Non è senza un malcelato compiacimento che The Economic Times, il supplemento economico di The Times of India, ha annunciato la creazione del primo vaccino contro il virus Zika, definendolo un paradosso: l’agente infettivo che sta contagiando persone in 39 diversi Paesi di tutti i continenti e per questo ha messo in allarme la World health organization (Who), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di sanità, non ha ancora messo piede in India, ma l’India è il primo Paese al mondo ad avere messo a punto un mezzo – anzi, due – per combatterlo.
La soddisfazione del giornale di New Delhi deriva non solo dal valore intrinseco della performance che potrebbe evitare una nuova emergenza sanitaria globale, ma anche, probabilmente, dal fatto che, ancora una volta, le aziende farmaceutiche indiane hanno battuto Big Pharma, le grandi industrie del farmaco occidentali. L’impresa questa volta sarebbe riuscita, ma il condizionale è d’obbligo, perché il vaccino deve essere ancora testato sull’uomo, alla Bharat biotech international limited, una delle tante aziende biomediche indiane.
La realizzazione del primo vaccino contro Zika cade nel momento giusto: l’India, infatti, celebra i trent’anni dalla nascita del Dbt (Department for biotechnology), la struttura interna al ministero della Scienza e della Tecnologia creata nel 1986 da Rajiv Gandhi per promuovere la ricerca e l’industria biomedica e biotecnologica del paese. È sull’onda di questa politica, consolidata negli ultimi anni, che il biologo Krishna Ella ha lasciato la sua posizione a Madison (Stati Uniti), presso l’University of Wisconsin, per tornare in India e fondare la Bharat biotech international limited. Ella è un esempio del fatto che la ricerca scientifica e lo sviluppo delle biotecnologie hanno avuto successo. Tanto da indurre lui a tornare in patria e The Economic Times a reiterare il suo compiacimento e a scrivere: «così la terra degli incantatori di serpenti, degli elefanti e del “ritmo Hindu di crescita” è diventata un hub dell’innovazione».
Non sarà dipeso tutto dal Dbt e da una lucida politica di governo, ma è certo che in questi trent’anni l’India è diventato il maggior produttore al mondo di farmaci generici e si è ritagliata il 20 per cento del mercato mondiale di queste formule non griffate che minacciano il pluridecennale oligopolio di Big Pharma. Molti analisti, infatti, pensano che il mercato dei generici sarà presto superiore a quello dei farmaci “di marca”. Già ora in India, che rappresenta ormai il terzo mercato mondiale per volume di farmaci, i generici coprono tra il 70 e l’80 per cento della domanda. Se qualcuno avesse dubbi sulla leadership indiana nel campo dei farmaci generici (che poi vogliono dire, semplicemente, venduti a basso prezzo) e sugli effetti positivi che hanno sulla salute delle persone meno abbienti, basti pensare che la Medicines patent pool, un’organizzazione sostenuta dalle Nazioni Unite, ha firmato sei licenze con altrettante imprese indiane per la produzione e la vendita del Tenofovir alafenamide (Taf), un farmaco generico contro l’Aids, a 112 Paesi in via di sviluppo a costi, appunto, decisamente più bassi di quelli praticati dalle grandi aziende occidentali e dunque accessibili ai poveri contagiati dal virus Hiv.

 

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