Oggi, 5 maggio, è la Giornata nazionale per la lotta alla pedofilia. Si ha il dubbio che giornate come queste, ideate a scopo della cosiddetta “sensibilizzazione” (questa nasce con una legge, la n.41 del 2009, sotto il governo Berlusconi), servano a ben poco, se non quantomeno alle associazioni impegnate a vario titolo nelle diverse battaglie per promuovere il lavoro svolto. Che certo, poco non è. Soprattutto quando portato avanti in completa solitudine istituzionale.

Tuttavia, per altri temi, diventano un modo per pulirsi la coscienza e ricordarsi, aderendo celebrativamente alla Giornata (rigorosamente e solennemente scritta con la maiuscola), di essere persone (o istituzioni) che ripudiano e aborrono questo o quell’altro. Si guardano foto, si scuote la testa, magari con l’aggiunta di una smorfia empatica, qualche commento sugli orrori della nostra società e: fatto. Siamo contro.

Sul contrasto alla pedofilia però, ci sentiamo di aderire anche noi. I bambini non si toccano. Ed è responsabilità di ciascuno di noi che questo non avvenga. Certo, noi non li chiudiamo in una cantina, non li facciamo cucire palloni in cuoio perché le ditina sono più piccole e quindi più efficaci, non li facciamo sposare col collega di papà. E soprattutto non li facciamo diventare vittime o protagoniste di pedopornografia e cyberpornografia. Crimine o malattia, la condanna per quanto ci riguarda è senz’appello.

Sempre da Oriente a Occidente, la violenza può essere anche di tipo materiale, commerciale o economico se vogliamo: il lavoro minorile, se pagato mezzo dollaro o meno non fa differenza. Certo, non è pedofilia, ci mancherebbe. Ma è schiavitù. Schiavitù di coloro i quali non hanno armi per contrattare la propria dignità, difendere la propria identità, ancora così impegnata nell’arduo compito di formarsi. Secondo le stime dell’ultimo rapporto dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro), nel mondo sono 215 milioni i bambini coinvolti nel lavoro minorile. 12 giugno infatti è stata istituita l’apposita Giornata mondiale contro il lavoro minorile. Così come il 20 novembre si celebra la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (giorno in cui, nel 1989, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza).

Ma è violenza, anche, attribuire ai bambini un senso deviato della famiglia, tale da costringerli a imbracciare la pistola molto presto per difendere l’onore, e ancor prima magari a iniziare con qualche spaccio, qualche piccola rapina, qualche atto di bullismo. Avere la sopraffazione come valore ereditario, significa aver trasmesso un abuso.

Impedirgli il piacere, diritto e dovere della lettura, dell’apprendimento, della formazione, anche questa è sopraffazione – sul presente ma anche sul futuro: oggi gli si stanno sottraendo le armi per difendersi domani.

Per quanto riguarda i dati, qualora facessero una ben che minima differenza nella condanna della violazione, citiamo le parole del Telefono azzurro, più che mai esplicite della differenza fra le celebrazioni e le pratiche: «In Italia, purtroppo, non viene attuato un monitoraggio sistematico da parte di organi istituzionali che consenta di avere un quadro aggiornato, completo ed esaustivo della diffusione dell’abuso in danno di bambini e adolescenti. I dati a nostra disposizione non ci permettono di avere un quadro preciso del numero dei bambini maltrattati e abusati nel nostro Paese».

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