“Democratici? No thanks”. Pierre Bedebey, afroamericano di Madison, sorriso solare e capelli sale e pepe, non darà il suo voto alle elezioni di medio-termine. «Non mi interessa il gioco sporco di Capitol Hill, il parlamento americano». Nemmeno Ellen Mortensonn, 39 anni, donna e “obamina” della prima ora, della Louisiana. «Serve un congresso che tolga le tante regolamentazioni della Casa bianca: più lavoro e meno burocrazia, specie sull’energia. Credo che questa volta darò il mio voto per il senatore repubblicano».
Sono questi gli elettori che stanno facendo venire i sudori freddi al Partito democratico, guidato da un Obama sempre meno popolare: moderati ostili al presidente, cittadini poco invogliati a supportare senatori e congressman, indecisi che potrebbero disertare le urne.
Le elezioni americane di medio-termine del 4 novembre, dove si rinnova una buona parte della legislatura al Congresso sono una corsa in salita per i democratici. Svanito il sogno di riprendere il controllo della Camera, ora rischiano di perdere anche le redini del Senato.
I sondaggi mostrano un possibile calo nella partecipazione di blacks, di giovani e donne, quel segmento elettorale che nel 2012 portò alla seconda vittoria di Barack Obama. Il voto rosa addirittura vedrebbe un’ vantaggio delle preferenze per i repubblicani. Uno scenario da incubo. Ma per i sondaggisti sembra non esserci scampo: Capitol Hill tornerà sotto pieno controllo del Gop, il Grand Old Party repubblicano.
Un risultato devastante per la presidenza Obama, che si concluderà azzoppata ed impossibilitata a portare avanti qualsiasi riforma. Non a caso i repubblicani hanno impostato gran parte della campagne elettorale su questo tema: fermare Barack.
La partita del mid-term si gioca Stato per Stato. In palio ci sono ben 36 Senatori, (oltre che la rielezione di altrettanti governatori). «I temi centrali sono quelli del lavoro e dell’economia» spiega David Winston, uno stratega repubblican. Eppure nonostante i risultati soddisfacenti della ripresa economica guidata da Obama (disoccupazione al 5,8 per cento) il Gop è riuscito a convincere gli elettori dell’opposto.
Di fatto gli spin doctor conservatori hanno fatto di tutto per trasformare l’elezione in un referendum su Obama. «Credo che la grande impopolarità del presidente sia uno dei fattori principali di questa elezione», ha commentato, Tom Jensen, un sondaggista della Public policy polling, una compagnia specializzata in analisi statistiche. Anche i candidati democratici prendono le distanze dal proprio presidente, meglio puntare su tematiche concrete: sicurezza idrica in Colorado, immigrazione in Georgia, petrolio in Louisiana, occupazione negli stati del Midwest.
Il presidente fa buon viso a cattivo gioco: «Qui non si tratta dei miei sentimenti feriti [dalla presa di distanza]. Questi sono forti alleati e miei sostenitori. A loro ho detto: “Sapete che c’è? Fate quello di cui avete bisogno per vincere”. Io sarò responsabile affinché i nostri elettori vadano a votare».
Nell’ultimo tentativo disperato di cambiare corso a queste elezioni i dem provano a far ripartire la macchina dei volontari. In North Carolina, una delle elezioni al Senato più contese si sono mobilitati in migliaia per supportare la senatrice Kay Hagan contro il suo opponente repubblicano Thom Tilis. Anche in Alaska, Kentucky e Louisiana i comitati democrats locali stanno spremendo ogni risorsa per far registrare quanti elettori possibili potenzialmente interessati a dare il loro voto.
Ma i repubblicani oppongono alle risorse umane ingenti finanziamenti raccolti. Ad oggi hanno speso in campagna elettorale quasi due miliardi di dollari, contro i circa 850 milioni spesi dai democratici. Altri 100 milioni sono stati sborsati da organizzazioni non partitiche a supporto dei singoli candidati. Secondo il think tank Center for Responsive Politic questa sarà la più costosa e meno partecipata elezione di medio termine da sempre. Dietro la macchina elettorale repubblicana si celano i soliti potentati economici conservatori, come i magnati del petrolio Koch Brothers e il re di Las Vegas, Sheldon Adelson.
Tantissimi soldi, la cui provenienza non è sempre nota. In Kentucky si è scoperto ad esempio che la lobby carbonifera ha raccolto attraverso un’associazione no-profit che non ha il dovere di rivelare i suoi finanziatori, oltre 14 milioni a supporto Senate minority leader Mitch McConel. Un record. Lo scopo? Contrastare il rivale democratico, caratterizzato «come un ambientalista nemico del carbone» e «dannoso per il Kentucky, come Obama». Soldi spesi per difendere gli interessi corporativi. «Quello che stiamo osservando è una partecipazione finanziaria senza precedenti di gruppi non partitici» ha spiegato Erika Franklin Fowler direttore del progetto Wesleyan media project della University in Connecticut, finalizzato allo studio della pubblicità elettorale. «In questa elezione gruppi esterni ai partiti hanno comprato quasi il 40 per cento del totale della pubblicità elettorale. Un incremento del 32 per cento dalle elezioni presidenziali del 2012». Ed un segnale che sempre più sono gli interessi privati a guidare la politica americana.
Cosa potrebbe succedere dunque con la riconquista del Congresso da parte del Gop? Le due principali “vittime” potrebbero essere l’ambiente e gli immigrati, oltre che la riforma del lavoro e dell’energia. La maggioranza dei candidati repubblicani hanno promesso di cancellare tutti i regolamenti della Casa Bianca per controllare le emissioni di gas serra, di realizzare il controverso super-oleodotto Keystone XL (se ne è parlato su Left nr 20 del 31 maggio scorso); aumentare le esplorazioni petrolifere offshore e del petrolio non convenzionale, rimuovendo ogni limitazione all’uso del fraking, la tecnica di estrazione di gas e petrolio non convenzionale. «Una riconquista del Congresso da parte dei conservatori metterebbe a repentaglio le politiche nazionali sulla riduzione dei gas serra messe in campo da Obama, e di conseguenza la sua credibilità nelle trattative sul clima di Parigi nel 2015», spiega Veronica Caciagli, dell’Italian climate nework, il movimento italiano per il clima. «Senza una posizione forte del governo statunitense, il rischio è di un trattato internazionale sul clima non efficace a contrastare i cambiamenti climatici. Perciò anche dalle elezioni americane passa la nostra sicurezza climatica.
Stop anche alle attese riforme su immigrazione e lavoro. Difficilmente i Repubblicani approverebbero una riforma partorita dall’odiato nemico della Casa Bianca. Allo stesso tempo Obama porrà il veto per qualsiasi iniziativa legislativa volta a limitare la spesa pubblica in Sanità, educazione e tagli alla previdenza.
Per gli strateghi democratici infine i Repubblicani, con il Congresso saldamente nelle loro mani potrebbero ulteriormente deregolamentare la sorveglianza sulla provenienza dei fondi elettorali: aprendo definitivamente un buco nero per i milioni di dollari di corporation e miliardari conservatori per il ciclo elettorale del 2016. Pronti a tutto per togliere la Casa Bianca ad Hillary Clinton.
Mare nostrum, addio nel silenzio
E’ sorprendente il silenzio che accompagna la fine dell’operazione Mare nostrum e la sua “non sostituzione” con Triton, l’operazione organizzata da Frontex, l’agenzia europea per la difesa della frontiere.
Non risulta che se ne sia parlato alla Leopolda (benché più volte Matteo Renzi avesse promesso che Mare nostrum sarebbe andata avanti). E la questione non si è affacciata nemmeno a margine della manifestazione del 25 ottobre (eppure le tematiche umanitarie non sono estranee al sindacato). Pare quasi che si attenda, con cinica rassegnazione, il prossimo catastrofico naufragio. Gli elementi tecnici di cui si dispone lo fanno temere fortemente. Mare nostrum è costata nove milioni al mese, e ha consentito il salvataggio di centomila vite umane perché le navi della nostra Marina militare hanno potuto muoversi a tutto campo nel Mediterraneo.
Triton costerà un terzo (le forze a disposizione saranno ridotte in proporzione) e non potrà spingersi oltre le trenta miglia dalla costa. È vero che davanti alla notizia di un naufragio imminente qualunque natante che si trovi in prossimità dell’imbarcazione che rischia di affondare ha l’obbligo di intervenire. Il problema è, appunto, la prossimità. Una settimana prima dell’avvio di Mare nostrum (e una settimana dopo la tragedia di Lampedusa) avvenne un altro catastrofico naufragio (quasi trecento morti, tra i quali sessanta bambini) e le nostre navi arrivarono solo a tragedia avvenuta, dopo un incredibile rimpallo di responsabilità con Malta.
Questo silenzio sconcerta anche perché – come di recente ha ricordato Milena Santerini sul Corriere della sera – i sondaggi così cari alla nostra classe politica dicono che il 60 per cento degli italiani approvava l’operazione Mare nostrum. E, di conseguenza, chiariscono che a opporsi è stata una minoranza rumorosa e violenta che ha fatto della fine di Mare nostrum un argomento propagandistico. Ed è riuscita a spaventare e a far indietreggiare quanti, molto timidamente, sostenevano che doveva andare avanti. Da questo punto di vista, la decisione di chiuderla è una vittoria della quale potranno fregiarsi la peggiore destra e, soprattutto, Matteo Salvini.
C’è da augurarsi che alla prossima tragedia, l’intera classe politica abbia il pudore di tacere. Sarebbe davvero triste dover sentire nuovamente i vari “Mai più” che si levarono in Italia e in Europa dopo la tragedia di Lampedusa. Lacrime che evidentemente servivano solo ad assecondare in modo ipocrita l’indignazione dell’opinione pubblica italiana ed europea.