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Furto di democrazia

Inaugurazione dell'anno giudiziario

La protesta dei magistrati si alza mentre il Parlamento procede spedito verso l’approvazione della riforma della Magistratura, una riforma fortemente voluta da Licio Gelli, il mandante della strage di Bologna, e da Silvio Berlusconi, condannato nel 2013 per frode fiscale.
Entrambi non ci sono più ma hanno lasciato ai loro “eredi” l’impegno di demolire l’impianto democratico antifascista, che hanno osteggiato nel corso di tutta la loro vita.
Forse una differenza tra Gelli e Berlusconi si coglie nella constatazione che la finalità antidemocratica e fascista di Gelli era più diretta e inequivocabile, mentre la finalità di Berlusconi ruotava maggiormente attorno alla sua personale necessità di tirarsi fuori dai guai giudiziari e dai debiti.

La Costituzione italiana prevede che i magistrati requirenti e quelli giudicanti facciano parte di un unico ordine e che abbiano un unico governo di autocontrollo, il Consiglio superiore della magistratura (Csm).
La riforma prevede che ci siano due ordini distinti e due Consigli superiori, uno per la magistratura giudicante e una per la magistratura requirente.
Lo scopo è quello di isolare i pubblici ministeri mortificandone l’autonomia e l’indipendenza, tanto più che nel progetto complessivo è prevista l’eliminazione della obbligatorietà dell’azione penale, un principio democratico che garantisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, e che affida al Parlamento, e quindi al governo, l’indicazione dei reati da perseguire con priorità.

Le maggioranze politiche avrebbero il potere di modellare la direzione dell’azione penale e, conseguentemente, avrebbero il potere di controllare in che modo i pubblici ministeri attuerebbero le indicazioni ricevute dal Parlamento, e di fatto le maggioranze controllerebbe i pubblici ministeri.
Il principio di uguaglianza dei cittadini, contro ogni ragionevolezza, sarebbe abrogato.
La spinta neofascista motiva la riforma con la inesistente preoccupazione che il giudice possa avere maggiore propensione ad accogliere le tesi accusatorie del pubblico ministero, facendo parte dello stesso ordine, piuttosto che quelle difensive, con minor garanzia per l’imputato.

Ovviamente i neofascisti non comprendono che sia il PM che il giudice perseguono un interesse pubblico mentre il difensore un interesse privato. Ogni motivazione apparente in realtà riconduce ad una motivazione più autentica e non spendibile.
I “riformatori” vaneggiano sull’obiettivo, falsamente dichiarato, di voler neutralizzare l’uso politico della giustizia, ma a ben vedere stanno mettendo in piedi una riforma che istituzionalizzerà l’uso politico delle inchieste. Alla destra interessa bloccare le inchieste che riguardano proprio i loro esponenti, e sono bravissimi a far credere che sono vittime di un sistema iniquo.
Porre sotto il controllo dell’esecutivo la magistratura requirente significa aumentare il privilegio per i gruppi di potere a scapito della delinquenzialità minore, significa salvare imprenditori malavitosi e banchieri truffatori e dirottare le procure contro i ladri di polli, significa prepararsi all’esercizio del potere nella assoluta impunità perché si avrà l’arma di porre un veto ai pubblici ministeri che volessero disvelare le illegalità di chi governa.
La nostra Costituzione non preclude che le funzioni requirente e giudicante, pur accessibili attraverso un concorso unico, possano procedere separatamente e la separazione delle funzioni è già di fatto una realtà, non necessita di una riforma che crei due magistrature separate, una indipendente e una a servizio del potere politico.
L’indipendenza della magistratura è un pilastro di democrazia e, nel nostro ordinamento, può essere garantita solo con il mantenimento di un unico ordine di riferimento per entrambi i ruoli, che non impedirebbero, ad esempio, la separazione delle funzioni anche in via permanente, se fosse davvero questa la finalità.
Una maggioranza di politici che ha adottato una serie di norme repressive, che ha limitato la libertà di stampa, che adotta un provvedimento dopo l’altro per rafforzare le classi dominanti e per indebolire le classi più svantaggiate, è una maggioranza autoconvinta che il voto, di per sé, la ponga anche al di sopra di tutto.

Con la separazione delle carriere dei magistrati vogliono porsi anche al di sopra della legge penale.
Porre i pubblici ministeri sotto il tallone dell’esecutivo è una norma fascista e la nostra democrazia si sta sbriciolando sotto il peso di un totalitarismo che si sta riproponendo con lo stesso marciume di 100 anni fa.
Deve essere fermato e potremmo farlo quando ci sarà il referendum oppositivo con il quale dovremmo rispedire al mittente questo obbrobrio.

L’autrice: Carla Corsetti è avvocato e segretaria di Democrazia Atea
In foto inaugurazione dell’anno giudiziario, fonte Governo.it

Il narcisismo maligno di Trump: un caso clinico travestito da politica

Non è difficile l’esegesi dello squinternato discorso di Donald Trump fatto ieri a Davos. Nel corso degli anni, diversi psicologi e psichiatri americani hanno espresso preoccupazioni riguardo alla salute mentale di Donald Trump, suggerendo che possa soffrire di “narcisismo maligno”.

Il termine, coniato dallo psicoanalista Erich Fromm nel 1964, descrive una combinazione di narcisismo estremo, comportamento antisociale, paranoia e sadismo. Secondo gli specialisti, tale condizione si manifesta attraverso comportamenti come l’assenza di rimorso, la convinzione di essere costantemente sotto attacco, la tendenza a manipolare o ferire gli altri e una percezione grandiosa di sé stessi.

Le parole di Trump attengono più alla sfera psichiatrica che alla sfera politica. È quindi inutile, forse anche dannoso, leggerle come architravi di un pensiero organizzato.

Trump si lamenta dell’Europa perché vorrebbe venderle più gas, soprattutto alla Germania, soprattutto dopo la chiusura dei rubinetti russi. Trump non è soddisfatto della lista della spesa delle armi americane, con cui vorrebbe riempire gli arsenali europei. Trump sogna un’auto americana sotto i deretani europei, insoddisfatto per l’ingombro di marchi giapponesi ed europei. Soldi, sono solo i soldi a renderlo irrequieto.

Gli sgarbi dell’Unione europea di cui Trump si lamenta sono banalmente il mancato assoggettamento, meglio la prostrazione, che il presidente Usa vorrebbe da Bruxelles.

Resta da vedere come relazionarsi con il narcisista maligno. Ma è questione medica, con sullo sfondo la politica.

Buon venerdì.

Nella foto: frame del video del discorso di Trump a Davos, 23 gennaio 2025

Resistere al vento reazionario. La scuola alla prova sotto Valditara-Meloni

Già solo il primo mese dell’anno porta notizie preoccupanti, in generale e per la scuola, di conseguenza per la società che si sta costruendo. La prima novità riguarda i programmi su cui il ministro ha deciso di intervenire. Aveva annunciato l’istituzione di una commissione per rivedere le linee guida nelle superiori, in particolare per le discipline umanistiche (le tanto trascurate discipline umanistiche, su cui però si sta giocando la battaglia culturale, nell’indifferenza indotta dall’abbaglio Stem).
Così, durante l’autunno, la destra ha fatto capire di voler intervenire sull’insegnamento della storia, per cambiare la narrazione del Paese, dal libro di Italo Bocchino all’idea ministeriale (e di Galli Della Loggia) di “insegnare l’Italia”, nella totale chiusura su una presunta identità monolitica e nazionalistica, quando invece la scuola dovrebbe avvicinare alla complessità culturale nella sua varietà.
L’insistenza sulle radici occidentali (leggi cristiane), sul Risorgimento (da glorificare, non esplorare criticamente) sono scelte negative. Il ministro vuole che i ragazzi conoscano meglio il secondo Novecento. Cosa buona, di per sé. Ma il suo incarico si è aperto con una velina il 9 novembre 2022, per demonizzare socialismo e comunismo, fatti coincidere tout court con il mondo sovietico, in modo mal intenzionato o incompetente, e questo la dice lunga sulle effettive intenzioni del governo.

Anche alle scuole medie si vuole andare nella stessa direzione – fare storia d’Italia – e rimuovere la geostoria, forse non ben sviluppata nel concreto, ma attuale nel panorama degli studi e della didattica in Europa, soprattutto – se fatta con serietà – perché fornisce strumenti utili per aiutare i ragazzi a sviluppare uno sguardo sulla globalità delle esperienze umane, valorizzando la connessione fra eventi e contesto (ambientale, demografico ed economico, si pensi agli splendidi volumi di Jared Diamond).
Storia d’Italia, Storia d’Italia…. ma come far capire ai ragazzi le reali dinamiche, anche solo dei fatti di casa nostra, senza spiegare bene quelli avvenuti fuori? Alla fine li si dovrà menzionare e basta, riducendo così le spiegazioni a elenchi di fatti e glorificazioni nazionali. Se non faccio capire i nessi nella loro profondità, ciò che resta è solo una narrazione, che ognuno può costruire coi suoi scopi (in questo caso non tanto taciuti, nell’esaltazione di tradizione e nazione).

Si parla, in second’ordine, anche di storia dell’Occidente, ma vale lo stesso discorso: non si riconosce importanza e validità alle altre esperienze, realtà interessanti e ricche, e con cui oggi in ogni caso ci si deve confrontare alla pari, abbandonando pretese di superiorità ormai fuori tempo massimo. E per confrontarci nel modo migliore dobbiamo conoscerle. Poi, “storia occidentale” è una scelta terminologica marcata in senso ideologico, alimenta la contrapposizione e la convinzione di dover preservare dei valori. Anche solo come etichetta, iniziamo a parlare di storia d’Europa, concetto ben diverso e da mettere al centro contro ogni nazionalismo. Implica apertura, pluralità e incontro, perché il concetto di Europa che dobbiamo perseguire è quello erasmiano, osteggiato infatti dai vari nazionalismi otto-novecenteschi (si veda C. Ossola, Érasme et l’Europe, Paris, Ed. Le félin, 2014, tradotto in italiano per Vita e Pensiero, nel 2015); un’Europa tesa alla pace, al dialogo, all’assenza di confini – reali ma soprattutto culturali -, che trova il suo fondamento nell’antidogmatismo, nella consapevolezza della natura relativa di ogni esperienza umana, e dunque chiede tolleranza vera per ogni idea o fede, proprio come Erasmo, ricettivo rispetto alle novità portate dall’incontro con gli altri nel periodo delle esplorazioni geografiche, Erasmo che sfidò i tempi e guardò alla Bibbia come un testo storico da studiare e anche correggere.

Ma il nostro ministro cosa vuole fare? Introdurre nelle scuole, come percorso strutturato, lo studio della Bibbia. Talmud e Corano dove li mettiamo? E i testi vedici, zen etc? E se uno fosse agnostico, come il sottoscritto? Chi è al governo si affretta a criticare l’Islam e le scuole coraniche, accampando pretese di laicità, quando è solo becera islamofobia. La scuola pubblica non deve trasformare i ragazzi in ciò che piace ad una parte politica, culturale o religiosa. La scuola deve aiutare ciascun ragazzo ad assumere il ruolo di cittadino, ognuno nel modo in cui vorrà declinarlo, e con le sue personali opinioni. Compito del ministero è solo mettere le scuole nella condizione di trasmettere strumenti e conoscenze per compiere questo percorso con consapevolezza e spirito critico. Portare fra i banchi una sorta di catechismo è l’esatto contrario di tutto ciò.

La Bibbia è una parte importantissima della cultura occidentale, come oggetto storico-culturale, su cui purtroppo le conoscenze dei giovani si stanno sempre più riducendo, come in mille altri ambiti. Ma l’intenzione del governo non asseconda questa esigenza, pensa invece di imporre con la Bibbia idee e i valori della tradizione, per uniformare il Paese.
Il punto è che si dovrebbe superare l’insegnamento della religione cattolica (Irc) come materia, residuo di un passato confessionale. Non era giusto neanche prima, ma data la situazione demografica non destava particolari problemi. Le cose però cambiano col tempo – per fortuna -, e il progressismo è proprio la capacità di riconoscere e vivere ciò, esplorare l’evoluzione per comprenderla e guidarla, ma certo non arrestarla. Qui invece siamo davanti ad atteggiamenti conservatori-reazionari, una insensata pretesa di immobilismo, o regressione.

Molti docenti svolgono un ottimo lavoro, con apertura e pluralità. Ma il sistema di base non va bene, ai professori non deve essere richiesto più il certificato di idoneità diocesana. Alla nostra scuola serve l’ora di storia delle religioni, con impianto antropologico, in modo da favorire per sistema un atteggiamento interculturale.
Ma cosa aspettarsi se in una legge di bilancio segnata da ristrettezze sono comunque riusciti a trovare i fondi per un voucher che favorisce le iscrizioni nelle scuole paritarie. Beninteso, sono una realtà importante, in vari casi svolgono bene il loro lavoro, e offrono un servizio a quelle famiglie che hanno necessità particolari con gli orari di lavoro (lo so bene in prima persona, da figlio). Ma l’insieme di tutti gli elementi porta a dire che il governo non è attento in realtà a questi aspetti, che non richiederebbero un finanziamento, specie in un momento di difficoltà finanziarie. Lo Stato si deve occupare della scuola statale, e creare condizioni perché altre realtà possano operare ma nulla più. Ma la verità è che le scuole paritarie – cioè religiose – sono un espediente come gli altri per inculcare la loro morale, contro laicità e parità di genere (si veda l’educazione alla sessualità sostituita sempre in manovra da lezioni su come contrastare l’infertilità).

Si parla anche di riportare il latino nella secondaria di primo grado. Su questo in realtà non ci sono problemi, può anche aver senso, se fatto nel modo giusto, per dare un minimo di consapevolezza a tutti su una componente culturale importante. Ma va anche detto che se vogliamo implementare le lingue, sarebbe ora di aprire la scuola anche in questo settore al panorama degli idiomi extra-europei (cinese, arabo, giapponese, etc.), sia per utilità che per curiosità umana. Ma anche qui, sembra più che altro un modo per decantare le glorie patrie, in realtà non ben conosciute oltretutto.

Per venire al concreto, investimenti e fondi rimangono inadeguati, nonostante la retorica che amplifica aumenti dello 0,%. Verranno ridotte le cattedre disponibili, senza licenziamenti certo per chi di ruolo, ma con chiare ripercussioni sul medio-lungo termine.
Si va verso dimensionamenti consistenti, che creeranno maxi-agglomerati di studenti e docenti, non più luoghi di dialogo e conoscenza ma enti funzionali alle filiere produttive tanto care al ministro, impersonali proprio per i numeri (non che oggi la situazione sia rosea).
L’aziendalismo passa per un’indiscriminata promozione del 4+2, che finirà per essere solo 4, immettendo troppo presto i giovani negli ingranaggi lavorativi, come tra l’altro l’invadente e discutibile presenza dell’alternanza scuola-lavoro (oggi Pcto), che ostacola lo svolgimento della didattica.
Il passaggio nominale da preside e dirigente era già abbastanza significativo. E da lì la tendenza quotidiana a pensare meno alla reale didattica, e più a a bandi, fondi, progetti che portino soldi alla scuola, e di conseguenza prestigio al dirigente, senza chiedersi se questo accumulo di attività sia veramente utile ai ragazzi, che perdono i nuclei veri dell’insegnamento, incontro e riflessione. Tanta tecnologia, informatica – come se l’invasione dell’IA non fosse già forte di suo fra i ragazzi – ma poi si danno solo competenze, skills con cui eseguire operazioni in serie, mettendo in crisi la capacità di esercitare spirito critico. E ora, i dirigenti saranno sottoposti ad un sistema di valutazione, da cui dipenderà il loro stipendio, sulla base del “raggiungimento degli obbiettivi”…

Nuovi accordi fra università e ministero dell’Interno (previsti nel decreto sicurezza ndr) chiedono ai docenti di collaborare con i servizi segreti, rimanendo sul vago in modo preoccupante dato che la proposta di legge dice che le istituzioni universitarie dovranno agire «anche in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza», quasi si volesse chiedere ai professori di diventare delatori – come la Roccella con i medici –, segnalare studenti o colleghi che esprimono opinioni sgradite. E ancora, la riforma ventilata (sempre da Galli Della Loggia) per riportare gli atenei sotto il controllo governativo centrale: si tratterebbe di un’ennesima riforma costituzionale, anche se non lo ammettono, e ricordiamo che l’autogoverno accademico stabilito dall’art. 31 voleva sancire la rottura col passato fascista, di controllo e manipolazione della cultura

La guerra imperversa, e la scuola stipula protocolli d’intesa con il ministero dell’Interno e l’Esercito, promuove gite in basi militari (già capitavano, ma una linea guida è cosa diversa); proliferano attività per far familiarizzare i ragazzi con l’addestramento e la vita militare. Si dice per far conoscere le nostre forze dell’ordine e il loro valore. Ma si tratta anche in questo caso di una delle filiere produttive tanto care a Valditara, oggi una delle più redditizie (tristemente, aggiungo io). Il tutto in barba ad uno degli articoli fondamentali della nostra carta.

In realtà, vorrei un governo che guarda alla scuola nella sua funzione costituzionale, cioè antifascista, seguendo lo sguardo verso il futuro consegnato dalla carta fondamentale. Ma sappiamo che sono allergici a questo valore, negato da tutti i propositi di inizio 2025. La mano dura su chi esprime il dissenso anche nelle scuole è preoccupante. Intimidazioni a intellettuali e professori sono segnali di deriva autoritaria. E poi, dov’è la stessa mano dura di Valditara e Meloni quando un professore è vittima di un’aggressione perché davanti ad alcuni ragazzi si dichiara antifascista e cerca di spiegare che il ventennio fu una cosa atroce? È successo, nel bresciano, ad un collega che presto intervisterò, per dare viva voce ad una vicenda grave che non ha ricevuto particolare attenzione da parte delle istituzioni e dei media.

Insomma, l’anno non promette proprio bene. I propositi del governo… beh, speriamo non si realizzino. Il mio è che il mondo dell’istruzione nel suo insieme viva un anno di sereno e pacifico dissenso, punto su punto, nelle sedi istituzionali e nella quotidianità di classi e aule, per far sì che dialogo e varietà culturale siano valori; perché la cultura, la storia e la letteratura siano occasioni di crescita e non di propaganda; perché la scuola sia luogo di formazione di persone e cittadini, non di attori aziendale.
Chissà che il nuovo anno non porti sorprese, mai dire mai…

L’autore: Matteo Cazzato è dottore in filologia, ricercatore e insegnante

Nella foto il ministro Giuseppe Valditara (Unione europea) 28 novembre 2022

Fratelli d’Italia si sgretola: l’Aventino di Santanchè e le vendette interne

Da qualche giorno la ministra del Turismo Daniela Santanchè si è barricata negli uffici del suo ministero. Ieri ha magnificato i risultati del turismo italiano, omettendo qualche cifra, com’è consuetudine della compagine di governo, per lanciare un messaggio ai suoi compagni di partito: sono qui e qui sto.

I ben informati raccontano che il pranzo con il presidente del Senato Ignazio Benito Maria La Russa non abbia prodotto il risultato sperato: nonostante l’invito alle dimissioni, la “Santa” è tornata sul suo Aventino dopo il caffè con un messaggio limpido da rispedire al mittente: non mi dimetto.

Il mittente, però, è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, colei che da due anni dice agli italiani di essere forte più di ogni avversità, e colei che disse a Berlusconi di «non essere ricattabile» da nessuno. Tranne che dalla sua amica ministra Santanchè?

Che vuole la regina delle spiagge? La vendetta, semplicemente. La ministra vuole che Meloni chieda pubblicamente le dimissioni, senza tramiti di partito, e che se ne prenda le responsabilità. Il ragionamento è semplice: se Meloni costringe Santanchè alle dimissioni per un rinvio a giudizio non potrà continuare a fare finta di niente nei confronti del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e poi di tutti quelli che dovessero inciampare nella giustizia.

È un “muoia Sansone con tutti i filistei” con tanti saluti alla favoletta del “governo compatto” e del partito. Il tessuto di Fratelli d’Italia s’è rotto e la condottiera Meloni scricchiola tra i panni sporchi. E questo è tutto quello che c’è da dire sulla levatura e la responsabilità istituzionale della squadra di governo.

Buon giovedì.

Trump e la sua corte: il tecnofascismo incombe sull’Europa

La standing ovation al tecnofascismo trumpiano ci porta già oltre la sfera del noto, dell’ordinaria relazione tra politica e società. È già una forma nuova, fisica e virtuale insieme, di rapporto tra popolo ed élite politica-economica.
Non so dire quando il salto sia avvenuto, certo il 20 gennaio 2025 il pugno chiuso e i richiami al white power di Trump e il saluto entusiasticamente nazista di Musk consegnano al pianeta la minaccia contenuta nella relazione reciprocamente parassitaria, la più pericolosa per le democrazia e la sopravvivenza stessa della specie: quella tra le più grandi aziende tecnologiche che dominano il settore dell’informatica e della tecnologia a livello mondiale, e un progetto politico neo-imperiale.
L’oligarchia digitale era alla mensa miliardaria dell’insediamento di Trump alla Casa bianca. Al cospetto del tycoon le figure del dominio dei social: Jeff Bezos (Amazon), Mark Zuckerberg (Meta), Tim Cook (Apple), Sundar Pichai (Google) e altri amministratori delegati delle più grandi multinazionali del settore tecnologico.
Trump già subito dopo la proclamazione della sua vittoria elettorale con poche parole rivolte a Paesi alleati, come il Canada, il Messico e la Danimarca, ha rimarcato il suo rapporto con la politica statunitense e con gli assetti post-Yalta, violentando al tempo stesso la democrazia interna al suo Paese e il sistema di alleanze della Nato.

Penso che quello che abbiamo sotto gli occhi non sia semplificabile, ma alcuni tratti emergenti ci obbligano a concepire questo momento storico come straordinario e straordinariamente pericoloso per la democrazia, così come l’abbiamo conosciuta. Oltre all’alleanza con “l’oligarchia del tech”, infatti, in questa accelerazione semantica che ridisegna cartine geografiche e valori, nell’impianto trumpiano vediamo tutti gli elementi del processo di fascistizzazione della società in corso negli Usa. La relazione consustanziale tra cittadinanza e adesione ai piani politici e ai valori del capo, nazionalismo, militarismo, sessismo, compressione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e dei diritti umani e civili, criminalizzazione del conflitto sociale, eroismo e esaltazione di virtù specifiche della nazione (America first).
È un disegno che, come stanno a dimostrare le parole di Musk e le attenzioni rivolte all’Italia e alla Germania, si nutre di allusioni imperiali e di una concretissima operosità, fatta di rapporti, influenze e denaro, che mira a disgregare, indebolire, delegittimare le democrazie liberali. Concretissima operosità perché questa nuova alleanza “tecnofascista” indica gli obiettivi e mira a raggiungerli con aggressività e determinazione. Come è successo negli Usa, rischia di accadere in Europa, prossimo campo di azione di questo disegno. Musk, i mondi economico finanziari che vedono la democrazia liberale come freno, stanno già investendo in termini di immagine e di denaro verso un rovesciamento autoritario delle democrazie europee, passando per un consolidamento del rapporto, ormai “storico”, con la presidente del Consiglio Meloni e il sostegno aperto ai neonazisti dell’Afd tedesca.

Non può passare inosservato che il 23 febbraio ci saranno le elezioni federali in Germania e già il fuoco comunicativo di questa alleanza è all’opera. Una operazione che precipita sulla fragilità istituzionale e di governance unitaria dell’Europa e sull’impreparazione della colonna vertebrale delle democrazie europee di fronte alla rapidità dell’involuzione autoritaria: la società civile, le forze politiche e sindacali. E precipita in un contesto europeo in cui, in alcuni Stati come l’Italia, questo processo di verticalizzazione dei processi decisionali e di criminalizzazione del dissenso è ormai in uno stadio molto avanzato, con le decretazioni d’emergenza sui temi della gestione del dissenso, del conflitto e della questione sociale, tutti incentrati sulla limitazione degli spazi di agibilità democratica e criminalizzazione delle figure contrattualmente più deboli e delle “eterodossie” politico culturali.

In Italia l’opinione pubblica ha iniziato a dare le prime risposte in termini di comprensione, di partecipazione e di conflitto. Abbiamo manifestato in decine di migliaia e dando vita alla più grande manifestazione di opposizione politica al governo Meloni. Movimenti sociali, sindacati, organizzazioni umanitarie, forze politiche hanno lanciato l’allarme sul rischio democratico insito nei provvedimenti del governo Meloni. Hanno rappresentato lo scenario concreto di una “orbanizzazione” del nostro Paese, di una aggressione per via legislativa ai diritti fondamentali sul modello ungherese. È uno scenario che spaventa e che disorienta, tanto sono potenti gli avversari in campo. È uno scenario in cui le parole del Novecento del sangue e del suolo e della razza tornano a disegnare confini e ad annunciare nuove guerre.

Penso che il primo stallo che abbiamo da affrontare sia quello interno, il nostro, di una comunità plurale, della sinistra diffusa: lo stallo della rimozione dell’orrore possibile, della possibilità di un nuovo baratro della civiltà. Penso che il primo passo sia quello della verità, di assegnare il riconoscimento del vero a quello che “loro” annunciano e progettano. Hanno mire di conquista e di concentrazione autoritaria di poteri e risorse, a scapito del lavoro, dei diritti, della democrazia e della pace. È un disegno neo imperiale che dobbiamo prendere sul serio. Dobbiamo provare a ritessere reti europee, a pensare e realizzare mobilitazioni all’altezza di questa minaccia, nella consapevolezza di questa minaccia, ricreare alleanze di società, nella società innanzitutto, che tengano insieme diritti umani, civili, questione democratica e sociale, che si mobilitino con urgenza per sconfiggere le nuove forme di fascismo che premono sull’Europa.

L’autore: Gianluca Peciola è educatore professionale, attivista per i diritti umani e scrittore. Il suo ultimo libro è “La linea del silenzio”, Solferino, 2024

Nella foto: Donald Trump si avvia a prestare il giuramento alla Rotonda del Campidoglio, 20 gennaio 2025 (Vanessa White)

Amici degli scafisti in tutto l’orbe terraqueo

La promessa di stanare i “gli scafisti in tutto l’orbe terraqueo” pronunciata con ardenti occhi sgranati dalla presidente del Consiglio a marzo del 2023 non sta andando benissimo. Al momento risultano arrestati come scafisti alcuni poveri disperati a cui è stato affidato il timone durante l’ultimo miglio, mentre gli scafisti veri erano già sulla via di ritorno per la Libia e per la Tunisia.

Era certamente molto vicino ai trafficanti – quelli veri – il torturatore libico Najeem Osema Almasri Habish, detto Almastri, che domenica era stato arrestato a Torino dopo aver assistito alla partita tra Juventus e Milan. Mica per niente su di lui pende un mandato di arresto internazionale della Corte penale internazionale.

Avrebbe potuto essere un bel colpo. Meloni avrebbe potuto benissimo organizzare una delle sue conferenze stampa dove è vietato fare troppe domande a colei che conferisce. Ma alla Corte dell’Aia temevano da subito che l’Italia avrebbe trovato un inghippo per liberare Almastri, troppo utile al nostro governo per fare il lavoro sporco in Libia.

Così è stato. Con poca vergogna il nostro governo ha scovato un presunto vizio procedurale e ha rilasciato il torturatore spolverandogli il colletto e porgendo tante scuse. Dopodiché ha pensato bene di mettere a disposizione un volo di Stato per riaccompagnarlo a Tripoli dove era atteso da una folla festante e fuochi d’artificio.

Riaccompagnare a casa “gli scafisti in tutto l’orbe terraqueo” è l’ultimo stadio dei sovranisti servi di decine di padroni.

Buon mercoledì.

La presidente Meloni a Bengasi, 7 maggio 2024

Niente referendum, ma la legge Calderoli è incostituzionale e va riscritta. Senza imbrogli

Sono deluso, inutile negarlo, per la decisione della Corte Costituzionale di considerare non ammissibile il referendum abrogativo contro l’autonomia differenziata. Attendiamo, per una analisi più attenta, di leggere le motivazioni. Sono deluso, peraltro, perché vi era stata, un mese fa, la decisione della Cassazione, la quale sembrava preparare, pur nella reciproca autonomia, l’ammissibilità da parte della Corte Costituzionale. Sia i costituzionalisti, sul piano scientifico, che i Comitati contro ogni autonomia differenziata, che le grandi organizzazioni di massa avevano (più volte anche qui su Left) indicato i motivi che avrebbero, presumibilmente, portato all’ammissibilità del referendum abrogativo.

La decisione della Corte, comunque, non significa che il nostro impegno democratico sia sconfitto. Facendo vivere insieme forme molteplici, giuridiche, di mobilitazione, di diffusa partecipazione popolare, siamo riusciti ad imprimere uno svuotamento decisivo della legge Calderoli e della concezione di autonomia secessionista che la sottende. Ora più che mai la mobilitazione deve continuare, per consolidare gli importanti risultati conseguiti, evitando che la legge Calderoli riviva sotto mutate spoglie, per continuare il nostro percorso verso il regionalismo solidale e costituzionale. Abbiamo riportato, in questi anni, alla luce i concetti, che erano stati rimossi dalle forze politiche, di eguaglianza, solidarietà, ma anche di servizi pubblici, di stato sociale. Abbiamo costruito una traccia indelebile: i diritti costituzionali sono esigibili. La Corte Costituzionale ha negato l’ammissibilità del referendum sostenendo che non si poteva, per via referendaria, abrogare l’articolo 116, terzo comma, della Costituzione. Si può, quindi, abrogarlo con un procedimento di revisione costituzionale.

Vedremo. Quel che è certo è che la Corte Costituzionale implicitamente allude a quel monumento di insipienza giuridica e politica che fu la “controriforma” del Titolo V della Costituzione del 2001, voluta, con un grave errore, da larga parte del centrosinistra. Acutamente, la prof. Algostino ha qualificato la legge Calderoli come “attuazione incostituzionale della Costituzione”. Da dove ripartiamo, ora? Dalla decisione della Corte Costituzionale sulla incostituzionalità di assi portanti della legge Calderoli. Una decisione importante che impone il tema del regionalismo solidale che arricchisce la forma Stato e la forma di governo disegnate dalla Costituzione. I sette punti principali dell’impianto della legge Calderoli sono stati dichiarati incostituzionali. Senza una riscrittura profonda e radicale non vi può essere legge sull’autonomia. Anzi, ha scritto la Corte in quella decisione, il Parlamento deve necessariamente modificare la legge, nella direzione dalla Corte stessa indicata; non solo; la Corte Costituzionale verificherà la correttezza delle decisioni parlamentari nell’adeguarsi agli obblighi imposti dalla sentenza stessa. Il compito del Parlamento, ora più che mai, della forze politiche al suo interno, è quello di evitare che governo e maggioranza tentino una truffa, imboccando la strada ipocrita di un regionalismo sempre competitivo e secessionista, ma un pochino meno antimeridionale e che smantelli un po’ meno lo stato sociale. Spetta alla stampa democratica, alle forze politiche e sociali, ai comitati territoriali vigilare, incalzare, mettere in campo una ricchezza partecipativa verso un regionalismo solidale.

L’autore: Giovanni Russo Spena, già parlamentare e docente universitario, fa parte  dei Giuristi Democratici e del Coordinamento per la democrazia costituzionale

Salvaguardare il potere d’acquisto delle retribuzioni: una priorità per la crescita del Paese

La settimana passata ci ha consegnato la notizia che l’avvocato generale della Corte di giustizia Ue, Nicholas Emiliou, ha definito la direttiva dell’Unione Europea sul salario minimo “incompatibile” con il Trattato dell’Unione; essa violerebbe le competenze nazionali degli Stati membri sul fronte della retribuzione salariale e del diritto di associazione. Ora, non è che questa normativa sia stata abolita. Quello dell’avvocato generale è un parere legale che, tuttavia, ne chiede esattamente l’abolizione.
Un primo punto da mettere in evidenza è come si sia arrivati a tale parere dell’avvocatura. Esso scaturisce da un ricorso presentato dalla Danimarca e sostenuto, poi, dalla Svezia. Paesi che hanno una caratteristica in comune con l’Italia. Vediamo perché.

La Direttiva, è necessario ricordarlo, punta in primo luogo all’estensione della contrattazione collettiva. Con l’obiettivo di far sì che i Paesi dell’Unione Europea arrivino a garantire una copertura dell’80% della contrattazione collettiva. Ciò già avviene in Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Italia, Spagna e Svezia. Ecco la caratteristica comune tra Italia, Danimarca e Svezia. Al disotto di tale soglia, la direttiva dispone che gli Stati attuino, previa consultazione delle parti sociali, un piano d’azione per la promozione della contrattazione collettiva. Insomma, la normativa tenta innanzitutto di valorizzare il ruolo della contrattazione collettiva nel processo di universalizzazione delle tutele salariali.
Ebbene, due Paesi nei quali il sistema della contrattazione collettiva è molto avanzato, come nel nostro – che ha comunque ratificato la norma – hanno denunciato la direttiva per violazione delle competenze nazionali degli Stati riguardo a retribuzione e diritto di associazione. Paesi, va detto, ben inseriti nel processo di integrazione dell’Unione, al contrario di altri, come l’Ungheria, alfiere del sovranismo, che pratica uno sfacciato dumping salariale.
Vedremo come andrà a finire, ma c’è da dire che, in generale, la Corte europea ha la tendenza ad accogliere i pareri dell’avvocatura.
Intanto l’Italia, pur avendo, come detto, ratificato la direttiva, non ha però adottato una legislazione in merito al salario minimo. Cosa fare, dunque?
La nostra convinzione, che sosteniamo da tempo, è che sia necessario costituire un tavolo permanente per arrivare ad una discussione vera sulla povertà del lavoro che riguarda milioni di persone, in particolare donne e giovani, prima di tutto nei settori del terziario, che vedono, in questo passaggio storico la maggiore crescita dell’occupazione. Area nella quale si annida maggiormente il lavoro nero, a tempo determinato e stagionale, part-time, ossia l’area del sotto-salario. In secondo luogo, sosteniamo da tempo la necessità di recepire per legge, per prima cosa, i minimi salariali dei contratti maggiormente rappresentativi.
Il quadro, come risulta evidente, è estremamente complesso. L’Esecutivo Meloni, non c’è dubbio, non crede particolarmente nel dialogo con le forze sociali. L’unità d’intenti dei sindacati segna un momento di crisi evidente e accordi separati. Il rinnovo di molti contratti è fermo anche in conseguenza della situazione del tessuto produttivo, che rischia di precipitare. E la questione dei salari e del potere d’acquisto in Italia è di una gravità estrema.
Aldilà, dunque, del processo di integrazione europea, resta quantomai necessario che tutti si impegnino, in primo luogo, a tener fede alla Costituzione repubblicana che stabilisce all’articolo 36 che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. E, al 39, il compito dei sindacati, ai quali è demandata la rappresentanza dei lavoratori. Rappresentanza che richiede, senz’altro, se ne parla da tempo immemore, una regolazione di legge.
In ogni caso, il dialogo sociale è il percorso ineludibile – e, oggi, quantomai urgente – per attuare i diritti irrinunciabili di chi lavora per vivere.

Il fermaglio di Cesare Damiano
L’autore: già sindacalista e parlamentare in tre legislature, è stato ministro del Lavoro ed è presidente dell’associazione Lavoro & Welfare

Dopo 50 anni in carcere l’attivista indigeno Leonard Peltier “liberato” da Biden

Finalmente dopo mesi di raccolta firme, messaggi, lettere, appelli a Joe Biden per promulgare la executive clemency e pressioni sulla stampa mainstream per poter continuare a sensibilizzare sulla condizione di Leonard Peltier, ieri è arrivata la commutazione della pena.
Quando venne arrestato, il destino di Peltier era già segnato. Il processo fu una farsa che ricalcò un copione già scritto, con prove inesistenti o costruite e testimonianze ritrattate. La giuria che condannò Peltier era formata da soli bianchi in una città come Fargo, storicamente anti-indigena, e il processo venne presieduto da un giudice noto per il suo razzismo. Dopo cinque anni, accurati esami balistici riuscirono a provare che i proiettili che uccisero i due agenti non appartenevano all’arma di Leonard, e molti dei testimoni che lo accusarono ritirarono le loro dichiarazioni, confessando di essere stati minacciati dall’Fbi. Nel 2021 a chiedere la grazia per Peltier è stato James H. Reynolds, lo stesso procuratore capo nel caso Peltier ed ex procuratore degli Stati Uniti, il quale ha scritto a Biden dicendo: «Scrivo oggi da una posizione inconsueta per un ex pubblico ministero, per supplicarvi di commutare la pena di un uomo che ho contribuito a mettere dietro le sbarre. Con il tempo e col senno di poi, mi sono reso conto che il procedimento giudiziario e la lunga incarcerazione del signor Peltier erano e sono ingiusti». Un’ammissione di colpa che ci porta a dire chiaramente che nel 1976 Peltier fu condannato a due ergastoli, dopo un processo segnato da razzismo anti-indigeno, discriminazione e pregiudizio.
Ieri, Joe Biden, al posto di dare la executive clemency a Peltier per fare pace con gli anni Settanta ed ammettere le responsabilità degli Usa in un tale episodio di repressione, ha deciso di dare un contentino.
Non sappiamo sinceramente se possiamo cantare vittoria. Non era ciò che ci aspettavamo. Stiamo parlando di un ottantenne innocuo detenuto ingiustamente da circa cinquant’anni per motivi politici, le cui condizioni di salute sono drasticamente peggiorate negli ultimi mesi. Sicuramente, se Leonard Peltier sarà arresti domiciliari e non rinchiuso al buio di un carcere, è merito di tutti coloro che in questi mesi hanno fatto pressioni costringendo il governo a prendere una decisione diversa, ma non crediamo che un contentino sia una “vittoria”. Non crediamo che si possa chiamare “vita” una vita vissuta fino a trent’anni e sospesa fino agli ottanta. L’America suprematista, ancora una volta, decide di non voler fare i conti con il proprio maccarthismo, la sua repressione e la sua violazione dei diritti umani.

L’autore: Lorenzo Poli fa parte di Free Leonard Peltier Now Italy, coordinamento di giornalisti per la liberazione di Leonard Peltier.

Nella foto: cartello per la liberazione di Leonard Peltier a Detroit, 2009

“Vite a perdere” su Rai Tre. Il traffico di organi nell’Iraq devastato dalle guerre

Nell’ambito del format Il fattore umano oggi su Rai tre (23.15) e poi su Raiplay viene trasmesso il reportage Vite a perdere. Ecco il racconto di Nancy Porsia coautrice con Mario Poeta.

È sera e Hussein rincasa dopo una lunga giornata di lavoro a Sadr City, quartiere sciita alla periferia di Baghdad. La stradina davanti a casa è buia, i lampioni fuori uso. È stremato dopo aver passato la mattina nella azienda della Coca Cola di Baghdad ad imballare colli di lattine e bottiglie pronti per essere spediti in giro per il paese, e dopo una breve pausa, altre cinque ore nel traffico sfiancante di Baghdad alla guida del suo minivan a raccattare passeggeri per la città.

Hussein era in un caffè con degli amici qualche mese fa quando al tavolo accanto due ragazzi discutevano della possibilità di vendersi un rene per guadagnare migliaia di euro in un colpo solo. Da quel giorno per Hussein la soluzione a tutti i suoi problemi è vendersi un rene. Orfano di padre dall’età di due anni, unico figlio maschio, ha iniziato a lavorare sin da bambino per garantire alle sue tre sorelle una vita minimamente dignitosa.

«Oggi le mie sorelle sono sposate, e quindi ho meno spese» dice Hussein ma con i due lavori insieme ogni mese continua a fare fatica a pagare l’affitto della casa dove vive con sua madre. Con quei ventimila euro di cui ha sentito parlare al caffè qualche mese fa riuscirebbe a comprarsi un posto di lavoro governativo che gli garantirebbe la stabilità necessaria per potersi sposare garantendo insieme a sua madre e la sua futura moglie una vita dignitosa. Nonostante la stanchezza, si infila gli shorts e le scarpette da calcio per giocare a pallone con i suoi amici. «È uno dei pochi momenti di relax che mi concedo» dice mentre si chiude dietro di sé il portellone del minivan davanti ad uno dei tanti campi di calcio di Sadr City.

Um Yousef invece ha già venduto il suo rene due anni fa. Madre di due bambini malati, divorziata, rischiava di finire per strada. «Un giorno stavo cercando tra le pagine social informazioni sui centri di autismo per mio figlio malato quando il mio feed social mi ha mostrato un annuncio sulla vendita di reni come occasione di guadagno immediato», racconta la donna che ha circa trent’anni. Um Yousef ci ha pensato per settimane, poi si è messa alla ricerca di un broker. Per giorni i numeri trovati online o passati da conoscenti risultavano già staccati. Un giorno qualcuno le ha risposto dall’altra parte del telefono, e le ha offerto circa ventimila dollari. Qualche giorno dopo un uomo sulla cinquantina la aspettava al Medical City Center di Baghdad dove avrebbe dovuto effettuate esami necessari, e un mese dopo in sala operatoria, sempre nell’ospedale governativo che si affaccia sul fiume Tigri. «Ho solo chiesto all’uomo di garantire il pagamento anche in caso io fossi morta. Ho pensato: anche se muoio, i miei figli avranno di che mangiare e un tetto sulla testa» dice mentre i suoi occhi si riempiono di lacrime. Come pattuito, appena il rene le è stato espiantato, il broker ha consegnato i soldi in una valigetta a sua madre che era in sala d’attesa. «Quell’uomo ha aspettato che mi svegliassi per accertarsi che stessi bene. Una brava persona» continua Um Yousef, dimessa poche ore dopo l’asportazione del suo rene senza alcuna prescrizione medica ma solo il consiglio di assumere degli antidolorifici.

Guerre che si susseguono una dopo l’altra, l’invasione americana e la caduta di Saddam Hussein, la faida tra sciiti e sunniti, lo Stato Islamico e la guerra per debellarlo: venti anni di bombe, conflitti armati e attentati hanno prodotto oltre due milioni di iracheni rifugiati all’estero, e altrettanti sfollati interni. La corruzione ai vertici dei governi che si sono succeduti ed il moltiplicarsi di milizie settarie che nel frattempo hanno conquistato il pieno controllo del territorio hanno fatto sprofondare il paese in uno stato di povertà estrema: la disoccupazione tra i giovani è circa al 25,6% e il 23% della popolazione spende meno di 2,2 dollari al giorno. In un presente complicato da vivere con un futuro difficile da immaginare, i traffici illeciti oggi in Iraq sono l’unico ammortizzatore sociale per un paese in piena economia di guerra. I corpi di queste migliaia di disperati, anzi pezzi dei loro corpi, rappresentano per i professionisti del business una ottima opportunità di guadagno considerando che la disparità tra disponibilità di organi e numero di pazienti nelle liste di attesa si va ampliando a livello globale, soprattutto in Iraq.

«Ora però i soldi sono finiti» dice Um Yousef mentre chiede una pausa per recuperare energie. E così che poco più che trentenne, si trova senza un rene ma anche senza la forza fisica per prendersi cura dei bambini o di lavorare. «Lo rifarei – dice con convinzione la donna – perché per oltre un anno sono riuscita a garantire a mio figlio la terapia di cui necessita in un centro specializzato. E io per i miei figli darei la vita».

Hussein sa bene che con un rene solo dovrebbe rinunciare alle sue partite di calcio: «Non mi importa, perché se riesco a sposarmi sarò contento di passare il mio tempo libero in casa con i miei figli». Tra le pagine social scorre le decine di annunci di broker alla ricerca di organi: chiama uno dei numeri di telefono tra gli annunci. Dall’altra parte del telefono un uomo gli dice: «Per il tuo rene potrei pagargli massimo diciotto mila euro, non di più perché per arrivare a ventimila dollari sarebbe stata necessaria la firma di suo padre, che però non c’è più». Il broker al telefono dice che il trapianto verrebbe effettuato ad Erbil, in Kurdistan.

In Iraq tra i tanti arabi che decidono di vendere il proprio rene molti vengono dirottati dai broker verso le cliniche in Kurdistan, tra Erbil e Sulemanya. Qui la burocrazia è più snella rispetto agli uffici governativi d Baghdad, e quindi per i broker che seguono le pratiche per conto dei loro clienti, il Kurdistan è una piazza migliore. Ovviamente sulla carta questa compravendita è una donazione a titolo gratuito.

A Sulemaniya, la seconda città più grande del Kurdistan, Farhad porta avanti la sua battaglia per la realizzazione di un ospedale specializzato sui trapianti salvavita, da quando sua sorella malata di talassemia è morta per via della mancanza di donatori di sangue. Attraverso la sua associazione Kurdistan Body Donors Organization (KBDO) promuove campagne di sensibilizzazione sulla donazione provando a togliere terreno ai trafficanti di organi. Lo vediamo nello stanzone del centro di dialisi mentre ascolta le voci dei malati renali cronici sottoposti al trattamento. Tra le persone in cura al centro, c’è un peshmerga del Patriotic tnion of Kurdistan (Puk) a cui un anno fa è stata diagnostica un’insufficienza renale cronica, e da allora è costretto a sottoporsi al trattamento di dialisi due volte a settimana. «Io comprerei un rene anche domani. Ma i broker chiedono circa 45 mila dollari, e io questi soldi non ce li ho» dice l’uomo, che alla fine ci ringrazia per raccontare questa brutta storia fatta di malattia e povertà.

L’autrice: Nancy Porsia è una giornalista freelance e producer esperta di Medio Oriente e Nord Africa. Tra i suoi libri “Mal di Libia” (Bompiani)

Il fattore umano

Il fattore umano per questo terzo appuntamento della stagione ci porta in Iraq con Vite a perdere di Nany Porsia e Mario Poeta. Il programma, che monitora il rispetto dei diritti umani nel mondo, è un format di Raffaella Pusceddu e Luigi Montebello, regia di Luigi Montebello, musiche originali di Filippo Manni e Massimo Perin.

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