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Serve un patto tra imprese e giovani

Solo in Italia è possibile lavorare in un negozio di calze come stagista. Solo in Italia è possibile lavorare come collaboratore in un call center, otto ore per cinque giorni la settimana, senza tutela per malattia e maternità. Solo in Italia è possibile lavorare da precario in un ente pubblico di ricerca, in funzioni di delicato interesse pubblico. Solo in Italia esiste il contratto parasubordinato. Chi lo firma non è esattamente un dipendente, come indica il nome. Infatti non ne condivide i diritti e affronta molti più rischi, come fosse un autonomo. Il parasubordinato ha consentito alle imprese e alle cooperative sociali di assumere un dipendente, pagato meno, con bassi contributi previdenziali e non protetto.

In Italia ci sono oltre 1,4 milioni di parasubordinati, tra questi 546mila collaboratori a progetto con uno stipendio medio di 10mila euro lordi all’anno. La flessibilità del lavoro è una realtà – 7 su 10 i contratti a tempo determinato sul totale dei nuovi rapporti di lavoro nel 2013 -, il precariato permanente è la sua degenerazione. Ma non è l’unica via possibile, c’è ancora un’opportunità.

Il parasubordinato deve essere abolito: i dipendenti mascherati da co.co.co diventino dipendenti a termine, apprendisti o interinali, e i veri collaboratori a progetto diventino professionisti senza albo, con partita Iva e contributi ribassati nei primi anni. Per questi ultimi ci sono 800 milioni di euro in finanziaria, una discontinuità forte col passato, un riconoscimento del lavoro autonomo di seconda generazione. Si può ragionare attorno a un nuovo tipo di contratto, che assorba tutte le forme di lavoro subordinato e eterodiretto.

Un patto professionalizzante tra imprese e giovani: minori costi di licenziamento per i primi tre anni, con regole certe per la stabilizzazione, e in cambio la possibilità di rimanere in un percorso formativo. Mentre si lavora, si può continuare a studiare per il diploma o la laurea, imparare l’inglese o l’uso di un programma informatico: 150 ore indicate dall’impresa, 150 ore scelte dal lavoratore. Si dovrà ridisegnare la formazione professionale, lo stage e l’alternanza, e ridefinire il rapporto tra scuola-università e il sistema delle imprese. A copertura, ci sono i fondi regionali per la formazione e quelli europei. È un investimento dell’impresa, del lavoratore e della collettività per garantire un’assicurazione dentro la flessibilità. Il contratto professionalizzante è un’occasione per i giovani che chiedono lavoro, per avere un reddito ma anche per potersi realizzare, conquistare opportunità di cultura e professionalità. E libertà.

Stefano Rodotà e la trincea della dignità

Quando si difendono i diritti, è facile trovarlo in prima fila. Stella polare della sinistra movimentista, Stefano Rodotà, il giurista che un anno e mezzo fa ha “rischiato” di diventare Presidente della Repubblica, è l’instancabile sentinella dello spirito della Costituzione. Una Carta, la nostra, che ha compiuto quella che lui chiama «la rivoluzione della dignità», introducendo un principio che nella realtà quotidiana è però «costantemente negato». Da qui il suo appello per un reddito minimo o di cittadinanza, che permetta di fuggire dalla miseria e dal ricatto.

La dignità, un suo cavallo di battaglia, è diventata una delle parole chiave della manifestazione della Cgil. Era ora?

Oggi si parla molto di dignità, ma è continuamente violata. Quando crescono le povertà, la disoccupazione e le discriminazioni è soprattutto la dignità della persona a essere messa in discussione. La dignità è una delle rivoluzioni del costituzionalismo dell’ultimo dopoguerra. Si trova in cima alla Carta tedesca, che si apre proprio con le parole: «La dignità umana è inviolabile». La Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 integra la forma tradizionale «tutti gli uomini nascono liberi e uguali» aggiungendo «in dignità e diritti». L’art. 3 della Costituzione italiana, «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale», arricchisce la versione tedesca perché dice che la dignità non deve essere riconosciuta solo alla persona in quanto tale, ma anche nella relazione con gli altri. La dignità torna poi nell’art 41 – «l’iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con (…) la libertà e la dignità umana» -, nell’art. 32 sulla salute («la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana») e nell’art. 36, che impone una retribuzione che garantisca «un’esistenza libera e dignitosa». Non è un caso che la dignità compaia con tanta forza nelle costituzioni dei vinti: in Germania e Italia c’erano state gravi violazioni di quel principio. La Carta dei diritti fondamentali della Ue si apre con le stesse parole della Costituzione tedesca. La triade rivoluzionaria oggi si legge: libertà, eguaglianza e dignità. Non perché sia sparita la solidarietà, ma perché la dignità dà il tono al quadro dei princìpi della democrazia. Attribuisce un’ulteriore forza e attenzione alla persona. Tale contesto è anche un limite alla possibilità del legislatore di intervenire in forme che mettono in discussione la dignità.

Questo sulla Carta. E nella realtà?

Nella realtà la dignità è continuamente messa in discussione. Anzi diciamolo francamente: è continuamente negata. Nella Costituzione è il lavoro che attribuisce dignità alle persone, perché permette di non dipendere dagli altri. Questo dovrebbe imporre una riflessione su come la violazione della dignità legata all’esclusione dal mondo del lavoro debba essere combattuta. Il reddito minimo o universale di cittadinanza fa uscire le persone da una condizione di difficoltà ed è la strada necessaria per restituire dignità. Nel momento in cui la retribuzione è sempre più in discussione – perché non c’è lavoro o c’è ma è precario o in nero -, è necessario trovare misure sociali adeguate. Il reddito minimo mi mette anche nella condizione di non essere ricattato quando cerco lavoro. Siamo rimasti, insieme alla Grecia, l’unico Paese in Europa a non aver rivisto il sistema di sostegno sociale. La dignità non è solo un’astrazione: ti mette di fronte a situazioni drammatiche. Oggi si parla molto di articolo 18 come se i problemi del lavoro si risolvessero con la diminuzione delle garanzie. Viviamo in un Paese in cui la violazione della persona avviene anche attraverso forme di vera e propria schiavitù: l’Italia, soprattutto in alcune regioni, è dominata da poteri criminali. Dobbiamo ricostruire la legalità attorno al lavoro, fondamento della Repubblica democratica. La dignità della persona è riconosciuta a tutti: non si possono fare differenze per gli immigrati irregolari. Quando il lavoro è negato o ridotto a oggetto di ricatto è negato un pezzo di democraticità. I diritti fondamentali delle persone non possono essere subordinati alla logica del profitto. Al di là dell’inflazione delle citazioni, nel concreto la dignità viene rispettata poco. Le azioni legislative sono molto modeste. In Italia, poi, la dignità della persona è legata anche al governo della vita privata.

l’intervista integrale su left in edicola da sabato 25 ottobre 2014

Maurizio Landini: senza diritti è schiavitù

Freddo. Un paio d’anni fa Maurizio Landini scelse questa parola e con la voce a tratti rotta dalla commozione raccontò in tv del freddo provato a sedici anni, quando per la prima volta entrò in una fabbrica. Qualche giorno fa un altro Maurizio (questa volta il comico Crozza) ironizzava sugli occhi freddi e vuoti di Sergio Marchionne, ad Fiat. Il freddo della fabbrica e gli occhi freddi dei Marchionne d’Italia sono al centro della vita del segretario della Fiom più popolare che si ricordi, seguitissimo per le sue battaglie sindacali ma tanto amato anche dai media per quelle sue reazioni indignate ogni volta che a finire sotto attacco sono i diritti e la dignità dei lavoratori.

Le va se ripartiamo dall’articolo 18? Renzi afferma che ormai «è un totem ideologico di una vecchia sinistra che difende i privilegi di pochi». Cosa risponde?

Che un lavoro senza diritti non è un lavoro, è schiavismo. E che lo Statuto dei lavoratori va esteso a tutti e non tolto a quelli che ce l’hanno. Che l’art. 18 è una tutela individuale per far sì che una persona sia un libero cittadino anche nei luoghi di lavoro e che molto semplicemente impedisce che si abbia il diritto di licenziare quando si vuole. Del resto, la teoria che nel resto dell’Europa non ci sia l’art. 18, e che per questo bisognerebbe toglierlo anche da noi, cozza contro il fatto che in Europa ci sono 25 milioni di disoccupati. Tra l’altro non mi pare che lì dove non c’è l’art. 18 le cose vadano molto meglio sul piano del lavoro e dell’occupazione. È un elemento di civiltà che non può essere messo in discussione. Avere dei diritti serve a riequilibrare il rapporto tra lavoratore e imprenditore e soprattutto a permettere alle persone di realizzarsi nel lavoro che fanno, senza avere paura di ricatti o discriminazioni. Questa storia della sua abrogazione è un falso problema ma soprattutto è un passo indietro inaccettabile per tutto il Paese.

Lei inizialmente non era tra i gufi. Ha tentato il dialogo con questo governo. Ora è tutto saltato, quale è stato il punto di rottura?

Io sono abituato a giudicare le persone e i governi per quello che dicono e quello che fanno. Il presidente del Consiglio aveva detto di voler cambiare il Paese, e io gli ho proposto di farlo assieme alle lavoratrici e ai lavoratori. Quando ha dato gli 80 euro sono stato d’accordo, quando ha tassato le rendite finanziarie anche, nel momento in cui invece ha scelto di accettare il programma di Confindustria facendolo di fatto diventare il proprio, mettendo in discussione non solo l’art. 18, ma tutto lo Statuto dei lavoratori, non sono stato più d’accordo.

Perché? Non le sembra un possibile elemento di cambiamento anche questo?

L’idea che sia sufficiente ridurre la tassazione sulle imprese per risolvere i problemi di questo Paese, accettare di mettere in discussione i contratti nazionali di lavoro, ritenere che il modello Fiat possa diventare un modello generale, implica scelte economiche e finanziarie che non fanno altro che proseguire sulla linea già indicata dai governi Monti e Letta. Così non si cambia il Paese: così si torna indietro e soprattutto non si mettono in discussione quei vincoli Ue che stanno mettendo in ginocchio l’Italia e l’Europa.

Quindi ora anche lei è tra i gufi?

Il problema non è essere contro Renzi. Il problema, per quello che riguarda il sindacato, è essere autonomi e indipendenti e avere un proprio progetto, delle proprie proposte che, a differenza di quelle del governo, non vogliono dividere ma unire tutte le persone che per vivere devono lavorare. Dobbiamo costruire un’alleanza vasta di persone che sia in grado di cambiare queste scelte e questa politica e anche di mettere in discussione la politica in Europa.

Una vasta alleanza di persone “di sinistra” o anche questa definizione non ha più senso? Il mondo per Renzi si divide in vecchi e nuovi, come salvarsi da questa dialettica asfittica?

Ho la sensazione che in questi anni sul piano culturale e dei valori abbia prevalso un pensiero unico. Quello del libero mercato, del cosiddetto liberismo in Europa e in Italia. Sulle politiche industriali e sulla centralità del lavoro anche i governi di centrosinistra che hanno preceduto Renzi non hanno fatto nulla di molto diverso dai governi di centrodestra. C’è stata invece la costruzione di una legislazione che di fatto ha favorito la riorganizzazione delle imprese a danno dei diritti e degli investimenti. Soprattutto non si è mai affrontato il problema della redistribuzione della ricchezza a danno del lavoro. Siamo il Paese che ha l’evasione fiscale e la corruzione più alte e in questi anni il mondo che rimane maggioritario, quello cioè di chi per vivere svolge un lavoro salariato, è rimasto senza rappresentanza.

La risposta deve essere politica?

Innanzitutto oggi il problema è costruire un progetto e una cultura che siano alternativi a questo pensiero e allo stesso tempo produrre dei risultati molto concreti. Ogni giorno siamo di fronte ad aziende che chiudono, licenziano, delocalizzano. Siamo di fronte a un lavoro ridotto a merce, precario. Non si vive più lavorando, anzi si è poveri lavorando. Io non so se la politica attualmente sia in grado di svolgere questo compito. Per quanto mi riguarda penso che le organizzazioni sindacali, in questo caso la Fiom e la Cgil, siano oggi l’unico soggetto che può offrire un terreno di riunificazione del mondo del lavoro. Anche per la costruzione di un progetto alternativo a quello portato avanti da questo governo e da questa Europa.

Anche voi però siete spacciati per “vecchi arnesi inutili” preposti alla difesa di pochi privilegiati. E spesso accade che vostri segretari vengano fischiati in piazza dagli stessi operai che da anni non votano i partiti della sinistra.

Mi pare evidente che in questo Paese ci sia un problema di rappresentanza. Metà degli italiani non va a votare, metà dei lavoratori non è iscritto a un sindacato, così come per le Associazioni d’impresa. Noi, Fiom e Cgil, non abbiamo difficoltà a riconoscerlo. A differenza di altri siamo in rapporto diretto con le persone e siamo pronti a giocarcela, per questo abbiamo organizzato scioperi, manifestazioni come quella del 25 ottobre e molto altro. La critica più forte che ci fanno, in questo caso alla Cgil, è proprio quella di non aver fatto fino in fondo la sua parte, di non essersi opposta ai tagli alle pensioni e di non essere stata sufficientemente autonoma dai partiti, dai governi, dal quadro politico. Ecco, dal momento che le decisioni della Cgil in questi mesi vanno in direzione opposta e offrono un terreno di mobilitazione, sono convinto che questo è il modo per recuperare. In questi giorni le nostre piazze si sono riempite oltre ogni aspettativa e penso si arriverà allo sciopero generale e oltre. Bisogna essere in grado di dare una risposta vera e, come Fiom e Cgil, dobbiamo essere pronti a cambiare, a rinnovarci, a essere più democratici per recuperare il terreno perduto in questi anni.

Le va di ricordare uno dei meriti belli del sindacato? Per esempio, il dato che lì dove il sindacato è più forte c’è meno precariato?

In Italia la precarietà esiste perché sono state fatte delle leggi che hanno creato forme di lavoro incredibili ed è chiaro che tutto questo ha indebolito anche il sindacato e la sua possibilità di tutelare e garantire tutti. Le faccio l’esempio del settore metalmeccanico (è quello che conosco meglio!), quando Federmeccanica (associazione delle imprese) afferma che ancora oggi oltre il 90% degli impiegati nel settore ha un contratto a tempo indeterminato, vuol dire che il sindacato ha fatto migliaia di accordi per far sì che il lavoro precario fosse limitato e che molti contratti venissero trasformati in tempi indeterminati. Abbiamo fatto accordi sugli orari e sugli usi degli impianti. Ed è evidente che se nel settore metalmeccanico c’è meno precarietà è grazie al nostro lavoro. Questo ci è riconosciuto, in questi mesi nelle fabbriche si sta votando per eleggere le Rsu e siamo di fronte al fatto che, contrariamente al voto delle Politiche, l’80-90% dei dipendenti partecipa al voto e la Fiom si conferma il primo sindacato nel settore metalmeccanico. Lo ripeto, se i giovani i precari percepiscono che questa volta la Cgil e la Fiom fanno sul serio, ci sono tutti i presupposti per impedire che il governo faccia gli errori che annuncia.

Le chiedono di continuo di entrare in politica, di essere il nuovo leader della sinistra. Cos’è, secondo lei, che le riconoscono? Una coerenza personale? Una onestà?

Io credo che sia frutto del lavoro fatto dalla Fiom in questi anni. Non di Landini, della Fiom, delle delegate e dei delegati, di tutti gli iscritti che nelle fabbriche ci hanno messo la faccia. La forza della Fiom sono le migliaia e migliaia di delegati, di donne e di uomini, di giovani che ogni giorno coerentemente difendono i propri diritti. Io, essendo in questa fase segretario generale, interpreto il lavoro che la Fiom ha fatto. Noi siamo stati coerenti, abbiamo cercato di fare ciò che dicevamo, non abbiamo mai avuto paura anche quando eravamo controcorrente. E, come nel caso della Fiat, si è visto nel tempo che avevamo ragione. Penso che questo sia l’elemento che ci viene riconosciuto, una autonomia e una indipendenza di giudizio. Detto questo mi lasci aggiungere che c’è anche un tentativo, fatto ogni volta che cresce il consenso intorno alle mobilitazioni della Fiom, di delegittimazione. Si dice che il suo segretario vuole entrare in politica e lo si fa per delegittimare quello che stiamo facendo tutti. Sono sei anni che portano avanti questa tiritera.

Le gambe della sinistra per Bobbio erano l’uguaglianza e la libertà. Oggi siamo in piazza per il lavoro: quando diventa libertà?

Il lavoro è libertà quando la persona si realizza in quello che fa. Il vero asse della lotta alla precarietà è proprio la libertà nel lavoro. L’aspirazione delle persone che fanno un lavoro non è solo di prendere i soldi ma di realizzarsi. Fare cose che piacciono, usare la propria intelligenza, essere riconosciuti come persone e attraverso questo realizzare la propria identità e la propria dignità. Per questa ragione la lotta contro la precarietà è una lotta per la libertà e per la democrazia. Perché quando si trasforma il lavoro in pura merce e si riducono i diritti è chiaro che si è di fronte a un attacco alla democrazia e ad una riduzione della libertà prima ancora che nel lavoro, nella vita.

Susanna Camusso: Il futuro è nei diritti

Lavoro, dignità, uguaglianza. Sono queste le parole d’ordine che abbiamo scelto per la manifestazione di sabato 25 ottobre a Roma. Queste le parole che indicano i nostri obiettivi e le nostre proposte. Quella di sabato vuole essere una manifestazione di proposta, a sostegno delle nostre ricette perché in questo Paese ci sia un effettivo cambiamento, che per noi vuol dire migliorare concretamente le condizioni delle persone.

Come ha affermato il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, il governo, con la legge di Stabilità, ha esaudito i sogni degli imprenditori, ma ha rinnegato le promesse fatte a tanti giovani di creare lavoro dignitoso, di “cambiare verso” combattendo il precariato e di allargare le tutele. Invischiato in una crisi lunga ormai oltre sette anni, il Paese vive un’emergenza senza precedenti. Un’emergenza che si chiama lavoro, da difendere e da creare, nel rispetto pieno e totale dei diritti e delle tutele, nella loro difesa e nella loro estensione, ovvero tutto ciò che determina la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori di questo Paese.

Abbiamo delle proposte, ne vorremmo discutere, così come abbiamo fatto in questi giorni nei luoghi di lavoro, sui territori, con migliaia di lavoratori, giovani e pensionati, partendo dal merito delle cose. Contrastando quel falso mito della velocità senza contenuti che tutto mangia, svilisce e distrugge nel giro di una battuta, di uno spot, di un tweet.

l’appello integrale su left in edicola da sabato 25 ottobre 2014

Un’ampia coalizione sociale oltre il 25

Il presidente del Consiglio si muove sempre di più come il Ceo di una grande impresa ossessionato dalla relazione trimestrale e chiamato a dare l’idea ai mercati finanziari di decidere facendo quelle scelte che da sempre apprezzano. In questo sì, è molto simile a Marchionne.

Il punto è che guadagnare tempo sul banco dei pegni dei nostri titoli del debito pubblico non vale il prezzo che paghiamo. La definitiva quanto gratuita manomissione dell’articolo 18 e la legge finanziaria disegnano un preciso obiettivo di marca neoliberale: svalutare il lavoro per recuperare qualche briciolo di Pil. Oltre a essere inique queste scelte saranno ulteriormente recessive. Il sindacato rivendica una strada alternativa ma vengono al pettine dei nodi irrisolti.

Pur in una condizione di difficoltà, determinata da cambiamenti epocali che hanno indebolito il lavoro organizzato, avremmo dovuto utilizzare il capitale di credibilità dei due milioni del Circo Massimo nel 2002 non per fare un partito nuovo, come qualcuno sperava, o per conquistarne uno precocemente invecchiato. Ma per costruire una grande battaglia su welfare, superamento del lavoro precario, estensione dei diritti di cittadinanza. Non che non ci siano state tante vertenze sindacali con al centro i precari ma l’impressione è che non sia mai diventata una questione prioritaria per tutta la Cgil.

Avremmo dovuto fare di più per diventare punto di riferimento anche simbolico di due generazioni di esclusi. Per rivendicare con più convinzione la riscrittura del nostro Codice civile, mettendo al centro il lavoro tout court come diceva Massimo D’Antona o il progetto di vita che è nel lavoro come diceva Bruno Trentin. Scardinando la subordinazione da dentro con la contrattazione e da fuori con una rilettura dell’articolo 2094. Sarà una grande manifestazione quella del 25. Lo dicono i segnali che vengono dalle assemblee, dalle iniziative e dagli scioperi degli ultimi giorni. La domanda corretta non è, però, se la Cgil sarà in grado di replicare il 2002. La domanda è se la Cgil sarà in grado di andare oltre il 25 organizzando una mobilitazione diffusa, che faccia perno anche sullo sciopero generale, mettendo insieme una coalizione sociale ampia di dipendenti e free lance, disoccupati, precari, studenti.

Non è una questione di numeri ma di priorità. Cambiare la politica economica del governo e mettere in discussione dal basso l’austerità ottusa dell’Ue prima che populismi e fascismi prendano il sopravvento. La rappresentanza sociale ha un valore direttamente politico, oggi più che mai.

Il furto del lavoro sovverte la Carta

Racconta Piero Gobetti che l’intransigenza morale di Matteotti si manifestava nel suo rifiuto della politica dell’apparenza e nella pratica della concretezza: emblematico del suo stile è l’episodio di quando nel ’19 a un organizzatore che gli chiedeva di mandargli una fotografia da mettere sui manifesti spedì tranquillamente quella di un amico (Piero Gobetti, Matteotti, ed. or. 1924, ora ristampato dalle Edizioni di storia e letteratura, Roma 2014, p. 25). Il profilo di Matteotti che Gobetti scrisse e pubblicò a caldo subito dopo il delitto – e poco prima di essere anche lui costretto a emigrare e a morire giovanissimo a Parigi -, è un grande classico da leggere e meditare come un rimorso: ai nostri tempi una carriera politica si costruisce nei salotti televisivi coi sorrisi di soubrette e di giornalisti cortigiani. E leggendo come Matteotti affrontasse gli incontri coi contadini in sciopero e i loro padroni, preparandosi attentamente sulle questioni dei patti agrari, ci si chiede quale mai esperienza del lavoro abbiano oggi i politici di mestiere.

Sanno davvero per esperienza propria che cosa significhi l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori? O almeno hanno mai riflettuto sul perché la Costituzione italiana si apre con quell’articolo 1 che ne è la porta d’ingresso? Nelle polemiche di questi giorni il punto di discrimine resta quello fissato in quell’articolo: si può dire ancora che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro? E se non è più vero, allora su che cosa è fondata l’Italia? La risposta alla prima domanda è semplice: oggi il lavoro è tutto fuorché il fondamento di qualcosa. Al suo posto quello che unisce gli italiani è l’assenza di lavoro: per cui si potrebbe dire che al posto del lavoro come realtà c’è oggi il bisogno di un lavoro come sentimento, ossessione, speranza. E intanto la parola ha cessato di indicare una condizione generale dell’appartenenza sociale, un termine capace di unificare lavoro intellettuale e lavoro manuale, artigianato e lavoro di fabbrica. Al suo posto c’è un arcobaleno cangiante di episodiche prestazioni d’opera, senza durata e senza prospetive: c’è il lavoro mordi e fuggi, diverso da luogo a luogo, da stagione a stagione, una sostanza liquida, inafferrabile, che non consente di costruirvi sopra nessuna prospettiva di vita – crearsi una famiglia, assistere gli anziani, avere dei figli, pensare al loro futuro senza angoscia.

Oggi si tenta faticosamente di dar vita a un movimento dei lavoratori come forza collettiva. Ma per farlo bisogna partire non più dalla difesa del lavoro come realtà ma dalla rivendicazione di un diritto: quello di avere un lavoro che sia tutelato dalla legge. Ma si può ancora chiamare lavoro quello che comincia la mattina e la sera è già finito? I contratti di un giorno sono stati 687mila nel solo primo semestre del 2011. E c’è di peggio: ci sono i lavoratori che lavorano gratis . Nelle nostre istituzioni culturali – biblioteche, archivi, musei – il fenomeno è diffuso: chi scrive ha in mente tanti giovani laureati che arrivano al mattino e prendono i posti lasciati da impiegati oggi in pensione, per chiudere la sera col solo compenso di un panino e di un biglietto dell’autobus. A loro forse pensava Ignazio Visco quando, parlando di lavoro a Bologna nel sessantesimo della casa editrice Il Mulino, ha citato la frase del Candide di Voltaire: «Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno». Visco ha aggiunto considerazioni ovvie in quel contesto, ma del tutto scisse dalla realtà italiana di oggi: ha detto che bisogna investire in conoscenza, alzare il livello della formazione dei giovani, ridare impulso all’università e alla ricerca. Ora, lo studio potrà salvare dalla noia e dal vizio, forse, anche se la cosiddetta “notte dei ricercatori” ha riempito le piazze di giovani ubriachi. Ma il bisogno no, quello resta. E anche chi conquista un lavoretto retribuito non sfugge alla malattia che ha roso le radici della convivenza civile , ha cancellato il senso della prospettiva e della durata nel nostro paese: si chiama precarietà. E si tratta di una malattia di lunga durata, non riguarda solo i giovani, visto che l’età media dei parasubordinati è di 42 anni. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: per esempio, la denatalità. I figli che nascono sono pochi e dietro ogni nascita c’è in genere una madre che ha finalmente conquistato un posto di lavoro.

Nel vuoto del lavoro come realtà resta il sentimento di un furto, di un diritto perduto. Ed è a partire da qui che si comincia a prendere coscienza di come, passo dopo passo, la Costituzione è stata svuotata e sovvertita. La cancellazione dell’articolo 1 ha portato con sé un ribaltamento del sistema dalla democrazia al populismo, dal diritto a un sistema di sicurezza sociale e di istituzioni di tutela dei meno fortunati a erogazioni di qualche soldo in cambio della cancellazione dell’articolo 18, questo simbolo estremo del diritto a un lavoro che non sia sinonimo di soggezione del servo all’arbitrio del padrone.

#iosonoleft la festa

Lavoro, Economia, Futuro, Trasparenza. Dignità e diritti. Sinistra e laicità. Quest’anno ci vediamo e parliamo di questo. Andiamo in piazza e poi ci vediamo e parliamo. E le soluzioni le troviamo insieme. In una ex fabbrica di carta. Niente palchi né camicie bianche. Anzi, vi suggeriamo la camicia rossa! Tutti insieme, senza tribune né tribuni, come fossimo in piazza appunto. Una buona informazione può servire a costruire una buona politica e una buona cultura. E una vita bella.

E allora left rilancia, con un giornale rinnovato, ampliato nella foliazione e con una festa. Chi ci ha studiato, che ringraziamo infinitamente, ha scelto delle citazioni per raccontarvi cosa saremo. Libertà, ricerca, passione, cultura, inchiesta, onestà, rock, coraggio, laicità. Sinistra. E ci ha restituito una testata scritta a mano che testimonia una umanità necessaria. La nostra, di tutti. Allora discutiamo, ascoltiamo, parliamo, balliamo. Insieme. Vi aspettiamo tanti.

Tutti i rischi dello Sblocca Italia

Salvatore Settis, Tomaso Montanari, Vezio De Lucia, Paolo Berdini, Paolo Maddalena e altri studiosi di primo piano -giuristi, archeologi, storici dell’arte eccetera- hanno unito le forze contro il decreto Sblocca Italia. Da questo straordinario coordinamento è nato un libro, dal titolo inequivocabile, Rottama Italia pubblicato dall‘Altreconomia, scaricabile gratis in pdf che non si limita ad argomentare le ragioni per cui il provvedimento stilato dal ministro Lupi non rappresenta affatto un volano di sviluppo per l’Italia. Ma in 110 pagine decostruisce la vuota e dannosa propaganda che lo sorregge.

La retorica del nuovismo e del cambiamento in questo caso, infatti, copre un grave attacco alla tutela del patrimonio artistico e del paesaggio, incoraggiando nuove colate di cemento sull’Italia già martoriata dalla speculazione edilizia, dalla derugulation urbanistica, dal progressivo e incalzante consumo di suolo. «Renzi rappresenta la piena continuità con la strategia d’uso del territorio espressa e praticata da Craxi e Berlusconi », stigmatizza un urbanista come Edoardo Salzano. «A quella dei due antenati, Matteo aggiunge però qualcosa di suo: al di là del linguaggio, dell’appeal giovanilistico e scanzonato, dell’uso di strumenti comunicativi idonei alla società liquida». E mentre fa politica via twitter, il premier Renzi fa compiere un enorme balzo indietro al Paese riguardo a diritti fondamentali iscritti nella nostra Carta.

Il decreto Sblocca Italia, per esempio, «reintroduce surrettiziamente» il famigerato principio del “silenzio-assenso”, nella materia urbanistica e paesaggistica, come denuncia l’archeologo Settis. Parliamo di un principio «contrario alla Costituzione e a un’affermata e costante giurisprudenza della Corte Costituzionale», ricorda l’eminente studioso. «La Repubblica promuove la cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», recita l’articolo 9 della Costituzione.

«Questa limpida formulazione – commenta Settis – comporta una conseguenza, resa esplicita dalla Consulta in numerose sentenze, a cominciare dalla 151 del 1986: “La primarietà del valore estetico-culturale” non può in nessun caso essere “subordinata ad altri valori, ivi compresi quelli economici”, e anzi dev’essere essa stessa “capace di influire profondamente sull’ordine economico-sociale». Di fatto invece il decreto Sblocca Italia «assicura piena e incondizionata libertà d’azione delle imprese senza preoccuparsi che le imprese non garantiscono affatto il perseguimento di interessi generali. Basta pensare alla Fiat », chiosa il giurista Paolo Maddalena. Di più. Il decreto Sblocca Italia configura un caso di «legge illegale» stigmatizza Giovanni Losavio. E Massimo Bray aggiunge: «Questo decreto non solo è stato approvato con un procedimento largamente derogatorio alle norme di better regulation – scrive l’ex ministro dei Beni culturali – ma dispone deroghe, talvolta rilevanti, al diritto vigente.L’urgenza non ha solo giustificato l’adozione di un decreto legge ma giustifica anche una serie di procedure abbreviate, di deroghe particolari e di nuove discipline da applicarsi in casi di urgenza». Con quali conseguenze è facile immaginarlo.

Se il Pd esce da Civati

«Sogno un partito democratico, laico, socialista, repubblicano, inclusivo». Il “dissidente” brianzolo racconta la sua idea di sinistra, fatta di passione e radicalità.

Allora, ricapitolando. A Pippo Civati questo Pd non piace, ma non pensa che sia il momento di lasciarlo. E continua a non piacergli il Pd degli ex ds: oggi si trova a condividere il ruolo di oppositore a Renzi, ma vuole evitare assolutamente d’essere confuso con loro. E non gli piace nemmeno – anzi, si direbbe che questa è la cosa che gli piace di meno – qualunque cosa che possa ricordare cose tipo la Sinistra arcobaleno, della quale pure parla con rispetto.

Che tutto questo possa dare una certa impressione di irresolutezza, dando adito a battutine del tipo “ma Pippo Pippo cosa fa?”, Civati ne è perfettamente consapevole. Ciò nonostante non c’è modo di strappargli non un impegno, ma nemmeno una previsione sul futuro. Perseverante, come una goccia consapevole d’essere in grado di scavare la pietra, Pippo ragiona attorno a un teorema semplice ma, forse, irresolubile. Che emerge alla fine della chiacchierata, in un estremo sforzo di sintesi.

Allora Civati, diciamo, se possiamo metterla così: il suo problema è capire se si può fare il Partito democratico nel Pd o se, per fare il Pd, bisogna uscire da questo Partito democratico. È così?

Esattamente – è la risposta – mi pare una sintesi molto buona. Che ha un corollario: non è oggi, né sarà domani, Pippo Civati ad allontanarsi dal Pd, ma è il Pd che si allontana da se stesso, dall’ispirazione originaria e anche dalle speranze di un suo recupero suscitate da Renzi. Questo risolve alla radice il problema dell’essere Civati in minoranza assieme agli stessi contro i quali fino a qualche anno fa, assieme a Renzi, combatteva. Anzi è da qui che è cominciata la chiacchierata, visto che siamo nei giorni della fiducia col naso turato, data dai bersaniani per “lealtà” e “responsabilità”.

Che ne pensa Civati di queste “responsabili” e “leali” forme di non-sfiducia?

Rispondo con una domanda: cosa vuol dire “lealtà” e “responsabilità”? La lealtà verso gli elettori è stata largamente superata con le larghe intese, visto che ci avevano eletto per non farle. E anche la lealtà dei comportamenti è stata messa via, come se fosse una cosa vecchia. Quanto alla “responsabilità”, vediamo di definire il concetto. Perché responsabilità è anche agire per tenere unito il partito non mettendo in atto comportamenti che lo dividono. Se poi si accetta di essere sempre responsabili verso chi non lo è, si rischia di assumere un ruolo ancillare. Sono solidale con chi ha votato “sì” mentre diceva “no”, ma segnalo che così facendo non si va molto avanti. Se avessi avuto tra i senatori un seguito come quello che ha Bersani, non avrei fatto casino: avrei preteso che non fosse messa la fiducia.

Non sappiamo cosa sarebbe successo. Sappiamo, però, che Renzi non pare preoccuparsene più di tanto. Anche perché è convinto che non ci sono alternative.

Non sono d’accordo. Quando a Livorno ho pensato di far nascere un’associazione che si chiama “Possibile”, in quel momento ho detto che le alternative ci sono e devono esserci: è un’esigenza politica. Se poi si riterrà che il Pd deve superare il centrosinistra, cioè non deve includere la sinistra, non l’avrò deciso io. Ho sempre creduto al Pd come un grande luogo di dibattito, diciamo “all’americana”. Ma non si può conciliare questo modo di essere col centralismo. Un senatore americano vota come gli pare, poi se la vede con i suoi elettori, qua votare in modo diverso è una violazione disciplinare. Nei prossimi mesi sono certo che si capirà se Renzi vuole sostituire questa visione di un partito aperto e inclusivo con la popolarità televisiva. Sarà una sua decisione se il Pd diventerà definitivamente il “Partito di Renzi”, quello che si è già delineato con il Jobs act, lo Sblocca Italia, la riforma del Senato, la Legge di stabilità. Un partito che forse vincerà le elezioni spostandosi al centro, che si chiamerà Pd ma non sarà più tale…

Come si trova a essere collocato, nelle varie infografiche che priodicamente appaiono sui giornali, nella “galassia” della minoranza assieme a pezzi della vecchia maggioranza?

Non mi pare che quei pezzi stiano facendo una particolare “intelligenza col nemico Civati”. D’altra parte è una minoranza che sta in maggioranza, cioè governa. Io non sono nemmeno entrato in segreteria, questo anche per rispetto nei confronti di Renzi, perché non si entra in un posto per rompere i coglioni. E ho rinunciato a tutti gli incarichi di governo e sottogoverno. Ripeto: pongo una questione politica e se altri sono d’accordo con me, non è che li seleziono. Mi spiacerebbe vedere una brutta fine del Pd. Se devono venire da noi i Sacconi e i Cicchitto io non c’entro. Anzi, per essere più precisi: non c’entro e “non centro”. Il problema è che si è perso il programma politico e culturale originario per sostituirlo con un modello fondato sul decisionismo, sull’ansia di fare. C’è una frase celebre americana che dice: «È un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana». Ecco, Renzi non è un figlio di puttana, diciamo che è solo molto disinvolto, ma non è comunque il mio.

Non teme d’essere confuso tra i “gufi” e tra gli estremisti che dicono sempre no. Su questo punto la propaganda di Renzi è molto efficace…

Non direi. A me pare che sia tutto molto sloganistico e molto poco nuovo. Se guardi lo Sblocca Italia, per esempio, vedi che a sbloccarsi sono i poteri forti. L’altro giorno in tv a Renzi è scappata una frase del tipo «quella è una battaglia della sinistra». È lui che ci etichetta in un universo che non esiste. E poi, andiamo, si può davvero sostenere che il modello della sinistra ha rovinato il Paese e che i sindacati sono all’origine della precarietà? Anche io mi sono arrabbiato con i sindacati, e il contratto unico era una mia proposta, ma serviva a stabilizzare non a creare altre forme di precarietà. Dopo la fiducia al Senato, a esultare era Sacconi. E non si può accusare chi si oppone a questo governo di fare lo stesso gioco di Bertinotti, perché Bertinotti ruppe con un governo di centrosinistra che aveva vinto le elezioni, qua si sta facendo il contrario di quanto si era detto prima delle elezioni…

E cresce l’insofferenza. Landini parla di occupare le fabbriche.

Dare messaggi appassionati e radicali è una dimensione che va recuperata. Ma Landini è anche uno che ha voluto coinvolgere tutta la Cgil. Non è un caso che ci sia una relazione profonda con lui e con tutto quel mondo sindacale che non vuole buttare via il bambino assieme all’acqua sporca. O con Vendola, che ha la stessa esigenza. Ci sono molte forze che starebbero bene nel Pd se fosse un partito inclusivo. Ed è per questo che io sto sulla soglia. Non voglio lasciare il Pd, e non voglio nemmeno fare qualche nuova forma di Sinistra arcobaleno. Bisogna stabilire che Paese vogliamo costruire e quale partito vogliamo. Se, per esempio, vogliamo il successo momentaneo e personale o quello duraturo e collettivo.

Quindi non sappiamo ancora quel che Civati farà…

Credo di essere stato chiaro. Voglio fare semplicemente il Partito democratico, un partito laico, socialista, repubblicano, inclusivo. Non mi allontano dal Pd. Eventualmente sarà il Pd ad allontanarsi da me e da una parte degli elettori che l’hanno votato. Per prendere molti voti in più? Possibile. Ma non è quello il mio partito. Se avessi voluto adeguarmi a quella visione avrei cominciato nel ‘94. Ero un ragazzo e nella zona dove vivevo c’era la Lega ed era appena arrivato Berlusconi. Ho fatto un’altra scelta.

Emma Watson, discorso alle Nazioni Unite #HeForShe

Emma Watson, attrice Britannica famosa per aver interpretato Ermione Granger nella saga di Harry Potter, in questo video del 21 settembre 2014, parla alle Nazioni Unite dopo essere stata nominata sei mesi prima ambasciatrice nel mondo per la parità di genere, e presenta il progetto #HeForShe di cui si fa portavoce. Watson racconta la sua esperienza come giovane donna e perché si definisce una femminista, parola «odiata da molti», ma «sappiate – spiega l’attrice – che non è la parola ad essere importante sono le idee e le ambizioni che stanno dietro ad essa a esserlo».