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Nessun colpevole per Cucchi

I giudici assolvono tutti gli imputati del caso Cucchi: nessuno è colpevole per la sua morte. Non i medici, non i poliziotti. «Il fatto non sussiste», dice la sentenza di secondo grado cancellando anni di indagini su lividi e contusioni. La famiglia annuncia ricorso in Cassazione: «Ce l’hanno ucciso tre volte». Ecco la ricostruzione di left a ridosso dei fatti.

Lui dentro, agonizzante in una branda del carcere. Loro fuori, a bussare invano ai portoni. Genitori e figlio, in una sorta di calvario parallelo. Nessuno avverte i coniugi Cucchi che Stefano, arrestato il 15 ottobre 2009 per un po’ di hashish e due grammi di cocaina, sta morendo solo, livido e tumefatto, nel reparto detenuti dell’ospedale Pertini di Roma, senza poter raccontare come sia stato ridotto così. Per giorni, Giovanni e Rita Cucchi vengono rimbalzati da un ufficio all’altro, trovando solo porte chiuse, guardie inamovibili, lungaggini burocratiche.

All’improvviso, a mezzogiorno del 22 ottobre, suonano alla porta. La madre, ignara, è sola in casa con la nipotina di un anno. Apre. Sono i carabinieri. Ma non portano l’atteso permesso. Le notificano il decreto del pm che autorizza l’autopsia. Perché quel figlio che da cinque giorni cerca disperatamente di vedere è morto da sei ore. «Un fulmine a ciel sereno»,  dato che l’unica volta che erano riusciti a estorcere un’informazione al piantone, la risposta era stata che il ragazzo era «tranquillo». E invece la famiglia si trova a correre all’obitorio, dove Ilaria, la sorella, sente l’urlo che ancora le rimbomba in testa: l’«urlo straziante» dei suoi genitori quando vedono Stefano sfigurato, il volto pesto, irriconoscibile in quella smorfia di dolore. «Allo Stato gliel’ho dato sano, me l’hanno restituito così. Mi devono spiegare perché», ripete dolente la madre. Cammina su e giù, la signora Rita, nella casa dove ancora poche settimane c’era Stefano, 31 anni, 43 chili. Rievoca il peregrinare convulso dei giorni dopo l’arresto, quando col marito giungevano a pochi metri dal loro ragazzo per essere sempre bloccati. Ogni volta «con il borsone del cambio», racconta, come se ce l’avesse ancora addosso.

A tenere le redini di una famiglia distrutta è Ilaria, la figlia maggiore. Minuta e scavata come Stefano, occhi grandi, forte e composta, come il suo dolore. Il suo telefono squilla di continuo: giornalisti, avvocati, politici, amici. Madre pure lei, quando arriva a casa dei genitori consegna la piccola Giulia alla nonna, ex maestra d’asilo, e si siede nell’ordinato salotto dominato da massicci scaffali a vetrina. Dall’altra parte del corridoio la stanza del fratello: un divano letto, mobilio scuro, la coppa Agesci e i colori della Lazio. Per tutta la casa i suoi libri di storia. Era qui, al sesto piano di un palazzone di Torpignattara, periferia romana tra la Casilina e la ferrovia, che ogni mattina Stefano iniziava le sue giornate: appena alzato andava a correre, poi al lavoro nello studio da geometra del padre, talvolta aiutava anche la sorella, amministratrice di condominio. Il pomeriggio andava in palestra, la sera fuori con gli amici. Ex scout, la domenica andava a messa. Da pochi mesi stava sistemando un appartamento tutto suo e sperava di mettersi in proprio anche sul lavoro. «Sto ritrovando me stesso», aveva scritto alla sorella qualche giorno prima dell’arresto. «Un ragazzo normale come tanti. Molto buono ma anche molto fragile», racconta Ilaria. «Purtroppo è incappato nel problema della droga, che ha voluto affrontare andando di sua iniziativa in comunità, al Ceis di don Picchi». Entra nel 2004 per problemi con la cocaina, esce a fine 2007. «Non era un eroe ma una vittima. Purtroppo il mondo della droga è maledetto, sono facili le ricadute. E lui non ne era uscito del tutto».

I genitori lo scoprono drammaticamente all’una e mezza di notte del 16 ottobre, quando i carabinieri si presentano a casa per perquisire la stanza di Stefano, arrestato al parco degli Acquedotti assieme a «uno dei suoi migliori amici». È lui che lo incastra, perché racconta che la droga l’ha sempre avuta da Stefano. E ci si mettono di mezzo anche le pasticche per l’epilessia che le forze dell’ordine scambiano per droga. Stefano cerca di tranquillizzare i genitori buttati giù dal letto. Anche i carabinieri  sono rassicuranti: vanno via dicendo ai Cucchi che per così poco il giorno dopo il ragazzo sarebbe stato ai domiciliari. «Non mi stancherò mai di sottolineare che Stefano è uscito da qui sulle proprie gambe e senza alcun tipo di segno, né sul viso né sul corpo», ribadisce Ilaria. Invece già il mattino dopo, Cucchi si presenta al processo per direttissima con il viso gonfio e gli occhi lividi. Il giudice stabilisce che il ragazzo deve stare in carcere sino al 13 novembre, data della nuova udienza. «Da lì inizia la via crucis», continua Ilaria: quella di Stefano e quella dei genitori, che non lo vedranno più vivo.

Il ragazzo passa dal Regina Coeli al pronto soccorso del Fatebenefratelli, poi di nuovo al carcere, finché non viene trasferito al Pertini. Sempre in preda a dolori insostenibili, con due vertebre rotte e il viso livido. Sempre solo. Perché malgrado chieda ripetutamente di incontrare il suo avvocato di fiducia e l’educatrice del Ceis, non riuscirà a contattare nessuno, malgrado la sua protesta di rifiutare cibo e acqua. Mentre si discute sull’autenticità di un modulo con il quale Stefano avrebbe chiesto di non avvertire la famiglia, Ilaria ricorda che il fratello la fece chiamare da una volontaria perché allertasse il cognato. «Lo interpreto come un suo desiderio di avere contatti con l’esterno. La volontaria mi disse che il corpo era coperto dal lenzuolo ma il viso era ridotto male. Non era né sieropositivo, né anoressico come è stato detto».

Qualcuno ha anche sostenuto che si fosse conciato così cadendo dalle scale. Ma nessuno pare crederci. Infatti il filone principale, accanto all’inchiesta sui medici per omicidio colposo, è quello per omicidio preterintenzionale. Ai segni sul corpo, alle contraddizioni e omissioni, si aggiunge la testimonianza di un detenuto che avrebbe assistito a un pestaggio nella cella di sicurezza del tribunale. Ma la strada per avere giustizia rischia di essere ancora lunga. Gli avvocati della famiglia, legali anche degli Aldrovandi, li hanno avvertiti che non mancheranno le accuse contro Stefano. Non si sono fatte attendere. A cominciare dal sottosegretario Carlo Giovanardi (Udc) che ha sostenuto che a ridurre così il ragazzo è stata la droga. Ilaria risponde ferma: «Mio fratello aveva dei problemi ma non credo che a casa sua sarebbe morto il 22 ottobre».

Larghe intese calabre

Le larghe intese che tengono in piedi le sorti del governo del Paese non sono mai state testate alle urne. Per questo la Calabria doveva essere il primo laboratorio importante in cui saggiare il gradimento degli elettori nei confronti del matrimonio tra Pd e Nuovo centrodestra. Lo voleva il partito di Alfano e lo voleva, a modo suo, anche il Nazareno.

Per costruire il Partito della nazione bisogna partire da quello della regione. A novembre, infatti, si vota per le Regionali e i seguaci di Angelino hanno addirittura paventato una crisi di governo in caso di mancato apparentamento col Pd. Sì, perché il Nuovo centrodestra calabrese è in grado di minacciare persino la tenuta dell’esecutivo, grazie a un pugno di senatori pronti a muoversi a un cenno di Antonio Gentile, coordinatore regionale del partito salito agli onori delle cronache nazionali nel marzo scorso, quando una campagna stampa promossa dai più autorevoli quotidiani italiani lo costrinse a dimettersi dalla carica di sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti. Motivo dell’indignazione: l’accusa di aver bloccato l’uscita in edicola di un quotidiano locale, L’Ora della Calabria, per evitare che venisse data la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di suo figlio.

Ora Gentile torna a far parlare di sé avanzando però una richiesta legittima: formalizzare le nozze tra Alfano e Renzi anche in Calabria. Un’aspirazione assecondata senza dare nell’occhio anche dal Pd che per la regione più a Sud della Penisola non aveva escluso l’ipotesi di un accordo con l’Ncd. Anzi, l’idea di esportare le larghe intese è testimoniata da un sondaggio commissionato dal Nazareno a settembre, quando ancora non si conosceva il nome del vincitore delle primarie del centrosinistra calabrese. Tra le domande che l’istituto Swg proponeva al campione di elettori, figurava questa: «Se il Nuovo Centrodestra decidesse di appoggiare Gianluca Callipo (candidato renziano alle primarie, ndr) entrando in coalizione con il Pd, a quale dei seguenti candidati presidenti darebbe il suo voto?».

l’articolo integrale su left in edicola da sabato 1 novembre 2014

La notizia si è fermata a ebola

Non sappiamo come la piccola Chanel si sia spiegata i sette giorni passati a casa invece che all’asilo. I fatti però sono inequivocabili: i genitori dei suoi compagni non hanno voluto che rientrasse in classe dopo aver saputo che era reduce da un viaggio in Uganda. Eppure Chanel non aveva una sola linea di febbre e l’Uganda non è tra i Paesi a rischio Ebola.

Ma le mamme sono state irremovibili: «O lei o i nostri figli». Così Chanel, tre anni, è rimasta a casa per una settimana. Solo l’intervento della direttrice della materna di Fiumicino (Roma) ha evitato che l’isolamento si protraesse per 21 giorni, come invece chiedevano, in preda al panico, i genitori degli altri bambini. Pochi giorni dopo, il 22 ottobre, anche Fataomata, 26 anni, originaria della Guinea, in Italia da 4, è stata colpita dal virus del pregiudizio. Era sull’autobus nei pressi del capolinea di Grotte Celoni, periferia est di Roma, quando una ragazzina l’ha apostrofata: «Fatti più in là, m’attacchi l’Ebola!». L’atmosfera si è subito surriscaldata e alcuni passeggeri le sono saltati addosso, riempiendola di botte.

«Queste ragazzine sono le nostre prime vittime di Ebola», commenta il genetista Guido Barbujani, che rievoca «gli untorelli» di manzoniana memoria. Non ha dubbi l’autore di Sono razzista ma sto cercando di smettere (Laterza): «Elementi di razzismo, o comunque di pregiudizio, in queste situazioni ci sono sempre. Ebola è stato sottovalutato quando si è pensato che fosse un’epidemia solo africana. Quando invece ci siamo resi conto che può arrivare sino a noi, ci siamo allarmati. Bisognerebbe evitare di oscillare tra atteggiamenti che minimizzano cose che non possono essere minimizzate e drammatizzano fatti che andrebbero visti con un po’ di freddezza».

Fatto sta che oggi in Italia l’emergenza è «mediatica» prima ancora che sanitaria, come denuncia Giuliano Rizzardini, direttore del Dipartimento malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, preoccupato che il virus si trasformi in una «caccia all’uomo nero, non solo in senso metaforico». Intanto l’Ordine degli Psicologi del Lazio si dice pronto a fornire a governo, Regione e Comune «le competenze necessarie per gestire gli aspetti di “panico collettivo” che questa emergenza sta facendo registrare».

Per ognuna delle storie finite sui giornali, ce ne sono tante altre rimaste nascoste dietro le mura domestiche. Come il caso di Kebrat, un’etiope di 23 anni, timida e minuta. Da 5 anni lavora a tempo pieno come baby sitter per una famiglia del centro storico di Roma. Poi è arrivato l’allarme epidemia e l’anziana governante italiana l’ha presa da parte: «Non venire più a casa. Ci porti Ebola». In Etiopia, dove peraltro non torna da anni, il virus non c’è. Ma Kebrat si è spaventata lo stesso ed è rimasta chiusa in casa, confusa e terrorizzata, per tutto il weekend. Col timore di poter davvero contagiare qualcuno.

«Nell’ultimo mese le segnalazioni di episodi di fobia sono aumentate del 30 per cento, soprattutto al Nord», denuncia Foad Aodi, ortopedico italiano di origine palestinese, presidente dell’Associazione medici stranieri in Italia (Amsi). «Con questo allarmismo, ci vanno di mezzo soprattutto i bambini africani. Basta che uno sia di colore perché scatti subito l’identificazione con l’Ebola». Come se non bastasse, questa psicosi sanitaria si aggiunge a quella “politica” per l’Isis: «In entrambi i casi a pagare un prezzo molto alto sono i nostri ragazzi nelle scuole, che invece dovrebbero essere – e sono – il ponte dell’integrazione del futuro. Stiamo formando una seconda generazione piena di paure: siamo molto preoccupati». Adi racconta di una madre italiana che è andata a riprendersi il figlio quando ha visto che giocava con dei ragazzini africani nel giardino della scuola. «Ci chiamano tutti i giorni per denunciare storie così», aggiunge il medico palestinese. «Tante famiglie chiedono che si tranquillizzi la popolazione». Già il 24 ottobre, Aodi aveva preso carta e penna per esprimere il suo sdegno per «l’atmosfera che si sta creando nei confronti degli immigrati, strumentalizzata da certi partiti che cercano visibilità e consensi sulla pelle degli immigrati come stanno facendo da mesi Grillo e Salvini».

Il segretario della Lega aveva appena tenuto una conferenza stampa con Marine Le Pen a Strasburgo per chiedere la «sospensione immediata» di Schengen e la chiusura delle frontiere interne «per fermare l’epidemia di Ebola». Tra le richieste dei due esponenti anche un fantomatico «stop all’importazione di beni potenzialmente a rischio di contaminazione come le banane». Già in agosto Matteo Salvini si era scagliato contro i salvataggi nel Mediterraneo: «Malato di Ebola arriva in Spagna, è il primo caso in Europa. Ma Renzi e Alfano continuano col suicidio di Mare mostrum», lamentava su facebook il leader lùmbard a dispetto del fatto che il malato in questione era un prete rimpatriato e che tutti gli esperti abbiano ampiamente chiarito che i tempi di incubazione non sono compatibili con il lungo viaggio di chi arriva in Italia per mare. Non da meno Beppe Grillo, che sul suo blog ha recentemente ammonito: «Chi entra in Italia con i barconi deve essere identificato immediatamente, i profughi vanno accolti, gli altri, i cosiddetti clandestini, rispediti da dove venivano. Chi entra in Italia ora deve essere sottoposto a una visita medica obbligatoria all’ingresso per tutelare la sua salute e quella degli italiani».

Gli effetti di tale disinformazione non si sono fatti attendere. Il 25 ottobre, tra Calcinato e Montichiari, in provincia di Brescia, sono comparse frasi violentemente razziste: «I neri portano l’Ebola, bruciamoli», si leggeva sulla provinciale 28 prima che intervenissero Digos e carabinieri per cancellare la scritta e indagare sull’accaduto. Tre giorni prima, a centinaia di chilometri di distanza, a Polla, in provincia di Salerno, il sindaco aveva addirittura emanato un’ordinanza per chiedere l’allontanamento di 20 profughi eritrei appena arrivati: «Oltre a problemi di ordine pubblico, potrebbero determinare anche situazioni di rischio sanitario a carico della popolazione con aumento di malattie infettive tra cui tubercolosi, scabbia ed Ebola», aveva argomentato il primo cittadino. Ad allarmare i cittadini era stato il ricovero per febbre e vomito di uno dei profughi. Travolto dalle polemiche, il sindaco già in serata aveva revocato l’ordinanza.

Ormai basta che una persona di colore dia segni di malessere che si scatena il panico. Com’è successo il 13 ottobre al Tribunale di Milano, quando un ghanese senza fissa dimora, imputato per furto di rame, ha iniziato a sputare sangue: il processo è stato immediatamente interrotto, l’aula è stata chiusa con tanto di cartello «inagibile» anche se l’imputato era isolato nella gabbia riservata ai detenuti. In serata gli accertamenti avevano già escluso il contagio da Ebola. Paura di nuovo a Roma, quando un giovane somalo, in Italia da due anni, ha accusato un malore mentre era in fila alla Questura di Roma per il permesso di soggiorno. Scene di panico anche all’ospedale Bassini di Cinisello: l’11 ottobre gli infermieri hanno fatto indossare le mascherine a una coppia di nigeriani in attesa al pronto soccorso. Gli altri pazienti si sono talmente spaventati che il medico ha dovuto spostare i due africani in una saletta isolata.

Tutto questo malgrado sia stato ampiamente chiarito che il contagio non avviene per via aerea e che lo scoppio dell’epidemia in Europa è altamente improbabile. Soprattutto in Italia non è stato ancora riscontrato un solo caso conclamato di Ebola. Solo tanta paura. Come ha ironizzato Michele Serra su l’Espresso, siamo di fronte a «un’epidemia che si diffonde non solo per via orale, ma anche per iscritto».

Pugno d’acciaio su Terni

I volti sono stanchi e preoccupati, nell’aria c’e forte odore di legna, che brucia per fare un po’ di calore. Siamo a Terni, davanti all’acciaieria più antica d’Italia: l’Ast, un’eccellenza nazionale. La fabbrica, dentro, è vuota. Gli operai sono tutti in strada. Ci accolgono davanti all’ingresso principale. Sono quelli che avete visto in queste ore mentre venivano caricati dalla polizia a Roma, sotto l’ambasciata tedesca. Erano in 500 circa a Roma, ma sono migliaia qui, quasi 3.000, e sono in presidio da nove giorni e otto notti.

I presidi sono quattro, ci sono anche gli impiegati stazionano davanti al palazzo della prefettura, il i lavoratori del centro rifinitura e tubificio sotto quello del Comune e gli operai dell’indotto – delle aziende terze – sono raccolti davanti all’altro ingresso, quello delle  merci.

A Terni ogni famiglia ha almeno un lavoratore alle dipendenze della multinazionale tedesca Thyssenkrup, che adesso annuncia esuberi e tagli alla produzione. Mentre il governo prosegue la trattativa con la Germania e i sindacati quella con il governo, left è venuta qui a Terni per ascoltare la voce dei lavoratori, della città. Ve lo racconteremo presto.

Riconoscete lo Stato di Palestina

Il mondo non può continuare a comportarsi come se non fosse a conoscenza di un fatto indiscutibile: il governo di Israele non vuole la pace sulla base di una soluzione a due Stati. Il piano del governo israeliano è quello di colonizzare il territorio palestinese imponendo alla popolazione riserve indiane.

E’ dal 1980 che l’Unione europea sostiene la soluzione due popoli per due Stati, fino ad ora si è realizzata solo l’avanzata delle colonie in quello che dovrebbe essere lo Stato di Palestina (dagli accordi di Oslo i 150mila coloni sono arrivati a 550mila). Molti ormai sono i palestinesi e anche personalità israeliane che di fronte a questa crescita e al frastagliamento del territorio sostengono l’inevitabilità di uno Stato per tutti, con il sogno che lo Stato possa essere democratico, giusto e per tutti i suoi cittadini.

Nella coalizione del governo israeliano, conservatori, destre e coloni la fanno da padroni. Ministri, parlamentari, giudici e generali sono coloni e credono fermamente che quella terra sia loro per diritto divino. Il ministro dell’Economia Naftali Benet, sostenuto da Nethaniahu, vara il piano per maggiori colonie e strade all’interno dei territori occupati palestinesi, e vorrebbe annettersi il 60 per cento di quello che dovrebbe essere lo Stato di Palestina e riocupare Gaza.

In questi ultimi mesi, oltre al massacro della popolazione di Gaza, la distruzione di migliaia di case e infrastrutture, Israele ha lanciato un’offensiva in Cisgiordania: arresti di attivisti dei Comitati popolari per la resistenza nonviolenta, uccisioni ed esecuzioni di civili, totale impunità per i coloni che picchiano, bruciano uliveti, terrorizzano i palestinesi per costringerli a non coltivare la loro terra, forzata espulsione da Gerusalemme est per renderla interamente ebraica.

Riconoscere unilateralmente lo Stato di Palestina è un messaggio chiaro, anche i simboli hanno la loro forza, soprattutto in quell’area, ce lo ricorda anche Yael Dayan, figlia di Moshè Dayan che insieme a 636 personalità israeliane aveva chiesto al Parlamento inglese di votare a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina e lo chiede anche a Roma.

All’Assemblea delle Nazioni unite l’Italia ha votato a favore del riconoscimento della Palestina. E’ il tempo di rifiutare i ricatti israeliani e di riconoscere lo Stato di Palestina: è un passo per la pace e forse un po’ di giustizia. Già 134 Paesi lo hanno fatto, che la nuova ambasciatrice della Ue non sia sempre così pallida, ci dia colore e vita: riconosca lo Stato di Palestina.

*Luisa Morgantini è stata vice Presidente del Parlamento europeo

Io sono Stato

Un voto quasi unanime di quasi metà del Parlamento: con 274 voti a favore e 12 contro (gli astenuti non vengono conteggiati), la House commons ha approvato, il 13 ottobre scorso, una mozione che chiede al governo britannico di riconoscere lo Stato di Palestina accanto a Israele «come contributo alla salvaguardia del negoziato per la soluzione a due Stati». Quest’ultima frase è frutto di un emendamento del laburista Jack Straw e sottoscritto da entrambi gli schieramenti, ma non è bastato a placare l’ira del governo israeliano che solo dieci giorni prima aveva dovuto incassare il riconoscimento della Palestina da parte del governo svedese. «Con tutto quello che succede nella regione, vi sembrano queste le cose importanti di cui occuparsi?», aveva tuonato l’ambasciatore israeliano a Stoccolma. Evidentemente sì, visto che più o meno contemporaneamente anche deputati irlandesi, francesi spagnoli, olandesi hanno posto analoghe richieste ai propri governi. Quelli italiani ne hanno iniziato a discutere, confidando anche nel peso che potrebbe avere una simile richiesta. L’Italia è attualmente presidente di turno della Ue e Paese che esprime l’Alto rappresentante della politica estera: un suo “si” avrebbe un impatto ben più che simbolico. Ma andiamo con ordine.

I partiti della socialdemocrazia europea hanno atteso l’autunno per preparare la loro offensiva, giudicata tanto più necessaria dopo l’estate di fuoco e sangue a Gaza. «Per quanto simbolici, certi gesti vanno fatti», hanno spiegato i Verdi francesi, che il 18 ottobre hanno rivolto un appello al presidente Hollande. Tre giorni prima tre deputati socialisti avevano chiesto che il loro governo, al pari di quello svedese, riconoscesse la Palestina come nazione. Ma Laurent Fabius, capo della diplomazia dell’Eliseo, non è in grado di dire cosa farà: «Un riconoscimento ci sarà, ma solo quando riterremo sia utile». Prima o dopo la conclusione del processo di pace? Netanyahu punta i piedi, dice che nessun riconoscimento può avvenire se non è negoziato con Israele, il che significa, spiega nel dibattito a Westminster il laburista Grahame M. Morris, «porre un diritto di veto inaccettabile». I negoziati infatti sono fermi da aprile e non ci sono indizi di una rapida ripresa. In questi sei mesi c’è stata una guerra con più di 2mila morti e la costruzione di altri alloggi in Cisgiordania, negli insediamenti che le risoluzioni dell’Onu hanno da tempo dichiarato illegali. Dipendesse dall’attuale governo israeliano, i tempi per uno Stato palestinese non arriverebbero mai. «Abbiamo avuto vent’anni di discussioni senza nessun passo avanti. Ho sempre sostenuto Israele, ma l’annessione degli ultimi 950 acri di terra palestinese mi ha fatto vergognare», dice il conservatore britannico Richard Ottaway. «In altri tempi», aggiunge, «avrei votato no a una simile mozione. Ma adesso la mia rabbia è così forte che dico sì». Esattamente come aveva previsto qualche giorno prima il segretario di Stato Usa Kerry, avvertendo Israele: «Continuate così, e vi alienerete tutti gli amici che avete».

Il si inglese, che non avrà influenza sulla politica estera di Cameron – non era infatti vincolante -, pesa più del sì svedese che è invece prettamente politico. Eppure la mossa di Stoccolma, dove i socialdemocratici guidano un governo di minoranza, segna un punto importante: la rottura di un blocco europeo finora schierato con Israele. Certo, la Ue non è così compatta come sembra: 6 dei suoi membri (Polonia, Rep. Ceca, Ungheria, Romania, Bulgaria e Slovacchia) riconoscono già la Palestina dal 1988. Per quanto la decisione risalga all’era sovietica, non è emendabile. Nel 2012, in occasione del voto alle Nazioni Unite, 5 di quei Paesi furono tra i 12 Stati Ue che si astennero, mentre la Praga votò direttamente contro il riconoscimento della Palestina come Stato osservatore dell’Onu. A favore però si espresse la maggioranza dell’Unione, equilibrando i “pesi massimi” al suo interno: sì da Francia, Italia, Spagna; astensione da Germania, Regno Unito, Olanda. A votare “no” un pugno di Paesi: isole Marshall, Micronesia, Palau, Nauru, Panama, Rep. Ceca, Canada e Stati Uniti. E ovviamente Israele.

l’articolo integrale su left in edicola da sabato 1 novembre 2014

La Ast di Terni, che i tedeschi vogliono smantellare (da 60 anni)

A Terni si sta vivendo uno dei  momenti più drammatici che si ricordino, paragonabile solo agli anni della seconda guerra mondiale, quando i soldati tedeschi provarono a distruggere gli impianti delle acciaierie, non riuscendoci solo grazie al coraggio degli operai ternani  che li difesero fino alla morte.

Nel 2011, quando la multinazionale tedesca Thyssenkrupp,  dopo una serie di investimenti sbagliati effettuati in Brasile, Messico e USA, che la portano a perdere all’incirca 10 miliardi di euro e il rischio concreto di fallimento, decide di uscire dalla produzione di acciaio vendendo gli stabilimenti tedeschi ed italiani inseriti nello spin-off denominato Inoxum, attuando una politica di diminuzione del debito.

Nel 2012 la società finlandese OutoKumpo, costituita da capitale misto pubblico privato, effettua un’offerta complessiva per 2,7 miliardi, con l’obiettivo di dare vita al più importante colosso europeo di acciaio inox, in grado di competere con i colossi cinesi che oramai sono diventati cost leader e price leader.

Nel dettaglio il piano Outokumpo prevedeva la chiusura delle acciaierie tedesche di Krefeld e Bockum oramai obsoleti, la progressiva chiusura di alcuni laminatoi situati in Svezia, il rafforzamento del sito di Terni, facendolo diventare il fulcro delle produzione di inox per il sud ed est Europa; il piano riceveva il consenso degli investitori e degli operatori finanziari.

Ad aprile 2012 la commissione europea antitrust, presieduta dallo spagnolo Almunia decide di attivare la procedura di accertamento poiché la produzione di acciaio inossidabile effettuata nei siti di  Terni e quello finlandese di Tornio, raggiungerebbe il 52% della produzione totale europea, assumendo una posizione dominante e danneggiando gli altri produttori europei.

Intanto il mercato europeo è sempre più penetrato da acciaio cinese, tanto ché nel 2013 l’acciaio extraeuropeo aveva raggiunto il 35% del totale consumato.

A Novembre del 2012, la Commissione Europea accertata la posizione dominante, approva l’acquisizione di Inoxum da parte dei finlandesi sotto la condizione della vendita di AST, con la garanzia da parte della Commissione stessa del mantenimento dell’integrità del sito di Terni. Nonostante il sito ternano sia uno dei più competitivi a livello europeo, l’unica offerta effettuata è stata quella dal consorzio formato dai francesi di Aperam e dagli italiani Marcegaglia ed Arvedi, ma che OutoKumpo ha ritenuto insufficiente.

Chiaramente il prolungarsi dei tempi, in un mercato difficile come quello dell’acciaio, con gli azionisti delle due società che incominciavano ad avere più di qualche dubbio, stavano decisamente logorando le due società,  così nel gennaio 2014 la commissione europea dà il benestare al riacquisto di AST da parte della ThyssenKrupp, mettendo in piedi una mera operazione finanziaria per cercare di salvare i conti delle due società, ma che vede sacrificato in nome degli interessi tedeschi e finlandesi, lo stabilimento italiano.

Il 17 luglio 2014, la proprietà tedesca presenta un piano di riduzioni costi di 100 milioni che prevede lo spegnimento di un forno e la dismissione di una linea di produzione con la diminuzione della capacità produttiva che passa da 1,4 M/t annue a 800 000 t, con conseguenti  550 esuberi diretti ed altrettanti dell’indotto nell’immediato, con l’aggravante che il piano industriale presentato non prevede investimenti in grado di dare prospettive future al sito.

A rafforzare la tesi dello smantellamento della parte fusoria dello stabilimento ci sono le parole dichiarate dallo stesso Almunia che solo un mese fa ha fatto sapere quanto concordato con la Thyssen Krupp al momento della riacquisizione di AST: il semplice mantenimento dei volumi di lavorazione a freddo, con conseguente trasferimento delle lavorazioni a caldo in siti tedeschi, di cui era stata preventivata la chiusura già due anni fa, per il loro basso grado di efficienza. Questo “accordo”, reso pubblico solo ora, smentisce l’impegno che, appunto due anni fa, lo stesso Almunia aveva assunto rispetto al mantenimento dell’integrità del sito di Terni, unico impianto integrato per la produzione di inox in Italia. La perdita dell’attività fusoria renderebbe il nostro paese, che è il secondo consumatore di inox in Europa, completamente dipendente dalle importazioni.

In questa vicenda emerge con chiarezza l’incapacità dell’Italia di attuare politiche in contrapposizione delle scelte scellerate decise a Bruxelles e Berlino, fino ad oggi i vari governi che a partire dal 2011 si sono succeduti, hanno nel migliore delle ipotesi messo in campo delle timide dichiarazioni d’intenti.

Solo dopo una lunga serie di scioperi e solo dopo la drammatica occupazione della palazzina dirigenziale avvenuta il 29 luglio del 2014  da parte dei lavoratori dell’AST,  il Governo  ha convocato un tavolo al MISE senza ottenere nulla, tanto ché la proprietà il 5 ottobre ha attivato la procedura di mobilità per  537 lavoratori, rifiutando qualsiasi proposta, come i contratti di solidarietà che invece vengono accettati dalla proprietà per lo stabilimento di Duisburg.

A rendere ancora più grottesca la situazione, è nel fatto che grazie alle politiche di decontribuzione a favore delle imprese attuate dal Governo riceverà uno sgravio fiscale di circa di 7 milioni di euro.

Il Governo italiano dovrebbe adoperarsi, con l’autorevolezza che gli compete, per la difesa di una produzione strategica, imponendosi sui tavoli Europei, tessendo rapporti con gli operatori mondiali dell’acciaio, ipotizzando anche l’utilizzo di strumenti esistenti come il Fondo Strategico, lo stesso fondo più volte richiamato con forza dal commissario dell’Ilva di Taranto, Piero Gnudi, per lo sblocco della vertenza di Taranto.

Vista l’impossibilità della proprietà di investire, l’unica soluzione possibile in grado di dare prospettive future al sito italiano è quella della vendita ad un player internazionale in grado di garantire un mercato all’AST, come conseguenza di una politica industriale a favore della siderurgia nazionale, da opporre alle posizioni alquanto sbilanciate  della Commissione Europea.

Oggi come 60 anni fa, la città di Terni si è messa in difesa delle acciaierie, e se ancora esiste un lumicino di speranza per il sito ternano lo dobbiamo alla determinazione dei lavoratori che ancora oggi  da oramai 5 mesi sono in lotta, ma questa volta senza l’aiuto del Governo, l’intento tedesco in tempo di guerra potrebbe andare in porto in tempo di pace.

Musica: per una equa ripartizione delle risorse

Sabato scorso è uscita una paginata su un grande quotidiano nazionale dove si spaccia come elemento positivo il dato diffuso dalle major discografiche sulla crescita in Italia del 2% di vendite della musica in digitale (tutta a favore delle major per una percentuale di vendita in euro irrilevante) e del 6% di vinile (un numero infinitesimale che si calcola in poche migliaia di copie) come elementi positivi della crescita della musica per la promozione di un prossimo evento.

Sono dati di tendenza da segnare, certo, ma sono totalmente irrilevanti e paiono “fumo” da gettare in pasto all’opinione pubblica e agli operatori più sprovveduti per nascondere dove sta oggi il vero business della musica e chi se lo porta a casa a danno degli indipendenti e degli emergenti che creano il futuro della nuova musica e non trovano più le risorse per il made in Italy musicale.

Siamo infatti di fronte ad una vera e propria “alluvione” in Italia nel sistema musicale dove in dieci anni si è passati da un fatturato di 1 miliardo di euro nel mercato del Cd a poco più di 100 milioni di euro e dove il fatturato del digitale è arrivato solo a 40 milioni di euro e in un mercato dove il sistema del live per chi fa musica originale, inedita e innovativa, indipendente ed emergente, è diminuito sempre in 10 anni di almeno il 50% con la chiusura lenta ma inesorabile di tantissimi club, circoli, festival e contest.

Contemporaneamente, questo sì: sono arrivati a circa 5/600 milioni di euro i diritti che vengono incassati ogni anno dagli Istituti di Raccolta dei Diritti con il segno negativo per i nuovi artisti emergenti e indipendenti e tutta la loro filiera (autori, editori, produttori, musicisti, etc.) che incassano percentualmente minori rispetto a 5 anni fa, con ripartizioni sempre meno analitiche e sempre più forfettarie a favore dei grandi mentre restano sempre fermi circa 100 milioni di euro per tutti gli artisti, grandi e piccoli, nelle casse del vecchio Imaie.

Pur di fronte a dati che ci dicono che oltre il 50% del raccolto di questi istituti è dato dai tantissimi piccoli eventi musicali presenti nel Paese.

Inoltre arriveranno circa 300 milioni di euro in più grazie alla firma per l’equo compenso che chiediamo vengano investiti per almeno il 50% a favore dei giovani autori e di tutta la filiera che li sostiene e dei festival che li promuovono. Mentre sempre in Italia YouTube, Facebook e tutti gli altri monopolisti del digitale fanno centinaia di milioni di euro di fatturato sul digitale pagando direttamente ancora pochissimo gli artisti indipendenti ed emergenti con pochi centesimi per ogni click quando va bene se non addirittura nulla e portando i loro fatturati all’estero.

Quando non si sono ancora attivate politiche di sgravi e facilitazioni per i piccoli concerti sotto le 200 persone, non ci sono sostegni per le opere prime e ancora non si dà come in Francia lo spazio alla musica italiana e agli esordienti in radio e tv raccogliendo 45 milioni di euro di diritti che resterebbero così in Italia.

Tutte queste semplici operazioni: una ripartizione più analitica dei diritti, una più equa ripartizione del business sul digitale a favore di tutta la filiera creativa, una presenza nel Fus delle nuove musiche contemporanee, una maggiore diffusione di nuova musica italiana sui media porterebbe, a costo zero per il Paese e senza nessuna perdita per alcuno, alla creazione di almeno 30 mila posti di lavoro nel settore della nuova musica italiana, tutta tra le giovani generazioni, facendo emergere dal sommerso tante nuove professionalità, tra autori di testi e musiche e nuovi editori, piccoli produttori, artisti e musicisti ,  studi di registrazione, videomaker, grafici, nuovi comunicatori per la stampa e i social, piattaforme di crowdfunding (queste sì hanno sostenuto, insieme alle tante produzioni indies e autoproduzioni, le nuove produzioni indipendenti con oltre 200 progetti portati a segno in poco più di un anno e oltre 1 milione di euro raccolti) e a favore di tutta la filiera creando un volano economico e culturale di grande portata.

Di questo abbiamo parlato al Tavolo della Musica a Firenze con le parlamentari Francesca Bonomo ed Elena Ferrara , dell’Intergruppo Parlamentare per la Musica, insieme a Stefano Boeri. Di questo si deve parlare. Semplificazione, facilitazioni per i live per le produzioni, depenalizzazione di reati per il settore (come il disturbo della quiete pubblica) sgravi per chi investe, eque ripartizioni dei diritti, liberalizzazione armonica del settore, più compensi agli artisti dal grande business del digitale e della telefonia. Il resto è fumo per mangiarsi di nascosto l’arrosto sempre tra pochi.

Contro la precarietà

«Dov’erano i sindacati?», chiedeva un mese fa dagli schermi televisivi Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio citava il caso di «Marta, 28 anni, precaria, che non può andare in maternità». “Dov’erano i sindacati?” è diventato una sorta di slogan che ha accompagnato l’uscita pubblica del Jobs act. Le reazioni non si sono fatte attendere. Sul filo dell’ironia nei social network ma soprattutto come mobilitazione. «Io non so dove era lei, Renzi, ma so dov’erano loro». Erika, precaria e sottopagata, racconta come quelli della Cgil l’abbiano aiutata «nel momento del bisogno». La ragazza, insieme a Irene e ad altri giovani, compare in un “selfie” all’interno di una campagna video promossa su facebook e twitter dalla Filcams Cgil, il sindacato dei lavoratori del turismo e dei servizi. L’hashtag è #martachallenge #martatelecanta, con il chiaro riferimento alla “Marta” evocata dal premier. Chiaro anche il contromessaggio dei giovani precari. Se il concetto di uguaglianza del Jobs act è ridurre le tutele a chi ce l’ha, no grazie. Erika, nel finale del suo video, si toglie la maglietta, si avvolge nella bandiera della Cgil e dice: «Mi spoglio dell’ideologia e mi vesto di diritti».

È la lotta alla precarietà – economica, culturale e sociale – che il 25 ottobre sfilerà in piazza San Giovanni a Roma. Con le tre parole chiave: “lavoro, dignità e uguaglianza”. Su questi concetti si basano le controproposte della Cgil alla legge delega del Jobs act e alla politica del governo sul mercato del lavoro. Dallo Statuto dei lavoratori e dalle indennità di disoccupazione estesi a tutti – precari e atipici – , alla qualità e stabilità del lavoro con l’abolizione dell’attuale selva di contratti. La Cgil chiede anche un Codice del lavoro frutto dell’incontro tra Parlamento e parti sociali e non attraverso una delega del governo. Una presa di posizione così netta contro la precarietà non c’era mai stata da parte della Cgil, un sindacato che tra i suoi iscritti (5 milioni e 686mila nel 2013) vede soprattutto i pensionati (circa 3 milioni) e gli attivi (2 milioni e 600mila), anche se, va detto, le adesioni nel terziario e nei servizi, le aree con meno tutele, sono le uniche a crescere (circa del 7 % per la Filcams).

La mobilitazione decisa dal direttivo nazionale il 27 settembre arriva dopo mesi di braccio di ferro tra il premier e il segretario Susanna Camusso. Il duello a distanza tra i due – talvolta con dichiarazioni piuttosto ruvide – lascia intravedere sullo sfondo temi essenziali per il futuro del Paese. Da una parte, Renzi vuole “liquidare” il ruolo del sindacato come corpo intermedio (l’ha detto esplicitamente), accusandolo di essere ideologico e ancorato al passato. Dall’altra, la Cgil rivendica la sua azione di tutela dei diritti dei lavoratori, soprattutto oggi che sono ancora più a rischio. E nel fare questo, il sindacato punta l’indice contro gli obiettivi del governo delle larghe intese, schiacciati su un pensiero economico proprio della destra. «Matteo Renzi come Margaret Thatcher», aveva detto Camusso a metà settembre, facendo infuriare Renzi. Quali che siano gli ispiratori del presidente del Consiglio, è un fatto però che il relatore al Senato del Jobs act sia stato Maurizio Sacconi (Ncd), già ministro sotto Berlusconi e autore nel 2009 di un libro bianco sul welfare concepito in un’ottica confessionale, da comprendere anche «il dono e la carità».

l’articolo integrale su left in edicola da sabato 25 ottobre 2014

La nostra vita non è un gioco

Anni fa, all’inizio del processo di precarizzazione, politici e opinionisti d’ogni colore politico raccontavano la stessa favola: era finito il Novecento, cambiava tutto e grandi possibilità – dicevano – sarebbero arrivate dalle sorti magnifiche e progressive della flessibilità. Il pacchetto Treu, la legge Biagi e tante altre leggi varate dal centrodestra, come dal centrosinistra, avrebbero fatto della parola “disoccupazione” poco più di un termine desueto.

È andata diversamente. La favola era una balla, utile a propagandare la precarietà: una forma intensiva di sfruttamento ad alta ricattabilità e bassi salari basata sulla distruzione dei diritti, la compressione dei salari e lo smantellamento del welfare. Un modello, concausa della crisi economica, che ha generato solo una spirale perversa di cattiva occupazione e disoccupazione di massa da un lato e profitti per pochi dall’altro.

Al contrario di quanto non voglia raccontarci la retorica renziana non ci sono lavoratori di serie A e lavoratori di serie B, ma al massimo pochi ricchissimi che vivono in serie A e sotto di loro un complesso dedalo di serie minori in cui lavoratori con poche tutele si contendono un salario con lavoratori senza nessuna tutela e disoccupati.

Renzi usa i precari, i senza diritti, come scudi umani contro gli altri lavoratori puntando a livellare verso il basso i diritti di tutti. Procede con una violenza verbale inaccettabile, che punta ad alimentare una pericolosissima guerra tra poveri. Ma non si limita alle parole, ma mette in campo un’azione concreta che dal decreto Poletti (che rimuovendo la causalità dei contratti a termine e svuotando l’apprendistato riesce persino a peggiorare la riforma Fornero) alla delega del Jobs act delinea un mercato del lavoro sempre più precario.

Servirebbe invece una vera riduzione delle forme contrattuali precarie, un reddito minimo garantito che ci assicuri un’esistenza dignitosa e libera dai ricatti, l’estensione universale a tutti e a tutte degli strumenti di welfare (malattia, casa, maternità e paternità), un sostegno al lavoro autonomo vero, investimenti ingenti per creare nuova e buona occupazione.

Abbiamo bisogno di una grande mobilitazione nelle piazze e nelle istituzioni per invertire radicalmente il segno delle politiche di questi anni. Serve un fronte variegato e determinato che promuova l’opposizione alle politiche del governo Renzi e trovi in questa lotta le ragioni e la forza per costruire l’alternativa politica di cui abbiamo bisogno.