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La buona scuola? Se un sondaggio diventa uno spot

Ultimi giorni per “votare” la scuola che verrà. Il 15 novembre infatti si chiude la consultazione popolare sul piano del governo La buona scuola. L’operazione, iniziata il 15 settembre e rivolta a tutti i cittadini, non solo studenti e docenti, è stata presentata negli spot come «la più grande consultazione – trasparente, pubblica, diffusa, online e offline – che l’Italia abbia mai conosciuto finora». A due settimane dalla chiusura, il bilancio della mobilitazione presenta luci e ombre. Intanto, le cifre. Di fronte ad una popolazione di circa 8 milioni di studenti e 628mila docenti, i partecipanti online, secondo i dati forniti dal ministero dell’Istruzione, sono stati 80mila su 700mila accessi al sito.

I cittadini, invitati dal presidente del Consiglio «a essere protagonisti, non spettatori», esprimono la propria opinione, ricordiamo, su un rapporto di 136 pagine che delinea la scuola del futuro. Seguendo lo stile semplificato delle slide, il sito labuonascuola.gov.it individua 6 punti chiave del “patto educativo” enunciato da Renzi: l’assunzione di tutti i precari (148mila), la formazione e la carriera dei docenti, l’autonomia e la valutazione scolastica, i programmi e le materie del domani, il rapporto scuola-lavoro e infine la questione delle risorse pubbliche e private da investire nell’istruzione. Su questi sei nodi sono impostati i questionari, con un numero variabile di risposte tra cui i votanti devono scegliere quelle di gradimento, anche se è possibile aggiungere suggerimenti, al di là delle indicazioni del Miur.

A cosa serviranno i questionari? Nel sito è scritto: «A migliorare le proposte, a capire cosa manca, a decidere cosa sia più urgente cambiare e attuare». Ma sull’esito finale della consultazione è piuttosto scettico Vincenzo Smaldore, responsabile editoriale di Openpolis, l’associazione che si occupa proprio di trasparenza e di partecipazione democratica attraverso la rete e che ha appena pubblicato un dossier sulla “produttività” dei parlamentari italiani. «Temo che la consultazione non andrà da nessuna parte. Mi sembra soprattutto un’operazione di comunicazione, non di partecipazione né di trasparenza».

I motivi, secondo Smaldore, dipendono un po’ dall’impianto generale da cui discende labuonascuola.gov.it, cioé il sito passodopopasso.italia.it che secondo Openpolis non fa quell’accountability che lo stesso Matteo Renzi ha dichiarato di voler fare in più occasioni pubbliche. Cioè non c’è “rendicontazione”, non si danno «informazioni base su tempi, azioni e risultati dell’attività dell’Esecutivo» in modo da permettere la valutazione delle scelte.

Per esempio, a proposito dei 400 milioni annunciati dal premier con l’hastag #scuolebelle, come si fa a capire se sono «tanti o pochi, di più o di meno degli anni passati?», si chiede Smaldore. Lo si può sapere solo con un’informazione su basi storiche e che preveda un monitoraggio delle richieste. «Tutte informazioni di cui sicuramente le strutture politiche e amministrative sono in possesso. Ma se si vuole essere trasparenti bisogna condividerle perché non è possibile fare la valutazione senza il contesto», precisa il responsabile di Openpolis che entra nel dettaglio della consultazione online de La buona scuola.

«Se da un punto di vista tecnologico la piattaforma funziona, è intuitiva, ha un design pulito e semplice, con i continui collegamenti ai capitoli del Dossier e con il calendario degli eventi nei territori, quello che invece non è chiaro è il percorso che avranno le risposte pervenute: si rimanda in maniera abbastanza fumosa ad una fase successiva di elaborazione dei suggerimenti, e poi si vedrà. Invece occorre definire un percorso di partecipazione anche all’interno di quelle che sono facili consultazioni. E poi bisogna fare attenzione all’autenticità dell’utente online», sottolinea Smaldore.

Cosa interessa al Miur, 80mila questionari riempiti o 80mila cittadini “reali” interessati al futuro della scuola? Per evitare il pericolo di automatismi di cui la rete è piena, per cui con un semplice click un programma può compilare a piacimento tutti i questionari possibili, suggerisce l’esperto di Openpolis, occorre una procedura di autentificazione rinforzata, con la richiesta di dati personali, come per esempio il codice fiscale.

l’articolo integrale su left in edicola da sabato 8 novembre 2014

Posti nel verde: Catia Bastioli ad Novamont

Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont e ora presidente di Terna, può certamente essere considerata la scienziata che ha inventato le plastiche biodegradabili e compostabili partendo da risorse rinnovabili. Nel 2007 è stata insignita del premio “Inventore europeo dell’anno” proprio per i suoi brevetti sulla bioplastica Mater-Bi, in tutto simile alla plastica ma con un’unica grande differenza: le buste tradizionali per decomporsi impiegano dai 100 ai 400 anni, quelle Mater-Bi una volta usate si biodegradano in poche settimane.

Umbra, laureata in chimica a Perugia, ha sviluppato a Terni i primi impianti per la produzione della bioplastica “made in Italy”. Qui Novamont ha stretto un accordo con Coldiretti, ha costituito una newco con 600 imprenditori agricoli umbri e oggi realizza il grosso della sua produzione. «Un primo esempio concreto di sistema integrato tra industria, agricoltura, ambiente ed economia locale», ci spiega l’ad. Nulla di facile certo, ma senza dubbio una realtà unica al mondo: tonnellate di bioplastiche all’anno, derivate dal mais e da olii vegetali, che vanno a finire nei prodotti più disparati, dai teli di uso agricolo ai sacchetti per la raccolta differenziata dell’organico, sino ai bicchierini per il caffè.

Nel 2006 Novamont inaugura a Terni un impianto per la realizzazione della sua bioraffineria integrata. Riqualifica un sito industriale in grave fase di deindustrializzazione (l’area ex Polymer) e investe 15 milioni di euro. L’impianto oggi produce biopoliesteri a partire da oli vegetali (Origo-Bi). Cosa vuol dire? Cosa fate?

Questo modello di bioraffineria, che tuttora guida lo sviluppo di Novamont, non vuole semplicemente produrre materiali alternativi rispetto a quelli realizzati con plastiche di origine petrolchimica. Vogliamo creare un nuovo modello di sviluppo, basato su filiere agroindustriali in grado di partire da materie prime di origine vegetale, coltivate localmente, per dare vita a bioprodotti (non soltanto bioplastiche, ma anche biolubrificanti, biochemicals, ecc.) e anche per risolvere specifici problemi ambientali. I biopoliesteri Origo-Bi prodotti a Terni hanno rappresentato il primo passo nella realizzazione dell’integrazione a monte, con il comparto agricolo, della nostra filiera produttiva. Sono il risultato di una tecnologia sviluppata nel centro di ricerca Novamont di Novara e successivamente messa in pratica proprio a Terni, e sono a loro volta impiegati nella composizione delle bioplastiche biodegradabili e compostabili Mater-Bi, prodotte sempre a Terni. Grazie agli Origo-Bi abbiamo sviluppato la seconda generazione dei nostri materiali, moltissime risorse le abbiamo utilizzate per sviluppare ulteriori tecnologie, che oggi ci consentono di produrre anche monomeri da fonte rinnovabile, così da permettere una piena integrazione con la filiera agricola. Per industrializzare le nostre tecnologie ci rivolgiamo a siti dismessi o non più competitivi, riconvertendo competenze e impianti per creare nuovo valore e nuova occupazione.

Perché a Terni?

Il sito di Terni era uno dei più importanti del gruppo Montedison per la produzione e trasformazione del polipropilene. Il primo impianto Novamont per gli amidi complessati è nato a Terni nel 1990, quando eravamo ancora Montedison, e abbiamo continuato ad investire negli anni sviluppando un’importante capacità produttiva. Nel 2006, quando abbiamo iniziato ad occuparci anche dei poliesteri Origo-Bi, la deindustrializzazione del sito si incominciava a sentire, fino alla chiusura da parte di LyondelBasell dell’impianto di polipropilene.

l’intervista integrale su left in edicola da sabato 8 novembre 2014

La Terni, 130 anni e non sentirli

Centotrent’anni e non sentirli. Così è per Acciai Speciali Terni, “la Terni”. Come recita l’incipit di Lo sviluppo di una grande impresa (Franco Bonelli, 1975), «La Società degli Altiforni, Acciaierie e Fonderie di Terni venne fondata il 10 marzo 1884 per costruire e gestire impianti capace di produrre acciaio secondo le tecniche più avanzate in uso nei principali paesi industriali». Da subito, dunque, la vita di questa impresa si intreccia con l’industrializzazione nazionale. E va a modificare per sempre le caratteristiche del territorio in cui è insediata. Terni nel 1884 ha circa 17mila abitanti, nel 1901 ne ha 28mila e alla fine della prima guerra mondiale 35mila. I flussi migratori provengono da Veneto, Romagna, Marche, Lazio. Si creano problemi di tenuta sociale, anche perché mancano gli alloggi per tutte queste persone. Ma dalla fabbrica arriva l’impulso a costruire interi quartieri, a volte sperimentando modelli abitativi, come quelli dei grandi palazzi con spazi comuni, o delle “villette” plurifamiliari, con annesso orto condominiale. Il lavoro duro, rischioso, logorante dell’acciaieria crea solidarietà e comunanza tra gli uomini; il miglioramento della condizione abitativa porta socialità anche tra le famiglie. Intanto serve formare una manodopera sempre più qualificata: viene riformato e ampliato l’Istituto tecnico industriale, fondato all’indomani dell’Unità, e che diventerà rapidamente uno dei migliori del Paese. è operativo ancora oggi: gli operai di Astsono tutti diplomati.

Dopo la I Guerra Mondiale arriva il fascismo, e Terni operaia, manco a dirlo, ha avuto il suo biennio rosso, con tanto di sindaco socialista. L’acciaieria attraversa un momento difficile, a seguito della lunga e difficile riconversione postbellica. Ma sta nascendo l’Iri, e Mussolini non ha dubbi: la “Terni” diventa “affare di Stato”, e così resterà per sessant’anni. Le caratteristiche della “fabbrica-città” sono accentuate anche dalla nascita, nel 1927, di un circolo dopolavoristico che si doterà, nel tempo, di rilevanti infrastrutture per lo sport e lo svago. Il circolo e molte di quelle infrastrutture, adeguate e rinnovate, sono attivi ancora oggi. Poi l’orribile ferita della guerra. La città devastata da oltre cento bombardamenti in meno di un anno. Ma la fabbrica no: gli americani la preservano. E i lavoratori seguono i tedeschi fin quasi in Germania per riuscire a riprendersi i macchinari che quelli volevano portarsi via. Il dopoguerra della ricostruzione riparte da lì, dalla fabbrica e dalla sua riconversione. Tra alterne vicende, la “Terni” dell’Iri arriva al 1994: gli addetti sono ridotti a meno di 4.000, compreso lo stabilimento di Torino (di cui conosciamo il tragico epilogo), e produce solo acciai speciali. Con questa denominazione, Acciai Speciali Terni, viene venduta a Thyssen Krupp. Per quattordici anni procura profitti ai nuovi proprietari, anche dopo che questi decidono di rinunciare alla produzione del magnetico, e concentrare investimenti e produzione sull’inossidabile.

Ma nel 2008, alle soglie della grande crisi internazionale, Thyssen Krupp si avventura in investimenti oltre Oceano che si rivelano fallimentari, procurandole danni per miliardi di euro: nel 2012 cede tutte le produzioni europee di inox a una sua partecipata finlandese, Outokumpu. Ma, in base a una discutibile concezione del mercato internazionale dell’acciaio, che lo vorrebbe segmentato per confini amministrativi, il Commissario europeo per la concorrenza Almunia dichiara che si è determinata un’ eccesso di concentrazione e impone a Outokumpu di vendere Ast. In realtà, la Commissione sembra guardare con favore all’acquisizione da parte della franco-italiana Aperam (Mittal, Marcegaglia e Arvedi): effettivamente la produzione di Terni troverebbe una buona integrazione con quelle di Mittal in terra francese. E, in ogni caso, la Commissione esclude l’ingresso di un player extraeuropeo, con buona pace della concorrenza e del fatto che Ast, per poter sopravvivere, ha bisogno di essere inserita in una grande realtà produttiva e commerciale internazionale. L’operazione non va in porto: Aperam offre troppo poco per Thyssen Krupp, che è la destinataria finale dei flussi finanziari, e Otokumpu, ormai in grave difficoltà finanziaria anch’essa, minaccia di vendere a pezzi Ast. Il governo italiano (finalmente) e le istituzioni locali richiamano l’attenzione della Commissione: Thyssen Krupp, a sorpresa, nella notte del 29 novembre 2013 annuncia la riacquisizione di Ast, non avendo più alcun interesse nel settore dell’inox. Lo scorso 17 luglio, a seguito di pressioni soprattutto dei lavoratori che vedono molte incertezze nel loro futuro, un piano “industriale” è stato finalmente presentato al Mise, alla presenza delle Istituzioni locali e regionali. I punti salienti sono: accorpamento delle controllate (tubificio, centro servizi, fucine), chiusura di uno dei due forni fusori, licenziamento di 550 dipendenti (su 3.000) in cinque anni, diminuzione del costo del lavoro del 10%. Il piano è stato dichiarato inaccettabile da tutti, governo incluso, che, però, ad oggi insiste a trattare su quella base. A Terni, dove conosciamo bene gli equilibri della fabbrica, abbiamo ben capito che la Thyssen Krupp mira a chiudere questo “impianto-gioiello”, che con le sue professionalità produce inox di qualità superiore alla media europea; lasciando magari solo i laminatoi a freddo, dove trattare l’acciaio prodotto in Germania per il mercato italiano. Chiudendo l’acciaieria dell’Ast, l’Italia che è il secondo consumatore di inox in Europa, diventerebbe completamente dipendente dalle importazioni: qualcuno ha calcolato che ciò comporterebbe aumenti di costo fino al 20% per l’industria meccanica nazionale.

A conferma di questa strategia, in Germania è stata riattivata un’acciaieria inox, la cui chiusura era già stata concordata con la Commissione, e anche con i sindacati tedeschi, perché inefficiente, su cui sono stati dirottati ordinativi e clientela di Ast, che, infatti, quest’anno fatturerà la metà dello scorso anno. ThyssenKrup è in grandi difficoltà finanziarie, ma insiste a non voler vendere, se non a prezzi assolutamente fuori mercato, a ulteriore conferma di voler solo eliminare un concorrente.In questo contesto, a settembre Almunia ha dichiarato che il piano TK è perfettamente in linea con quanto concordato con la Commissione. Come dire che la Commissione è d’accordo a far chiudere l’unica acciaieria inox italiana. E il Governo? Questa resta una “bella domanda”. Ma qui c’entrano forse gli interessi degli acciaieri italiani, che con Mittal stanno chiudendo su Ilva con un bel pacchetto di soldi pubblici (“per il risanamento ambientale”). E, certo, l’eventuale opposizione tedesca all’affare, magari attraverso la Commissione che si mettesse troppo d’impegno a cercare aiuti di Stato, non è auspicabile. Ma i nostri ragazzi sono leoni: sono in sciopero a oltranza. E Terni non si arrende: tutta la città li sostiene, con civiltà e responsabilità, ma con altrettanta instancabile determinazione. Centotrent’anni, e non sentirli.

A Terni l’accademia dell’acciaio

Se d’un colpo l’acciaieria di Terni sparisse bisognerebbe andare fino in Corea per trovare i lingotti d’acciaio – da 500 tonnellate – che gli operai ternani sono in grado di produrre. Nessun altro riesce a creare quei blocchi, capaci di muovere grosse navi, indispensabili nelle centrali elettriche e nucleari.

Quantità e qualità. L’acciaio di Terni è acciaio speciale, inossidabile e resistente, buono tanto a costruire binari delle ferrovie quanto a realizzare opere d’arte come l’obelisco di Arnaldo Pomodoro, la Lancia di luce. Sono leghe realizzate con una speciale composizione chimica e un appropriato trattamento termico, necessitano di macchine all’avanguardia ma anche di manodopera esperta: sono gli uomini a dettare i tempi giusti alle macchine.

A Terni lo fanno da 130 anni. La classe operaia dell’Ast ha fuso ingegno e studio, innovazione tecnologica e mestiere tramandato. Oggi la quinta generazione dell’acciaieria sa bene di essere un’eccellenza: patrimonio unico in Europa e sito strategico per l’industria italiana. Ed è per difendere questa posizione che l’intera fabbrica è entrata in sciopero il 23 ottobre scorso: «Dietro l’ultimo piano di ridimensionamento si nasconde l’ennesimo passo verso la chiusura», denunciano gli operai che presidiano i cancelli.

A inizio ottobre, i tedeschi della Thyssen Krupp – la multinazionale proprietaria al 100 per cento dello stabilimento – hanno spedito 537 lettere di esubero e annunciato tagli per cento milioni l’anno – salari compresi – e la chiusura di uno due forni fra il 2015 e il 2016. Il piano di ridimensionamento è stato attenuato dall’intervento del governo italiano che ha aperto un tavolo di trattativa con i tedeschi: riduzione degli esuberi – da 537 a 290 – e mantenimento di entrambi i forni in funzione (uno a piena capacità e l’altro a turnazione di 5 giorni su 7), ha annunciato il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi.

Ma ai sindacati questa soluzione non basta: «Il problema non sono i singoli esuberi ma l’assenza di una politica industriale», spiega Cipriano Crescioni della Cgil. «La Thyssen Krupp vuole “svuotare” questa azienda per potenziare i suoi stabilimenti in Germania. È il segnale di un protezionismo cieco, di un egoismo tedesco avallato dalla Commissione europea». Non a caso la protesta si è allargata fino a Bruxelles, dove i lavoratori Ast sono andati a manifestare martedì scorso. È lì che si gioca la partita, in palio c’è il primato nella siderurgia.

Al premier Renzi è affidato il compito di convincere l’Europa – e Angela Merkel – che Terni è una pedina strategica per il rilancio dell’intera industria nazionale. Mentre – per convincere Renzi – la Fiom di Maurizio Landini ha indetto un nuovo sciopero: il 14 novembre al Centro Nord e il 21 al Sud i metalmeccanici torneranno in piazza.

SUICIDIO ASSISTITO

«Un attacco di thyssenteria», gli operai chiamano così la strategia di “svuotamento” della Thyssen Krupp. L’ironia smorza i toni ma i volti di chi presidia sono stanchi e preoccupati. Nelle ultime due settimane hanno scioperato, presidiato giorno e notte la fabbrica, protestato a Roma il 29 ottobre sotto le cariche della polizia. Il fantasma della dismissione, però, lo combattono già da dieci anni: dal 2004, quando 30mila ternani marciarono contro la chiusura del settore “Magnetico”. «Quella operazione fu un “suicidio industriale”», commenta Luciano Neri di Federmanager, il sindacato dei dirigenti d’industria. «Terni era l’unico produttore del magnetico, che un anno dopo passò da 700 euro a tonnellata a 3mila euro a tonnellata, immaginate quante centinaia di milioni di euro sono stati persi da questa azienda?». Un segnale preciso, secondo Neri: «Già allora capimmo che il vero problema era l’inossidabile. Con la chiusura del Magnetico l’acciaieria diventava monoprodotto: una condanna a morte sicura».

La decisione di Thyssen Krupp di uscire dal mercato dell’inox si manifesta nel 2012: i tedeschi cedono le produzioni di inox alla loro partecipata finlandese, Outokumpu. L’Antitrust europeo, però, rileva un eccesso di concentrazione nelle mani dell’azienda finlandese e la obbliga a vendere quanto appena acquisito. Alla fine del 2013 Thyssen riacquisisce lo stabilimento Ast, nonostante il suo disinteresse nel settore dell’acciaio inossidabile. «Come è possibile che nessuno se ne sia accorto prima?», si chiede Neri. «Questi “giochetti” della Commissione europea, alla fine, si sono rivelati manna dal cielo per la salvaguardia del mercato tedesco e del Nord Europa». Come se non bastasse, l’azienda che Thyssen Krupp riprende in mano nel 2014 registra una perdita di 10 milioni di euro al mese negli ultimi due anni.

TERNI CONTRO DUISBURG

Davanti alla crisi la Thyssen Krupp adotta due pesi e due misure. A Terni i tedeschi puntano su esuberi e incentivi all’esodo: buonuscita di 61mila euro netti a chi se ne va. Un incoraggiamento che ha già convinto 130 operai e che – come ha precisato l’ad italiana di Thyssen, Lucia Morselli – potrebbe aumentare fino a, quasi, 90mila euro. Mentre a Duisburg, pur di evitare licenziamenti tra i suoi 4.500 addetti, la multinazionale ha firmato un accordo di solidarietà con sindacati e governo tedesco: riduzione dell’orario di lavoro a 31 ore settimanali (pagate 32).

La proposta italiana di solidarietà chiedeva un trattamento assai simile: la riduzione delle ore settimanali in fabbrica da 37 e mezzo a 32 (per 35 ore retribuite). Un’opzione fattibile con la detassazione del costo del lavoro, assicurano i sindacati. Ma la multinazionale non ha voluto sentire ragioni e ha risposto picche. «È evidente che la Germania ha deciso di riportare la produzione siderurgica nel suo Paese, scaricando la disoccupazione in Italia», considera Emanuele Pica, 37 anni, operaio Ast con una laurea in Economia.

Il costo del personale non giustifica il ridimensionamento perché incide nell’ordine del 5 per cento sul fatturato complessivo. E infatti i tagli riguardano anche la produzione che, secondo i sindacati, verrà ridotta da 1,4 milioni di tonnellate a 700-800mila tonnellate in tre anni. Ridurre produzione e occupazione equivale a dismettere? «Sì. Mettiamo il caso che domani riparta l’economia», prosegue Pica, «con gli esuberi e una produzione al ribasso ci viene tolta ogni possibilità di stare sul mercato. Alla base del ridimensionamento c’è sicuramente una questione economica, è evidente che c’è una sovrapproduzione siderurgica in Europa. Ma chiudere il sito di Terni è una scelta politica e strategica dell’asse nordeuropeo», sbotta Emanuele Pica. «È una scelta politica dell’Europa germanizzata. Le scelte della Ue sono condizionate dalla Germania».

VENDERE E PARTECIPARE

Provare a convincere Thyssen è inutile: «È evidente che ha scelto di uscire dalla produzione dell’acciaio. Perciò il governo dovrebbe svestire i panni di arbitro e indossare quelli del giocatore. È ora di entrare in partita», dice Pica. Come? Tra gli operai non è difficile sentire la parola “nazionalizzazione”. In tanti invocano un ritorno all’Iri come salvezza. Ma «nazionalizzare oggi non è realistico», risponde Pica. «Non c’è la possibilità che lo Stato riprenda l’azienda e ritorni a produrre acciaio». Rimettere in piedi l’Iri non è certo un’ipotesi fattibile nel breve tempo.

«Quello che chiediamo al governo è di dichiarare strategica la produzione di inox e, a quel punto, partecipare con la Cassa depositi e prestiti e il Fondo strategico italiano in una Golden share. Il governo deve imporre una scelta ai tedeschi: la vendita». L’Ast sulla carta vale 550 milioni di euro. Nell’ultimo bilancio, però, si registra una svalutazione di 180 milioni e poi ci sono anche i 10 milioni al mese di debiti accumulati negli ultimi due anni.

Letta così, la proposta avanzata da Aperam (la controllata del colosso franco-indiano Arcelor-Mittal) non suona tanto lontana dalla realtà. Il gruppo Arcelor-Mittal – primo Gruppo siderurgico mondiale – all’inizio del 2014 ha messo sul piatto 100 milioni di euro e la chiusura di un’acciaieria belga per salvare l’acciaieria di Terni. Quella proposta non è mai stata ritirata e nella cordata sono presenti, in quota minore, anche le società italiane del gruppo Arvedi e Marcegaglia. «In alternativa – aggiunge Luciano Neri di Federmanager – ci sono anche i coreani della Posco. Non molto lontano da qui, in Turchia, hanno un impianto da 1 milione di tonnellate. Per alimentare le macchine importano il materiale fuso da trasformare dalla Corea. Sarebbe più vicino prenderlo qui, no?».

«Le alternative alla chiusura forzata della Thyssen ci sono», assicura il dirigente d’industria ternano. «E Renzi è a conoscenza delle nostre proposte, perciò siamo nelle sue mani». A Terni lo sciopero è stato prolungato a oltranza. Un’impiegata del reparto acquisti, in presidio, riassume così la vicenda: «Vogliono un Paese di cuochi e camerieri che non faccia concorrenza alla Germania».

La scomparsa dei padroni

E se Renzi e Poletti avessero ragione, e non ci fossero, o fossero in vista di sparizione, quelli che il sindacato e la sinistra chiamavano “padroni”? Che certamente sfruttavano e subordinavano ogni cosa al massimo profitto, ma che traevano una qualche legittimità, anche per la loro controparte, per il fatto che rischiavano capitali propri, organizzavano i fattori della produzione, investivano in tecnologie. Quelli insomma convinti che per fare profitto fosse necessario produrre cose e far lavorare persone?

Se pensiamo alle vicende della siderurgia qualche dubbio viene. La siderurgia italiana sta sparendo perché sono scomparsi i padroni. O meglio si stanno affermando padroni di tipo nuovo, che hanno nella finanza il proprio core business, nel mondo globalizzato il loro orizzonte di riferimento, indifferenti a quello che la loro produzione significa per il Paese che ospita le loro fabbriche, e alle ricadute sociali ed ambientali che la loro produzione ha per il territorio.

Alla Lucchini, all’Ilva, all’Ast di Terni. E che in nessuna di queste situazioni hanno saputo proporre progetti industriali di risanamento e di rilancio degni di questo nome. L’Italia rischia di restare senza acciaio. Quello che serve a fare i binari, quello che fornisce i semilavorati di base al resto dell’industria manifatturiera, e gli acciai speciali di Terni, uno degli esempi più alti di innovazione tecnologica e di sapere operaio messi in atto per tenere insieme produttività e sostenibilità sociale ed ambientale del processo produttivo.

Gli unici piani industriali li hanno prodotti gli operai e i loro sindacati, col concorso attivo delle comunità locali. Credo sia saggio, per individuare una via d’uscita, prendere atto del fallimento del mercato nella capacità di conciliare profittabilita, sostenibilità, e interessi generali del Paese. E che occorra pensare, non come un ritorno all’antico, ma con uno sguardo rivolto al futuro, alla nazionalizzazione dell’industria siderurgica.

Come propone Landini, ma anche, obtorto collo, un confindustriale vecchio stampo come Bombassei. Per quest’ultimo si tratterebbe di una misura provvisoria, in attesa che spuntino nuovi padroni. Credo che non ne spunteranno. E che la soluzione possa venire solo da una sinergia fra l’intervento pubblico statale e l’intelligenza e il sapere presenti in quelle imprese e nella comunità locali. La vecchia siderurgia potrebbe essere il punto di avvio di una nuova fase, in cui la statalizzazione della produzione si coniuga con la partecipazione attiva dei lavoratori e delle comunità locali alle scelte strategiche d’impresa.

Il cacciatore di virus

David Quammen non è un reporter di guerra ma è come se lo fosse. Le battaglie di cui si occupa da oltre vent’anni nei suoi magnifici libri e articoli per National Geographic sono quelle che ogni giorno l’umanità combatte contro i nemici più perfidi e invisibili: i virus.

L’ambiente in cui si muove alla ricerca di notizie non è dunque il confine tra Siria e Turchia o la striscia di Gaza. I suoi ampi reportage, genere oramai scomparso dai media italiani, nascono dove vivono i vettori animali delle grandi epidemie. Dalle grotte della Malesia popolate da migliaia di pipistrelli, alla foresta pluviale del Congo in cui si riproducono gli scimpanzé e i rarissimi gorilla. Quando scoppia un’epidemia di Sars o Ebola, Quammen si trova lì, nell’epicentro. Insieme a scienziati, medici ed esperti che tentano di arginarne la diffusione.

David Quammen, Spillover, leftUn’esperienza che da giornalista scientifico e grande narratore ha raccolto nel suo nuovo libro pubblicato in Italia da Adelphi, Spillover, termine che indica il momento del contagio tra due specie diverse. «L’idea di scrivere questo libro – racconta Quammen – è nata 15 anni fa in una foresta dell’Africa centrale durante il mio primo “incontro” con l’Ebola rappresentato dalla morte misteriosa di un gruppo di gorilla e di alcuni abitanti di un vicino villaggio. In quel momento ho cominciato a interessarmi di zoonosi: infezioni o malattie che possono essere trasmesse tra gli animali e l’uomo. Ebola è una di queste, forse la più drammatica». In occasione del Festival della Scienza di Genova, dove ha tenuto una lectio magistralis sulle emergenze attuali provocate dai virus e quelle che potrebbero svilupparsi in futuro, Left ha incontrato Quammen.

A dicembre 2013 l’Ebola è tornato a colpire in Liberia, Sierra Leone e Guinea, causando fino a oggi circa 5mila vittime. Si sa come uccide, ma non si è ancora scoperto l’ospite in cui il virus vive (senza causare sintomi) e da cui per primo si diffonde. A che punto sono le ricerche?

Da 38 anni gli scienziati cercano di identificare l’“ospite serbatoio”. Il sospetto più forte grava sui pipistrelli e i moscerini della frutta. Ma il virus non è mai stato trovato vivo in questi insetti né in altri animali. Finché non sarà scoperto sarà impossibile prevenire nuove esplosioni epidemiche.

Come si trasmette l’Ebola dall’animale all’uomo?

Molto probabilmente il contagio avviene quando si mangia carne di scimpanzé, gorilla o pipistrello. Ma conosciamo con certezza solo un caso in cui il passaggio è avvenuto dallo scimpanzé all’uomo. Un altro vettore può essere la frutta in cui si annidano i moscerini sospettati di ospitare il virus. Ma la frutta viene mangiata sia dai gorilla sia dai pipistrelli che peraltro sono nella “dieta” degli scimpanzé. Ciascuno di questi animali potrebbe essere l’anello di congiunzione tra l’ospite serbatoio e l’uomo. Purtroppo però è solo un’ipotesi.

C’è il rischio che l’epidemia africana si trasformi in una pandemia planetaria?

Oggi c’è un grande focolaio in Africa e alcune scintille in Usa, Spagna e Gran Bretagna. Ma la probabilità che diano vita a un’epidemia in Europa e in America è prossima allo zero. In Occidente abbiamo un buon sistema sanitario, attrezzature adeguate ed esperti, si possono isolare i pazienti. Quindi queste scintille dovrebbero spegnersi in poco tempo. Il pericolo vero è che il focolaio si espanda in Africa.

Quali sono i virus più pericolosi per l’uomo?

Sono quelli che si trasmettono attraverso le vie aeree. Come le influenze stagionali oppure la Sars. Anche se non vi sono certezze, Ebola dovrebbe essere meno pericoloso perché il contagio, compreso quello tra uomo e uomo, richiede un contatto diretto con i fluidi corporei. Quindi non è un virus respiratorio e sembra certo che non abbia nemmeno la possibilità di diventarlo.

Il virus colpisce ciclicamente l’Africa centrale da quarant’ anni. Perché oggi fa tanto paura all’Occidente?

Siamo spaventati dall’elevato tasso di mortalità e dai sintomi molto violenti. Ma incide anche la paura ingiustificata di tutto ciò che viene dall’Africa. Questo virus è pericoloso e meno conosciuto di altri ma non bisogna attribuirgli un potere sovrannaturale.

In Italia e in Francia alcuni genitori hanno impedito l’accesso a scuola a dei bambini che erano stati di recente in Africa, per paura che infettassero i loro figli con Ebola. Questo, nonostante i certificati medici che attestavano la perfetta salute. Un allarmismo ingiustificato che stigmatizzando presunti malati sfocia in atteggiamenti xenofobi. Cosa ne pensa?

L’Africa è un continente gigantesco, isolare oppure ostracizzare qualcuno solo perché viene da lì denota una pessima comprensione e conoscenza dell’Africa stessa. Più che del virus.

Come si può fermare la diffusione di Ebola in attesa di un vaccino efficace?

La sfida si vince inviando più fondi, attrezzature e medici in Africa. Stati Uniti e Gran Bretagna hanno mandato sia soldi che soldati. Cuba ha spedito i propri medici; Cina e Giappone del denaro. Ma tutti devono impegnarsi di più per aiutare i governi dei Paesi colpiti e le organizzazioni che “operano” in prima linea, tra cui Medici senza frontiere ed Emergency.

Qual è il ruolo del tempo nella gestione del rischio epidemico?

Come scrivo in Spillover è un ruolo cruciale perché l’Ebola è un virus impaziente: a differenza dell’Hiv uccide le persone molto rapidamente. Il numero di casi in Africa aumenta in maniera esponenziale. I contagi raddoppiano ogni 2-3 settimane. Quindi è decisivo che arrivino più aiuti e più in fretta. Tra un mese sarà molto più difficile fermare l’epidemia. Più di quanto lo sia già.

La ferocia di questa borghesia

Ho l’impressione che Simone Weil sia decisiva per la presente generazione di scrittori. In modo esplicito, con Christian Raimo, e in modo implicito, con Nicola Lagioia. Il suo romanzo La ferocia (Einaudi) si basa infatti su un assunto tipicamente weilliano: se ovunque tra gli esseri viventi domina la “ferocia”, la lotta bruta per l’esistenza, però nell’universo è anche ben reale il cuore umano, capace di sospendere miracolosamente la “legge di gravità”.

Nicola Lagioia, Ferocia, leftDi fronte alla spregiudicatezza criminaloide di Vittorio Salvemini (padre di quattro figli: Michele, Clara, Ruggero e Gioia), che diventa padrone della città (Bari), e alla innocente crudeltà degli animali, si erge l’utopia del quasi amore incestuoso amore tra Clara e il fratellastro Michele (il geniale idiota della famiglia).

La trama si sviluppa come un teorema, dentro un contenitore vagamente noir: tutto comincia dal suicidio (o presunto tale) di Clara, che pian piano corrode dall’interno relazioni sociali, ruoli di potere, dinamiche interpersonali, per far deflagrare una verità mostruosa. La scrittura di Lagioia affonda nel torbido della borghesia dei nostri anni, amorale e ipocrita, violenta eppure fragilissima( a differenza della borghesia d’antan.

La ferocia completa una trilogia sulla grande “mutazione”dei nostri anni. Stavolta però la mutazione ha prodotto qualcosa di inaspettato, e che forse sfugge di mano – fortunatamente – perfino all’autore. Un rischio della narrativa di Lagioia è l’eccesso di stilizzazione e premeditazione compositiva, l’esibizione della propria bravura tecnica. I suoi romanzi sono macchine affabulatorie inesorabili, dove tutto si corrisponde.

Qui la realtà viene descritta – con virtuosismo – al livello degli insetti (grilli, falene), intrecciando darwinianamente etologia e storia umana. Ora, la passione dell’esattezza di Calvino, senza la sua attitudine fiabesca e la sua pietas disarmata, si converte facilmente in sguardo algidamehte estenuato. Ma stavolta il personaggio di Clara – un po’ inafferrabile, a sua volta corrotta eppure con una nostalgia di felicità – sembra sfuggire al super-io letterario dell’autore, che vorrebbe controllare tutto. La pagina di Lagioia vibra di intelligenza antropologica, però dà il meglio di sé quando si abbandona senza calcolo all’imperfezione e all’imprevedibile della realtà.

Dolce e barbaro Gilberto Gil

Dolce e barbaro. Una definizione che Gilberto Gil ha scelto tanto tempo fa per sé e i suoi compagni di sempre: Caetano Veloso, Maria Bethania, Gal Costa. Cinquant’anni dopo, quella definizione gli calza ancora a pennello. Classe 1942, Gil è un pilastro della cultura brasiliana per almeno un paio di motivi: la musica e l’impegno politico.

È passato mezzo secolo dalla sua prima apparizione pubblica e in questo lasso di tempo ha fondato il movimento “tropicalista”, ha collezionato 50 album che hanno venduto più di 5 milioni di copie e ha incassato numerosi premi e riconoscimenti. La vita di Gil è la parabola di una rivincita. Quando dà vita al tropicalismo, insieme all’amico Caetano Veloso, la dittatura militare di Artur da Costa e Silva li esilia entrambi a Londra. È il 1968. Trentacinque anni dopo Ignacio Lula Da Silva lo chiama a servire il suo Paese come ministro della Cultura. E lo fa per 5 anni, ma poi torna alla sua musica.

Essere Gilberto Gil significa anche poter salire su un palco, davanti a più di mille spettatori, accompagnato solo dalla sua voce e dalla sua chitarra. Niente frenesia da samba, ma un’ora e mezza di intima e soave empatia. Di passaggio all’Auditorium della Conciliazione di Roma – e in Italia fino al 6 novembre – Gil non si risparmia: suona, canta, gioca e incanta, come se l’auditorium fosse il salotto di casa sua.

Con il suo Solo tour 2014, infatti, porta in scena «l’aura di leggenda» della bossa nova raccolta nel suo ultimo album Gilbertos Sambas, un omaggio al Maestro João Gilberto. E, in generale, alla storia musicale del suo Brasile. Emblema ne è l’esecuzione di Desafinado, capolavoro scritto da Jobim e Mendonca, dedicato ai cantanti stonati che si esibivano nei locali della Rio bene e portato al successo proprio da João Gilberto. Un viaggio intimo che Gil decide di condividere con il pubblico. Sorridente e generoso ma un po’ restio alle interviste, si concede al dialogo con Left.

l’intervista integrale su left in edicola da sabato 1 novembre 2014

E ora le favelas attendono Dilma

«Muito obrigada!» è stato il commento su Twitter del nuovo Presidente brasiliano Dilma Rouseff. Una vittoria ottenuta con uno scarto di poco più di 3 punti percentuali. È riuscita a vincere nonostante i sondaggi sfavorevoli che la vedevano in affanno nei confronti della coalizione socialista (Psb) e socialdemocratica (Psdb), unitisi solo ed esclusivamente contro la politica economica da lei attuata durante il mandato presidenziale, giudicata arrendevole e di segno negativo.

Ha vinto, comunque, grazie ai voti degli strati più poveri ed emarginati della popolazione, da lei sostenuti, in continuità con la politica del suo predecessore Lula da Silva. Lo ha fatto con una serie di importanti programmi sociali che hanno fatto uscire dalla povertà più di 40 milioni di brasiliani prima considerati totalmente indigenti. Oltre a dover rilanciare l’economia con adeguati piani di investimenti, due sono i problemi urgenti che dovrà affrontare Dilma Rouseff nel suo nuovo mandato – e lo chiedono a gran voce soprattutto i poveri neri e meticci del Nord e Nordest che l’hanno votata – : migliorare le condizioni di vita delle popolazioni che abitano le favelas e sradicare la corruzione endemica nel Paese.

Queste due tematiche emergono in tutta la loro evidenza anche nell’ultimo film vincitore del Festival del Cinema di Roma, Trash. Le favelas, che sono ormai parte rilevante delle città metropolitane brasiliane, continuano ad espandersi con un andamento proporzionale alla crisi sociale delle metropoli. Se in genere questi “quartieri spontanei” sono decentrati e piuttosto periferici, a Rio de Janeiro e a Salvador de Bahia sono situati sulle colline centrali che guardano la città, al di sopra dei quartieri residenziali. Rio de Janeiro ne conta più di 600, San Paolo più di 1.200. Secondo una ricerca del 2011 fatta dall’Istituto brasiliano di geografia e statistica, Ibge, la popolazione delle favelas ammonta a oltre 11,4 milioni di cittadini brasiliani, ovvero circa il 6% della popolazione del Paese ma nelle aree urbane arriva a superare il 20% della cittadinanza. Questi sono gli ultimi dati statistici disponibili; è presumibile pensare che nel frattempo la popolazione delle favelas sia aumentata.

La Rousseff dovrà dare ampio rilievo anche al problema della lotta alla corruzione che da sempre affligge il Paese. La graduatoria relativa all’indice di percezione della corruzione pubblicata nel 2014 dall’organizzazione internazionale Trasparency international assegna infatti al Brasile, per l’anno 2013, il 72° posto su 177 Paesi, con ovvie e pesanti ripercussioni in termini di Pil.

La fuga di Abo Jaib verso la vita

L’agente di quella strana frontiera europea (una frontiera immaginaria, tracciata tra due aerovie) a un certo punto ha cominciato a guardare, con crescente attenzione, prima la foto tessera del passaporto, poi il viso di Abo Jaib, poi di nuovo la foto tessera. Alla fine ha scosso la testa e sia Alhallak che Al Mardini hanno capito che il loro piano era fallito. Abo Jaib, che ha sei anni, l’ha capito subito dopo, quando i poliziotti hanno portato via i suoi zii e lui si è trovato solo in quell’ufficio. E poi, alla fine di un viaggio in macchina, in quell’enorme casa abitata da donne vestite di grigio, la testa coperta da un fazzoletto bianco.

Il piano degli zii era ben congegnato. Alhallak, 44 anni,il più grande dei due, aveva fatto più volte lo stesso gesto del poliziotto – prima uno sguardo alla foto del passaporto, poi al nipotino, poi di nuovo alla foto – e aveva raggiunto la conclusione che Abo Jaibc somigliava tantissimo a Mohammad, il figlio di Al Mardini. E che la polizia di frontiera, rassicurata dai loro passaporti svedesi, avrebbe svolto un controllo veloce e distratto. D’altra parte, non c’erano altre possibilità per tirarlo fuori dalla Siria. Se non quella ipotizzata dalla madre di Abo Jaib: affidare il piccolo ai trafficanti, caricarlo su un barcone e farlo arrivare così in Europa. Un progetto pericoloso quanto disperato. Alhallak e Al Mardini appena ne erano stati informati avevano detto “no”, niente trafficanti e niente barconi. Quindi avevano deciso di partire per la Siria e di occuparsi direttamente del viaggio del ragazzino verso l’Europa. E adesso – mentre entravano nel carcere di Civitavecchia- scoprivano che in Italia la loro missione umanitaria familiare viene chiamata “traffico internazionale di minori”. Un’accusa che prevede molti anni di carcere.

Questa è una storia incredibile. La storia di un piano complicatissimo messo in atto per risolvere un problema che per il diritto internazionale è molto semplice. La storia di un caso giudiziario intricatissimo che si chiarisce felicemente in pochi giorni. Fatto insolito ovunque, del tutto straordinario in Italia. Le date parlano da sole: l’arresto nell’aeroporto di Fiumicino dei due zii di Abo Jaibc avviene il 19 ottobre. Una settimana dopo, il 26 ottobre, tutti e tre sono a Malmo, in Svezia. Esattamente nel luogo, e nella casa, da dove il 17 ottobre Alhallak e Al Mardini erano partiti per andare a recuperare il nipotino.

Bisogna infatti sapere che una parte della famiglia di Abo Jaib da più di dieci anni vive in Svezia, dove si è ben sistemata e ha costruito una nuova vita. E che il padre di Abo Jaib poco più di un anno fa – in uno dei tanti episodi della guerra civile siriana – è rimasto gravemente ferito durante un bombardamento: gli sono state amputate entrambe le gambe. E che da allora la madre di Abo Jab, il fratello diciannovenne Jaed Aeshan e la sorella di quattordici anni hanno vissuto nel terrore, rintanati nella loro casa nei sobborghi di Damasco ad accudire quell’uomo distrutto, con l’incubo di un nuovo bombardamento, di un’irruzione, di una pallottola vagante che ti uccide nei pochi momenti in cui esci di casa per cercare un po’ di cibo. Tanto che nel marzo scorso, Jaed Aeshan – il più esposto ai pericoli per la sua giovane età – è fuggito e, dopo un viaggio avventuroso, ha raggiunto i parenti svedesi.

l’articolo integrale su left in edicola da sabato 1 novembre 2014