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Dopo decenni in cui la vita media negli Usa si era andata progressivamente allungando si registra un’inversione di tendenza. È un fatto che, in particolare, riguarda gli adulti maschi, bianchi di mezza età e poveri. A denunciarlo è il premio Nobel 2015 Angus Deaton. Tra le cause principali non ci sono solo le patologie legate allo stile di vita malsano dell’America, a cominciare dal junk food con la conseguente obesità, diabete e malattie cardiocircolatorie. Dai risultati delle ricerche dell’economista di Princeton e dai rilevamenti dei Centers for Disease Control and Prevention – riportati dal New York Times e da altre testate – un numero crescente di adulti americani oggi muore intorno ai cinquant’anni perché si suicida assumendo pain-killers, potenti analgesici, metamfetamine, massicce dosi di psicofarmaci più alcool. Accade soprattutto nell’America profonda, fra bianchi che hanno perso il lavoro, che «si sentono minacciati dall’emancipazione delle donne e dagli immigrati». Fra questi cinquantenni, disperati e furibondi, si trovano molti elettori Trump, ha scritto su D di Repubblica Federico Rampini commentando i dati sullo stato di salute degli americani. Ma la spiegazione del fenomeno in termini economici e sociologi non basta. Ci aiutano a far chiarezza alcuni libri sulla psichiatria americana degli ultimi cinquant’anni pubblicati da L’Asino d’oro. In particolare a tre titoli: Le pillole della felicità dello storico della scienza David Herzberg, La perdita della tristezza di Allan V. Horowitz e Jerome C. Wakefield e Mad in America del noto giornalista d’inchiesta Robert Whitaker. Insieme concorrono a tracciare un quadro documentato e molto articolato dei danni provocati dalla psichiatria americana “organicista” che ha fatto del Dsm (ora arrivato alla quinta edizione) la propria Bibbia. Pur provenendo da esperienze professionali diverse e occupandosi di ambiti psichiatrici differenti, tutti e quattro gli autori citati arrivano grosso modo alla medesima conclusione: il problema della cultura americana è la negazione della malattia mentale e il riduzionismo biologico della psichiatria basata sull’idea (priva di fondamento scientifico) che esista una causa genetica ed organica delle patologie mentali. Da qui gli eccessi di prescrizione e una assoluta fede nel potere della chimica. «Come se bastasse l’introduzione di una sostanza nell’organismo per trasformare magicamente un individuo gravemente disturbato», scrive Herzerb, registrando il fallimento di interventi farmacologici che non si occupano dell’alterazione del pensiero rafforzando nel paziente l’idea dell’incurabilità e bloccando ogni sua ricerca sul ruolo dei rapporti umani. In particolare David Herzerb ha studiato il fenomeno che ha avuto inizio nell’America degli anni 50, quando furono immessi sul mercato ansiolitici come il Miltown e il Valium, «farmaci blockbuster» che creavano problemi di dipendenza. Poi sarebbero arrivati gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina come il Prozac, negli anni Ottanta spacciato come panacea da campagne pubblicitarie rivolte soprattutto alle donne. Con lo slogan «By by blue», il Prozac veniva presentato come la pillola del successo, funzionale al modello yuppie, ultra competitivo, diventando in poco tempo «un bene di consumo». Ne Le pillole della felicità Herzberg analizza le campagne pubblicitarie che vedevano “protagoniste” donne bianche del ceto medio, sempre sorridenti. Erano loro il principale obiettivo di mercato e consumavano psicofarmaci in misura doppia rispetto agli uomini, con l’illusione così di diventare mamme, manager, mogli modello…Così come le casalinghe americane venti o trent’anni prima erano state tra le principali consumatrici di ansiolitici «per tollerare la frustrazione della vita domestica». A rivelare l’estensione del problema contribuirono allora anche personaggi in vista come Betty Ford, moglie del presidente degli Stati Uniti, che rivelò pubblicamente la propria dipendenza da ansiolitici.
Un capitolo a parte, e importantissimo, riguarda i grossi danni che la somministrazione di psicofarmaci ha prodotto e produce sui bambini e adolescenti; fenomeno che ha subito un rapido e costante incremento. Negli Stati Uniti sono almeno tre milioni i bambini in trattamento per problemi legati a un supposto «deficit di attenzione» . Patologia individuata dalla psichiatria americana quando fu immesso sul mercato il Ritalin. In questo caso fu il suicidio di Kurt Cobain dei Nirvana ad accendere i riflettori sul fatto che lunghe storie di dipendenza dalle droghe, come la sua, potevano aver radici nell’infanzia quando- su prescrizione – aveva assunto Ritalin e altri psicofarmaci. Di fatto solo nel 2005 l’ Agenzia Europea dei Medicinali ha evidenziato una correlazione fra l’uso di antidepressivi nei bambini e negli adolescenti e l’aumento di comportamenti a rischio suicidario obbligando le cause farmaceutiche a scriverlo nei bugiardini.

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