il mio»

Adesso abbiamo la tecnologia e posso parlare con la mia famiglia, quando voglio, ma non sono lì con loro». Saren è seduto nel piccolo bar dell’ostello statale, nel centro di Freetown, in Sierra Leone. Mi dice in videochiamata che ci sono 32 gradi, e non c’è aria condizionata; alle sue spalle un vecchio ventilatore, attaccato al soffitto si muove a singhiozzi.

Lui è nato nella Repubblica Dominicana 58 anni fa e nel 1994, grazie a un visto rilasciato dall’ambasciata arrivò in Florida. Da lì, grazie a un aereo si trasferì in North Carolina, a Charlotte, dove aveva messo radici.

Ha cominciato barcamenandosi con piccoli affari, ha venduto i giornali per strada, ha lavorato come cameriere e negli ultimi anni ha preso in gestione un salone di bellezza.

Dopo qualche iniziale problema, si è sposato, ha avuto tre figli e per circa ventitré anni è stato un cittadino modello. Non ha mai fatto richiesta per ottenere il passaporto, non ne aveva bisogno, si sentiva americano, era americano: i suoi figli erano nati in North Carolina e andavano a scuola a Charlotte.

Una sera di novembre del 2018, stava rientrando a casa in auto. «Un nero attira sempre l’attenzione della polizia, quando guida una Chevrolet», ci tiene a sottolineare.

L’abitacolo odorava di superalcolici. Il poliziotto era sospettoso e gli aveva chiesto di sottoporsi all’alcol test. Saren non era ubriaco ma, dopo il lavoro, aveva bevuto un paio di bicchieri di cognac con gli amici. Non aveva voglia di protestare, voleva essere conciliante e sbrigarsi, perché stava rientrando a casa. L’alcol test era risultato negativo, ma il poliziotto non si era dato per vinto; Saren doveva dimostrare di poter rimanere in piedi su una sola gamba. La gamba destra aveva retto il peso del corpo. Il problema si è palesato con la gamba sinistra: a fine agosto una delle sedie del salone di bellezza gli era rotolata sulla caviglia e l’infortunio, nonostante fossero passati alcuni mesi, non si era ancora sanato del tutto.

Aveva barcollato e l’agente lo aveva trasportato in guardina, dove

Salvatore Fachile (Asgi): Perché xenofobia fa rima con totalitarismo

Il passaggio storico è compiuto: la segregazione dei migranti sta diventando l’anticamera del totalitarismo. I cittadini stranieri, per primi, sono stati maggiormente colpiti da un’opaca proliferazione normativa finalizzata a creare uno status giuridico differenziato, che ha condotto milioni di persone in una condizione di vulnerabilità giuridica. E ora dall’ultra ventennale laboratorio anti-migranti, si sta passando a una contrazione dei diritti fondamentali come esperimento di una più generalizzata sovversione dei valori fondanti di una società civile. A livello globale, gli esempi sono eclatanti. Dagli Stati Uniti dell’Ice, la polizia federale anti-immigrati, alla Grecia che sta smantellando il diritto di asilo, passando per l’Italia dove è in atto una brutale mutazione del diritto dell’immigrazione. A metterlo in luce è l’Asgi-Associazione studi giuridici sull’immigrazione. Per ricostruire come siamo arrivati a questo punto, Left ha intervistato l’avvocato Salvatore Fachile, socio Asgi e uno dei promotori di un appello alla resistenza della società civile, tutta, lanciato a Roma in un convegno dal titolo “Arena di Confronto: il confinamento globale dei migranti come anticamera del totalitarismo”.

Avvocato Fachile, ritiene che il diritto sia stato strumentalizzato per creare speciali condizioni giuridiche per i cittadini stranieri caratterizzate da esclusione, confinamento, subalternità e privazione dei diritti di base?

Sì. Dagli anni ottanta, l’Italia, ma in realtà tutti gli Stati europei, ha previsto una disciplina specifica per i cittadini stranieri con un diritto speciale che segue logiche giuridiche diverse da quelle a cui siamo normalmente abituati. Un esempio riguarda i diritti di difesa: quando ci si confronta con la pubblica amministrazione si ha la possibilità di rivolgersi a un’autorità giudiziaria ma questo non avviene nel diritto di immigrazione (al contrario del diritto di asilo). Quando le forze di polizia decidono di revocare un permesso di soggiorno a un cittadino straniero presente sul territorio italiano, la persona può essere immediatamente deportata o reclusa. Si può rivolgere al giudice, ma questa azione non ha un effetto

Sinistra, pace, realtà umana. A colloquio con lo psichiatra e psicoterapeuta Fernando Panzera

«La mentalità bellica è entrata così tanto nelle nostre teste da farci dimenticare che le guerre non sono ineluttabili», ha detto il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky in una intervista dal titolo “Viviamo nell’era della prepotenza, ma si può risalire”, firmata da Simonetta Fiori. Poi ha aggiunto: «Le guerre appartengono alla storia dell’umanità, non alla natura umana. Di istinto di morte parlava Freud ma dentro di noi agisce anche l’istinto di vita. E possiamo decidere guerra o pace». Affermazioni importanti che vanno contro la vulgata bellicista mainstream. Abbiamo chiesto allo psichiatra e psicoterapeuta Fernando Panzera un commento. «Un pensiero molto interessante e condivisibile quello espresso da Zagrebelsky. Lo psichiatra Massimo Fagioli ha legato il concetto di istinto di morte, soprattutto nei pazienti gravi, non a qualcosa di originario e innato, ma a una violenza subita, a una distruttività che viene dall’esterno. Questo è il punto decisivo. L’idea che dentro l’essere umano ci sia fin dall’inizio una spinta naturale a distruggere tutto ciò che di bello e di buono esiste porta con sé una concezione disperante dell’umano. Invece, se si guarda a certe storie cliniche, si comprende che la distruttività è spesso l’esito di esperienze deludenti, violente, che non lasciano scampo alla vitalità di un neonato, alla sua resistenza, alla sua possibilità di rapporto. È un rovesciamento radicale: non una morte psichica originaria, ma una reazione a qualcosa che ha colpito la vita».

Queste riflessioni ci aiutano a leggere il tempo che stiamo vivendo. Quali sono le radici di questa inaccettabile legge della forza che sembra imporsi sullo scenario globale come realpolitik?

Siamo in un’epoca in cui non ci sono solo guerre ma c’è anche uno sdoganamento della violenza come mezzo normale per rapportarsi agli altri. È come se venisse presentata come verità della natura umana. Questo ha un riverbero sulla mente delle persone, non solo su quella dei pazienti. Ci si abitua all’idea che affermare sé stessi significhi imporsi, schiacciare, dominare. Il rischio è che questo pensiero entri nei rapporti, nell’immaginario, nel linguaggio pubblico. E quando un pensiero del genere diventa dominante, difendersi non è semplice, perché viene spacciato per lucidità, forza, concretezza, mentre in realtà produce impoverimento psichico e relazionale perché non descrive l’umano.

Allora come ci si difende da questo pensiero che descrive la violenza come se fosse la realtà umana?

Intanto direi che l’idea di affermare se stessi in qualsiasi modo possibile, pur esistendo da tempo, nella sua forma attuale nasce nel capitalismo che si basa sulla competizione a tutti i costi, sulla spinta a superare le capacità di un concorrente che poi diventa avversario e, lentamente, può diventare addirittura nemico. Questo concetto di affermazione attraverso la riuscita in campo economico diventa nel tempo, non solo la ricerca spasmodica di arricchirsi a tutti i costi – cosa che nei Paesi occidentali è diventata ormai una legge apparentemente indiscutibile – ma porta anche a sviluppare l’idea di poter sopraffare gli altri e accaparrare per sé, tutto ciò che di bello e di importante essi possono avere. Il problema è che il confine tra la contesa a livello economico, che determina profonde sofferenze anche ad interi popoli, per esempio nello sfruttamento di risorse naturali, e uno scontro armato è labile e spesso l’una degenera nell’altro. Ne deriva che gli altri diventano nemici e in quanto tali possono essere eliminati, imprigionati, sottomessi in tutti i modi. È un pensiero

Cosa significa applicare l’articolo 11

L’articolo 11 della Costituzione è un principio supremo dell’ordinamento, cioè è uno di quei principi che non possono essere modificati e da cui dipende la piena attuazione della democrazia pluralista, dello Stato di diritto, del welfare State e, quindi, della declinazione dell’economia e dei poteri dello Stato, così come disegnati nel secondo comma dell’articolo 3. Sottolineo in particolare il combinato disposto con il secondo comma dell’articolo 3 perché quella norma, che è veramente la chiave di volta dell’ordinamento, pone un vincolo di indirizzo a tutti i governi, di centro, di destra e di sinistra variamente articolati: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

È questo il compito della Repubblica. La guerra e l’adozione di una economia di guerra impediscono l’attuazione del primario compito dello Stato. In particolare, l’economia di guerra neutralizza la democrazia, non solo perché formalmente blocca, congela tutti i processi democratici e perché concentra il potere nelle mani di chi governa in quel momento. La guerra cambia completamente il programma di governo, stravolge la vita pratica delle popolazioni e assorbe la maggior parte delle risorse invertendo l’ordine di priorità: prima la guerra, prima la difesa da un nemico vero o presunto, prima le spese militari e poi tutto il resto. La democrazia nasce, invece, perché sia assicurato prima tutto il resto, prima i diritti fondamentali e poi eventualmente la difesa. La difesa, tra l’altro, è l’unico obiettivo che, ai sensi dell’art. 11, la Costituzione ammette quale presupposto per prendere le armi e partecipare a una guerra. Non ci sono altre opzioni.
Il modo in cui oggi l’Italia si sta impegnando nei vari fronti di guerra che si sono aperti nel mondo – lo dobbiamo dire con molta chiarezza – non sono conformi alla Costituzione. Se nella nostra Carta fondamentale si afferma come principio fondamentale non solo il principio di non aggressione, ma un chiaro e inequivoco “ripudio della guerra” – cioè la posizione più netta e radicale che si potesse adottare – nessun governo può fornire sostegno a guerre che sono chiaramente offensive e di invasione, come per esempio quella di Israele contro la Palestina. Non è ammissibile. E non

Gianluca Passarelli: Ventotene, la palestra dell’antifascismo

A più di ottant’anni dal Manifesto di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, Ventotene continua a rappresentare una “capitale morale” dell’Europa. Fu su questo lembo di roccia battuto dal vento che durante gli anni più bui del fascismo nacque una delle idee politiche più audaci del Novecento: l’Europa unita. Nel suo nuovo libro La roccia di Ventotene (Einaudi), Gianluca Passarelli, docente Scienza politica e Politica comparata alla Sapienza di Roma, ricostruisce quella storia di confino, pensiero politico e resistenza civile di uomini e donne che trasformarono un’isola di prigionia in un laboratorio di futuro. Ne parliamo con l’autore per capire quale eredità politica e culturale lasci oggi quella visione di libertà, unità e integrazione.

Professore, parto da un quesito molto banale: perché, oggi, un libro su Ventotene?

Per tentare di fare un po’ di chiarezza, stante le molte bugie crasse e deliberate sulla “natura” di quel Manifesto. La volontà di contribuire al dibattito per rafforzare l’Europa e l’Unione europea, e quindi l’Italia. Non il contrario, come intendono, malamente, i sovranisti. In questa fase di caos internazionale è fondamentale riprendere il filo di quel documento redatto nel 1941-1943 per rilanciare il disegno federalista, proporre riforme istituzionali e decisionali al fine di rendere la Ue più democratica, più forte ed autorevole e più coesa.

Nel suo libro ripercorre l’uso, durante il regime fascista ma non solo, dello strumento punitivo del confino. C’è un paradosso che lei sottolinea però, quello che Ponza e Ventotene furono anche grandi palestre di antifascismo. Fu così?

Mussolini e i suoi lacchè non avevano letto Aristotele che riporta la scelta dei Romani di ammassare gli schiavi negli ergastoli della Sicilia, e proprio il celebre filosofo ammoniva (nell’Economico) di non mettere mai insieme, nello stesso ergastolo o nella stessa tenuta o nella stessa miniera, schiavi della stessa origine etnica, perché la facilità dei contatti e della comunicazione può essere un incentivo alla rivolta. Una decisione esiziale e un errore marchiano, di scarsa strategia. I confinati compirono un atto di «Resistenza durante la guerra civile», come l’ha definito Claudio Pavone nel suo importante saggio, in particolare contribuendo a ridare dignità al Paese una volta liberato. Nei ricordi di molti antifascisti, il confino viene assimilato a una vera e propria università dell’opposizione, come e più del carcere: un luogo dove le idee si scambiavano, si studiava, si scriveva (seppur con moltissime limitazioni), con il vantaggio, rispetto al penitenziario continentale, di poterlo fare con controlli meno stringenti e meno difficili da eludere. Insomma, Ventotene diventò una “università del crimine”, o meglio del dissenso, posto che i criminali erano a Palazzo Venezia.

Arrivando al Manifesto lei dice che non è per un’Europa contro la guerra, ma per la pace. Non è una differenza da poco, ci spiega meglio questo concetto?

Da continente della guerra per antonomasia, dalle guerre di religione a quelle tra i vari Stati, fino ai due conflitti mondiali, passando per centinaia di conflitti “interni”, l’Europa diventa il luogo

In difesa del diritto internazionale

Da qualche tempo – con una certa insistenza negli ultimi giorni – è tornata di moda una critica radicale al diritto internazionale. Lo si descrive come un sistema inutile, inefficace, talvolta addirittura “morto”. Un diritto che non avrebbe più alcuna presa sulla realtà del mondo. È una tesi suggestiva, ma anche piuttosto superficiale. Prima di decretarne il funerale, forse sarebbe il caso di capire che cos’è davvero questo strano diritto. Il diritto internazionale, a differenza di quello statale, non nasce da un’autorità sovrana che impone le norme dall’alto. È piuttosto il prodotto di una lunga sedimentazione storica: trattati, consuetudini, accordi, decisioni giudiziarie. In altre parole, è un linguaggio giuridico costruito dagli stessi Stati per regolare i propri rapporti reciproci. Non è mai stato un sistema perfetto, né tantomeno onnipotente. Non è però neppure un’illusione.

Fin dalle sue origini moderne, tra il XVII e il XVIII secolo, il diritto internazionale ha convissuto con guerre, rivalità e rapporti di forza. Nessuno ha mai pensato seriamente che potesse eliminare il conflitto dalla storia. La sua funzione

Parisa Nazari: I giovani iraniani traditi dall’Occidente

Parisa Nazari, italo-iraniana, vive in Italia da circa 30 anni. Mediatrice interculturale e attivista del movimento “Donna Vita Libertà”, nominata difensora dei diritti umani da Amnesty International, dopo l’attacco di Israele e degli Usa, ha preso la parola all’assemblea nazionale No Kings per denunciare sia la Repubblica islamica, sia gli attacchi americani e israeliani.

L’abbiamo incontrata per cercare di comprendere la complessità della situazione attuale in Iran e per poterlo fare è stato necessario partire da lontano.

«Dopo la caduta dello Shah nel 1979, l’instaurazione di un governo islamico è stata per molti un fulmine a ciel sereno. C’erano persone che hanno avuto parte attiva nella rivoluzione che non avrebbero mai voluto vivere sotto una Repubblica islamica, che subito si è rivelata una dittatura religiosa. Prima c’era un parlamento, anche se di fatto impotente, di fronte al dispotismo del re, e c’era chi, per decenni, aveva portato avanti l’idea della rivoluzione e credeva nel passaggio a una Repubblica democratica.

Khomeini, invece, si rivelò sempre più importante negli ultimi mesi prima della caduta dello shah». Cosa accadde? «Non solo il partito di Allah, ma anche alcune forze di sinistra si allearono con questa figura che sembrava unificante per la società dell’epoca, ancora molto legata alla religione. C’era un alto tasso di analfabetismo che portava molti iraniani a fidarsi del clero sciita». Parisa Nazari ha avuto modo di parlare con molte persone che avevano preso parte alla rivoluzione del 1979, soprattutto intellettuali, e a loro ha chiesto come avessero fatto a consegnare il Paese nelle mani dei fanatici religiosi. «Mi hanno risposto di aver sottovalutato Khomeini, che era una persona piuttosto astuta, al punto da far prevalere una narrazione della sua idea della Repubblica come democratica, garantendo libertà di espressione e di attività politica per tutti, cosa che prima non c’era. Ma era una menzogna. Appena salito al potere, usando anche il pretesto della guerra con l’Iraq, tutti i partiti sono stati smantellati e i loro sostenitori arrestati. Molti sono stati condannati a morte e uccisi, altri costretti all’esilio (come lo scrittore Kader Abdolah, v. Left marzo 2026, ndr) e quello che si è creato è  stato un sistema fortemente liberticida e misogino». La Repubblica islamica, prosegue