Prigionieri del passato. Ieri, a scrutinio segreto, il Senato ha negato l’uso di certe intercettazioni tra Berlusconi e le olgettive. Ieri il presidente emerito Napolitano ha detto al Foglio che bisogna cambiare la legge elettorale, eliminare il turno di ballottaggio e firmare “un nuovo patto per l’Italia” fra destra e sinistra. Ieri ricorreva il quindicesimo anniversario dell’assassinio di Carlo Giuliani durante i moti contro il G8 di Genova, che si conclusero con l’umiliazione e la tortura di centinaia di manifestanti all’interno della scuola Diaz e poi rinchiusi nella caserma Bolzaneto. Cosa hanno in comune questi tre eventi? Mostrano come in Italia il passato non muoia, ma restiamo a lungo prigionieri di errori, bugie e omissioni.
12o sì, 130 no! I gruppi parlamentari ufficialmente a favore dell’uso in giudizio di quelle intercettazioni -che riguardano telefonate già note perché interamente trascritte dai giornali- e cioè Pd, M5S e SI, contano insieme oltre 150 senatori. In 30 si sono dunque distratti: non è un’opinione. Complotto dei 5 stelle, per gettarne la colpa sul Pd? Come dice al Corriere la “renziana” Puglisi la quale -per errore, sostiene- è tra coloro che hanno chiesto che quel voto fosse segreto? Mah! Certo -lo ricorda Gianluigi Pellegrino per Repubblica,- all’epoca dei fatti Berlusconi era deputato e dunque a giudicare sull’uso delle intercettazioni avrebbe dovuto essere la Camera, dove la maggioranza è assai ampia e il giochetto segreto non sarebbe stato possibile. Dunque una manina istituzionale pro Silvio si è mossa. Ma il punto è un altro: quelle telefonate, della primavera 2012, testimoniano come il premier di allora fosse evidentemente ricattato dalle signorine che animavano le sue “cene eleganti”. Già due anni prima, il 27 maggio 2010, Karima El Mahroug era stata fermata e rilasciata dopo la telefonata dall’estero in cui Berlusconi la definiva “nipote di Mubarak”. Ancora prima, tra Natale e Capodanno del 2008-2009 Berlusconi si era chiuso a Villa Certosa (con altre ragazze in fiore) e il suo ministro del tesoro (Tremonti) non riusciva a parlargli del timore -che condivideva con molti suoi colleghi- che l’economia mondiale stesse precipitando senza riparo. Le sue consuetudini private -comprensibili, per un uomo malato e ferito- non consentivano ca Berlusconi di guidare l’Italia. Questo, opposizione e maggioranza avrebbero dovuto ammettere con coraggio, senza nascondersi dietro le toghe, né aspettare che lo spread salisse alle stelle e che Napolitano apparecchiasse il colpo di palazzo che ha portato al governo Monti
Ohibò, il sistema politico è tripolare. Chi l’avrebbe mai detto? Per fortuna se ne è accorto il presidente emerito che si è fatto intervistare dal Foglio e ha ammonito Renzi a non “puntare a tutti i costi sul ballottaggio, che rischia, nel contesto attuale, di lasciare la direzione del paese a una forza politica di troppo ristretta legittimazione nel voto del primo turno”. Nelle elezioni politiche del 2013 le coalizioni riunite intorno a Bersani e a Berlusconi superarono d’un soffio i 10 milioni di voti, il Movimento 5 stelle di voti ne ottenne quasi 9 milioni. Per esorcizzare quell’evidente distribuzione tripolare dei degli elettori, iniziò il baccano sulle indispensabili riforme costituzionali ed elettorali. Napolitano chiese a Letta di guidare un governo appoggiato dalla destra e daalls sinistra, che pure avevano giurato di non governare insieme. Per questo vide poi la luce il Patto del Nazareno. Fu eliminato il Senato. trasformandolo in un dopo lavoro per consiglieri regionali. Fu varata una legge -la migliore al mondo, diceva Renzi- che grazie al premio di maggioranza combinato con il ballottaggio avrebbe dato un solo vincitore, padrone per 5 anni dell’unica camera rimasta. Però ora Napolitano e molti consiglieri di Renzi si sono accorti che al ballottaggio vincerebbero i 5 Stelle. Anche questo lo si sapeva, bastava guardare all’esperienza dei comuni, dove di solito al secondo turno prevale l’outsider e secondi e terzi tendono a coalizzarsi contro il favorito. Dunque ora bisogna cambiare la legge elettorale per salvare l’essenziale delle riforme. E costruire- dice il presidente emerito- “un nuovo patto per l’Italia”, un’alleanza destra – sinistra per tener fuori l’antipolitica grillina da Palazzo Chigi. Prigionieri del passato! Perché nei tempi moderni l’alleanza fra destra e sinistra fa piuttosto il gioco del terzo incomodo. Come si è visto in Gran Bretagna dove Cameron e Corbyn erano entrambi per il Remain e ha infatti vinto il Leave. E prigionieri delle menzogne dette, perché un tale tardivo contrordine svelerebbe la strumentalità di tutte le riforme fin qui imposte.
Genova 2001, tutto ebbe inizio allora. Berlusconi era il premier in Italia, il G8 pretendeva di poter regolare la globalizzazione e di saper imporre al mondo una democrazia della maggioranza, che tenesse fuori solo antagonisti e ribelli. Poi vennero le guerre perdute dalla “comunità internazionale” in Afganistan e in Iraq, poi venne la crisi del 2007-2008, la perdita di peso del ceto medio e la crescita delle disuguaglianze, vennero Occupy Wall Street e gli indignati, poi Podemos e i 5 Stelle. Oggi sapienti e professori non parlano più di un bipolarismo destra-sinistra, moderato da un centro fluttuante, ma di una frattura tra chi sta in alto e chi in basso, parlano dell’anti politica che si gonfia di consensi e fustiga le edite. Noi invece abbiamo rimosso. Non abbiamo mai detto chiaramente che il governo di allora coprì a Genova una vera e propria “macelleria italiana”, e cioè l’uso della tortura, della menzogna, dell’esibizione di prove false, ad opera delle forze di sicurezza. Persino la legge contro la tortura, che l’Europa sollecita da anni, è stata insabbiata in Senato perché l’attuale ministro dell’interno -nel 2001 giovane deputato del partito del premier- non ne vuole sentir parlare.
E fuori d’Italia? Erdogan vara lo Stato d’emergenza: potrà mettere in carcere o far sparire chi vuole senza render conto a nessuno. E accusa gli Stati Uniti -un paese straniero, dice- di aver appoggiato il pronunciamento militare che voleva destituirlo. A Kiev è stato ucciso Pavel Sheremet, un giornalista vero -come ricorda Franco Vetturini del Corriere- che aveva aspramente criticato in Bielorussia il dittatore Lukashenko, in Russia Putin, e in Ucraina “Poroshenko, la corruzione dilagante, il potere di nuovo in crescita degli oligarchi”. Un uomo che si rifiutava di rimuovere, di dimenticare e venire a patti. Per questo doveva morire. Ed è penoso il balletto di Mosca e Kiev che si accusano a vicenda di averlo ucciso. Tanto chi l’ha ammazzato, certo, non ha lasciato prove

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