Lesbia Janeth Urquìa era stata vista l’ultima volta martedì scorso. Il suo corpo è stato ritrovato ieri, a 160 km ad ovest della capitale Tegucigalpa.

Attivista vicina alle battaglie di Berta Cáceres – figura di primo piano nella difesa della comunità indigena dei Linca e assassinata in casa propria lo scorso marzo – e membro con lei del consiglio dei popoli indigeni d’Honduras, Urquìa ha da sempre difeso i diritti delle comunità locali opponendosi duramente alla speculazione dei privati sul territorio.

In prima linea nella battaglia contro la costruzione della diga Agua Zarca sul fiume Gualcarque – scontro che è costato la vita alla collega Cáceres – Lesbia Janeth Urquìa si aggiunge alla lunga lista degli attivisti uccisi in Honduras, tre soltanto quest’anno. Secondo Global Witness, autore di un duro rapporto, sono oltre 50 gli ambientalisti uccisi nel piccolo paese a sud del Guatemala solo nel 2015.

In un breve comunicato pubblicato sul proprio sito nella giornata di giovedì 7 luglio, l’organizzazione ambientalista di cui erano membri le due donne ha così commentato l’accaduto: «La morte di Lesbia Janeth è un femminicidio di stampo politico che cerca di mettere a tacere la voce delle donne che con coraggio difendono i propri diritti». Tuona nella conclusione l’accusa al governo: «Riteniamo le autorità direttamente responsabili di questo omicidio».

Secondo i membri del Copinh, in Honduras sarebbe in atto un piano per eliminare tutti coloro che cercano di difendere il patrimonio ambientale del Paese e le sue risorse dalle speculazioni delle multinazionali.

A fare eco alle accuse degli attivisti, alcune dichiarazioni emerse a maggio. Secondo quanto dichiarato da un ex membro delle forze armate, il nome di Cáceres e quello di altri membri delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani in Honduras sono circolati tra le forze speciali.

Se è vero che le autorità nazionali hanno smentito le accuse, il quadro di quanto accaduto e continua ad accadere in Honduras resta inquietante.

In un’intervista pubblicata da Left sul settimanale di sabato 7 maggio – a pochi giorni dall’attentato al giornalista e difensore dei diritti umani Felix Molina – la figlia venticinquenne di Berta Cáceres, aveva raccontato del trattamento intimidatorio subito da alcuni membri del Copinh da parte delle autorità. Il governo ha inoltre rifiutato ogni collaborazione esterna nelle indagini – richiesta a gran voce dagli attivisti e offerta dalla Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) – che ad oggi hanno portato all’arresto di quattro sospettati.

Alla ricerca di giustizia e verità per la morte di Berta si aggiunge oggi quella di Lesbia, mentre il clima politico in Honduras sembra sempre più ostile agli attivisti.

 

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