Beirut, o da qualche parte in Libano. Metà novembre 2015. Abdallah accetta di raccontare gli ultimi anni della sua vita passati dietro a una videocamera. «Prima per scelta, per parlare al mondo della nostra rivolta piena di sogni di libertà, contro Bashar al-Assad. Poi per sopravvivere, obbligato a documentare l’orrore quotidiano di Isis». La voce del ragazzo siriano arriva da un computer con il monitor spento, fa uno strano effetto parlare al nulla. Adam, l’operatore umanitario che ci ha messo in contatto, mi spiega che per ragioni di sicurezza preferisce non farmi vedere il nome del contatto Skype. «Ha paura di essere raggiunto dagli uomini del Califfo e di essere identificato prima di tentare il grande balzo verso la vostra Europa» mi spiega Adam, infermiere della Ong libanese Beyond, attiva nei campi profughi informali. Per più di un anno, a Raqqa, Abdallah è stato costretto a documentare le esecuzioni capitali e le punizioni corporali inflitte dai tribunali dell’Isis. Poi, pagando un contrabbandiere, è riuscito a fuggire dalla Capitale del Califfato. «Quando la rivolta è iniziata (nel febbraio 2011, ndr) vivevo ad Aleppo e frequentavo l’università. Ho partecipato da subito alle manifestazioni contro Assad, sono un appassionato di video e riprendevo le nostre marce e le prime repressioni per far conoscere al mondo quello che stava accadendo nel mio Paese.

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La situazione è velocemente e drammaticamente deteriorata. Siamo stati travolti dalla repressione militare del governo contro l’Esercito libero siriano, poi sono arrivati gli uomini del Fronte al-Nusra e alla fine abbiamo visto apparire le prime bandiere di Isis. Allora ho deciso di tornare a Raqqa, a casa dai miei genitori». Abdallah è tornato nella sua città alla fine del 2013. Raqqa allora era nelle mani dei miliziani del Fronte al-Nusra. Lì ha continuato a documentare quello che accade in Siria. Pochi mesi dopo, l’intera regione è stata conquistata dagli uomini di Isis e Raqqa è diventata la capitale dell’autoproclamato Stato Islamico. Abdallah e altri video operatori non hanno avuto scelta: dovevano lavorare per il nuovo padrone della città. Con una decina di suoi colleghi , il giovane è stato costretto a filmare le decapitazioni, gli uomini gettati dai tetti dei palazzi, le lapidazioni, le fustigazioni e le battaglie vittoriose, vere o riprodotte ad hoc, delle milizie di Abu Bakr al-Baghdadi. «Sono l’autore di molti di quei video che, diffusi su internet, hanno fatto conoscere al mondo di cosa sono capaci gli uomini del Califfo» racconta la voce senza volto. «Sono stato obbligato a vedere scene che non potrò mai dimenticare. Come posso scordare Fatima, la vittima della prima lapidazione delle tante che ho dovuto documentare? Aveva poco più di venti anni e l’avevano accusata di adulterio. La gente era stata costretta ad andare in piazza per vedere l’esecuzione, e i bambini dovevano essere in prima fila». (continua in edicola)

 

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