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Gli oracoli dell’istruzione

Al tempo del bipolarismo si riconoscevano due sistemi per mettere a tacere gli insegnanti prima ancora di introdurre qualche nuova fregatura nel sistema scolastico. Quando al governo c’era il centrosinistra, a viale Trastevere andavano di moda gli outsider neoconvertiti al liberismo dominante, gli apocalittici ben integrati nei giri politici, i rivoluzionari da strapazzo disponibili alle dichiarazioni forti.

Saltato il guado tra ideologismo e pragmatismo, verso quale bersaglio avrebbero potuto sfogare più facilmente la nuova fede antistatalista? Il loro chiodo fisso era liberare la scuola dal vecchio, indipendentemente dalla funzionalità. Il nuovo andava accolto a priori, senza discriminazioni. In virtù della loro semplice incompetenza, godevano di grandissimo credito presso i ministri rapiti dalla missione di rinnovare la scuola. E buttavano giù quanto era rimasto della buona scuola del passato, sdegnando ogni contatto con la massa insegnante. Uno di questi maître à penser stigmatizzò i docenti che si permettevano di mettere bocca sulla riforma Berlinguer, chiedendo, assai infastidito, se i ferrovieri avessero mai avanzato proposte sulla riforma dei trasporti.

Se con il centrosinistra al timone trionfavano gli incompetenti, con il centrodestra la fauna degli improvvisatori si è ridotta ed è stato dato un po’ più spazio ai cultori delle discipline, ma non alle loro proposte, che si sono perse nei cassetti del ministero. Troppo buon senso, del resto, avrebbe potuto scontrarsi con il caos ereditato. Così gli esecutivi del centrodestra e poi quelli tecnici hanno proseguito sulla strada della esternalizzazione dell’esperienza scolastica, che da qualche tempo è riconosciuta esclusivamente agli economisti, veri e propri oracoli per chi sa solo tagliare le risorse.

Ora il governo prova a mettere la sordina al malcontento tra gli insegnanti, suscitato dalle proposte della cosiddetta “buona scuola”, con una consultazione sulla Rete secondo le regole opache della E-Democracy. Come potremo sapere chi si è espresso, per quante volte e, soprattutto, quali competenze abbia per formulare proposte sul sistema di istruzione? Può consolare la banale constatazione che “uno vale uno” quando secondo la Costituzione «la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione» e il Parlamento legifera?

Come ha denunciato l’avv. Corrado Mauceri, del comitato fiorentino dell’associazione “Per la Scuola della Repubblica”, il governo Renzi ha organizzato una consultazione pilotata per sostenere la cosiddetta “buona scuola”. Mauceri denuncia la violazione dell’art. 97 della Costituzione perché è venuta meno l’imparzialità dell’Amministrazione, impegnata a propagandare una proposta governativa. Al contempo si ignora il disegno di legge, già presentato alla Camera e al Senato, che, aggiornato, riprende la legge di iniziativa popolare “Per una buona scuola per la Repubblica”, che fu sottoscritta da più di 100.000 cittadini.

La macchina del Mur si è messa in moto per disinnescare la protesta degli insegnanti. E la consultazione sul web ha sostituito l’“esperto esterno” nel ruolo di piazzista.

Metropoliz, il cuore meticcio di Roma

Con la scoperta di nuovi mondi e culture inevitabilmente l’essere umano va incontro a cambiamenti e trasformazioni che lo renderanno sempre più umano. Ne sono convinti al Maam, il museo dell’altro e dell’altrove di Metropoliz_città meticcia. Parliamo di una ex salumificio sulla Prenestina, in parte occupato da famiglie di diverse etnie, in parte diventato spazio d’arte con 400 opere donate gratuitamente da artisti di varia provenienza: quadri, sculture e installazioni che hanno anche la funzione di “proteggere” gli abitanti dallo sgombero coatto da parte delle forze dell’ordine. All’interno si trovano e si ritrovano artisti affermati e non. Tutti insieme perché fanno parte di un unico soggetto di arte collettiva.

Abbiamo incontrato l’ideatore e direttore artistico del Maam, Giorgio de Finis, antropologo, filmaker e curatore indipendente, per farci raccontare il senso di questa sua invenzione e cosa ne sta nascendo, in un momento in cui, anche fuori dai confini nazionali, si comincia a parlare di questa originale esperienza di opposizione e proposizione.

«Più ci si allontana da Roma più un progetto come il Maam viene apprezzato», nota De Finis. «Paradossalmente nel vicino quartiere di Tor Sapienza, che deve convivere con le realtà di povertà presenti al Metropoliz, anche se tu fai arte sei comunque sempre nel posto dove vivono i Rom. Questo luogo è vissuto come un posto di devianza e illegalità, proprio mentre invece dall’altra parte del pianeta vieni celebrato. Per fare un esempio, stanno per arrivare artisti da Sidney. Lo Stato australiano finanzia il loro viaggio al Maam».

Il Maam è stato definito da alcuni una cattedrale laica del contemporaneo. Che ne pensa?

Può essere visto come una contro-istituzione. In una guerra tra ricchi e poveri, devi scegliere da che parte stare. Il Maam sta dall’altra parte della barricata, rispetto alla gestione istituzionale della cultura. Diventa una spina nel fianco degli altri musei ed istituzioni che, in qualche modo, noi sollecitiamo ad essere più attivi. Io non sono per dare spallate, ma per pungolare un po’.

L’atterraggio è riuscito, ora come continua il viaggio?

Il Maam ha una sua vocazione virale, è un modello esportabile ma non attraverso cloni fatti con autocad. Piuttosto come modo di fare aggregazione per la città, con artisti che lavorano insieme agli abitanti che ci vivono. L’elemento veramente nuovo del Maam è che si tratta di un museo abitato, Cesare Pietroiusti lo racconta come un museo reale versus un museo irreale. Uno spazio come questo non è un luogo da contemplare ma un posto abitato. E questo lo riempie di energia e di senso. Lavorare qui per gli artisti è una ricchezza. Devi confrontarti con questo disordine visivo, devi conquistarlo altrimenti sparisci, devi cercare di vincere la “disattenzione” degli abitanti, che accolgono il tuo lavoro ma non sono come i frequentatori dei musei tradizionali, che entrano nella “chiesa”, con un rispetto dovuto all’asetticità del luogo, per cui se c’è una briciola per terra è certamente un’opera d’arte. Qui è tutto da capire, se quella briciola è un’opera d’arte oppure è caduta a qualcuno che passava per caso. L’artista che viene qui veramente sta lavorando sulla luna. Quando esce torna a confrontarsi con le regole del fuori, torna ad essere Michelangelo Pistoletto, Alessio Ancillai, Veronica Montanino o Franco Losvizzero. Ed è anche giusto, altrimenti il nostro sarebbe un “noi” tribale. Chiunque può far parte del gruppo del Maam e può uscirne tornando ad essere individuo, qui non c’è una lobby, il gioco tra collettivo e individuale è molto chiaro.

Si potrebbe parlare di “arte collettiva” per questo insieme di pensieri autonomi che formano un unicum? Pistoletto ha avuto una grande simpatia per questa vostra idea…

Michelangelo Pistoletto a Biella vive in una fabbrica. Solo che lui l’ha comprata e ristrutturata mentre qui c’è stata l’occupazione dei blocchi precari metropolitani, io sono arrivato dopo. Pistoletto ha fondato una fucina di ricerca. L’arte è anche un messaggio globale e lui sostiene che l’artista debba smettere di essere star e farsi costellazione collaborando con altri talenti. Da questo nasce un esempio di arte collettiva come il Rebirth day, un giorno di condivisione mondiale intorno al progetto di Pistoletto intitolato Terzo paradiso (dei valori ecologici, politici eccetera). Perché l’arte può migliorare il mondo. Questa sua idea ci avvicina.

Avete progetti concreti di collaborazione con Michelangelo Pistoletto?

Andremo tutti insieme sulla luna per il Rebirth day. Quando Pistoletto ci ha chiesto come volevamo partecipare gli ho detto: «Ti porto sulla luna con noi». Grazie a Daniela De Paulis, porteremo nello spazio il progetto Terzo paradiso, insieme a schizzi e disegni di altri artisti. Con ripetitori e strumentazione Nasa di alta tecnologia, le immagini delle opere verranno lanciate nello spazio, rimbalzeranno sulla luna e torneranno sulla terra ricaptati. Ma c’è anche un altro progetto annunciato per il 22 dicembre: una piccola mostra nello spazio di Prestinenza Puglisi (Interno 14) intitolata Il Museo sulla Luna. Ci saranno schizzi originali e immagini di ritorno ripescate, rimbalzi dallo Spazio. Il testo critico che sto scrivendo si chiama “Houston, abbiamo un problema”. Ci sarà un’invasione di arte sulla Luna e questo creerà qualche sorpresa, le immagini continueranno a viaggiare nello spazio. Se dovesse capitare un’invasione aliena tra venti milioni di anni, forse, l’avremo causata noi!

Italiani e abusivi

All’inizio sembra Crozza, o l’umorismo surreale di Achille Campanile: ad Angr una donna scopre che due suoi parenti sepolti al cimitero sono stati sostituiti da due morti sconosciuti, «abusivi perfino nell’aldilà». La realtà appare più visionaria di qualsiasi testo letterario. Si tratta di una notizia che trovo in uno studio assai documentato: Abusivi. La realtà che non vediamo. Genio e sregolatezza degli italiani (Chiarelettere) di Roberto Ippolito.

Abusivi, Roberto IppolitoDove la realtà che non vediamo siamo noi stessi, allergici alle regole, e nient’affatto geniali. L’abusivismo non riguarda qualche mafioso o qualche episodio di malcostume. Per gli italiani l’illegalità è più “normale” della legalità. Nel nostro Paese tutto è abusivo: le discariche, le costruzioni, la pesca, gli ambulanti, i manifesti, i posteggiatori, i medici ( 4.000 finti medici!). L’abusivismo muove 42 miliardi.

Ippolito, autore di altri libri di denuncia(Evasori , Ignoranti) descrive – in modo accurato e partecipe – una realtà che travolge anche lui. Un esercito di persone svolge una professione senza averne i requisiti e i permessi. Il catalogo è sterminato: autisti di scuolabus senza patente, sala-ristorante trasformata in 9 camere d’albergo, concessionario di auto divenuto discoteca, sala d’azzardo travestita da cartoleria. C’è anche il caso, degno della migliore commedia all’italiana, di un ponticello abusivo, costruito velocemente in Brianza, che però si è rivelato utile ed è stato sequestrato dal Comune.

Lo scrittore Antonio Pascale alla Fiera di Francoforte stava riassumendo il contenuto del suo libro, con l’ausilio di un interprete. A un certo punto l’interprete si blocca: l’espressione «condono edilizio» è intraducibile, non esiste in tedesco! Come rieducare il nostro popolo, che perfino nel linguaggio ha inventato una qualche soluzione alla sua riottosità civica?

Personalmente sarei per rivalutare il cosiddetto “intellettualismo etico” di Socrate – il male viene dall’ignoranza – cui già nell’antichità si contrapponeva un altro filone di pensiero («Vedo le cose migliori e le approvo, ma seguo le peggiori», Ovidio). Se gli italiani vedessero lucidamente le cose peggiori non le seguirebbero, se capissero davvero quanto la loro inclinazione all’abusivismo li danneggia, diventerebbero forse cittadini normali.

Per il Sud occorre uno Stato attivo

Non trovano riscontri precedenti le dimensioni della crisi economica e sociale che irrompe nel Mezzogiorno d’Italia nel 2013, e sembrano esserci ormai tutte le premesse perché si avvii un processo di non ritorno. Sono queste le valutazioni essenziali che emergono dall’elaborazione dell’ultimo Rapporto Svimez, da pochi giorni presentato, che denuncia come la persistenza delle dinamiche recessive e la prosecuzione delle politiche di austerità abbiano dato un affondo particolarmente drammatico alle difficoltà in cui già versava il Sud dell’Italia, determinando una nuova e più importante fase di divergenza dal Centro – Nord.

Il Rapporto chiarisce infatti molto bene che la deriva del Sud fa ora rima con la sparizione di un’intera parte di Paese, creando ulteriori prevedibili effetti recessivi sull’economia di tutte le altre regioni per l’inasprimento del calo della domanda interna. Ma quello che sta accadendo al Sud deve far riflettere anche su ciò che sta accadendo nel Paese nel suo complesso, poiché le dinamiche del Meridione non fanno che riprodurre in forma più accentuata molti dei problemi preesistenti nell’economia italiana. In questo senso uno degli aspetti più scottanti è quello della desertificazione industriale del Sud, che mostra come le fragilità del tessuto produttivo nazionale possano portare a estreme conseguenze.

Stretta tra il più accentuato calo della domanda interna e l’esiguo numero di imprese in grado di competere sui mercati internazionali (anche per la tipica specializzazione in settori tradizionali), l’industria meridionale registra una caduta che «ha assunto un’intensità e una persistenza che sembrano ormai prescindere dal ciclo europeo. In prospettiva, è dunque sempre più forte il rischio che l’industria del Sud non riesca ad agganciare il treno di un’eventuale ripresa europea». Ed è una caduta a cui corrisponde non solo una disoccupazione crescente, ma anche il progressivo impoverimento del “capitale umano”, sia per i deflussi verso Nord, sia per il sempre minore investimento che il Meridione fa sulle risorse più qualificate. Non è però una strategia dedicata al Sud quella che lo Svimez invoca per uscire dalle secche della recessione, bensì, correttamente, una strategia nazionale per lo sviluppo, che vede il Sud come parte di un problema più generale.

Una strategia che sia in grado di prefigurare un ruolo attivo dello Stato, di vero e proprio “regista” di una politica industriale che consenta di riqualificare il tessuto produttivo dell’intero Paese.

La rottamazione rottamata del Partito Democratico

«E ora #Rutelli al Quirinale!», ha twittato il fake di Gianni Cuperlo subito dopo la nomina di Paolo Gentiloni a ministro degli Esteri. La polemica per la rottamazione arenata nel pantano delle correnti ha ripreso vigore con la designazione di un politico di lungo corso noto più per il filo diretto con Renzi che per le competenze internazionali. Del resto gli ex Margherita nel governo sono talmente tanti che già a settembre il Foglio titolava «Er governo Rutelli». Pochi gli ex Ds salvati, e quasi tutti di fede renziana. E se la lista dei “dinosauri” riciclati si allunga, non mancano i giovani rottamatori caduti in disgrazia.

Riciclati al governo

L’ultimo “rottamando” ripescato dal rottamatore è appunto il nuovo inquilino della Farnesina che vanta un curriculum politico risalente agli anni Novanta (senza contare la militanza nel Movimento studentesco di Mario Capanna). Già ministro delle Comunicazioni del governo Prodi, portavoce del sindaco Rutelli, assessore del Comune di Roma e presidente della Commissione di vigilanza Rai, Gentiloni è deputato dal 2001. Nel 2013 voleva candidarsi a sindaco di Roma ma è arrivato terzo, raccogliendo solo il 15 per cento. «Evidentemente porta bene essere battuti alle primarie», ha commentato Roberta Pinotti, anche lei assurta a ministra di Renzi dopo essersi piazzata terza alle consultazioni genovesi. A molti in effetti appare un paradosso che un uomo salito al potere con le primarie imbarchi tanti sconfitti delle consultazioni locali. Oltre alla fortuna di essersi salvata dalla rottamazione malgrado la carriera da “politica di professione”, in comune con Gentiloni Pinotti ha anche la scelta di salire sul carro del sindaco di Firenze. La sua folgorazione per il rottamatore, però, è arrivata solo alla vigilia delle primarie 2013, come per molti dei suoi colleghi di AreaDem: prima riteneva Renzi «un giovanotto irruente». Tra i non rottamati spicca ovviamente anche l’ex segretario del Pd Dario Franceschini: ex democristiano, ex popolare, prodiano, poi veltroniano, quindi bersaniano, infine lettiano e ora renziano, il leader di AreaDem è stato anche sottosegretario nei governi D’Alema e Amato. A suo tempo definito da Matteo «vice-disastro» di Walter Veltroni, l’attuale ministro dei Beni culturali nel maggio 2012 del sindaco di Firenze diceva: «Nel Pd ci sono troppi galli, convinti che il sole sorga quando cantano loro».

La folla di renziani della “seconda ora” nelle liste del rottamatore per l’Assemblea nazionale Pd aveva già creato qualche mal di pancia ai supporter della prima ora. Poi è stato evidente che nel governo dell’ex sindaco i franceschiniani la fanno da padroni, tanto che sui giornali hanno cominciato a far capolino titoli che evocano il ritorno della Balena bianca a Palazzo Chigi. L’ultimo censimento conta una decina di rutelliani nell’esecutivo: accanto ai ministri Franceschini e Gentiloni, ci sono i sottosegretari Lapo Pistelli, Giampiero Bocci, Antonello Giacomelli, Giancarlo Bressa, Pierpaolo Baretta, Luigi Bobba e lo spin doctor Filippo Sensi. E se il “giglio magico” di Renzi proviene sostanzialmente dalla Margherita, persino l’ex Dc Beppe Fioroni, deputato fin dal lontano 1996, ha il suo cadreghino: dai primi di ottobre è presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sul rapimento Moro. L’ex ministro all’Istruzione si è fatto vedere all’ultima Leopolda, ma ancora ai tempi dell’impallinamento di Franco Marini al Quirinale andava dicendo che Renzi doveva «collegare la lingua al cervello». Difficile non citare tra i “rottamandi” salvati l’ex Ds Marco Miniti, già vice ministro di D’Alema e Prodi, poi vicino a Veltroni, quindi rigorosamente renziano, riconfermato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per la Sicurezza all’indomani della staffetta con Enrico Letta. Non manca chi inserirebbe in questa lista tutti gli ex dalemiani promossi da Renzi, compresi, a dispetto dell’età, i giovani turchi.

l’articolo integrale su left in edicola da sabato 8 novembre 2014

Prima o poi il sogno finisce

Politica ed economia, crescita e consenso. Le elezioni europee hanno pienamente mostrato la crisi di fiducia nei confronti dei governi in carica e dei partiti tradizionali. Si è detto che non c’era da sorprendersi, se si considera che nell’area dell’euro dal 2012 si è tra recessione e stagnazione, che l’anno prossimo la crescita sarà sì positiva, ma molto modesta, al di sotto di un punto percentuale, e che la disoccupazione è destinata a rimanere sopra l’11%.

Tuttavia, in quanto a consenso, non sta affatto bene neppure l’amministrazione Obama, che pure può vantare sul piano economico risultati di tutt’altro genere. L’economia degli Stati Uniti è cresciuta nell’ultimo biennio a un tasso superiore al 2%, nel 2015 dovrebbe andare oltre il 3%, la disoccupazione è sotto il 6%.

Sul Sole 24 Ore Riccardo Sorrentino sottolinea come in Usa sembra si sia spezzato il tradizionale legame tra l’andamento dell’economia e il grado di sostegno all’amministrazione federale. In parte questo dipenderebbe dal fatto che si tratta di una crescita malata. Molti non sono felici di questa crescita. La riforma sanitaria ha fatto fatica a decollare. La partecipazione dei giovani al mercato del lavoro è al livello minimo degli ultimi 50 anni, e molti di coloro che non cercano lavoro neppure studiano. Si distrugge così capitale umano, una premessa per un futuro di maggiori diseguaglianze e sofferenze.

E l’Italia? Renzi, con il suo partito del 40% e oltre, dovrebbe raddrizzare un Paese che in Europa va peggio degli altri. L’anno prossimo il governo prevede una crescita dello 0,6%, l’Istat dello 0,5, l’Ocse ci dà addirittura allo 0,1%. Tutti concordano che la disoccupazione rimarrà sino al 2016 al di sopra del 12%.

Può reggere il consenso per il governo e per il Partito democratico? Se in Usa c’è una crisi di consenso nonostante i buoni risultati dell’economia, è difficile sperare che da noi valga il contrario, che si possa mantenere il consenso senza risultati economici.

Renzi sa che deve far presto, che l’effetto delle promesse è destinato a svanire, in assenza di qualche risultato concreto. Ha cercato di muoversi lungo il sentiero stretto e difficile di una politica espansiva nel rispetto dei vincoli. Non gli è andata bene. È stato fatto rientrare nei ranghi, e ormai è chiaro che la sua legge di stabilità avrà effetti espansivi molto modesti.

Prima o poi il sogno-Renzi finirà. Ed è difficile prevedere cosa succederà al risveglio.

Sbloccare sì, ma la rete

Approvato alla Camera il decreto Sblocca Italia con l’ennesima fiducia posta dal governo che ha incassato 278 voti favorevoli, 161 contrari e 7 astenuti.

Si segnalano, tra gli altri, alcuni “non allineati” anche nel Pd, con i contrari Civati e Pastorino e gli astenuti Capodicasa, Folino e Guerini, segno di un malessere crescente all’interno delle fila democratiche manifestatosi con una rottura parlamentare che sembra sempre più insanabile e i cui effetti potrebbero protrarsi anche al Senato. E proprio in Senato, dov’è in esame il provvedimento che scade l’11 novembre, si dovranno fare i conti con la ristrettezza dei tempi. Diversi i settori oggetto del decreto, dai trasporti all’edilizia, dall’ambiente alle imprese, tra grandi opere, fiumi di cemento e colpi di spugna ai vincoli paesaggistici.

Una delle aree di maggiore interesse tecnologico è quella rappresentata dall’art. 6 del Capo II sulle agevolazioni per la realizzazione di reti a banda ultralarga. Un aspetto legislativo atteso da molto tempo per affrontare i limiti del digital divide che isola intere porzioni del Belpaese da servizi di connettività e che, anche in presenza di connessione, presenta limiti in termini di velocità.

Lo scorso giugno Akamai, società di servizi online, ha pubblicato un rapporto sullo stato di Internet nel mondo relativo al primo trimestre 2014. Tralasciando i dati nel loro complesso, è emerso un elemento assolutamente negativo per noi: in Europa, l’Italia è l’unico Paese a registrare un declino nel lungo periodo sulla qualità dell’accesso alla rete. Un dato che si ripercuote in vari settori della quotidianità, dalle possibilità di nuovo business alle opportunità di servizi al cittadino erogati dalle pubbliche amministrazioni passando per la ricerca, sia pubblica che privata. Limiti a cui s’è cercato di dare risposta con lo Sblocca Italia, ad esempio, con l’obbligatorietà, a partire dal 2015, della predisposizione alla fibra ottica all’interno degli edifici di nuova costruzione o con gli sgravi per il potenziamento della rete.

Tuttavia, nonostante i buoni propositi, l’impressione generale è quella di uno sguardo eccessivamente rivolto alle esigenze delle grandi società delle Telecomunicazioni, unico settore che durante questi anni di crisi ha continuato a macinare utili e al quale vengono fornite agevolazioni, incentivi e deroghe ai vincoli paesaggistici tanto da non aver più bisogno di autorizzazione per interventi su impianti di telefonia mobile esistenti. Non esattamente quello che si dice un cambio verso.

Il premio Nobel Mairead Corrigan Maguire: l’Europa riconosca lo Stato palestinese

«Se L’Europa avesse un sussulto di orgoglio e di dignità, se credesse davvero a quei principi universali di cui si fa vanto, allora non dovrebbe perdere un attimo in più e compiere un atto riparatorio che sarebbe dovuto accadere già da tempo: riconoscere lo Stato palestinese. Per farlo non c’è bisogno del “permesso” d’Israele». A parlare è Mairead Corrigan Maguire, premio Nobel per la pace nel 1976.

Nata a Belfast da famiglia cattolica, 70 anni, Maguire, decise di dedicarsi alla pace nel suo Paese dopo che i tre figli della sorella furono investiti e uccisi da un’auto di cui aveva perso il controllo un membro dell’esercito repubblicano irlandese, colpito poco prima a morte da un soldato inglese. A seguito di quella tragedia la sorella si tolse la vita e Mairead fondò con Betty William, con cui ha condiviso il Nobel, il movimento “Donne per la pace”. Nell’aprile del 2007, mentre partecipava a una manifestazione contro la costruzione del “Muro” in Cisgiordania, Mairead fu ferita da un proiettile sparato da un soldato israeliano.

Maguire è fondatrice dell’Iniziativa delle donne Nobel e membro della Rete Transcend per la pace, lo sviluppo e l’ambiente. Nel vivo della terza guerra di Gaza, Maguire è stata tra i firmatari, assieme agli altri Nobel Desmond Tutu, Jody Williams e Rigoberta Menchú, di una lettera aperta per esigere che l’Onu e i governi del mondo imponessero «un embargo militare totale e giuridicamente vincolante verso Israele, simile a quello imposto al Sud Africa durante l’apartheid. La compravendita di armi e i progetti congiunti di ricerca militare con Israele incoraggiano l’impunità israeliana nel commettere gravi violazioni del diritto internazionale e facilitano il radicamento del sistema israeliano di occupazione, colonizzazione e negazione sistematica dei diritti dei palestinesi».

La lettera sottolineava il ruolo dell’Europa nell’armare Israele. Non solo i Paesi europei, tra i quali l’Italia, «hanno esportato in Israele miliardi di euro in armi», ma l’Unione europea ha anche «concesso alle imprese militari e alle università israeliane fondi per la ricerca militare del valore di centinaia di milioni di euro», sostenendo così lo sviluppo della tecnologia militare israeliana che viene «commercializzata quale “collaudata sul campo” ed esportata in tutto il mondo». «A questa Europa complice – dice a Left la Nobel per la Pace – vorremmo sostituire un’Europa che sappia coniugare pace e giustizia. Un’Europa che riconosca finalmente il diritto dei palestinesi a vivere da donne e uomini liberi in un loro Stato».

Lei ha più volte visitato la Palestina, in particolare la Striscia di Gaza. Qual è la realtà che ha vissuto personalmente?

Una realtà terribile, agghiacciante, angosciante. Una cosa voglio dirla chiara e forte: non c’è nulla di più illegale e immorale della punizione collettiva che viene applicata contro la popolazione palestinese ogni giorno e in maniera indiscriminata dalle autorità israeliane.

Israele ribatte che Gaza è in mano di Hamas e che con il blocco della Striscia lo Stato ebraico sta esercitando il suo diritto all’autodifesa.

Il diritto all’autodifesa non consente di aver trasformato Gaza in una prigione dove 1.700mila persone, in maggioranza minorenni, vivono e muoiono in condizioni estreme, dove la maggioranza dei bambini è malnutrita, dove manca tutto, dai medicinali ai generali alimentari. A Gaza, da anni ormai, si sta facendo scempio dei più elementari diritti dell’uomo. Cosa c’entra il diritto di difesa, evocato da Israele, con la distruzione delle scuole dell’Onu, con quartieri ridotti a un cumulo di macerie! Cosa c’entra con il diritto alla sicurezza la realizzazione di un regime di apartheid in Cisgiordania, con la “pulizia etnica” praticata a Gerusalemme Est ai danni della popolazione araba? Tutto questo non si chiama “difesa”. Si chiama “oppressione”. E della peggior specie. Lanciare bombe, centinaia di tonnellate di bombe, contro civili disarmati, molti dei quali donne e bambini, distruggere moschee, ospedali e case, e devastare le infrastrutture di Gaza è illegale e costituisce crimine di guerra. Non smetterò mai di denunciarlo: la punizione collettiva contro una comunità di civili, da parte del governo israeliano, viola la Convenzione di Ginevra, è illegale, è un crimine e contro l’umanità. Non c’è diritto di difesa che possa giustificare questo scempio. Chi è responsabile di questi crimini non dovrebbe impartire lezioni di legalità o addirittura accusare di sabotare la pace il premier svedese, “colpevole” di aver riconosciuto lo Stato palestinese! Chi è responsabile di crimini come quelli commessi a Gaza dovrebbe risponderne davanti alla Corte internazionale di Giustizia dell’Aja!

l’intervista integrale su left in edicola da sabato 8 novembre 2014

Ora costruiamo memoria per Stefano Cucchi

Sono state scritte e pronunciate parole su parole negli ultimi giorni sull’esito del processo d’appello per la morte di Stefano Cucchi. In che modo è possibile commentare ancora, una vicenda che in questi ultimi cinque anni è diventata paradigma del malfunzionamento dello Stato e dei suoi apparati (dalle caserme agli ospedali, dai tribunali alle carceri)? Possiamo partire dalle parole di chi ha perso l’ennesima occasione per tacere, e provare a replicare (non certo per rispondere a loro, la consideriamo una battaglia persa).

Come il senatore Carlo Giovanardi, sempre in prima linea quando si tratta di rilasciare dichiarazioni contrarie al buonsenso e al buongusto. Intervenendo nel corso della trasmissione di Radio24 La zanzara, Giovanardi afferma: «Spacciava per vivere, bisogna stare lontani dalla droga. Agenti penitenziari vittime, sono stati criminalizzati» e ancora «nelle perizie si legge che Cucchi ha mangiato se stesso, quando è andato in ospedale pesava 36 chili». In sole trentadue parole, ci sono già due bugie. Stefano Cucchi non spacciava per vivere, ma faceva il geometra, e quando è entrato in ospedale di chili ne pesava 45 (e solo due giorni prima del ricovero era andato nella palestra dove tirava di boxe). Che un parlamentare dica «Cucchi ha mangiato se stesso» – utilizzando un’immagine raccapricciante da film dell’orrore – è il segno di una tendenza ahinoi molto presente in una certa parte della politica: della morte di un ragazzo dentro un luogo dello Stato non abbiamo responsabilità, è molto probabile che sia morto per sua stessa colpa. E allora lo ribadiamo: se un cittadino è sotto la custodia dello Stato – sia egli completamente innocente o reo confesso di omicidio – lo Stato se ne deve prendere cura, deve garantire i suoi diritti e salvaguardare la sua dignità e la sua incolumità. Tutto ciò che avviene al di sotto di questo livello di garanzie, rappresenta una grave colpa e implica una responsabilità delle istituzioni.

Ci sono, poi, un paio di segretari di sindacati di polizia che mostrano il meglio di sé in queste situazioni, non rendendosi forse conto di quanti danni provocano alla loro stessa categoria. Franco Maccari del Coisp, piccolo sindacato nel dichiarare disprezzo verso la famiglia di Federico Aldrovandi, la dice così: «Basta con questa non più sopportabile cantilena dell’inspiegabilità di un evento sia pur triste e luttuoso. Se si vogliono sondare le ragioni di certe sciagure si guardi prima di tutto altrove, magari in famiglia». Magari, Maccari – prima di guardare in famiglia – potrebbe provare a guardare la Costituzione, i trattati internazionali, le leggi. In Italia non c’è la pena di morte, e la tossicodipendenza – nel caso specifico – dovrebbe essere trattata come una questione sanitaria e non di sicurezza. Lo stesso Maccari trova incredibile che la famiglia di Stefano Cucchi dichiari come non sia «possibile che il proprio congiunto sia morto senza che qualcuno ne sia responsabile». Hanno proprio una faccia tosta, questi Cucchi, a chiedere da cinque anni il motivo per cui loro figlio è morto dopo sei giorni di prigionia, in un ospedale, con medici, infermieri, poliziotti carabinieri – insomma una sequela di pubblici ufficiali – che hanno avuto modo di incontrarlo e che avrebbero potuto comportarsi in maniera molto diversa.

Ma no, figuriamoci, nel nostro Paese chiedere verità e giustizia in processi come questo significa necessariamente essere “contro” le forze di polizia. Esprimendo concetti vittimistici come fa Tonelli del Sap: «Bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze». Dato che, secondo Tonelli, il poliziotto in quanto tale non ha la responsabilità del cittadino nella sua custodia, ma il cittadino ha responsabilità verso se stesso e se sbaglia, tanto peggio per lui, allora la proposta del gruppo di Sel nel consiglio comunale di Roma di intitolare una strada o una piazza cittadina a Stefano Cucchi (proposta votata dalla maggioranza dei consiglieri) è una vera scemenza. Il sindaco Ignazio Marino ha però replicato a Tonelli, dichiarando che di quella proposta è “orgoglioso”.

E sapete perché ha ragione il sindaco di Roma a esserne orgoglioso? Non perché Stefano Cucchi fosse un eroe, o un modello, o un santo. Semplicemente perché Stefano Cucchi era un uomo, ingiustamente trattato dallo Stato italiano che si sarebbe dovuto occupare di lui, morto per niente. Dove la magistratura è stata carente, dove i giudici non sono stati capaci di arrivare, è lì che si rende ancora più necessario restituire dignità e costruire memoria. Un piccolo segno, ma certamente non superfluo.

Don Pasta: la mia cucina partigiana

«Guarda questo, capirai l’intero senso di quello che cerco. Sono 5 minuti, basta che clicchi e scarichi il video. Il senso di cucina del popolo e non di cucina tradizionale. Alza il volume». Scarico, alzo il volume e guardo. Vedo il volto di una donna dai capelli bianchi, le sue mani muoversi per fare la “pasta rasa”. Ascolto mentre racconta la sua vita, da bambina umiliata perché trovata senza divisa fascista a staffetta partigiana. E capisco cosa vuole dire Daniele De Michele, in arte Donpasta, imperdibile artista che da vent’anni unisce musica e cibo. Dopo Food sound system (2006) e La parmigiana e la rivoluzione (2013) esce in questi giorni il suo nuovo libro Artusi remix (Mondadori Electa). Lo cerchiamo e ci facciamo raccontare come e perché ha passato un anno su e giù per l’Italia a raccogliere più di 250 ricette di cucina popolare.

«Persegue una propria vita, fra parentele e web, fra una regione epicentro – la sua Puglia e non la Romagna di Artusi – e fiuta rischi e vantaggi della delocalizzazione di qualsiasi testo di cucina nella comunicazione e nei suoi linguaggi. Mentre Artusi copriva d’anonimato i proprio “coautori”…, Donpasta rivela e associa al suo progetto, con nome e cognomi, consiglieri, testimoni, massaie, dilettanti…». Nella prefazione del tuo libro ti descrivono così. Sei tu? Vuoi aggiungere qualcosa?

La sintesi l’ha fatta, nell’introduzione del libro, Alberto Capatti, il più importante esperto dell’opera di Artusi. Io volevo raccontare la cucina nel nuovo millennio e non potevo non partire dall’Artusi, che riuscì a dare un’omogeneità non solo alla cucina ma alla lingua italiana stessa. I suoi libri hanno aiutato forse milioni di famiglie ad apprendere l’italiano, trovandosi in ogni cucina sin dalla fine del 1800. Per salvare quel patrimonio adesso serve fare l’operazione inversa. Sottolineare le diversità di ogni luogo, degli ingredienti, ritrovare la propria lingua, il dialetto, accorgersi di ciò che smuove la gente a parlare di una delle cose più vitali e simboliche per se stessi e il proprio corpo, che è il mangiare.

«Alla ricerca di nuovi modi di trasmettere la propria cucina, Casa Artusi, ha fatto dunque il patto col diavolo» che, precisano, non sei tu, ma la rete. Eppure questa esigenza di collettività e questo girovagare un anno intero per l’Italia non ti ha fatto sentire l’innovatore del patrimonio di Casa Artusi?

Il questionamento per Casa Artusi non riguardava tanto il contenuto del mio lavoro, ma la difficoltà nel raccogliere ricette nell’epoca in cui il cartaceo rischia di scomparire e soprattutto la modernità ha quasi cancellato il patrimonio culinario millenario. Ci si domandava come validare da un punto di vista filologico una ricetta, che è testimonianza, nell’epoca dei fake, dei falsi, dei copia e incolla da internet. L’unico modo che avevo per capire se una ricetta fosse verosimile era ripartire dal senso intimo che ognuno porta in sé della cucina, che è una sintesi interessante di come porsi tra passato e presente.

l’intervista integrale su left in edicola da sabato 8 novembre 2014