«Da quando sono segretario non ho mai vissuto un momento senza polemica interna», si lamenta Matteo Renzi, che vanta di aver fatto 31 direzioni nazionali, convocandole tutte lui – «anzi noi», si corregge ricordandosi che il presidente dell’assemblea sarebbe Matteo Orfini – perché così aveva promesso durante le primarie e per lui «gli impegni con gli iscritti valgono più dei maldipancia dei leader». Si lamenta della minoranza interna, ovviamente. «Non facciamo caminetti, noi parliamo qui. Noi», dice ancora Renzi che vorrebbe così bacchettare Pierluigi Bersani e Gianni Cuperlo, colpevoli di aver esternato ancora una volta le loro sofferenze sul referendum costituzionale, sui giornali, pubblicamente. Un po’ come faceva Renzi ai tempi della rottamazione, si può notare, ma all’epoca evidentemente i panni li si poteva lavare un po’ ovunque.

Arriva comunque con una sua strategia ben studiata, Matteo Renzi, nella direzione che è stata descritta come la più dura e che invece sarà seguita – come ovvio – da altri capitoli dell’appassionante love story tra Renzi e la minoranza dem. «La vostra risposta è no. Ma qual era la domanda?», dice sarcastico Renzi, che accusa la minoranza di muoversi per partito preso, giusto per dargli contro. L’accusa arriva ma è presto respinta. Gianni Cuperlo è il primo big intervenuto in direzione, che prende la parola per dire che no, «non è vero» che la minoranza ha solo polemizzato con Renzi e che anzi qualche complimento in due anni e passa di governo gli è pure stato fatto. Cuperlo però prende la parola soprattutto per annunciare che lui, se Renzi alla fine lo «costringerà» a votare no, si dimetterà da deputato: «Perché chi è vecchio non è sempre vecchio e chi è nuovo non è sempre nuovo», dice Cuperlo convinto di aver assestato un bel colpo.

Renzi in realtà è impassibile, convinto di aver messo la minoranza all’angolo con la proposta di mediazione: «È mio compito farmi carico del problema politico che per alcuni di voi rappresenta il combinato disposto tra legge elettorale e riforma costituzionale» ha detto con aria responsabile prima di proporre che in Senato sia al più presto incardinata la legge elettorale che normerà l’elezione dei senatori, la legge scritta dalla minoranza e che giace in Senato da mesi, e che nel partito sia invece varata una commissione per sondare gli altri partiti sulle modifiche da apportare all’Italicum («Ma siamo alle allucinazioni», dice Renzi a chi gli chiede di fare mea culpa: lui lo terrebbe così). Ma c’è un problema: «il prima possibile», per la legge sui senatori, è comunque dopo la consultazione referendaria, e la commissione per l’Italicum, anche, è solo un percorso, nulla di certo, e anzi molto di fumoso. E questo è l’appiglio della minoranza. Che a Renzi non crede. Ma rimane ancora un po’ sul «Nì».

«Il punto non è accontentare la minoranza», dice infatti Roberto Speranza, «il punto è capire che il meccanismo tra riforma costituzionale e legge elettorale cambia la nostra forma di governo». Una forma da respingere, ovviamente, «perché la tua proposta è insufficiente», continua Speranza, che chiede invece che – «come è stato per l’Italicum» – ci sia subito una proposta del Pd e del governo: «Perché non si può consentire a una piccola minoranza di diventare maggioranza nel parlamento. E non lo dico perché ho paura che vincano i 5 stelle. Anche se fossimo noi, non si può governare solo per il meccanismo del ballottaggio».

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