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Altro che giuria popolare, ripartiamo dall’educazione alla complessità

Il fermo immagine mostra il leader del M5S, Beppe Grillo, durante il suo discorso di fine anno, 31 dicembre 2016. ANSA/BLOG BEPPE GRILLO +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Non è questione di post-verità, ministeri della verità o giudici popolari per il giornalismo: siamo un Paese disabituato alla complessità. Ed è un analfabetismo coltivato scientemente e chirurgicamente da chi, nel corso di tutti questi ultimi anni, ha lavorato duramente per banalizzare tutto ciò che si poteva banalizzare.

Una semplificazione ossessiva che consente a chi tiene le redini del gioco di ritrovarsi raramente a dovere dare delle spiegazioni: in epoca di turbobanalizzazione o si è a favore o si è contro perché il dibattito è solo un’inutile perdita di tempo e i tifosi bramano il goal o il prossimo fallo da dietro per falciare l’avversario.

Eppure la solidarietà, l’accoglienza del nuovo e del diverso, l’ascolto dei bisogni periferici e la gestione delle paure (anche quelle più insensate, che comunque hanno dignità quando non sono strumentali) richiedono l’abitudine alla complessità, la voglia (e l’alfabetizzazione) di scorgere le sfumature e l’amore per lo studio.

Ma ci vogliono tempo e coraggio: bisogna preferire la costruzione di un’etica collettiva alla più facile mitizzazione dell’io o alla fideistica passione per il leader. C’è da innamorarsi dei dubbi e da allenarsi all’essere terribilmente fallibili. Un popolo incapace di leggere le complessità sarà sempre arido, inumano, sloganizzato e continuerà a sentirsi comodo solo dentro il perimetro stretto di un commento sui social o un luogocomunismo da aperitivo.

Piuttosto che cercare un leader a sinistra, ad esempio, si potrebbe smettere di ambire a diventare banalizzatori “etici” e capovolgere il paradigma. Certo, ci vogliono tempo e coraggio. Tempo e coraggio.

Hackeraggio russo del voto Usa: la strana alleanza Assange-Trump

epa05620866 (FILE) A file picture dated 04 October 2016 shows Wikileaks founder Julian Assange in a live video link at a press conference on the 10th anniversary of Wikileaks, in Berlin, Germany. According to media reports, Swedish prosecutors on 07 November 2016 announced they will be interviewing Assange at the Ecuadorian embassy in London on 14 November. Assange had been staying in the embassy since 2012, where he has found refuge as he is wanted for questioning over a 2010 rape allegation in Sweden. EPA/MAURIZIO GAMBARINI

Julian Assange aveva detto che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non vedere Hillary Clinton alla Casa Bianca. Salvo poi spiegare che il materiale diffuso dalla sua Wikileaks non è frutto dell’hackeraggio russo. L’essersi prestato a un’operazione di manipolazione fatta da una potenza straniera contro gli Stati Uniti non sarebbe infatti buona propaganda per il libertario fondatore dell’organizzazione che mette in rete materiali hackerato. E che Clinton non avrebbe mai perdonato.

E nessuno avrebbe mai immaginato che, in questi anni strani da leggere, il presidente eletto repubblicano formasse una strana alleanza con Assange. Eppure, Trump, con l’ennesimo tweet ha sostenuto quel che sostiene  il fondatore di Wikileaks che ha sempre negato che a passargli le migliaia di e-mail rubate dai server del partito democratico non siano stati hacker russi. «Assange … dice che i russi non gli ha dato le informazioni!» twitta Trump, che ieri ha anche parlato (scritto) del rinvio del briefing delle agenzie di intelligence sulla vicenda del tentativo russo di influenzare il voto americano. In quel caso “briefing” e “intelligence” erano scritti tra virgolette, come dire, sono tutte balle, aggiungendo «Forse hanno bisogno di più tempo per montare il caso». Un modo di relazionarsi con le agenzie che è inusuale per un presidente e rischioso: i conflitti con le agenzie vanno trattati con le pinze, i direttori cambiano, ma gli agenti che lavorano rimangono dove sono. Tra l’altro, i funzionari dell’intelligence Usa incaricati delle indagini hanno insistito non vi è stato alcun ritardo nel calendario del briefing.

Altro aspetto singolare, che non muta, nonostante l’avvicinarsi dell’inaugurazione (il 20 gennaio) è la voglia di Trump di commentare e intervenire direttamente sulle notizie sui social. In campagna elettorale funziona, da presidente può generare problemi e crisi diplomatiche, come è già capitato in questi mesi con la Cina.

Lo spin di Trump punta a fare due cose: depotenziare la mina russa, che se fosse dimostrato l’hackeraggio sarebbe un grosso problema di immagine per lui e complicherebbe il riavvicinamento con Putin e a dare la colpa dell’eventuale hackeraggio ai democratici. Il tweet del presidente dice infatti: «Assange dice che anche un bambino avrebbe potuto entrare nel server democratico». La colpa, insomma, è la loro.

In Rai scricchiola il renzismo?

Renzi con il logo della Rai
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante il suo intervento alla prima della fiction Rai 'I Medici'. Firenze, 14 ottobre 2016. ANSA/MAURIZIO DEGL' INNOCENTI

«Non c’è un Cavaliere Bianco contro i satrapi in Rai. Non facciamo psicodrammi», dice Franco Siddi, consigliere di amministrazione ed ex segretario generale Fnsi, intervistato da Lapresse. È convinto, Siddi, eletto nel cda Rai in quota Pd: «Noi siamo tutti consiglieri per la prima volta, tranne Freccero. Dire che qui ci sono conservatori non è vero. Romanzare la verità può essere bello, ma non è utile». Per Siddi, quindi, Carlo Verdelli, ormai ex capo delle News Rai, consulente chiamato per riorganizzare il comparto giornalistico della tv pubblica, non è la prima vittima di una restaurazione, del fallimento del disegno renziano, indebolito dopo le dimissioni da palazzo Chigi e la sconfitta referendaria.

Precisa, Siddi, perché la lettura politicista, invece, comincia a circolare, poggiando su dettagli anche succosi, come l’annunciato arrivo di Bianca Berlinguer alla prima serata del martedì, dove stava l’odiato Ballarò (con l’odiato Giannini) e dove Daria Bignardi aveva voluto Politics di Semprini, chiuso però in anticipo per lo scarso share. È un sorta di rivincita dei talk, così invisi all’ex premier. Sarebbe successo se avesse vinto il Sì? Chi può dirlo. E Verdelli, sarebbe riuscito a imporre il suo piano di riorganizzazione? Per Siddi la questione è tutta di merito («Innovare significa allontanare le sedi da Roma?», si chiede, «non sono d’accordo. Innovazione semmai è maggiore sinergia, usando le risorse che già ci sono»). Ma non è invece azzardato leggere, nel brusco inizio del nuovo anno in Rai, sintomi del rinnovato quadro politico.

Lo fa anche un parlamentare del Pd, per quanto critico, alfiere dell’ulivismo delle origini. «Le dimissioni di Verdelli erano già scritte», dice infatti Franco Monaco, contento e pronto a leggere nel caso Verdelli una più ampia bocciatura sulla gestione renziana. «Più che il suo piano sull’informazione Rai», dice il dem, «bocciati sono il direttore Dell’Orto e la presidente Maggioni, un cda inadeguato e lottizzato, il governo che ha nominato vertici aziendali di sua stretta fiducia». Per Monaco quello che sta succedendo in Rai è dunque frutto delle scelte di Renzi, che avrebbe fatto «l’opposto della reiterata, ipocrita promessa di un passo indietro della politica; l’opposto di una riforma Rai e di sistema degna di questo nome». Pensa, Monaco, al fatto che con la riforma approvata il governo ha potere di nomina diretta dell’amministratore delegato (Dall’Orto, ora dato anche lui in bilico, indebolito) il quale ha a sua volta il potere di indicare i direttori di rete e delle testate giornalistiche. L’idea di Monaco è che più che allontanare la politica dalla Rai, Renzi abbia avvicinato la Rai al governo, a danno sì del parlamento e dei partiti, che almeno garantiscono una certa pluralità. Un disegno coerente con la riforma costituzionale e la legge elettorale (che infatti Monaco non ha votato). Riforme, però, entrambe bocciate.

Sono passati due anni. Ma quanti viaggi grazie a Pino Daniele

Preparativi per le celebrazioni, ad un anno da morte di Pino Daniele, nei vicoli del centro storico di Napoli dove nacque il cantante e dove il comune gli ha dedicato una strada, 4 gennaio 2016. ANSA / CIRO FUSCO

Stretto tra altri tre quartieri e bagnato dalle acque del golfo di Napoli. Qui, a Porto, il rione meno popoloso della città, un 19 marzo del 1955 nasce Pino Daniele. Primo di sei figli di un lavoratore portuale, cresce in una tale indigenza che da bambino non riesce neppure a comprare l’annuale foto scolastica. Finché ancora ragazzino va a vivere a casa di due zie, Lia e Bianca, che gli offrono una migliore vita. La musica irrompe nella sua vita da subito. Quando si esibisce la prima volta ha 12 anni e non va benissimo. Pino stecca e scopre i tranelli del palco. Ma non si ferma anzi, prende in mano una chitarra e ne fa la sua compagna di vita. Da autodidatta, Pino, diventa uno dei musicisti più innovativi del panorama italiano. Tra blues e contestazione, tra Napoli e il ’68.

«Comm’è triste, comm’è amaro, assettarse pe guardà’ tutt’e ccose tutt’è parole ca niente pònno fa’». Il primo album in studio per Pino Daniele è Terra mia (1977): tradizione partenopea e mediterranea nei suoni e nei testi. È il primo album di Pino, ma contiene alcuni dei brani che diverranno iconici per lui: Napul è, Terra mia, Libertà e ‘Na tazzulella ‘e cafè che Renzo Arbore lancia in una puntata di Alto gradimento. Aprendo a Pino le porte del Paese.

L’esordio è con i New Jet, ma è nello spazio di Vico Fontanelle nel quartiere Sanità che prendono forma le sue prime composizioni con i Batracomiomachia (c’era dentro anche, Enzo Avitabile). Tra quelle mura sono passati tanti musicisti napoletani: Enzo Avitabile ma anche Corrado Rustici, Edoardo Bennato e gli Osanna.


Gli anni 70 per Pino Daniele si chiudono con un colpaccio. Ha poco più di 21 anni, Pino, quando gli si presenta l’occasione di entrare a far parte dei Napoli Centrale, come bassista. Nell’ensamble ci sono i migliori musicisti della città, tra cui il sassofonista James Senese. Con lui al suo fianco Pino Daniele accelera la sua crescita artistica e dà il via ai suoi primi album: Pino Daniele (1979), Nero a metà (1980) e Vai mo’ (1981).

Sì, Pino Daniele è un cantautore. Abbandona l’impronta tradizionale della musica napoletana e abbraccia esplicitamente il blues: Je so’ pazzo, Je sto vicino a te, Chi tene ‘o mare, Putesse essere allero, Basta na jurnata ‘e sole. I suoi ascolti – Louis Armstrong, George Benson – le sue passioni – Elvis Presley, Roberto Murolo – prendono vita nel suo “tarumbò”. È lo stesso Pino a chimare così la sua mescolanza di tarantella e blues.

Dal 1990 in poi i suoi live si fanno sempre più rari. Quando arriva Un uomo in blues, la sua salute non è al top ma il suo blues lo è eccome: ‘O scarrafone, Leave a Message. Pino è ormai alla ribalta. Gianni Minà lo invita in tv, ad “Alta classe” insieme al suo fraterno amico Massimo Troisi. Tra una gag e un’altra, Troisi racconta che un giorno l’amico Pino gli chiede: “Massimo, ho scritto una canzone, mi fai un film?”. È uno scherzo alla Troisi, e anche Pino si diverte un modno a giocarci. “Quando” è la colonna sonora di “Pensavo fosse amore… invece era un calesse”. Non è la prima collaborazione tra i due, Pino ha già scritto le musiche per altri due film di Troisi: Ricomincio da tre, nel 1981, e Le vie del Signore sono finite, nel 1987. (Qualcosa arriverà)

Dal 1993 le sue esibizioni tornaro a essere regolari. In 40 anni di carriera divide il palco con Franco Battiato, Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Ralph Towner, Yellowjackets, Mike Mainieri, Danilo Rea e Mel Collins. E ancora: Pat Metheny, Eric Clapton, Chick Corea (Sicily), Robert Randolph e Joe Bonamassa. Ed è negli anni 90 che arriva anche la consacrazione commerciale con “Non calpestare i fiori nel deserto” (1995) e “Dimmi cosa succede sulla terra” (1997). Daniele cambia il suo modo di comporre, abbandona il funky e il dialetto napoletano per abbracciare il pop con influenze orientali e nordafricane, e mischia il tutto con l’immancabile blues. Io per lei, vendette oltre 800.000 copie. Le contaminazioni nordafricana si fanno pesanti in “Medina” (2001), dove suonano il maliano Salif Keita, il franco-algerino Faudel, il turco Omar Farouk, il tunisino Lotfi Bushnaq e i 99 Posse. Poi, pochi anni dopo, cambia nuovamente pelle. Stavolta la tradizione partenopea si mescola ai ritmi latinoamericani: Pino torna con “Il mio nome è Pino Daniele”, al suo fianco Giorgia, Tony Esposito e Alfredo Paixão. Ma quella latinoamericana non è certo una scoperta per Pino Daniele, che aveva già scritto una straziante “Isla Grande” per Ernesto Guevara e il “Tango della buena suerte”.

La sera del 4 gennaio 2015, alle ore 22:45,un infarto lo stronca nella la sua casa di Orbetello, in Toscana. I tentativi di rianimazione falliscono, i suoi problemi cardiaci, questa volta, gli sono fatali. Un paio di giorni dopo, a Napoli, la sua città, in 100mila si riuniscono in Piazza del Plebiscito per cantare le sue canzoni. Oggi – 4 gennaio – Napoli scenderà in ogni vicolo per cantare le sue canzoni.

Stretto tra altri tre quartieri e bagnato dalle acque del golfo di Napoli. Qui, a Porto, il rione meno popoloso della città, dal settembre 2015, una delle vie si chiama Pino Daniele.

Preparativi per le celebrazioni, ad un anno da morte di Pino Daniele, nei vicoli del centro storico di Napoli dove nacque il cantante e dove il comune gli ha dedicato una strada, 4 gennaio 2016. ANSA / CIRO FUSCO
Preparativi per le celebrazioni, ad un anno da morte di Pino Daniele, nei vicoli del centro storico di Napoli dove nacque il cantante e dove il comune gli ha dedicato una strada, 4 gennaio 2016.
ANSA / CIRO FUSCO

Posti di lavoro rischio, tutti i tavoli aperti al Ministero dello sviluppo. Il 10 tocca ad Alitalia

Un'immagine tratta dal profilo Facebook dell'Aviazione civile dell'intervento del presidente dei Alitalia Luca Cordero di Montezemolo all'Alitalia Day svoltosi oggi a Roma, 18 maggio 2016. FACEBOOK.COM/AVIAZIONECIVILE.IT +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO? ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L?AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

I tre anni del governo Renzi non hanno cambiato affatto lo scenario della produttività in Italia. Se il flop del renzismo dal punto di vista dello sviluppo trova riscontro nei dati sulla disoccupazione – soprattutto giovanile – i tavoli aperti al Ministero dello sviluppo economico confermano questo scenario deludente. Forse se n’è accorto anche il neoministro Calenda che, al Corriere della sera il 1 gennaio ha dichiarato che «Un piano industriale va dettagliato rapidamente». Nell’intervista Calenda aveva individuato i settori a cui dare un supporto: l’industria ma «solo a chi investe in innovazione e internazionalizzazione», il turismo e la cultura e le scienze della vita.

I tavoli aperti di crisi e vertenze da risolvere di interi gruppi industriali e di imprese sono 145. Si va da Mediaset a Ilva, da Lucchini a Alcoa. L’ultimo caso, si è concluso con un insuccesso. Il Mise non è riuscito nell’opera di mediazione con i vertici di Almaviva Contact, quella parte del gruppo italiano che è costituito dai call center. L’ azienda non ha accettato il sì all’accordo da parte delle Rsu di Roma dopo un referendum che ha coinvolto i lavoratori, mentre quelli di Napoli avevano acconsentito subito a un accordo, ricordiamo, che prevede tre mesi di ammortizzatori sociali durante i quali si devono ridiscutere le proposte dell’azienda, alquanto gravose sui controlli a distanza e sul miglioramento della produttività. Mentre a Roma si registrano 1666 licenziamenti, a Napoli ci sono ancora in ballo 845 posti di lavoro, per il cui destino la trattativa deve trovare una sua conclusione entro il 31 marzo. Almaviva Contact ha delocalizzato intanto in Romania dove il costo del lavoro è inferiore a quello italiano.

Un’altra vertenza “calda” è quella di Alitalia. L’incontro è previsto il 10 gennaio. In quell’occasione l’azienda presenterà il nuovo piano industriale dopo che a fine anno con una lettera ai dipendenti ha comunicato la recessione del contratto nazionale e il congelamento degli scatti di anzianità a partire dal 1° gennaio 2017. I sindacati non hanno gradito e infatti hanno espresso un’assoluta contrarietà “nel metodo e nel merito”. Filt Cgil, Fit Cisl reti, Uiltrasporti e Ugl trasporto aereo scrivono di essere “impegnate già dai prossimi giorni ad aprire il negoziato sul contratto collettivo nazionale di lavoro, sulla base della piattaforma presentata”. Lo scenario si presenta alquanto complesso. Come si legge su Rassegna.it, il nuovo contratto dovrebbe prevedere secondo Alitalia, “forti aumenti di produttività per il personale navigante e una generale riduzione degli stipendi di almeno il 10 per cento”. Si parla di 1.600 posti di lavoro a rischio.

Un’altra grande questione da risolvere, che riguarda il fiore all’occhiello dell’industria pesante, è quella che riguarda l’Ilva di Taranto il cui destino è al bivio, visto che ci sono due cordate che la potrebbero acquisire: Arvedi-Jindal e ArcelorMittal-Marcegaglia, ciascuna con una propria strategia industriale che quindi determinerà anche gli scenari futuri dell’occupazione.

Situazione di stallo e mancanza di un piano industriale anche all’acciaieria ex Lucchini di Piombino dove si attende che l’imprenditore algerino Issad Rebrab faccia capire quali sono le prospettive per i dipendenti, sono 2mila che rischiano il posto di lavoro.

E poi c’è la crisi, ormai storica di Alcoa a Portovesme, in Sardegna, dopo che il colosso americano dell’alluminio americano nel 2012 aveva deciso di chiudere la produzione. Da allora i vari governi hanno cercato disperatamente un compratore. A dicembre il ministro Calende aveva detto in una riunione alla Regione Sardegna: “Abbiamo qualche compratore interessato all’acquisizione dello stabilimento Alcoa di Portovesme, ma non scopriamo le carte finché non siamo certi che si tratti di cose concrete e decise”. Il 2017 sarà l’anno in cui le carte dovranno essere scoperte. E non solo per l’Alcoa, ma anche per le centinaia di vertenze in atto.

In Germania aumenta l’inflazione (e con quella, le critiche alla Bce di Mario Draghi)

L’Ufficio statistico federale tedesco (Destatis) ha pubblicato ieri le stime relative ai valori dell’inflazione per il mese di dicembre 2016. Secondo i dati del Destatis, la crescita dei prezzi si è attestata intorno all’1,7 per cento su base annuale, con un salto del 0,7 per cento rispetto al mese di novembre 2016.

Come si legge su Die Welt, le ragioni principali dell’aumento dell’inflazione in Germania sono da ricercare nell’aumento del costo dell’energia, nell’evoluzione positiva dei salari e nell’effetto Trump (le politiche economiche  protezioniste annunciate dal neo-eletto Presidente degli Stati Uniti hanno provocato aspettative di un rialzo dei prezzi a livello globale).

Lungi dall’essere una notizia per economisti, il tema è uno di quelli che scotta e che conta per la tenuta politica dell’Ue. Come mai?

A prescindere dal fatto che la Germania sia un Paese storicamente avverso all’inflazione, il punto centrale della questione è che la notizia sui valori dell’inflazione mettono in discussione, dal punto di vista tedesco, la politica monetaria della Banca centrale europea (Bce).

A essere più precisi, il trend al rialzo dei prezzi confermerebbe, da un lato, la “bontà” delle decisioni di Draghi in materia di “quantitative easing” – alimentare un’inflazione vicino al 2 per cento è infatti l’obiettivo ufficiale e istituzionale della Bce -, mentre, dall’altro, aumenterebbe le pressioni sui centri decisionali di Francoforte per un rialzo dei tassi di interesse.

Il problema è che un’inflazione oltre l’1 per cento in Germania non corrisponde necessariamente a un aumento anche negli altri Stati dell’Eurozona. Sebbene anche in Francia e Spagna sia prevista una crescita del livello dei prezzi, l’Eurozona, nel suo complesso, a dicembre 2016, dovrebbe segnalare un’inflazione pari all’1 per cento secondo fonti citate da Handelsblatt. Conseguentemente, anche il rialzo dei tassi di interesse sarebbe nell’esclusivo interesse della Germania e, più nel dettaglio, dei risparmiatori tedeschi.

Quel che è certo è che le reazioni politiche da parte tedesca non si sono fatte attendere. Secondo l’esperto economico dell’Unione Cristiano-democratica (Cdu), Carsten Linnemann, a questo punto, è in discussione «la credibilità della Bce […] Draghi ha giustificato la politica del “0 per cento” sulla base dei rischi di uno scenario deflattivo». Se Francoforte non agirà nella direzione di un rialzo, «verrebbe confermato il dubbio che la politica monetaria sia motivata politicamente e che serva gli interessi particolari dei Paesi del sud Europa».

Peccato che la Bce debba tenere in considerazione il livello dei prezzi generale dell’Eurozona e non di un Paese specifico. Inoltre, secondo molti analisti, l’inflazione così detta “core” (quella che non tiene conto delle fluttuazioni dei prezzi dell’energia) non sarebbe ancora su un percorso di crescita stabile. Detto altrimenti: è difficile che le preoccupazioni tedesche portino a una revisione delle politiche monetarie di Francoforte.

Allo stesso tempo, gli interessi del “risparmiatore” rimangono al centro della politica nazionale tedesca. Ancor di più nel 2017, anno di elezioni politiche federali. E c’è da scommettere che, almeno a destra, scatterà il tiro al bersaglio contro le politiche monetarie della Bce “che servono gli interessi dell’Europa del sud”.

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The Doors, cinquant’anni suonati e da riascoltare

Un'immagine diffusa dall'ufficio stampa del film ''When you 're strange '', ispirato alla figura di Jim Morrison, leader dei Doors. ANSA / UFFICIO STAMPA RHINO ENTERTAINMENT WOLF FILMS +++NO SALES - EDITORIAL USE ONLY+++

Il 4 Gennaio 1967 si spalancavano le porte di un nuovo universo musicale e sonoro. Cinquant’anni fa usciva The doors  l’album dell’omonimo gruppo capeggiato da Jim Morrison. Un nome, “Doors” mutuato dal visionario scrittore inglese Aldous Huxley (The Brave New World), dal poeta William Blake,  mescolando suggestioni maudit rubate a Rimbaud  e un pizzico di simbolisimo alla Mallarmé.  Fin qui nulla di nuovo.

Ma la voce di Morrison dava un tocco diverso a questo paesaggio.  E soprattutto  vi aveva sovrapposto panorami tipicamente americani fatti di sconfinate autostrade,  moto cromate e ribellione giovanile. Era il 1967 ed era già storia la rivolta di Berkeley, quell’estate sarebbe stata la summer of love di San Francisco, quando la stagione politica diventò rivolta culturale contro l’establishment. Jim Morrison, con la sua aria da Ganimede degli dei,  precipitato nell’inferno delle droghe, era il suo affascinante e autodistrittuvo cantore.  Vestendo i panni attilati dell’autostoppista immaginario (The Hitchhiker) o, alternativamente, quelli dello sciamanico re lucertola (The Lizard King). Con quell’album, cinquant’anni fa cominciava una  nuova era della musica rock, che nell’arco di pochissimi anni  si sarebbe bruciata. “The End”, ovvero fine della storia, una delle più  viscerali e drammatiche  ballate di Jim Morrison già preconizzava  quel che sarebbe accaduto. Ed era inclusa in questo album d’esordio.  Un brano che non a caso sarebbe stato scelto poi dal regista Francis Ford Coppola ( che aveva conosciuto Jim Morrison all’Università di Los Angeles) per la scena del mattatoio di Apocalypse Now.

Roadhouse blues, dal vivo a NYC

Jim Morrison poeta, voce, leader carismatico, leggenda del rock anche per la sua prematura morte in un albergo di Parigi a soli 27 anni ( come Nick Drake, Kurt Kobain e una infinita lista di altri). L’immagine dei Doors si lega alla sua, ma non bisogna dimenticare che a dare sostanza e solidità a quell’album uscito  cinquant’anni fa e che oggi ha ancora molto smalto, sono state anche le tastiere (elettrificate e acide come andava di moda allora) di Ray Manzarek , la batteria di John Densmore e la chitarra di Robbie Krieger. Musicisti notevoli e capaci di tradurre musicalmente la teatralità di Morrison  e il suo universo letterario e visionario.  Il suono dei Doors si lega moltissimo al piano elettrico di Manzarek e alla sua capacità di dialogare con la voce profonda di Morrison. E mentre festeggiamo oggi gli smaglianti 50 anni di The Doors, merita ripescare anche la sigla finale di questo leggendario gruppo , ovvero L.A. Woman  uscito nel 1970 che si concludeva con la mitica ” Riders on the storm”.

Un'immagine diffusa dall'ufficio stampa del film ''When you 're strange '', ispirato alla figura di Jim Morrison, leader dei Doors. ANSA / UFFICIO STAMPA RHINO ENTERTAINMENT WOLF FILMS +++NO SALES - EDITORIAL USE ONLY+++

Per continuare il viaggio nel mondo dei Doors: Da leggere, THE DOORS Lo spirito di un’epoca e l’eredità di Jim MorrisonRiders on the storm, la mia vita con Jim Morrison  di John Densmore, che è stato il batterista dei Doors dal 1965 al 1971.  Ritratto di Jim e biografia rock dei Doors. Entrambi i volumi sono pubblicati da Arcana.

Sandrine, morta per analfabetismo emotivo e frollata dal salvinismo

Una immagine di Sandrine Bakayoko, la giovane donna ivoriana deceduta ieri all'interno del centro di accoglienza a Cona (Venezia). ANSA/PER GENTILE CONCESSIONE DE "LA NUOVA VENEZIA" +++EDITORIAL USE ONLY - NO SALES+++

Voi che avete vomitato tutto ieri sul cadavere di Sandrine Bakayoko non ci siete mai entrati in un Centro di Prima Accoglienza, ne sono sicuro. Siete quelli che battono il tacco e sbuffano alla cassa del supermercato dietro l’anziana che cerca le monete; siete quelli che non vedete l’ora di mostrare agli amici come accuserete il cameriere di avervi portato la birra troppo calda; siete gli stessi che affilano gli insulti contro i calciatori e i politici strapagati e poi gonfiate il vostro rimborso chilometrico; siete quelli che ce l’hanno con le grandi evasioni fiscali degli altri e chiamate le vostre sopravvivenza; siete quelli che raccontano barzellette sui gay e poi la notte vi si ritrova a trans; siete quelli che non si sentono razzisti perché siete amichevoli con gli amichetti negri di vostro figlio; siete quelli che votano i salvini di destra o di sinistra perché il loro odio è la serotonina per i vostri fallimenti; siete quelli che abbaiate nei commenti e poi balbettate se vi si incrocia nella vita reale.

Voi non lo sapete dov’è morta Sandrine perché se vi capitasse di entrare in un Centro di Prima Accoglienza (peggio ancora in quello di Cona) vi verrebbe la paura fottuta che il mondo un giorno si inverta e vi possa capitare di doverci transitare; urlate e puntate il dito sulla rivolta dei migranti perché è l’unica parte di tutta questa storia che vi tranquillizza, spaventati come siete da una complessità del reale che vi metterebbe subito in fuori gioco.

A Cona Sandrine non è morta di morte naturale, no. Ai morti per usura non serve fare autopsie: muoiono per consunzione sfregando con le loro storie troppo spigolose contro un tempo che si illude di ridurre tutto e tutti al computo di “base per altezza” come in un tema alle scuole elementari. Sandrine è morta come muoiono gli anziani di solitudine, come muoiono i carcerati di embolo alla speranza, come muoiono i piccoli imprenditori che non intravedono più una soluzione o come muoiono tutti coloro che per eccesso di difesa si fanno isola e infine affondano. Morta per analfabetismo emotivo. Anche lei. E frollata dal salvinismo. Buona per essere mangiata, appunto.

Buon mercoledì.

Grillo, Mentana e le bufale: perché una discussione seria diventa tema di propaganda

Il fermo immagine mostra il leader del M5S, Beppe Grillo, durante il suo discorso di fine anno, 31 dicembre 2016. ANSA/BLOG BEPPE GRILLO +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Rieccoci. In questo Paese tutte le grandi questioni di cui discutere si trasformano in bordate tra figure prominenti, titoli roboanti, polemiche e querele. Oggi sappiamo che Enrico Mentana querelerà Beppe Grillo per aver incluso il logo del TG da lui diretto nel post in cui parla di “spacciatori di notizie false” e tribunali del popolo.  Peccato perché il tema di come, cosa sia una notizia e come trattarla è cruciale. Nel Web nasce e cresce una quantità impressionante di materiale vero, non vero, quasi vero, distorto.

Facciamo un esempio che non c’entra nulla con Grillo e poi torniamo al post del leader de facto dei 5 Stelle. E che non è nemmeno una notizia falsa. Ieri la Camera del Congresso Usa a guida repubblicana ha abolito una commissione etica interna che era incaricata di vigilare sui comportamenti e i conflitti di interesse. Lo ha fatto di notte nel primo giorno in cui il nuovo Congresso si è riunito. La notizia ha generato sdegno. E per questo, dopo qualche ora, il presidente entrante Donald Trump ha twittato: «Con tutto quel che c’è da fare, davvero il Congresso deve abolire il watchdog sull’etica?». Trump entra nella questione, non dice che i suoi hanno fatto una porcheria, ma sembra farlo, perché dice che è sbagliato. Un modo per non rompere con la sua maggioranza e per far commentare tutti che “Trump interviene nella questione”. Senza dire nulla. La dinamica della rete, la corsa a coprire la notizia, genera discussione pochi minuti dopo e il presidente eletto, così, sembra aver preso posizione senza averla presa. Un modo abile di esserci, far parlare di sé, creare una notizia senza fare nulla. Negli Usa, mentre la rete italiana discute di Mentana e Grillo, si discute dei tweet di Trump. Alla fine i rappresentanti repubblicani hanno fatto mezzo passo indietro, per lo sdegno suscitato dai media. La lettura immediata e prima che si sappia cosa è successo nel meeting è: Trump twitta, i repubblicani obbediscono. La verità è probabilmente diversa: lo sdegno suscitato per una decisione presa di soppiatto, ha reso necessario un passo indietro. E una nuova brutta figura.

L’effetto è simile con Grillo: il post è un’invettiva, non una proposta vera. È un modo come un altro di dire «noi contro loro» dove i “loro” sono i media, tutti, che lavorano per frenare l’avanzata trionfale dei Cinque Stelle. Di fronte alle difficoltà oggettive incontrate dalla giunta Raggi – e all’oggettiva crociata di alcuni giornali e media contro di essa, per carità – Grillo decide che è il momento di tornare a prendersela con i media e a difendere la rete. Ora, è pur vero che nei giorni scorsi ci è stato spiegato (dal presidente dell’Antitrust Pitruzzella) che forse lo Stato dovrebbe punire chi pubblica notizie false e decidere cosa è vero. Una nozione sbagliata e fuori tempo massimo. L’autorevolezza del giornalista sopra le parti non esiste più. Ci sono figure che erano più o meno vissute come imparziali e autorevoli, oppure parziali, ma autorevoli nonostante la propria partigianeria. Non è più il momento.  L’idea che sia lo Stato a decidere cosa e come, poi…

Come spesso capita nel discorso populista, Grillo (ma anche Pitruzzella, a dire il vero) mescola cose diverse ma serve a indicare il nemico. Un conto è dare notizie palesemente false che chi scrive sa essere tali, altro è fare uno scoop per scoprire che si tratta di un errore, altro ancora è stiracchiare una notizia con un titolo e delle allusioni, ma senza dire nulla di palesemente non vero. Sfumature di grigio e non buon giornalismo comunque, ma cose diverse. Ovvero: l’ossessione e spesso l’enfasi data alle notizie su Roma e sui guai della Giunta Raggi – che è la stessa usata con Marino, anche dai 5 Stelle – sono chiaramente figlie della volontà di danneggiarne l’operato. Ma hanno un fondamento di verità. Invece capita che ci siano notizie sul blog di Beppe Grillo o dei 5 Stelle che sono palesemente, clamorosamente false e che rimangono dove sono, per fare clickbait o per vendere idee false alla gente. Citiamo un caso minore di cui abbiamo parlato: c’è un articolo su George Soros  presunto finanziatore delle manifestazioni anti Trump di cui parliamo qui ripreso da Linkiesta (altra pratica discutibile) che finanzia le manifestazioni anti-Trump dove notizie vere e false si mescolano, dove cose note e vecchie di anni prendono forma di rivelazione e il contesto scompare. L’articolo riporta cose false, ma mentre scriviamo è ancora online. Ecco, entrambe le cose sono un pessimo servizio, e non è la rete da difendere, ma c’è un lavoro enorme da fare per fare in modo che le persone imparino a distinguere, a informarsi meglio, a criticare non le cose con le quali non sono d’accordo, ma quelle palesemente fatte male.

Infine l’idea-provocazione di Grillo: istituire «una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali. Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo». L’idea fa spavento ed è fatta per far parlare e rafforzare le convinzioni degli elettori dei 5 Stelle che i media siano intrinsecamente al soldo di qualcuno. Come dicono anche Trump e Nigel Farage. Il Minculpop ma popolare non è la soluzione, così come non lo è il controllo pubblico. E nemmeno il ritorno ai bei tempi in cui i giornali e i Tg mediavano tra le cose che accadevano e la cose che tutti dovevamo sapere. Ma il problema delle bufale online esiste. È un grande tema dei nostri tempi e qualche idea bisognerà trovarla. Aprire una grande e seria discussione sarebbe utile. Come spesso accade, invece, oggi e domani faremo il tifo per le giurie popolari o per la querela di Mentana e contro il Grillo-Robespierre (come lo definisce un tweet del Pd). Peccato.