“Di fronte alla situazione politica che si è complicata, il presidente Erdogan e il suo partito hanno scelto di far precipitare la situazione del Paese nel caos”. Spiega così, Selahattin Demirtas (leader dell’Hdp, formazione di sinistra che presentatasi alle ultime elezioni ha superato la quota del 10% entrando in parlamento ottenendo un risultato storico) in un’intervista pubblicata da Der Spiegel, la scelta del governo turco di riaprire le ostilità contro il PKK (di cui avevamo parlato qui). La linea dell’Hdp è quella di riaprire i canali del dialogo e fare ogni sforzo per non far naufragare definitivamente il cessate-il-fuoco. Nel frattempo proseguono i bombardamenti degli aerei di Ankara sui campi del PKK sulle montagne turche e irachene e si contano i morti – anche civili – e gli attacchi del Pkk: un kamikaze ha ucciso due poliziotti. Il governo regionale curdo-iracheno ha chiesto al Pkk di trasferire i suoi armati lontano da zone abitate da civili per evitare morti innocenti. Qui sotto l’intervista al leader dell’Hdp pubblicata sul numero 29 di Left ancora in edicola e acquistabile in versione digitale qui.

C’è chi lo ha definito l’Obama turco. Di certo è l’uomo nuovo, l’astro in ascesa della politica di Ankara. Il vero “anti-Erdogan”. La Turchia laica, quella che rivendica diritti e libertà in ogni ambito della vita pubblica e privata, anche nella sfera della sessualità, si riconosce nel 40enne Selahattin Demirtas, che nelle elezioni dello scorso 6 giugno ha portato il suo partito – l’Hdp, nato nel 2014 – oltre la micidiale soglia di sbarramento del 10 per cento, conquistando il 13 e 79 deputati. I giovani sono stati i maggiori artefici di un successo elettorale senza precedenti. E tra quei giovani che hanno creduto in lui, c’erano anche le ragazze e i ragazzi massacrati a Suruc da un attentato kamikaze rivendicato dall’Isis.

Le parole di Demirtas s’intrecciano indissolubilmente con quei sentimenti condivisi dai tanti, non solo nella comunità curda in lutto, che piangono i ragazzi di Suruc: «Di fronte a quelle giovani vite spezzate in quel modo», racconta a Left Demirtas, «non montano solo la rabbia e un dolore infinito. Sopra ogni altra cosa deve esserci la volontà di fare piena luce su quel crimine, chiedendo giustizia e verità per quei martiri e le loro famiglie. Ci sono tanti lati oscuri in questa vicenda che vanno chiariti, a cominciare dalla responsabilità di un governo che ha mostrato una colpevole negligenza nel non predisporre le adeguate misure di sicurezza per quei ragazzi che volevano aiutare i loro coetanei di Kobane a ricostruire una città distrutta dai jihadisti dello Stato islamico».

Il mondo è rimasto scioccato di fronte alle immagini di quei giovani massacrati da un kamikaze dell’Isis. Lei ha usato parole molto severe nei confronti delle autorità turche.

Il primo pensiero va a quei ragazzi che si erano riuniti per ricostruire ciò che i criminali dell’Isis avevano distrutto. Non avevano armi con sé, erano animati solo da una straordinaria volontà di libertà e di pace. Quei 32 ragazzi uccisi intendevano portare aiuti e giocattoli alla popolazione di Kobane, costruire una biblioteca: il loro era un inno alla vita, non un messaggio di morte. Per questo vanno considerati e ricordati come degli eroi, e il modo migliore per onorarli è quello di non arrendersi di fronte ai loro massacratori e, al tempo stesso, esigere che sia fatta piena luce su i tanti lati oscuri di questa strage.

A cosa si riferisce in particolare?

Alla colpevole sottovalutazione delle autorità preposte alla sicurezza, sui pericoli che quei ragazzi correvano. Non è stata presa alcuna misura per garantire loro una adeguata protezione, eppure non si trattava di un raduno clandestino, le autorità erano a conoscenza da tempo di quell’iniziativa. Il minimo che si possa dire è che c’è stata una intollerabile negligenza della quale i responsabili, ad ogni livello, dovranno rendere conto. Anche perché non si tratta di un caso isolato. La storia recente dimostra che i responsabili di massacri in cui lo Stato ha giocato un ruolo, che sono stati condotti a termine con appoggi interni allo Stato, non sono mai stati presi. La storia di questi anni è piena di innumerevoli ncasi simili. Vorrei aggiungere che il dolore per quella strage è immenso. Ma sinceramente le dichiarazioni dopo l’attacco e le offese contro il nostro partito sono tanto dolorose quanto il massacro. Di certo, non lasceremo altri ragazzi in balìa di questi criminali. Adotteremo le misure necessarie per garantire la sicurezza, visto che chi è preposto a farlo viene meno al suo ruolo.

C’è chi parla apertamente di una connivenza fra le autorità di Ankara e l’Isis. Condivide questa accusa?

Più che di connivenza parlerei fin qui di tolleranza, e già questa è un’accusa pesante. Non è un mistero che molti jihadisti, i cosiddetti foreign fighters, in questi anni abbiano raggiunto la Siria e l’Iraq passando attraverso la frontiera turca, senza incontrare alcun impedimento. Non solo. Quando Kobane resisteva eroicamente agli attacchi dell’Isis, Erdogan aveva fatto schierare alla frontiera, a pochi chilometri da quella martoriata città, i carri armati. Ma non c’è stato alcun intervento, come se più che la minaccia dello Stato islamico, a Erdogan facesse più paura la resistenza curda. Ora però lo scenario sta cambiando: Erdogan ha dato il via libera ad azioni militari contro l’Isis in Siria. Il “Sultano” dichiara guerra al “Califfo”. Erdogan si è deciso ad agire solo dopo che l’Isis ha portato la morte sul suolo turco. Quel tacito patto di non belligeranza non ha retto e Erdogan ha deciso di tornare nell’alveo Nato e giocare le sue carte con gli Stati Uniti. Vuole mostrarsi un uomo forte e per farlo deve dare più spazio e più potere ai militari. Ciò che non può essere accettato è che tenti di utilizzare la guerra all’Isis per avere mano libera nella repressione sul fronte curdo.

Lei ha ridato orgoglio e identità politica alla comunità curda turca, ma al tempo stesso ha sempre sostenuto di voler andare oltre l’appartenenza etnica, per dare basi solide alla “nuova Turchia”.

È così. Il successo dell’Hdp nelle elezioni di giugno, non è solo merito di una comunità, quella curda, che pure ha compreso l’importanza dell’unità rispetto alle vecchie divisioni. Il merito di quel risultato è anche di quanti, elettori e attivisti, vedono nell’Hdp il partito di armeni, islamisti, aleviti, lavoratori, donne, ambientalisti, attivisti dei diritti umani, il suo voler essere rappresentativo di tutti i gruppi oppressi. Non so se riusciremo ad essere all’altezza di queste aspettative, quel che so è che vale la pena battersi per cercare di realizzarle.

Nelle presidenziali dello scorso anno, a suo fianco si è schierata anche la comunità omosessuale turca. La scelta elettorale del popolo lgbt, ribadita anche per le elezioni legislative del giugno scorso, deriva dal fatto che Demirtas, cito testualmente, «è l’unico candidato che ha espresso il suo impegno per i diritti dei gay». Non ritiene di essersi alienato i favori della parte più tradizionalista della società turca?

Se una democrazia non riconosce che la sfera delle libertà e dei diritti debba investire anche la sfera della sessualità, non è una democrazia compiuta, pienamente realizzata. Quando ho preso posizione in favore dei diritti dei gay non l’ho fatto per un calcolo elettorale ma perché sono profondamente convinto che quei diritti sono parte di quella Turchia libera, plurale, rispettosa dei diritti di tutte le minoranze che era anche nel cuore dei ragazzi massacrati a Soruc.

All’uomo che l’ha definito «intrattenitore da bar», lei ha risposto così nei comizi e nelle, rare, apparizioni televisive: «Abbiamo mol- te questioni da discutere, ma Signor Recep Tayyp Erdogan, fino a quando l’Hdp esisterà lei non diventerà mai presidente». Ora che Erdogan è diventato presidente, lei resta di questo avviso?

Il responso delle urne va rispettato: sul piano istituzionale Erdogan è il presidente della Turchia e come tale dovrebbe mostrarsi un leader che unisce invece di dividere. Ma sul piano politico, le distanze restano incolmabili. La sua visione della Turchia, la sua idea di società, sono opposte a quelle che come Hdp cerchiamo di portare avanti. Vede, Erdogan si fa vanto di aver modernizzato il Paese. Questo, forse, vale in economia, ma la “modernizzazione” deve investire anche altri campi, tra i quali quelli della libertà d’informazione, dei diritti delle minoranze, della giustizia sociale. In tutti questi campi Erdogan ha fallito.

In un’intervista di qualche tempo fa lei ha affermato: «Posso definirmi un candidato cresciuto in un momento cruciale della storia della Turchia, ovvero quello della lotta per la democrazia». Resta questa la sua priorità?

Assolutamente sì. Ed è una convinzione che ho maturato ancor prima di impegnarmi in politica, quando da volontario operavo come avvocato nel campo dei diritti umani. La democrazia non sono solo libere elezioni, ma un sistema più complesso di regole e di equilibri fra poteri che vanno difesi e rafforzati giorno per giorno. E in questa idea di democrazia, le diversità sono una ricchezza e non una minaccia. Ma anche su questo punto io e il presidente Erdogan siamo destinati a non andare d’accordo.

Lei parla di una “nuova Turchia”, laica, plurale, tollerante. Ma tra i suoi avversari c’è chi sostiene che come ogni curdo lei non ha mai smesso di sognare il Grande Kurdistan.

Se così fosse, mi sarei vergognato a chiedere i voti di quanti curdi non sono. Certo, mi sento orgoglioso di essere curdo, e penso che nei vari Stati in cui le nostre comunità vivono, esse hanno il diritto di rivendicare spazi di libertà. E questi spazi voglio che si realizzino nel Paese in cui sono nato, la Turchia. Il messaggio che abbiamo lanciato in tutta la campagna elettorale è di tolleranza, di inclusione. Il risultato ha premiato i nostri sforzi. Ma siamo ancora agli inizi. Il cammino della democrazia è ancora lungo e irto di ostacoli, ma questo non ci spaventa.

@LeftAvvenimenti

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