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Tra i libri più venduti del 2016 c’è il Mein Kampf. Ma chi lo compra?

È tornato nelle librerie l’anno scorso il Mein Kampf di Adolf Hitler e non senza suscitare polemiche. Duemila pagine, 5mila note a margine, un prezzo di copertina di 59 euro, a pubblicare l’edizione “critica” del manifesto dell’ideologia nazista era stato l’Istituto di Storia Contemporanea di Monaco di Baviera (IfZ), sfruttando il fatto che, essendo passati 70 anni dalla morte dell’autore (Hitler si suicidò a Berlino il 30 aprile 1945 per evitare la cattura). L’obiettivo secondo l’istituto era fare i conti con il passato del popolo tedesco e decostruire la propaganda del dittatore in maniera duratura. La notizia un anno dopo è che le copie vendute sono state 85mila, facendo del libro, a quanto sostiene l’editore in Germania, un vero e proprio bestseller. Le ristampe della prima riedizione dal dopo guerra sono andate esaurite in pochissimo tanto che, dopo una prima tiratura di 4mila copie l’IfZ ha provveduto a produrre altre ristampe, ad un anno esatto siamo giunti addirittura alla sesta.

Ma la riedizione del Mein Kampf ha contribuito a fare tornare in voga l’ideologia nazista?
A quanto pare no, anzi. L’Istituto, ben lontano dal desiderio di promuovere l’estremismo politico di destra, ha anche organizzato nel corso dell’anno una serie di presentazioni, in Germania e in Europa, per spiegare il senso dell’operazione e un’analisi critica del testo di Hitler. «L’idea che ripubblicare il libro avrebbe promosso l’ideologia del dittatore o reso anche solo più socialmente accettabili le sue sue tesi dando ai neo-nazisti nuovo spazio di propaganda si è dimostrata del tutto infondata» ha spiegato Andreas Wirsching, direttore dell’istituto di Storia Contemporanea di Monaco, al The Guardian. «Al contrario – ha continuato Wirsching – il dibattito che si è sviluppato attorno alla visione del mondo promossa da Hitler nel Mein Kampf e il suo approccio alla propaganda offrono l’opportunità di riflettere sulle cause e sulle conseguenze delle ideologie totalitarie in un periodo storico in cui visioni politiche autoritarie e slogan estremisti di destra sembrano prendere di nuovo piede».


«Si tratta di un’occasione per riflettere sulle cause e sulle conseguenze delle ideologie totalitarie in un periodo storico in cui visioni politiche autoritarie e slogan estremisti di destra sembrano prendere di nuovo piede»


Anche i dati di vendita forniti dai librai sembrano confermare la tesi del direttore dell’IfZ. Chi compra il Mein Kampf infatti è generalmente un cliente interessato a temi storici e politici e ben istruito, non un un reazionario, radicale di destra. Può sembrare banale, ma in tempi in cui il fascismo più o meno camuffato sembra fare di nuovo la sua comparsa nel mondo, avere una chiara conoscenza del “nemico” (quello vero antidemocratico e antiliberale, non quello su cui i populisti puntano il dito per far piacere alla pancia del Paese) e di quello che hanno significato e innescato storicamente determinate affermazioni e visioni del mondo, può essere una via efficace per non ricadere negli errori del passato.

Cona-ti di vomito

Un momento della protesta nel centro di prima accoglienza di Cona (Venezia), 3 Gennaio 2016. Dopo la manifestazione della notte scorsa, la situazione appare sotto controllo ma continua la protesta dei pasti, a causa del blocco operato da una cinquantina di migranti ivoriani che ha impedito la consegna del pranzo agli ospiti della struttura. ANSA/ MICHELE GALVAN

È probabile che, se avete fatto click su questo articolo, nel corso della giornata ne abbiate fatto uno o più d’uno su quanto accaduto a Cona. L’hashtag #Cona in queste ore è diventato virale al punto da raggiungere la vetta dei trending topic su twitter. Avrete letto dell’assurda morte di Sandrine, e della protesta dei suoi compagni del centro di accoglienza che hanno trattenuto gli operatori fino a notte fonda. Questa mattina, il commissariato e il comando di Chioggia hanno reso noto che, nella notte, carabinieri e polizia sono intervenuti al centro di prima accoglienza di Cona, in provincia di Venezia. Perché i migranti in rivolta hanno bloccato 25 operatori all’interno della struttura fino alle 2 della notte. Le immagini della protesta fanno il giro della rete, tra insulti e sgomento. Ma perché questa rivolta?

In quel centro di accoglienza è morta Sandrine Bakayoko. Aveva 25 anni, era arrivata in Italia il 30 agosto dalla Costa d’Avorio insieme al fidanzato, dopo aver affrontato il Mediterraneo su un barcone partito dalla Libia. Era nell’hub in attesa di ricevere una risposta alla sua richiesta d’asilo. L’hanno trovata priva di conoscenza in uno dei bagni del centro, un’ex base missilistica che ospita oggi quasi 1.500 migranti. Sandrine è morta di trombosi polmonare, molte ore dopo i primi malesseri. E lo dice l’autopsia. Ha avuto un malore mentre si faceva la doccia, e l’ambulanza è arrivata dopo 8 ore, perché Sandrine si era sentita male intorno alle 7.00 ma la richiesta di intervento dal centro è arrivata solo alle 12,48, è a quell’ora che il 118 di Padova afferma di aver ricevuto la chiamata. Così Sandrine non ce l’ha fatta. Per questo nel centro è scoppiata una rivolta. Per questo quei migranti hanno deciso di scioperare e impedire agli operatori di uscire dalla base. Fino alle 2 di notte, fin all’intervento delle forze dell’ordine.

Ma le condizioni di vita in quel centro di accoglienza le conoscevamo già. Le avevano denunciate gli stessi migranti ospiti nella struttura con la pagina facebook “Officiel Italie Immigration” e le aveva denunciate anche la Campagna LasciateCientrare a giugno scorso, a seguito di una visita nel centro di Cona. Denunce inascoltate, alle quali non è seguito nessun intervento. Ecco cosa riportavano:

«Una tendopoli nel nulla. Alle tende si alternano casolari con letti a castello in stanze stracolme. Il centro – che neanche la prefettura sa come inquadrare dato che i Comuni non accettano migranti – ospita attualmente 620 persone, 80 in più del numero massimo di quante previste, appartenenti ad oltre 25 diverse nazionalità. Molti gli eritrei che non hanno neanche un mediatore nella loro lingua. La visita è durata un ora, serrata e blindatissima, non è stato permesso di avere contatti con gli ospiti se non sotto la stretta osservazione del responsabile della prefettura e di alcuni operatori e responsabili dell’ente gestore. I mediatori presenti, in varie occasioni, hanno fatto intendere ai migranti che gli attivisti della delegazione erano “carabinieri”. Alla richiesta di ricevere dati certi sui tempi di permanenza nel centro e sui passaggi alla seconda accoglienza, il responsabile si è impegnato a fornirci quanto prima i dati richiesti».

Non c’è protesta che si infiammi senza che qualcuno dia fuoco alla miccia. In queste ore gli ospiti del centro continuano a denunciare il ritardo nei soccorsi: «È stata anche colpa della negligenza della cooperativa, l’ambulanza è arrivata solo 8 ore dopo», riporta il Corriere del Veneto. E non c’è “rumore” o viralità che possa silenziare queste voci. Dovere del giornalista è evitare il sensazionalismo e non stravolgere la realtà.

Lo sguardo appassionato di John Berger

John Berger

Ci mancherà il suo sguardo di fuoco, appassionato e lucido. Ci mancherà il suo slancio idealista, il suo talento di outsider nel leggere le opere d’arte in modo profondo, mettendo  a valore una competenza eclettica e  multidisciplinare. L’ anno nuovo è cominciato con una grande perdita, se ne è andato John Berger, critico, poeta, giornalista, sceneggiatore, disegnatore, storyteller (di sé diceva: «sono un narratore perché so ascoltare»). Non amava le interviste, ma parlare sì. E fino a quando la malattia non glielo ha impedito, anche alla soglia dei novant’anni, generosamente  ha partecipato a incontri e festival ( indimenticabili i suoi interventi al Festivaletteratura di Mantova e a quello di Internazionale), complice Maria Nadotti che ha avuto il merito di farlo conoscere al pubblico italiano.

E soprattutto ha scritto moltissimo, non solo su arte e fotografia (Capire una fotografia), di politica, contro le dittature, compresa quella del capitalismo (Contro i nuovi tiranni). E poi  inaspettati e potenti romanzi come quello uscito in Italia per i tipi di Neri Pozza, dal laconico titolo G (con gli valse il Man Booker Prize nel 1972) e poi scritti su temi quotidiani, apparentemente banali, come il fumo, che nella sua visione diventa una metafora della solitudine. Proprio a questo tema è dedicato il suo ultimo libro,  pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri. Mentre il Saggiatore ha da poco ripubblicato Questione di sguardi. Sette inviti al vedere fra storia e quotidianaità che ripropone i testi della serie televisiva realizzata con la BBC. Al centro di tutta l’opera di Berger c’è la riflessione sul guardare, sullo statuto dell’immagine, sulla percezione visiva – attività che il critico e scrittore londinese non considerava solo dal punto di vista fisico e intellettuale, ma anche dal punto di vista emotivo  -, sullo statuto dell’immagine, per il rapporto che si crea tra chi narra attraverso le immagini, ciò che da esse è narrato e chi ne fruisce. È questo uno dei campi tematici a lui più cari che ha a lungo indagato; molti dei testi raccolti in Del guardare risalgono agli anni Sessanta e Settanta, eppure sono oggi attualissimi. Accanto alla sua attività saggistica, narrativa, poetica, giornalistica, di autore teatrale e sceneggiatore cinematografico (collaborò anche  con il regista Alain Tanner), da non dimenticare, è anche la sua opera grafica, da abile disegnatore. Il disegno è era per lui una forma di attenzione ulteriore alla realtà, un’altra ricognizione del mondo. Quasi sempre in Berger la meditazione sull’arte si fa critica del presente e della politica e il suo Taccuino di Bento è anche una requisitoria, violentissima, contro  l’omologazione che è arrivata insieme alla globalizzazione. Da attento lettore di Marx, John Berger  ha scritto pagine corrosive  sul potere informe, senza volto,  del capitalismo, al quale contrappone la rivolta della scrittura, un linguaggio ribelle alle compartimentazioni, agli steccati, che limitano lo sguardo. I suoi libri nascono da un profondo «rifiuto di lasciarsi azzerare e ridurre a un silenzio forzato».  La sua opposizione all’ideologia iper capitalista in cui l’Occidente  è immerso si tradusse nella scelta di andare a vivere in paesaggi intonsi e lontani. Da più di trent’anni  Berger aveva  lasciato l’Inghilterra e viveva in un villaggio sulle montagne del Giura francese. Una scelta di vita e  filosofica. Per potersi dedicare al disegno e della scrittura  come pratica sovversiva, cercando un rapporto diverso con il tempo e con lo spazio diverso da quello imposto dal produrre e consumare.

«Trump mi terrorizza, ma so perché i lavoratori bianchi lo hanno votato », dice Bruce Springsteen

Bruce Springsteen riceve la Medal of Honor da Obama
Bruce Springsteen riceve la Medal of Honor da Obama

Mancano poco più di quindici giorni all’inaugurazione di Donald Trump e ieri il futuro presidente degli Stati Uniti ha spiegato, come al solito con un tweet, che la Corea del Nord non concluderà il suo progetto per la costruzione di un missile nucleare. «Semplicemente, non succederà!» recita il tweet che risponde all’annuncio di inzio anno di Kim Jong Il che spiegava a sua volta che Pyongyang è a un passo dal raggiungere questo risultato.

Cosa questo voglia dire non è chiaro: bombardare la Corea a tappeto? Infettarne i computer e far saltare il progetto? Aspettare che il regime collassi? Oppure niente di tutto questo e solo un annuncio come un altro. Uno dei tanti fatti in queste settimane, in maniera più o meno avventata o improbabile.

Per certo gli americani, una parte di essi, che non aspetta la venuta di Donald Trump come quella del prestigiatore che risolverà i problemi del Paese, sono preoccupati. Paul Krugman parla di guerra commerciale imminente e di un regime che rischia di diventare Trumpistan.

I lavoratori bianchi che hanno fatto in modo di eleggere Trump, scrive il premio Nobel per l’economia, vogliono tariffe commerciali per far tornare le fabbriche nei confini. Improbabile e complicato, l’economia mondiale funziona per filiere produttive internazionalizzate e il rischio è quello che alzando le tariffe altre fabbriche chiudano.

Chi di lavoratori bianchi e delle loro sofferenze se ne intende è Bruce Springsteen. Ha cantato le loro storie, il declino della Rust Belt, la sofferenza della mancanza di lavoro. E conta milioni di fan tra quei lavoratori che hanno votato Trump. Fu lui a cantare per Obama nel 2012 in Ohio, accanto a Bill Clinton (che all’epoca era ancora amato tra i blue collars) per convincerne qualcuno a schierarsi con il presidente nero. A garantire per lui, in qualche modo. E a novembre, assieme a Jon Bob Jovi, ha cantato per Hillary a Philadelphia. Due cantanti bianchi che raccontano storie che la gente conosce. Stavolta non ha funzionato.

Proprio Bruce Springsteen in un’intervista radiofonica con Marc Maron, ha parlato dei suoi timori sulla presidenza Trump. Alla domanda, hai paura? «Ho provato disgusto prima per la politica, ma mai il tipo di paura che provo ora», ha detto Springsteen parlando dell’amministrazione entrante. «Non è una questione ideologica, non è solo che non sono d’accordo, la domanda è queste persone sono abbastanza competenti, sono in grado di fare questo lavoro?».

«Capisco come sia successo che sia stato eletto, conosco gente che lo ha votato: la deindustrializzazione, le tecnologie, la globalizzazione e qualcuno ti promette “Ehi, non vi preoccupate, faccio tornare tutti i posti di lavoro, siete preoccupati dell’America meno bianca? Faccio un muro”...sono risposte che semplificano, sono bugie, non succederanno, ma se hai fatto fatica per gli ultimi 30 anni…un po’ il centro, il tema della mia produzione artistica, e ti senti tradito….quel discorso parla ai tuoi demoni peggiori…a te che dici, io mi spezzo ancora la schiena…e se qualcuno ti offre qualcosa di diverso, è una scelta che può convincere» conclude Springsteen. La promessa del ritorno delle ciminiere, delle fornaci e delle miniere di carbone ha funzionato. In molti sono preoccupati, ma in Ohio, Michigan, Pennsylvania, hanno comprato le promesse. Sono una minoranza degli americani, ma tra quindici giorni cominceremo a vedere gli effetti del loro voto.

Bruce Springsteen canta Youngstown a Youngstown, Ohio

Intanto Rebecca Ferguson, che è diventata famosa con X Factor nel 2010 e che ha inciso un album di cover di Billie Holiday, è stata invitata a cantare all’inaugurazione. La risposta della cantante è: «Si può fare, ma voglio cantare Strange Fruit», la canzone incisa dalla cantante afroamericana e che mette in musica i versi del professore di scuola e poeta Abel Meeropol, e che parla degli afroamericani linciati e impiccati agli alberi. Il brano venne rifiutato dalla Columbia per paura della reazione al Sud e, inciso per la Commodore, fu il disco di Billie Holiday che vendette più copie. Vedremo se Trump accetterà l’idea, che sarebbe un calcio sui denti a una parte dei suoi elettori del Sud – o al suo prossimo Segretario alla Giustizia, Jeff Sessions, che ha fatto diverse gaffe razziste e condotto azioni discutibili in materia di discriminazione razziale. Ad oggi, lo spettacolo inaugurale sarà piuttosto moscio: Justin Timberlake, Elton John, Celine Dion, Andrea Boccelli e diversi altri si sono rifiutati di cantare. Confermate le Rockettes, corpo di ballo un po’ Sixties, la piccola celebrità, seconda ad America’s got talent, la sedicenne Jackie Evancko e il Mormon Tabernacle Choir, che diversi membri hanno lasciato dopo aver saputo di essere stati arruolati con Trump. Per uno a cui piace dare spettacolo, un pessimo risultato. Il clima sarà quello da gara di ballo anni ’50, come l’America che qualcuno sogna possa tornare.

Dalla Finlandia alla Scozia: esperimenti di reddito universale di cittadinanza

Dal 1 gennaio 2017, in Finlandia, è iniziato un esperimento sociale dalla durata biennale che prevede l’introduzione del reddito di cittadinanza per un campione di 2mila cittadini.

Più nel dettaglio, l’agenzia governativa responsabile per i servizi sociali ha selezionato un campione di 2mila disoccupati assegnando ad ognuno un reddito pari a 560 euro, invariante rispetto ad eventuali futuri percorsi lavorativi. Detto altrimenti: anche se i cittadini disoccupati del campione dovessero trovare un lavoro, riceverebbero comunque il reddito governativo.

Certo, si tratta soltanto di un esperimento – il reddito universale di cittadinanza dovrebbe in teoria essere erogato a chiunque, indipendentemente dallo status occupazionale -, ma il governo di centro destra del Primo ministro Juha Sipila, avrebbe già annunciato di voler allargare la base dei potenziali beneficiari ad altre categorie: autonomi e part-time in primo luogo.

Anche Oltremanica, in Scozia, nelle amministrazioni locali di Glasgow e Fife, si comincia a fare sul serio. Per combattere i livelli preoccupanti di povertà giovanile e fra i lavoratori del mercato nero, le due città scozzesi a guida laburista starebbero designando schemi di reddito di cittadinanza.

Il partito di governo nazionale, lo Scottish National Party (Snp) di Nicola Sturgeon, aveva già dato il suo beneplacito riguardo le nuove politiche sociali l’anno scorso. In ultimo, anche il Labour inglese di Jeremy Corbyn starebbe considerando se inserire il reddito universale di cittadinanza tra i punti programmatici del nuovo manifesto del partito.

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Salvare dei semi per salvare la Siria

Icarda è una sigla che sta per International Center for Agricultural Research in the Dry Areas (Centro per la ricerca agricola nelle zone secche) ed è uno dei principali centri di ricerca agricola del mondo, dotato di una banca dei semi che conta circa 150mila campioni. Un vero patrimonio. Ma c’è di più, per oltre 4 anni infatti il quartiere generale dell’Icarda aveva sede a Tal Hadya, città siriana occupata dai gruppi di ribelli anti-Assad di al-Nusra e Ahrar al-Sham, a circa 19 chilometri a sud di Aleppo. Con l’arrivo della guerra civile la situazione si è fatta ovviamente complessa così come preservare i semi custoditi dall’istituto di ricerca. Ciò nonostante, mentre assistevamo alla distruzione di città, alla morte di migliaia di persone, alla fuga di milioni, la banca che custodiva i semi in qualche modo ha continuato ad operare.

Gli stessi ribelli che occupavano Tal Hadya avevano dato il permesso a uno staff di ricercatori siriani di mantenere attiva e funzionale la struttura. Da un lato la questione era meramente pratica, in guerra, soprattutto in questi tempi, l’energia elettrica è fondamentale, la banca che raccoglie i semi dell’ Icarda è sostanzialmente costutuita da una serie di cellette refrigerate che devono mantenere una temperatura costante di -20 gradi celsius, soprattutto per mantenere i semi al sicuro non può permettersi cali energetici (molto diffusi in tutta la regione anche prima della guerra) questo ha fatto sì che l’istituto diventasse un punto sicuro di approvvigionamento energetico per i ribelli convincendoli a mantenere in vita e funzionale la struttura nonostante la guerra.

Ma non è solo per questo che la struttura è rimasta attiva. Dopo che i vertici dell’Icarda hanno ordinato il trasferimento di tutto lo staff fuori dalla Siria a causa della guerra, molti ricercatori, manager e tecnici siriani sono comunque rimasti in patria continuando a lavorare negoziando giorno per giorno l’accesso alla struttura per mantenere attive le attività di raccolta dati e di controllo della banca dei semi. Nel frattempo l’erbario, una collezione di circa 16mila piante, cereali selvatici e legumi provenienti dalla regione fertile della Siria, del Libano, della Giordania, della Turchia e dell’Iran che erano custoditi a Tal Hadya erano stati impacchettati in una casa sicura nel centro di Aleppo (attualmente non si sa se effettivamente si sia riuscito a salvare qualcosa di questo patrimonio).

L’Icarda ha dunque continuato a funzionare grazie all’impegno al rischio della vita di chi lavorava nell’istituto. La storia di questo centro è in realtà una storia di resistenza umana e biologica alla guerra. Nell’Icarda infatti erano già confluiti i semi superstiti alla guerra in Afghanistan del 2002 durante la quale era stata distrutta la banca nazionale dei semi di Kabul e quelli tratti in salvo dalla banca nazionale irachena di Abu Ghraib. Certo, le banche dei semi non sono delle istituzioni magiche che potranno a fine guerra riportare alla prosperità un paese, ma costituiscono comunque una ricchezza e una speranza per lo sviluppo alla fine del conflitto. In un’area sempre più minacciata dal cambiamento climatico come quella mediorientale preservare la biodiversità diventa un atto eroico che ha la possibilità di garantire un futuro alle economie rurali locali soprattutto perché Icarda si è occupata in questi anni di duplicare i materiali biologici in suo possesso e spedirli in centri sicuri in Turchia, in Libano e in Norvegia per preservarli dalla scomparsa. Sarebbe difficile per i contadini vessati dalla guerra pensare di ricostruire un paese e garantirsi una sussistenza senza la possibilità di coltivare la terra con dei semi adatti al territorio. Per quanto possa sembrare paradossale in un panorama in cui ad andare perdute sono migliaia di vite umane, anche riuscire a preservare un seme può in futuro garantire la sopravvivenza.

Ogni tanto, prima di addormentarmi, penso ai Pizzarotti

Federico Pizzarotti durante la conferenza stampa nella sede del municipio di Parma, 3 ottobe 2016. ANSA/ SANDRO CAPATTI

Mi succede di tanto in tanto e ieri sera mi è capitato ancora: a sera tarda dopo avere finito di scrivere e di leggere mi viene da pensare a Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, uno dei primi sindaci del Movimento 5 Stelle quando la compagine grillina era ancora una gioiosa macchina da guerra che poteva permettersi di promettere di non avere i problemi degli altri.

Mi sforzo (socchiudo anche gli occhi quando mi sforzo, come i non più giovani quando giocano a flipper) di ricordarmi perché Pizzarotti sia stato espulso dal M5S. Ricordo quel suo stare nel limbo tra i sospesi come quei compagni di classe al liceo che non sospendevano per non dargli il piacere di poter rimanere a casa e che rimanevano tra la classe, il corridoio e il cesso a vagare senza un posto in cui stare. Me lo ricordo Pizzarotti, la faccia buona e preparata del M5S mentre rilasciava interviste in cui chiedeva di poter parlare con Grillo, Di Maio, Di Battista, con qualcuno. Un politico che si fa intervistare dalla stampa per parlare ai suoi compagni di partito mi è sempre sembrata una cosa così vecchia e già vista. Ma si sa, la politica qui da noi si fa anche così.

Poi l’hanno espulso, Pizzarotti. Finalmente, verrebbe da dire: almeno è successo qualcosa. E quando l’hanno espulso si sono rifatti a un regolamento interno che diceva che gli indagati andavano espulsi (anche se qualcuno s’era già salvato, tipo a Livorno). E vabbè. Se c’è scritto nel regolamento non si può mica fare niente, no? E me lo ricordo Pizzarotti che rispondeva ai suoi detrattori dicendo che un avviso di garanzia non poteva essere un giudizio politico. È ingiusto, diceva Pizzarotti. E quegli altri: “indagato!”. E via.

Ecco ieri sera, prima di addormentarmi, ho pensato a cosa avrà pensato Pizzarotti ora che nel Movimento 5 Stelle qualcuno ha deciso (perché, mi si perdoni, non è politica decidere cosa mettere in votazione sulla piattaforma del movimento? E chi lo decide?) che forse l’avviso di garanzia in effetti non può essere da solo discriminatorio per l’appartenenza al Movimento. E quindi? E tutti i Pizzarotti d’Italia (del M5S o “nemici” del M5S) che si sono presi dei ladri o dei delinquenti per un avviso di garanzia? Che gli si dice? Che si fa? Dico: tutta quella bile versata, a che pro?

Buon martedì.

Almaviva contact, i retroscena della trattativa che ha mandato a casa 1.660 lavoratori

Un momento della manifestazione dei lavoratori di ''Almaviva'' davanti al Ministero dello Sviluppo Economico, a Roma, 19 dicembre 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Una brutta storia quella di Almaviva Contact. Ed è stata scritta tutta in una notte, tra il 21 e il 22 dicembre. La vertenza della più importante azienda italiana di call center – 2.511 licenziamenti previsti tra Roma e Napoli – è piombata come un fulmine a ciel sereno a ridosso delle feste di Natale. Alle 3 di notte del 22 presso il ministero dello Sviluppo economico la trattativa – difficile, visti anche i precedenti – tra i sindacati e l’azienda si è interrotta bruscamente. I sindacati della sede di Napoli firmano l’accordo proposto dal Mise, quelli di Roma no. Le lettere di licenziamento, 1.660 per la precisione, sono in arrivo.

Il giorno dopo i servizi televisivi ci hanno mostrato i lavoratori disperati che si scagliano contro i sindacalisti, mentre nella notte il viceministro Teresa Bellanova comunica in un tweet: «Raggiunta intesa transitoria per evitare i licenziamenti. Rsu Napoli firmano e lavoriamo per intesa duratura. Roma scelgono di no». A Roma le Rsu hanno cercato subito di reagire, la Cgil lanciando un referendum, e la Cisl e la Uil raccogliendo firme. Ma non è servito a nulla. L’azienda, irremovibile, ha respinto qualsiasi ipotesi di riapertura della trattativa. Le lettere di licenziamento sono arrivate il 27 dicembre. Intanto la polemica infuriava sui social con un post di Luigi di Maio che si scagliava contro la Cgil a cui ha replicato Massimo Cestaro della Slc Cgil: «Non sa di che cosa parla». Cestaro ha anche denunciato la responsabilità dell’azienda definendo «un’operazione di vero e proprio sciacallaggio» il tentativo di addossare la colpa ai lavoratori e ai loro rappresentanti.

Ma cosa è avvenuto?  Dal racconto mediatico davvero sembra che la responsabilità sia dei sindacati, un modus operandi troppo facile per raccontare una vicenda intricata il cui epilogo è stato scritto in quella fatidica notte di dicembre. Va detto infatti che a maggio i sindacati dopo una mobilitazione durissima erano riusciti a impedire circa 3mila licenziamenti in alcune sedi del gruppo Roma (918 persone), Napoli (fino a 400 persone) e Palermo (1.670 persone). Ma a ottobre nonostante i lavoratori avessero accettato contratti di solidarietà penalizzanti (anche al 45%) su salari che spesso sono part-time e quindi da miseria (anche 500 euro), di nuovo l’azienda ha comunicato ai sindacati la procedura di riduzione del personale. Di nuovo tutto da rifare, dunque, stavolta però con più sfiducia da parte degli stessi lavoratori, usciti sfibrati dagli scioperi della primavera e dalle notizie di delocalizzazioni in Romania da parte del gruppo italiano.

Il sindacato su cui è stata maggiormante scaricata la responsabilità della rottura della trattativa è la Cgil, presente con sette rappresentanti all’interno della Rsu. Massimiliano Montesi è uno dei 7 e ci racconta cosa è successo. «Fino al 21 pomeriggio avevamo anche da parte di tutte le strutture nazionali, Cgil, Cisl, Uil e Ugl una piattaforma in cui non si doveva toccare il salario, perché parliamo di salari che stanno già sotto i 600 euro per il 70%, essendo part-time di 4 ore, e che non si sarebbe dovuto toccare per una singola azienda il capitolo relativo all’articolo 4, cioè il controllo individuale a distanza della prestazione. Su questo punto, si sarebbe dovuto intervenire all’interno del contratto nazionale, con delle linee guida valide per tutti, per evitare che l’articolo 4 diventasse uno strumento di dumping tra azienda e azienda». Questo il quadro di partenza. Poi, accade che il governo chiede ai segretari generali di rivedere la propria linea e «si prendono per buoni tutti i punti che prima erano definiti intrattatabili dalle organizzazioni sindacali», dice Montesi. «E cioè abbassamento delle retribuzioni e controllo individuale delle prestazioni e soprattutto la richiesta di strumenti per far diventare più produttivi i siti di Napoli e Roma», spiega il rappresentante Rsu.

I sindacati sono arrivati all’incontro al Mise con un mandato ben preciso da parte dei lavoratori, dopo ben quattro assemblee. «Dal 14 al 21 dicembre siamo andati a trattare con il mandato della stragrande maggioranza delle persone e cioè che quei temi non si sarebbero dovuti toccare. Nessuna firma». La notte del 22 la Rsu hanno chiesto a tutti di fermarsi per 24-12 ore per consultare di nuovo i lavoratori «per verificare se avevamo un mandato diverso da quello uscito in assemblea», continua Montesi. «Non ci è stato consentito. La sospensiva l’abbiamo proposta noi, non il governo, ma ce l’hanno bocciata. L’abbiamo chiesta come Rsu, come segreteria territoriale e segretaria di Roma e Lazio».

«Questo accordo è brutto, è allucinante quello che è stato firmato. Comunque tu vai a legittimare dei licenziamenti se non cambi determinate cose. Che ci può anche stare – continua Massimiliano Montesi – ma a quel punto tutte le sigle sindacali dovremmo avere il coraggio di dire ai nostri colleghi qual è oggi il nostro ruolo, ossia quello di notaio per tentare di fermare la crisi in qualche modo e discutere con le aziende di abbassamento di salari e diritti per fronteggiare la globalizzazione». Parole amare che riflettono la difficoltà di una trattativa che a Roma ha portato al  muro invalicabile da parte dell’azienda che costa 1.660 persone licenziate. Per i lavoratori di Napoli ci sono tre mesi di ammortizzatori sociali, un periodo durante il quale però si deve trovare un accordo su abbassamento del costo lavoro, modalità di controllo a distanza e recupero efficienza e produttività. «Se non avviene l’azienda è libera di licenziare». A Napoli, spiega Montesi, la firma è stata possibile perché il mandato dei lavoratori era più “libero” rispetto alle assemblee di Roma.

I dipendenti di Almaviva Contact della Capitale avevano detto un chiaro no, anche se tanti di quei dipendenti che protestavano davanti alle telecamere dei tg alle assemblee però non si erano visti, continua il rappresentante Rsu. E comunque al referendum promosso dalla Cgil se i sì erano stati 590 per il no si erano comunque espressi in 490. E adesso? Si andrà per vie legali. Almaviva Contact, ricordiamo, è solo una parte del colosso italiano dell’innovazione tecnologica con 45mila persone impiegate in tutto il mondo. Le Rsu di Almaviva Spa, che, come informatici fanno parte dei metalmeccanici, ricordano come in questo momento in cui ci sono opportunità di ripresa per il settore – dopo una crisi che l’aveva investito nel 2013 – la pioggia di ricorsi legali «determinerebbe una situazione di incertezza» proprio in un momento in cui Almaviva avrebbe bisogno invece di stabilità. «Un gesto di responsabilità da parte dell’azienda – si legge nel loro comunicato – sarebbe utile anche a restituire un po’ di credibilità e di rispetto al nome di Almaviva che non era mai caduto così in basso».

Dove, quando e perché si vota nel 2017. Gli appuntamenti europei

epaselect epa05260103 German chancellor Angela Merkel (CDU) holds a speech regarding the scandal surrounding TV host Jan Boehmermann at the Federal Chancellery in Berlin, Germany, 15 April 2016. Merkel announced that the German government will allow the German justice system to prosecute Boehmermann for his offensive poem about Turkish President Erdogan. EPA/GREGOR FISCHER

Il 2017 si apre con l’elezione del nuovo presidente del Parlamento europeo, dopo che Martin Schultz, che ha lasciato in anticipo la carica per candidarsi alla guida dei socialdemocratici tedeschi.
Tutti italiani i principali candidati. Il 17 gennaio gli eurodeputati dovranno scegliere a chi dare il mandato di un anno e mezzo tra Gianni Pittella, l’ex deputato di Forza Italia Antonio Tajani per i popolari europei, Eleonora Forenza per la Sinistra e Piernicola Pedicini per il gruppo Efdd, formato da Movimento 5 stelle e dalla destra radicale britannica dell’Ukip. L’ultimo italiano a ricoprire questa carica fu Emilio Colombo, eletto nel 1977 e rimasto in carica per due anni. Da tempo, l’elezione del presidente dell’Europarlamento è figlia di un accordo tra popolari e socialisti che – in nome della “grande coalizione” – si alternano alla presidenza. In nome di questo accordo, quindi, la carica dovrebbe andare al popolare Tajani. Gianni Pittella, però, sembra avere tutte le intenzioni di sfidare questi accordi. Durante la sessione plenaria del 16-19 gennaio, poi, saranno scelti anche i 14 vicepresidenti e altre cariche del Parlamento, capigruppo e presidenti delle commissioni parlamentari.

Elezioni politiche in Francia, Germania e Paesi Bassi.
Saranno certo un banco di prova per la destra euroscettica europea, le prossime tornate elettorali.
A maggio i francesi sceglieranno il successore di François Hollande. Tanti i candidati, soprattutto a sinistra: la destra socialista di Manuel Valls, la sinistra socialista di Arnaud Montebourg, la sinistra-sinistra di Benoît Hamon, la continuità hollandiana di Vincent Peillon (hollandista di ferro), l’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon e il movimento «né di destra, né di sinistra» di Emmanuel Macron, l’ex ministro dell’Economia di Hollande. Per molti, però, i francesi finiranno per dover scegliere tra due destre: quella gaullista di François Fillon e quella euroscettica di Marine Le Pen, leader del partito euroscettico e antimmigrazione Front National.
In autunno l’attenzione si sposterà in Germania dove Angela Merkel – in carica dal 2005 – cercherà di ottenere il suo quarto mandato. Martin Schulz, nonostante abbia lasciato la presidenza dell’Europarlamento per tornare in patria e nonostante sia il candidato con le maggiori chance, sul finire dell’anno annuncia che rinuncia a sfidare Merkel, lasciando la strada spianata al presidente del suo partito, Sigmar Gabriel. Il nome dei socialdemocratici, comunque, lo sapremo alla fine del mese di gennaio. Mentre è certo che il partito euroscettico Alternative fur Deutschland, registra una crescita nelle ultime tornate.
È nei Paesi bassi che la destra euroscettica e anti immigrazione può contare sul favore die sondaggi. Il 15 marzo in Olanda – che è il quinto paese più grande della zona euro e uno dei sei fondatori dell’Ue – il Partito della Libertà di Geert Wilders potrebbe fare il colpaccio.
Ad aprile si voterà anche per le presidenziali in Serbia, dove il Partito progressista serbo (Sns) non ha ancora deciso chi sarà il candidato. Dovrebbe ricandidarsi l’attuale presidente Tomislav Nikolic, anche se non è escluso che il premier e leader dell’Sns, Aleksandar Vucic, e Vaselj Seselj del Partito radicale serbo. Infine, si voterà anche in Norvegia dove si affronteranno le due coalizioni: i conservatori (uscenti) del premier Erna Solberg e i progressisti.
Non è da escludere, infine, che si voti anche in Italia dove le elezioni ufficialmente in programma nel 2018 potrebbero svolgersi anticipatamente nel 2017. Con l’Italicum inservibile, dipenderà dal destino della legge elettorale.

Due probabili referendum
Il suo svolgimento è da anni al centro di dispute tra il governo regionale e la Corte costituzionale spagnola, ma il 2017 potrebbe essere l’anno buono per il referendum per l’indipendenza della Catalogna. Il governo catalano, composto da indipendentisti, ha dichiarato l’intenzione di volerlo portare avanti, potrebbe svolgersi nel settembre del 2017.

Nell’aprile 2017 anche la Turchia di Recep Tayyip Erdogan potrebbe tornare al voto per un referendum. Dopo il tentato golpe del 15 luglio 2016, il presidente vuole cambiare la Costituzione, la nuova Carta accentrerebbe ancora di più il potere sul presidente della Repubblica.

Ultimo referendum per l’Italia, quello promosso dalla Cgil per abrogare le recenti norme sul lavoro: Jobs act, subappalti e voucher. Dovrà tenersi in primavera, ma il suo destino è legato alle elezioni anticipate: se le Camere venissero sciolte anche solo un giorno prima del voto, il referendum slitterà di un anno almeno.