La Germania chiude le frontiere, la Germania apre le frontiere. Se non ci andasse di mezzo la vita di migliaia di persone sembrerebbe quasi un gioco. Questo pomeriggio – 14 settembre – a Bruxelles si terrà l’ennesimo vertice straordinario sull’immigrazione. I ministri dell’Interno dei Paesi dell’Unione si incontrano per discutere il nuovo piano Juncker: 160mila (40mila subito e 120mila in seconda battuta) posti e sanzioni per gli Stati membri che si oppongono alle nuove direttive. C’è poco da rallegrarsi però, dall’incontro non arriverà nessuna certezza. Ne è certo il prefetto Morcone, capo del dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del ministero dell’Interno: «Sarà, ancora una volta, un passaggio interlocutorio, poi servirà aspettare la decisione dei capi di Stato e di governo», avverte il prefetto. «Apprezziamo lo sforzo rispetto al passato più recente, però sia chiaro che le regole – anche relativamente alle identificazioni e ai rimpatri – valgono nel momento in cui sarà disponibile il resto. Nessuno pensi che si possano mettere in piedi gli hot spot, le identificazioni e i rimpatri, “promettendo” la solidarietà».


Insomma tra un «passaggio interlocutorio» e l’altro i Paesi di primo ingresso – tra cui l’Italia – continuano a registrare centinaia di arrivi, ogni giorno. Esseri umani che non si possono certo respingere, ricorda Morcone: «Gli altri Paesi hanno un confine terrestre, possono lasciare le persone fuori dalla frontiera. Qui arrivano per mare e non li possiamo respingere perché sarebbe una violazione della Convenzione di Ginevra. Solo se garantisco a quei cittadini che possono, legittimamente, raggiungere il luogo dove vogliono andare, saranno più aperti a fornire le generalità». Non di respingerli ma di registrarli ci chiede l’Europa – e soprattutto Merkel, con il suo pallino della “lista dei Paesi sicuri” di provenienza –  perciò l’Ue non cessa di chiedere all’Italia l’apertura di hot spot, ovvero di centri di registrazione. Ma, taglia corto il prefetto Morcone, «gli hot spot partiranno, se ci vengono imposti, solo contemporaneamente alla effettiva riallocazione delle persone in altri Paesi». Il braccio di ferro continua e una sola certezza: non c’è muro che possa impedire a questa gente di muoversi. Chiusa una rotta, se ne fa un’altra. Come ci ricorda uno di loro, Abdelkahar, intervistato dal New York Times:

 

Vorrei davvero andare in Germania, ma se non mi lasciano passare considererò altre opzioni,
come restare in Austria o cercare di andare in un altro Paese. Non mi fermerò

Abdelkahar Sherzad, 28 anni, afghano, dopo aver sentito la notizia sulle nuove restrizioni ai confini imposta dalla Germania

 

Di questo e tanto altro abbiamo parlato con il prefetto Morcone anche sul numero in edicola di Left che potete trovare anche in digitale qui

@tizianabarilla

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