Stamani, poco prima dell’inizio del Consiglio “Giustizia e affari interni” dell’Ue, il ministro dell’Interno austriaco, Wolfgang Sobotka, ha espresso in maniera chiara e netta il suo pensiero sulla crisi migratoria:

“Finché un salvataggio nel Mediterraneo [da parte delle guardie costiere degli stati membri] implica automaticamente l’accesso ufficiale al territorio dell’Unione europea [da parte dei migranti], il flusso migratorio vero l’Italia e la Grecia non avrà fine. Viviamo una situazione paradossale nella quale le persone che non godono tecnicamente del diritto d’asilo non posso essere ritrasferite nei loro Paesi d’origine. Abbiamo bisogno di un cambio di mentalità e di condizioni tecniche chiare per i respingimenti”.

Insomma, dopo il caso del referendum ungherese e le esternazioni critiche sul tema di Matteo Renzi, le parole di Sobotka dimostrano che le posizioni dei Paesi membri sulla crisi migratoria sono ancora molto distanti tra di loro.

Sul fronte della “Balkan Route” invece, secondo il quotidiano 24 Chasa, il Primo ministro bulgaro, Boyko Borisov, avrebbe inviato una lettere al Presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, facendo pressione per la chiusura del rapporto CVM (“Cooperation and Verification Mechanism”). Di cosa si tratta e cosa ha a che fare con la crisi migratoria?

Il CVM è un rapporto che valuta, nel caso bulgaro, il progresso del Paese sul fronte delle riforme del sistema giudiziario, della lotta alla corruzione e della lotta al crimine organizzato. La chiusura del rapporto è condizione necessaria per l’accesso della Bulgaria all’area Schengen. Secondo quanto riportato da 24 Chasa, Borisov avrebbe ricordato a Juncker che “solo con la chiusura del CVM, i cittadini bulgari potranno godere di tutti i vantaggi dell’Unione e, solo allora, condivideranno per intero le responsabilità derivanti dalla partecipazione all’Ue”. Tradotto: fino a quando non cade il CVM il resto dell’Europa non può lamentarsi se i migranti continueranno ad arrivare attraverso la Bulgaria.

E, a proposito di Schengen, è di ieri la notizia che re-introdurre blocchi frontalieri avrebbe un costo iniziale di 20 miliardi di euro per i Paesi Ue e, di 3 miliardi negli anni a seguire.

Intanto, secondo Handelsblatt, la Grecia affronterà una nuova ondata di critiche da parte dei Paesi membri dell’Ue durante il Consiglio di questa settimana per la scarsa capacità di gestire gli arrivi e i respingimenti verso la Turchia. Nelle scorse settimane era stato soprattutto il ministro dell’Interno tedesco, Thomas de Mazière ad accusare lo stato ellenico, suggerendo di voler reintrodurre le procedure degli accordi di Dublino. Parole che però avevano creato soltanto confusione dopo l’accordo sulle quote migranti.

Nel frattempo però, la Germania può rifiatare: proprio ieri de Mazière ha comunicato che tra gennaio e settembre del 2016 sono state registrate 213mila richieste d’asilo. Nel 2015, nello stesso periodo, erano state “soltanto” 890mila.

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