Riaprono le scuole e si riapre anche la questione spinosa della legge 107, alias Buona scuola. Quale strategia adottare di fronte a un provvedimento che per un anno è stato l’oggetto di una guerra senza precedenti da parte degli insegnanti? Come parare, per esempio, le novità del Comitato di valutazione e dei premi al merito? E poi, soprattutto, si tratta di capire “cosa fare” di questa legge, che è oggetto, ricordiamo, di due quesiti referendari (a quello promosso da Possibile di Civati si è aggiunta l’iniziativa dello Snals di Napoli) considerati prematuri dal mondo della scuola riunito nell’assemblea nazionale del 12 luglio. In quell’incontro si rimandava all’appuntamento del 6 settembre, proprio per fare il punto e decidere tutti insieme la strategia da seguire. Adesso ci siamo.

L’incontro di Bologna

Domenica a Bologna (aula 3 Scuola di Economia, a partire dalle 10) si terrà l’incontro nazionale di mobilitazione. Partecipano tutti i soggetti protagonisti della battaglia contro la Buona scuola: dai comitati locali ai sindacati (Flc, Cobas, Unicobas, Gilda ecc. ), dalle associazioni di studenti (Uds, Rete della Conoscenza, Link) a quelle professionali (Cidi), fino ad arrivare a quei comitati e associazioni che in passato si sono occupati di referendum, come quelli per l’acqua pubblica. Ci saranno anche rappresentanti dei partiti M5s, Sel, Gruppo misto Senato, Rifondazione, Altra Europa per Tsipras ecc. E naturalmente i 36 comitati Lip (Legge di iniziativa popolare) da cui sono partiti i principali input per la mobilitazione unitaria. Il 5 settembre saranno proprio questi comitati a fare  il punto sulla possibilità di ripresentare una nuova proposta di legge di iniziativa popolare, accanto alle eventuali proposte di referendum abrogativo.

I nodi da sciogliere: referendum sì o no?

«Perché il referendum sia fattibile, occorre rispettare sostanzialmente tre punti», afferma Carlo Salmaso, del comitato Lip e uno dei promotori dell’incontro di Bologna. «Il quesito deve essere efficace e corretto in modo che non ci siano dubbi e che quindi non possa essere respinto. Il secondo punto è che dobbiamo essere sicuri che almeno 25 milioni di persone vadano a votare e infine, se ciò dovesse accadere, che dobbiamo essere sicuri che voti il 50 più uno, soprattutto dopo la campagna mediatica a nostro sfavore condotta in questi ultimi tempi». Insomma, i quesiti devono essere inattaccabili e soprattutto il tema del referendum deve coinvolgere una fetta di cittadini che va oltre quello degli insegnanti, ma anche anche dei genitori e dei cittadini in generale. «Devono dimostrare che sono sotto attacco i diritti sanciti dalla Costituzione», continua Salmaso. Quindi viene considerato troppo “riduttivo” il referendum proposto da Civati che abroga le norme relative al preside-sceriffo. Mentre invece sarebbe meglio puntare su temi che interessano tutti, come la questione dei finanziamenti alle scuole private o il nodo della libertà d’insegnamento. Da abbinare poi, proprio per garantire il maggior numero di partecipanti,  a quesiti sul Jobs act e sull’Italicum, un modus operandi su è d’accordo anche Maurizio Landini, aggiunge Salmaso.

Il Comitato di valutazione e i famigerati premi al merito

Ma sul tappeto non c’è solo il tema dei referendum. All’incontro di Bologna saranno all’ordine del giorno anche alcuni “problemini”, come i Comitati di valutazione e il premio al merito per i docenti designati e la riscrittura dei piani dell’offerta formativa (da confermare entro la fine di ottobre) che dovrebbero essere meno collegiali e “indicati” dal dirigente scolastico. «È chiaro che qui è difficile dare indicazioni univoche anche perché la situazione è diversa da scuola a scuola», continua Salmaso. Per esempio cosa succede se un Consiglio d’Istituto non riesce a indicare tutti i membri del Comitato di valutazione? La legge 107 è ancora un po’ vaga nella parte attuativa. Un’idea per risolvere le cose da un punto di vista “costruttivo” la propone Giuseppe Bagni, presidente del Cidi, che il 12 e 13 settembre terrà a Roma il suo coordinamento nazionale. «Per neutralizzare gli aspetti peggiori della Legge 107, come questo della valutazione, noi proponiamo che nelle scuole dove i dirigenti scolastici sono aperti e disponibili – e ce ne sono – il Collegio dei docenti potrebbe individuare dei colleghi per ruoli di responsabilità e coordinamento, dalla didattica al tutoraggio, per esempio». In tal modo i soldi del premio non andrebbero ai “preferiti”, ma realmente a chi ha dei ruoli di responsabilità all’interno delle scuole. Insomma a chi lavora di più sul serio.

E i sindacati cosa faranno?

«Bisogna sapere fino a che punto si spingeranno i sindacati. Nei mesi scorsi sono stati un po’ trascinati dal movimento dei docenti, insomma, sono andati un po’ a rimorchio. Cisl e Uil non hanno aderito al nostro appello. Speriamo che questo non sia un segnale che viene meno l’unione sindacale», afferma Carlo Salmaso. C’è da dire però che Flc Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda hanno stilato il 28 agosto un documento unitario “Risparmiamo alla scuola gli effetti più deleteri della legge 107/2015». Nel testo si ribadisce ancora una volta che tutto quello che comporta la nuova legge deve avvenire nel rispetto della libertà d’insegnamento e nella contrattazione tra le parti. Per esempio a proposito del comitato di valutazione, i sindacati sostengono che i componenti del comitato espressione del collegio che li ha scelti «potranno astenersi dal formulare criteri per l’attribuzione del bonus, qualora non siano frutto di una condivisione all’interno del collegio docenti». Insomma, i sindacati danno dei suggerimenti «per costruire percorsi alternativi» nell’applicazione della Legge 107.

Nel calderone c’è anche il ricorso delle Regioni

Al di là dei referendum, c’è da considerare anche la rivolta delle Regioni. Perché la legge 107 avrebbe violato alcune loro competenze, quelle sancite dal Titolo V. Sia il Veneto che la Puglia hanno presentato eccezione di costituzionalità, su richiesta del M5s. La Calabria dovrà decidere il 15 settembre.

 

 

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