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Cherchez la femme! Cherchez le Famm!

L’arrivo nel paesino di Mougins nel sud della Francia, dove si trova il giovane museo Famm (Femmes artistes du musée de Mougins), è di un fascino particolarissimo. Siamo in un territorio celebre per la frequentazione da parte degli artisti e di coloro che nel tempo si sono rivelati loro sostenitori e mecenati. In poco tempo si arriva a Saint-Paul-de-Vence, ritrovo di attori e poeti e alla Fondazione di arte moderna e contemporanea Maeght, mete che da sole meriterebbero una visita di più giorni. A pochi chilometri in direzione del mare, percorrendo strade contorte e trafficatissime, si raggiunge il porto di Antibes sulla cui cinta muraria il castello Grimaldi ospita il noto e meraviglioso Museo Picasso. Forse meno conosciuta nella storia di questo autore è la fase della sua vita in cui lo stesso si ritira nelle campagne prossime a Mougins prima di venire a mancare. Passeggiando per il borgo si ritrovano tracce della sua presenza e arrivando dall’area parcheggi, dove la strada termina, si viene accolti da un volto di Picasso, opera in bronzo alta due metri e quaranta che svetta sul bel panorama circostante e di cui lo sguardo sembra rivolto proprio in direzione del Famm.

Sulla facciata, colpisce uno dei pannelli espositivi che recita: «Primo museo privato in Europa dedicato alle donne artiste» e riporta un dipinto di Elaine de Kooning raffigurante l’amico Walter che all’interno non abbiamo ritrovato. Chiedendoci il perché abbiamo recuperato la storia del museo stesso attraverso le numerose interviste che, in occasione della sua apertura del giugno 2024, il proprietario Christian Levett ha rilasciato. Britannico, ex manager, collezionista, studioso appassionato di arte, in particolare dell’espressionismo astratto, filantropo, attualmente in carica anche nel comitato scientifico di Palazzo Strozzi a Firenze, ha deciso di sostituire la sua precedente collezione di arte classica, seguendo l’evoluzione dei suoi interessi, al fine di valorizzare opere esclusivamente femminili, perché storicamente sottovalutate. Così il suo MACM (Musée d’Art Classique de Mougins), fondato nel 2011, diventa il Famm (Femmes Artistes du Musée de Mougins). La struttura si sviluppa su quattro piani, partendo dall’Impressionismo e dal post Impressionismo, per aprire alle correnti artistiche del Novecento tra surrealismo, figurativo, astrattismo per arrivare, secondo un percorso non solo cronologico, al contemporaneo. Sono all’incirca novanta le artiste provenienti da tutto il mondo e più di cento le opere in mostra, sottoposte a periodica rotazione e allestimento, provenienti dalla vasta collezione di Levett stimata in oltre duemila unità di cui cinquecento solo femminili.

Entriamo e immergiamoci. Da subito

La voce di Gaza che nessuno può zittire

Si provi ad immaginare di provare la fame, quella che ti stende, ti impedisce di alzarti, ma di dover cercare il cibo soprattutto per una figlia troppo piccola per patire l’orrore della guerra. E si immagini la folla che si accalca laddove sembrano giungere insufficienti aiuti. Non basta. Si giunga a pensare che queste donne e questi uomini che sperano, vengano raggiunti, mentre cercano un pugno di farina, da colpi di mitra, da droni, da missili, lanciati dagli aerei o dalle navi. E si pensi, si provi a vedere chi fugge, dovendo lasciare amici, a volte parenti, in quella morte oscena, portando con sé un sacchetto di farina impregnato di sangue. Fa male vero? Farebbe male anche se fosse un racconto di fantasia con cui si vuole mettere in guardia chi legge dagli orrori della guerra, ma invece è realtà, vissuta e raccontata da una giovane giornalista gazawi, che continua a restare lì, a provare a rompere il silenzio. Le vicende raccontate in Hanno ucciso habibi (Wetlands), sono qualcosa di cui è forse impossibile comprendere le dimensioni, l’orrore, le conseguenze. A raccontare tutto questo, quasi in tempo reale, è Shrouq Aila, giovane giornalista e produttrice palestinese a cui, nel 2024 è stato conferito il prestigioso Cpi International press freedom award, e nel 2025 il News & documentary Emmy award for outstanding video journalism per il documentario A Hidden War. Non sappiamo se questi premi l’abbiano fatta sentire ascoltata, meno sola, più determinata a voler continuare a vivere. Prima del 7 ottobre del 2023 era una giornalista innamorata del proprio lavoro e del proprio uomo, un collega con cui aveva avuto una bambina, con cui sognava un futuro in una casa, raccontata come una felicità che non tornerà mai più, bella come un sogno. Due settimane dopo, suo marito, Roshdi Sarraj, è morto in un bombardamento per salvare lei e la figlia. Roshdi e Shrouq, non erano e non sono due terroristi, le loro armi inaccettabili per l’occupante israeliano sono le tastiere dei computer e le videocamere che testimoniano quello che vedono, senza infingimenti. Mentre scriviamo è arrivato a 260 il numero dei giornalisti uccisi nella Striscia di Gaza, più di quelli morti durante la Seconda guerra mondiale. Eliminare i testimoni

Scrivere per non essere dimenticati. A colloquio con Rachid Benzine

«Qualcuno ha scritto, un giorno, che si riconosce la felicità dal rumore che fa andandosene»

(da Il libraio di Gaza)

Rachid Benzine, esperto di islam, è considerato una delle figure di spicco e riferimento dell’islam liberale di lingua francese. Il libraio di Gaza, suo ultimo romanzo (Corbaccio Ed., 2025), arriva nelle librerie italiane in un momento drammatico per la vita del popolo palestinese. Un racconto intimo e di rara intensità che, senza indugio alcuno, accompagna il lettore dentro la città di Gaza, nei quartieri, tra la sua gente, «in una terra in cui il tempo non gira come altrove» e dove la pace è sempre stata provvisoria. «Una città da riscrivere costantemente», dove dietro ogni sguardo c’è una storia; la storia di migliaia di vite. Ed è lì, a Gaza, che «ognuno segue la propria ispirazione, i propri puntini di sospensione» perché è lì che «tutti temono l’istante di quel gesto che potrebbe sfuggire al loro controllo, scrivendo la parola fine». Eppure a Gaza si continua a vivere. E in questo frastuono di vita, tra il folle e il grottesco, dove «i vivi non sono ormai più vivi, ma non sono neppure morti», Nabil un vecchio libraio, legge a due passi dalle rovine come se le parole potessero salvarlo da una morte lenta. È la storia di un dramma condiviso che narra di un popolo ferito, che si intreccia con la resistenza personale di chi trova nella parola un ultimo riparo. Un romanzo che erudisce il lettore alla complessità della storia della Palestina, facendosi esso stesso testimone. Memoria, esilio, guerra, amore per la lettura. Scrivere e trasmettere conoscenza per non dimenticare e non essere dimenticati. Un libro in cui cultura e narrazione diventano strumenti di resistenza in contesti segnati da guerra e repressione. Ne parliamo con l’autore.

Nel suo romanzo le parole evocano immagini intense, in un momento in cui il popolo palestinese sembra non avere neppure più aria della quale nutrirsi…

Ci domandiamo se le parole siano sufficienti a dire l’indicibile. Se le parole possano cambiare la realtà perché, di fronte alla brutalità che si sta abbattendo sugli abitanti di Gaza, è difficile pensare che le parole possano fare qualcosa. Allo stesso tempo però, anche se non abbiamo le parole per contrastare la disumanizzazione alla quale stiamo assistendo, dove neppure la politica trova quelle giuste, allora forse l’arte e la letteratura possono trovarle. Possono cioè creare uno spazio comune in cui ognuno di noi percepisce l’altro come sé stesso, sentire quello che l’altro sente.

Possiamo considerare la letteratura un vero e proprio atto politico?

Gli esseri umani sono degli esseri fatti di narrazioni e di storie. Di storie vissute e di libri letti; siamo

Eutanasia e depressione. Il dovere di fare chiarezza

Siska De Ruysscher, una ragazza belga, bellissima, dai lunghi capelli biondi, occhi verdi, raffinata nel vestire, domenica 2 novembre se n’è andata, lasciandoci tutti attoniti e un po’ smarriti. Ora, lei, con le notizie riguardanti la procedura per l’eutanasia, avviata da oltre un anno e giunta a compimento nello scorso ottobre, è diventata un nome, che il medico, che le ha praticato l’iniezione, ha l’obbligo di trascrivere nel registro della Commissione federale di controllo e valutazione.

Ma lei ha deciso di non diventare solo un dato statistico da comunicare al Parlamento, ogni due anni e il 17 ottobre, compiuti 26 anni, ha infranto il muro di riservatezza, che protegge la privacy in Belgio e, tramite interviste e video, ha annunciato «de se faire euthanasier», per porre fine a dolori psichici «insopportabili». La giovane donna ha denunciato la sua condizione: «Da molti anni lotto contro un disturbo depressivo acuto, un disturbo da stress post-traumatico, un disturbo dell’attaccamento e pensieri suicidi». La legge belga in vigore dal 2002 prevede che «un paziente, maggiorenne e un minore emancipato, capace di intendere e volere al momento della richiesta, possano presentare istanza, meditata e reiterata, e non indotta da pressioni esterne; se versa in una condizione sanitaria senza speranza e la sua sofferenza sul piano fisico o psichico è persistente e insopportabile».

Guardando Siska De Ruysscher ho pensato ai commenti sulla stampa: “Che peccato! Una così gran bella ragazza!” e se non fosse stata “bella”? La cosa “strana” è che lei pareva saperlo bene. Però ti accorgevi che quella bellezza era come messa lì a coprire la monotonia del tono della voce, a cui faceva da contrappunto, l’affiorare dal trucco perfetto di un sorrisetto appena percepibile. E pensavi: un viso fermo, una sicurezza di sé che sfida il mondo, un’immagine che mal si concilia con la melanconiatipica dei dipinti di Dürer o di Hayez, a cui eri abituata. Poi la compassione per tutto il dolore delle malattie psichiche che le hanno diagnosticato e per il pensiero che a soli 13 anni voleva già morire, per il bullismo subito all’asilo e alle elementari. Violenze che le hanno fatto sentire di essere «in qualche modo diversa». «Le mie difficoltà erano più grandi di quelle dei miei compagni di classe, e loro mi hanno delusa» ha detto Siska De Ruysscher. In dieci anni, questa giovane donna si è accanita sul proprio corpo reiterando il tentativo di suicidio: «La gente pensa: “Quaranta tentativi, voleva davvero morire?”». Ed ora, giunta alla fine della strada, sente che il suo corpo ha ceduto: «Sono esausta. Lavorare non è più possibile e anche le più piccole cose quotidiane sono diventate una lotta impossibile: alzarsi, fare la spesa, vestirsi, aprire le persiane». Nel commiato sulla sua pagina facebook, rivolge accuse durissime al sistema sanitario e a quello sociale, riassumibili in: “Nessuna cura”. «La prima persona a cui ho detto quanto fosse buio nella mia testa è stata l’insegnante di assistenza a scuola. Poi sono passata da uno psicologo all’altro e da un assistente all’altro, forse una ventina. Ho sempre ricevuto le stesse domande, sempre gli stessi fascicoli in cui dovevo mettere le crocette».

E da “esperta” elencava

Sanità pubblica svendesi

È in corso di approvazione l’autonomia differenziata voluta dalla Lega, ma fatta proprio dal governo, e, ora, abbiamo la proposta di riforma sulla assistenza integrativa proposta da fratelli di Italia (Fdi). È una proposta che viene fuori – come dimostrano i dati di “Medio banca”- nella fase in cui il grande capitale di investimento scopre che, la sanità pubblica ormai è all’angolo e che la sanità privata è uno dei settori a più alto rendimento e a più alta reddittività. La proposta di Fdi è stata definita «dell’assistenza integrativa» ma in realtà è una «riforma dell’assistenza sostitutiva». Chiariamo i termini delle questioni: la “sanità integrativa ” è stata definita dalla legge di riforma 833 articolo 44 nel 1978. La sanità sostitutiva è il risultato della controriforma fatta da Rosi Bindi, articolo 9 nel 1999. La sanità integrativa è una sanità complementare che aiuta il servizio pubblico ad essere pubblico e funziona come un servizio pubblico che segue precisi criteri di accreditamento che si basano sul rispetto del diritto della persona ad essere curata adeguatamente secondo le proprie necessità. La sanità sostitutiva è una sanità sussidiaria in competizione con il servizio pubblico e che opera su criteri soprattutto speculativi con lo scopo non di curare ma di fare profitto sulla cura della malattia.

Arrivano gli appalti

Per attuare l’assistenza sostitutiva di Rosi Bindi oggi Fdi intende introdurre nuovi strumenti giuridici cioè ammettere oltre le convenzioni già previste dalla 833, l’appalto e tutte le sue varianti. La convenzione è uno strumento coerente con la natura pubblica del servizio sanitario, ma l’appalto, nelle sue diverse forme è un contratto di pura natura speculativa quindi non più subordinato ai diritti del malato e alle sue necessità ma soprattutto all’entità dei costi relativi alle obbligazioni prestazionali. È noto che, in una gara di appalto, il criterio principale per la sua aggiudicazione è il “il prezzo più basso” che è principalmente un criterio di semplice convenienza economica. Ammettere gli appalti significa che i malati di ogni tipo e di ogni specie saranno curati in ragione del prezzo più basso. Dalla cura secondo diritti si passa così allo sfruttamento della cura secondo profitto.

La sanità concorrente

In sanità gli appalti non sono una novità. Sono stati già usati dalle aziende come strumenti di emergenza specialmente in questi ultimi anni per sopperire ai problemi creati dal sotto finanziamento e dal blocco degli organici come l’out of sourcing, l’esternalizzazione, l’affidamento in house providing ecc.

La proposta di Fdi si inserisce nell’ambito di quelle politiche del governo di destra riassunte nel Ddl sulla concorrenza nel quale si ridefiniscono le regole per l’accreditamento in sanità ma anche gli indirizzi in chiave “pro-concorrenziale” dai quali guarda caso derivano i nuovi criteri per l’effettuazione delle gare di appalto. (comma 12). Il che vuol dire che lo scopo di Fdi in sanità non sia quello di usare gli appalti in via straordinaria ma di usarli in via ordinaria quindi come strumento elettivo.

Privato speculativo e privato sociale

La proposta di Fdi, a leggere bene i suoi documenti istruttori (Fondazione Ries Ets), si propone sia al privato speculativo sia al privato sociale quindi sia alla c.d “economia solidale” che a quella speculativa. Ma se in un regime concorrenziale entrambi

Le invisibili. Braccia sfruttate dall’agricoltura

Metà dell’umanità, le donne, trattata come una minoranza da discriminare e sfruttare. È questa una delle piaghe sociali più evidenti dei nostri tempi ma che resiste dai secoli delle polis greche quando il ruolo femminile nella società era assolutamente marginale e limitato al “dovere” di procreare. Poco è cambiato anche quando secoli dopo è stato loro “concesso” di avere un lavoro retribuito e laddove questo accade è segnato da disparità di ogni genere rispetto a quanto è riconosciuto, a parità, di mansioni, ai colleghi uomini.

In pochi ambienti questo squilibrio appare marcato quanto nel lavoro agricolo. E l’Italia non sfugge da questa regola. Ogni giorno 300mila donne italiane e straniere, quasi un terzo della forza lavoro dell’agroalimentare, sono occupate nei campi ma restano invisibili agli occhi della società, della politica, dei media e persino della ricerca accademica. E questa invisibilità (o calcolata indifferenza?) le espone a sfruttamento, svalutazione, emarginazione. «Le donne che lavorano in agricoltura subiscono spesso condizioni di sfruttamento ancora peggiori e insostenibili di quelle degli uomini», sottolinea Giovanni Mininni, segretario generale della Federazione lavoratori agro-industria Flai-Cgil.

«In molti casi su di loro grava anche il peso del lavoro di cura. I salari delle lavoratrici agricole, inoltre, sono sensibilmente più bassi di quelli dei lavoratori. E i dati confermano le parole del segretario del sindacato lavoratori agricoli. La maggior parte delle donne impiegate in agricoltura opera in condizioni di pluri-sfruttamento, senza alcun reale riconoscimento del proprio valore. Secondo il rapporto Dis-uguali curato dall’osservatorio Placido Rizzotto, di cui è responsabile Jean René Bilongo, in collaborazione con Flai-Cgil, nel 2023 la retribuzione media annua delle lavoratrici è stata di circa 5.400 euro contro 7.200 euro degli uomini. Il divario non è una semplice anomalia statistica, ma una realtà strutturale, radicata tanto nelle piccole aziende rurali quanto nelle grandi imprese del settore agroalimentare. Le donne sono concentrate nei compiti meno valorizzati – raccolta, impacchettamento, selezione – lavori considerati “di supporto”, come se precisione, resistenza, cura e pazienza fossero virtù minori rispetto alla forza. Ma il divario salariale si accompagna a condizioni di lavoro spesso precarie, con contratti di breve durata, salari orari inferiori e accesso limitato a tutele, formazione e strumenti di emancipazione economica.

Le donne che lavorano in agricoltura

Mamdani e la rivolta gentile dei giovani newyorkesi

A New York un giovane socialista ha trasformato la precarietà in forza politica, vincendo la sfida per il municipio più difficile d’America. Si chiama Zohran Mamdani e la sua storia parla di giustizia sociale, redistribuzione e partecipazione dal basso. Ne abbiamo discusso con Nicola Villa, autore del libro Zohran. Sindaco a New York per l’uguaglianza. Lezioni per le comunali italiane (Altreconomia ed.),

Nel tuo libro descrivi Mamdani come un «millennial in mobilità discendente», capace però di trasformare la precarietà in una risorsa politica. Quanto c’è di generazionale nella sua vittoria?

Quella definizione a mio avviso riassume bene la condizione di una generazione nata tra la fine degli anni 80 e i primi 90. Sono persone che sanno di non poter raggiungere il livello di reddito o di stabilità dei propri genitori, ma che proprio da questa consapevolezza traggono la spinta a organizzarsi. Mamdani è riuscito a trasformare questa fragilità in forza politica: invece di inseguire l’illusione del successo individuale, ha scelto la via collettiva, quella dell’attivazione e della solidarietà. È una generazione che non crede più nel mito del self made man, ma nel “ce la facciamo insieme”.

Ricordiamo Bhaskar Sunkara e la “maledizione” del sindaco di New York: nessuno è mai riuscito a trasformare quella poltrona in un trampolino nazionale. Eppure, Mamdani arriva in un momento cruciale: il suo modello può davvero pesare nella sfida del Midterm e riportare al voto anche i delusi dai Dem?

Si dice che la carica più difficile degli Stati Uniti, dopo quella del presidente, sia proprio quella del sindaco di New York. La storia, è vero, insegna che nessun sindaco è mai riuscito a usare quella posizione come trampolino nazionale. Nel suo

Perché Gaza è emblema di tutte le ingiustizie

È poco più che ventenne ma negli ultimi due anni Maya Issa è diventata una voce di spicco della protesta che sta riportando milioni di persone nelle piazze di tutto il mondo. Attivista palestinese, nata e cresciuta in Italia, è tra le organizzatrici dell’ondata di mobilitazione che anche in Italia da Roma a Milano, da Torino a Napoli ha attraversato quartieri, scuole, università, porti e strade, trasformando un movimento nato dalla solidarietà verso la Palestina in un simbolo di lotta contro ogni tipo di violenza, che continua a crescere nonostante i tentativi di repressione, superficializzazione e silenziamento.

La sua storia personale si intreccia con quella di milioni di palestinesi della diaspora dopo la Nakba, la cacciata del 1948. I suoi nonni sono nati in Palestina, suo padre in un campo profughi a Beirut, e la cittadinanza italiana le è stata concessa solo a diciotto anni, dopo un’infanzia passata da apolide. «Come palestinesi noi cresciamo con i racconti dei nostri genitori, dei nostri nonni che ci parlano di come sono stati cacciati dalla loro terra», racconta Issa. Esperienze che l’hanno spinta a studiare, prepararsi a raccontare la storia del popolo palestinese. Quello che Maya Issa contesta con forza è il modo in cui la questione palestinese viene narrata dai media mainstream. «Si mostrano i bambini che stanno soffrendo, che sono sotto i bombardamenti, ma non si dice mai da chi vengono bombardati», osserva. Definire quanto accade come un «conflitto» è già, per lei, una distorsione intollerabile: «Quando parliamo di conflitto intendiamo due parti uguali che si fanno la guerra, due eserciti uguali. Ma in Palestina non c’è questo: c’è un genocidio in corso». La narrazione dominante oscilla tra due binomi: vittima o terrorista. «Non si racconta mai effettivamente cosa sta facendo il popolo palestinese, quali sono le sue ragioni politiche o la sua storia, e bisogna smettere di vedere la Palestina solo come una questione umanitaria», spiega.

Il movimento a cui partecipa Issa non è nato nei mesi scorsi, ma dopo la violentissima reazione militare contro la popolazione civile di Gaza in seguito

Donatella Della Porta: La Gen Z ha denudato i re di mezzo mondo

Per primi sono stati gli studenti della generazione Z a scendere in piazza in Italia, contro il genocidio a Gaza. L’immagine che resta nella mente è quella degli studenti delle superiori che nel febbraio 2024 scesero in piazza a Pisa a mani nude e furono presi a manganellate dalla polizia. Nonostante i tanti tentativi di delegittimazione e di repressione il movimento è cresciuto, al punto che alcuni esponenti immaginano un salto politico e possibilità di candidatura in Italia nel 2027 dando vita a un soggetto politico nuovo insieme ad alcune formazioni del sindacato di base e della sinistra. Ma non corriamo troppo. Cerchiamo intanto di mettere a fuoco la fisionomia del movimento per come si è sviluppato fin qui. Per questo siamo tornati a interpellare una delle massime studiose di movimenti, Donatella Della Porta, ordinaria della Scuola Normale Superiore, che al tema ha dedicato il libro Guerra all’antisemitismo? Il panico morale come strumento di repressione politica (Altraeconomia ed.), chiedendole di aiutarci nel tracciare un quadro del movimento, non solo a livello nazionale.
Professoressa Della Porta perché fa tanta paura questo movimento pro-Pal al punto da ricorrere all’accusa infamante di antisemitismo per delegittimarlo?
Fa paura perché dimostra l’inconsistenza e incongruenza dell’Occidente che si proclama superiore, ma appare incapace di difendere i propri valori. Penso alla difficoltà ad affermarsi del diritto internazionale, dei diritti umani, delle Nazioni Unite, della Corte internazionale di giustizia e della Corte penale di giustizia. Sono tutte istituzioni che dovrebbero servire a garantire un sistema di negoziazione dei conflitti per garantire diritti alle popolazioni. Tutti quanti vedono il doppio standard dell’Unione Europea, dei governi europei e degli Usa rispetto all’invasione russa dell’Ucraina e al genocidio israeliano a Gaza. Tutti vedono che i proclami sui diritti umani vengono disattesi quando sono in gioco gli interessi dell’Occidente.
I giovani e i giovanissimi però non hanno esitato a scendere in piazza contro tutto questo. Un fatto del tutto nuovo o ci sono precedenti?
Mi pare di vedere alcune similitudini con la situazione emersa durante la guerra nel Vietnam, con la repressione forte delle proteste giovanili che ci fu allora. Ieri come oggi i giovani cresciuti all’interno di un certo sistema di valori mostrano che il re è nudo. Vedono bene che non sono gli altri i barbari da educare. Hanno chiaro che l’Occidente stesso, nonostante le affermazioni di principio, ha compiuto tante violazioni dei diritti umani. In primis pensiamo a un crimine enorme come la Shoah. Ma pensiamo

In punta di matita contro il potere dispotico

Cairo-Il CairoComix in Egitto ad oggi è il più importante festival di fumetto del mondo arabo. Per quanto piccolo è molto partecipato e ospita autori indipendenti coi loro banchetti di autoproduzioni, fianco a fianco a case editrici che propongono i libri del proprio catalogo. In effetti, il confine tra le due cose è spesso sfumato. Nell’editoria araba, infatti, la scena del fumetto dedicato a un pubblico adulto e non più all’infanzia come un tempo, è nata in anni recenti nell’underground: ovvero, se si eccettuano alcuni rari pionieri, è fiorita a cavallo delle rivoluzioni del 2011, all’interno di un più ampio fermento culturale, grazie a collettivi di autori e autrici e alle loro zine e riviste autoprodotte. In tempi più recenti, alcune case editrici locali hanno iniziato a interessarsi ai fumetti e a pubblicare soprattutto graphic novel.
Sono ancora poche, ma diventano sempre di più. In parallelo, non è raro che gli autori stessi creino i loro propri marchi editoriali.

Lo stesso CairoComix è stato fondato nel 2015 da alcuni tra i più importanti fumettisti egiziani, trasformatisi in agitatori culturali o editori: Shennawy, storico fondatore e contributore della zine TokTok, poi creatore della propria realtà editoriale Al-fann al-tasiʿ (“La nona arte”); Magdy El Shafee, nel 2008 autore del primo, pionieristico, graphic novel egiziano per adulti, il famigerato Metro (in Italia uscito per Il Sirente nel 2010, trad. Ernesto Pagano) al centro di arresti e censure per come dipingeva la corruzione del regime e l’insofferenza dei giovani negli ultimi anni della presidenza Mubarak, quasi anticipando la rivoluzione del 2011; i Twins Cartoon, duo di gemelli creatori di un’altra importante rivista autoprodotta, Garage, e della piattaforma/ iniziativa editoriale Kawkab el-Rasameen (in Italia ospiti all’inizio di quest’anno all’interno della mostra itinerante Oltremari – Nuove traiettorie del fumetto arabo, curata dalla sottoscritta e da Alessio Trabacchini).

In occasione della decima edizione – diretta da Shennawy al museo Mahmoud Mokhtar dal 7 al 9 novembre, con il sostegno dell’Institut Français e di Pro Helvetia – il festival ha celebrato “Cento anni di fumetto egiziano”: questo il titolo di una mostra ricchissima, interamente in arabo, che ha ripercorso cronologicamente le riviste per l’infanzia e gli autori che hanno fatto la storia del fumetto egiziano (uno su tutti Mohieddine el-Labbad, autore dell’immagine usata nella locandina del festival), fino ad arrivare