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Federica Guidi ha lavorato per reinserire al Senato un emendamento alla legge di Stabilità favorevole alla Total, in precedenza cancellato dal decreto Sblocca Italia «alle quattro di notte». Poi è corsa a telefonare al compagno, il consulente di Total Gianluca Gemelli (ora indagato per traffico di influenze illecite) per avvertirlo che «è d’accordo anche Mariaelena» e che finalmente si potrà «sbloccare Tempra Rossa» e portare fino a Taranto il petrolio proveniente dalla Basilicata. Erano in ballo 2,5 milioni di subappalti e così l’uomo ha subito avvertito chi di dovere per incassare il risultato. Più che di un ministro (ormai ex) della Repubblica, viene da pensare che si tratti di una lobbista qualunque che briga bussando alle porte del potere. L’inchiesta della procura lucana la dice lunga su come si determini, dietro a quelle porte alle quali non c’è bisogno di bussare, l’interesse “strategico” della nazione.

Assieme alle ombre sugli appalti per l’infrastrutturazione del giacimento Total di Tempa Rossa, ci sono i sei arresti – tra cui l’ex sindaca Pd di Corleto Perticara – per traffico e smaltimento illecito di rifiuti (per un illecito arricchimento tra i 44 e i 114 milioni di euro) al Centro oli dell’Eni di Viggiano, con 60 indagati e la sospensione dell’estrazione di petrolio in Val D’Agri. Due filoni che confermano ciò che già si intuiva guardando a come si posizionano certa politica e certi pezzi di società italiana rispetto al referendum di domenica 17 aprile. E cioè che la lobby delle fossili (di casa nostra e non solo) è bipartisan, direttamente insediata in posizioni di governo e totalmente disinteressata a perseguire le scelte energetiche più utili alla collettività. Questa lobby sussidiata con i fondi pubblici che dispensa essa stessa si rivela quasi sempre disinteressata agli impatti ambientali e sanitari e lontana anni luce dagli obiettivi di riduzione delle emissioni confermati dal recente accordo sul clima di Parigi.

Così accade che mentre si accusa il fronte del Sì di sprecare energie e risorse economiche, esponenti del governo brigano per fare gli interessi dell’industria degli idrocarburi e il presidente del Consiglio Renzi celebra in Nevada la centrale rinnovabile più innovativa al mondo, ma rassicurando i petrolieri: «Il petrolio e il gas naturale serviranno ancora a lungo: non sprecare ciò che abbiamo è il primo comandamento per tutti noi». Peccato che, stando agli esiti delle politiche in materia di rinnovabili, lo spreco maggiore sembra proprio quello di energia pulita. «Nel 2012 in Italia erano entrati in esercizio quasi 150mila nuovi impianti fotovoltaici: nel primo anno dell’era Renzi sono stati appena 722» fa notare Andrea Boraschi di Greenpeace. E l’eolico non se la passa meglio, dal momento che fa registrare una flessione di 4.000 posti di lavoro, mentre le aziende di casa nostra che producono componenti e tecnologia per le fonti pulite si affannano a compensare il calo di domanda interna spingendo l’acceleratore sull’export.

Dietro le dichiarazioni di facciata e gli impegni a ridurre le emissioni, si nasconde un’agenda di governo ancora dettata dalla coccolatissima lobby delle fossili, che anche in questa campagna referendaria “silenziata” dai media mainstream replica gli stessi slogan allarmistici messi in campo nel 2011 a sostegno del nucleare, paventando il rischio di un comparto in rovina e di posti di lavoro bruciati.

Per comprendere chi tira i fili, basta ricordare a chi appartengono le piattaforme entro le 12 miglia dalla costa che sarebbero costrette a chiudere alla data di scadenza della concessione se vincesse il Sì (ricordiamo che dal primo gennaio scorso queste concessioni si prolungano oltre la scadenza prefissata, massimo 30 anni, e fino all’esaurimento dei giacimenti). Eni è azionista di maggioranza di 76 impianti sui 92 totali, mentre la Edison ne possiede 15 e uno soltanto è nelle mani della britannica Rockhopper. La gran parte delle concessioni in essere, in realtà, non scadrà a breve: a parte qualcuna che già era destinata a cessare le attività, molte stanno già per ottenere la proroga in virtù della normativa attualmente in vigore.

Eppure la pressione si sente e non da oggi. Il peso delle imprese petrolifere, Cane a sei zampe in testa, si era ad esempio palesato un anno fa, quando il fronte ambientalista tentava di far approvare la legge sugli ecoreati. All’epoca, le associazioni dei petrolieri assieme a Confindustria avevano convinto il presidente del Consiglio in persona a garantire una rapida approvazione al Senato soltanto se nel passaggio alla Camera il testo fosse stato depurato dal divieto dell’airgun (esplosioni ad aria compressa), la tecnica di ricerca petrolifera considerata invasiva e pericolosa per l’ecosistema e la vita sottomarina.

Oggi l’influenza delle Big oil sulle scelte governative si è tramutata nel freno alle rinnovabili e all’efficienza energetica e nella posizione astensionista del maggior partito del Paese. Un’influenza che ha fruttato il sostegno al No del “padre fondatore” Romano Prodi e da cui nemmeno la minoranza Dem può dirsi immune se è vero che Pier Luigi Bersani, che è stato un ministro non particolarmente orientato verso la transizione alle ecoenergie, è riuscito ad affermare che il 17 aprile si recherà alle urne ma ancora non sa ancora se voterà Sì o No. Bersani pensa al bacino elettorale del versante romagnolo, confortato dalle parole dell’ad di Eni Claudio Descalzi, il quale lascia prefigurare una imminente ripresa legata alla politica di riduzione dei costi intrapresi dal gigante petrolifero italiano, salvo poi prevedere dismissioni per sette miliardi di euro entro tre anni, anche dismettendo quote dei maxi giacimenti come l’egiziano Zohr.

Con il pieno sostegno della presidente Emma Marcegaglia, Descalzi sentenzia: «Dove abbiamo il 90% della produzione, a Ravenna, la maggior parte della gente è contraria al Sì al referendum». D’altro canto, tra i membri di Ottimisti e razionali, il comitato nato a sostegno del non voto, ci sono l’ex parlamentare Pc-Pds nuclearista Gianfranco Borghini e il consigliere regionale Pd dell’Emilia Romagna Gianni Bessi. A questi si affiancano ex ambientalisti come Chicco Testa ed esponenti di realtà accademiche e di enti di ricerca (ci sono il presidente di Nomisma Energia Davide Tabarelli e il filosofo e scrittore Corrado Ocone, responsabile delle attività web ed editoriali per l’Università Luiss Guido Carli di Roma) che ricevono finanziamenti o hanno relazioni commerciali con Eni.

Matteo Renzi sa bene cosa rischia se si raggiunge il quorum. Per questo sono entrati in azione per tempo alcuni dei suoi uomini-comunicazione, come il sempreverde Claudio Velardi e come Davide Bacarella, amministratore e azionista di minoranza di DotMedia, società che segue da anni il premier e le campagne elettorali di molti dei suoi. Dopo il polverone sollevato dalle dimissioni di Guidi c’è da aspettarsi che la propaganda aumenti. E sarà ancora più interessante seguire la direzione del Pd del 4 aprile, con la questione trivelle all’ordine del giorno. C’è da aspettarsi che la lobby delle fossili farà quadrato per difendere i propri interessi e vanificare il voto del 17 aprile, facendo perdere così al Paese l’occasione di virare verso un’economia a basse emissioni e più trasparente e democratica.

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